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Sistemi idraulici in Magna Grecia: classificazione preliminare e proposte interpretative

Pubblicazioni > Articoli e contributi > Età Classica e Medievale


da «Bollettino Storico della Basilicata», 12, 1996, pp. 25-66


Roberto Sconfienza

SISTEMI IDRAULICI IN MAGNA GRECIA
CLASSIFICAZIONE PRELIMINARE E PROPOSTE INTERPRETATIVE


ILLUSTRAZIONI

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TESTO


Aspetti generali


Lo studio dei sistemi idraulici delle città della Magna Grecia è parte di un tema assai ampio per limiti di tempo e spazio, riguardante la gestione dell'acqua nell'ambito della civiltà greca e delle sue conse­guenze in età romana repubblicana ed imperiale. E' necessario premettere, dunque, che in questa occasione si fa esclusivamente rife­rimento alle colonie greche dell'Italia meridionale, escludendo la Sicilia. Non ci si spinge infine in epoca romana, volendo limitare la trattazione alle fasi di vita greche delle colonie, ma si considerano tuttavia parte integrante del discorso gli sviluppi dei sistemi idraulici in età tardo ellenistica o repubblicana.
Nella definizione generale di sistemi idraulici distinguiamo innanzitutto due principali categorie, a cui fanno capo rispettivamente gli apprestamenti per l'approvvigionamento idrico e quelli per il drenaggio urbano. Dal momento che l'acqua nel mondo greco era considerata un bene comune, facente parte dei demosia, e un diritto per tutti[1], la polis creava strutture per l'approvvigionamento e la distribuzione pubblica, che venivano inoltre integrati da pozzi e cisterne domestiche, riconducibili invece alla sfera privata. Parimenti, per quanto concerne i sistemi di drenaggio, la polis si faceva carico dello smaltimento delle acque piovane e di scarico tramite la realizzazione di impianti fognari, considerati anch'essi demosia ed estesi a tutto il territorio urbano; ogni cittadino provvedeva al drenaggio della propria abitazione con canalizzazioni e scarichi che, pur facendo capo al sistema pubblico, rientravano nell'ambito della proprietà e delle responsabilità private.
In base alla documentazione riguardante le città di Cuma, Paestum, Velia, Taranto, Metaponto, Eraclea, Sibari-Thurii e Locri Epizefiri è stato possibile tracciare un quadro tipologico preliminare delle strutture idrauliche facenti capo ai sistemi di approvvigionamento pubblico e privato e di drenaggio pubblico e privato, valido per la situazione generale della Magna Grecia. Ma prima di presentare le caratteristiche specifiche di ciascun tipo è bene ricordare che anche in Magna Grecia, come in madre patria, la presenza di una sorgente determinava una condizione fondamentale per l'insediamento della comunità urbana[2]. E' possibile rilevare la presenza di sorgenti all'interno o all'esterno del circuito murario e di alcune che, esterne al momento dell'apoikia, furono poi inglobate all'interno in seguito all'estensione territoriale della colonia[3].
Fan parte dei sistemi di approvvigionamento a carico dell'amministrazione cittadina i pozzi pubblici e le grandi cisterne pubbliche, entrambi localizzati generalmente in zone ad alta frequentazione, come plateiai prossime ad agorai, agorai, santuari. Per quanto riguarda i primi, distinguiamo il tipo a sezione circolare, presente a Metaponto in età ellenistica[4], e il tipo a sezione quadrata, ben documentato a Caulonia già in età arcaica[5]. Normalmente questi apprestamenti sono tutti realizzati in muratura lapidea o laterizia. Più rare sono le cisterne pubbliche, ma è documentato a Reggio il tipo a vasca rettangolare[6]; a Cuma esiste la cosiddetta "cisterna greca", struttura ipogea discussa, che, se interpretata come apprestamento idraulico, documenterebbe il tipo a sezione trapezoidale[7].
Recentemente, la Tolle Kastenbein[8] ha distinto due gruppi fondamentali di acquedotti greci e romani: le condotte inclinate ordinarie, che comprendono i canali e le gallerie in roccia, e le condotte particolari, cioé le doppie gallerie in roccia sovrapposte, i grandi tunnel per l'attraversamento dei rilievi, gli acquedotti su arcate e le condotte forzate.
Per quanto concerne la Magna Grecia rileviamo innanzitutto che vale il concetto generale proprio di tutto il mondo greco, per cui l'acquedotto è la struttura di collegamento fra la sorgente e il punto di fruizione pubblica[9]. Non sono presenti in età greca le condotte particolari, quando invece in Sicilia esistono quelle a doppia galleria[10] e pare inoltre, allo stato attuale dei dati archeologici, che non siano diffuse condotte forzate.
Sono invece ben documentate le condotte inclinate ordinarie; fra i canali abbiamo il tipo ipogeo con spalle e copertura in blocchi lapidei privo di tubazioni interne[11], mentre manca quello con tubazioni[12], il tipo ipogeo a tubazione sepolta all'interno di un canale semplicemente scavato e poi ricolmato dopo l'alloggiamento dei tubi[13]. Infine l'acquedotto di Grotta Imperatore a Locri documenta la presenza del tipo a galleria in roccia.
Completa il quadro dell'approvvigionamento idrico pubblico nelle poleis magno greche l'identificazione tipologica dei punti di distribuzione idrica; la tipologia delle krenai greche definita dalla Tolle Kastenbein[14] pare il punto di riferimento più adatto. Risultano riconducibili ai tipi: terminale di lunga condotta inclinata, a livello del suolo, krene di prelievo, a costruzione in antis, la fontana ellenistica di Velia; terminale di lunga condotta inclinata, a livello del suolo, krene di prelievo, a bacino semplice, la fontana arcaica, poi dotata di copertura in IV sec.a.C., rinvenuta a Velia nella zona di Porta Rosa; terminali, probabilmente di breve condotta, a livello terra, krenai di prelievo, coperte da peristilio, le due fontane ellenistiche dell'Asklepieion di Paestum. Infine la krene oggi non conservata, che doveva però essere in relazione con l'acquedotto locrese di Grotta Imperatore può soltanto essere definita come terminale di galleria di raccolta, a livello del suolo, krene di prelievo.
L'approvvigionamento idrico privato si basava su pozzi e cisterne domestiche.
I pozzi sono presenti in tutte le città esaminate ed è possibile stabilire una tipologia strutturale in base a due ordini di discriminanti: la presenza o l'assenza del peristomion, il parapetto esterno, e i vari tipi di incamiciatura interna. Un primo gruppo comprende i tipi con peristomion: a cilindro fittile[15], in muratura di mattoni semplici o centinati[16], in muratura di mattoni e ciottoli[17] e tipi particolari[18].
I pozzi privi di peristomion sono distinti in base al tipo di coronamento sito a livello del suolo, che può essere realizzato con l'emergenza dell'orlo del primo cilindro fittile partendo dall'alto[19], con anelli in mattoni semplici o centinati[20] oppure in ciottoli[21] o con laterizi e ciottoli[22].
Si possono individuare poi vari sottotipi in base all'incamiciatura interna; abbiamo infatti i rivestimenti in soli cilindri di terracotta[23], in blocchi lapidei o ciottoli più cilindri in terracotta nei livelli inferiori, in mattoni più cilindri fittili nei livelli inferiori; in ciottoli, mattoni, cilindri fittili, così composti nell'ordine di discesa[24]; in soli mattoni, in soli ciottoli[25]; infine abbiamo il sottotipo di pozzi scavati nella pura roccia[26].
I diametri dei pozzi magnogreci variano fra il mezzo metro e il metro. Tecnicamente i cilindri fittili, alti in media mezzo metro e spessi m.0,20/0,30, venivano sovrapposti senza particolari sistemi di giunzione, durante lo scavo del pozzo man mano che si procedeva in profondità, in modo da contenere il terreno. L'assemblaggio dei mattoni centinati si susseguiva per anelli concentrici sovrapposti e sfalsati in modo che alla giuntura fra due mattoni corrispondesse negli anelli superiore ed inferiore il corpo di un mattone intero; l'arco di circonferenza della centinatura poteva corrispondere o no all'arco della parete interna, cosicché si nota talvolta la successione di mattoni che restituisce, elemento dopo elemento, il profilo circolare interno, mentre in altri casi i mattoni creano spigoli presso le giunture. I rivestimenti misti non presentano la giunzione fra la parte alta in ciottoli e quella in mattoni lungo un anello parallelo all'imboccatura, ma i ciottoli si spingono all'interno dei primi filari di mattoni come appendici del rivestimento superiore. L'incamiciatura in cilindri fittili nei livelli inferiori e muratura in ciottoli fino all'imboccatura, presente a Velia e a Sibari-Thurii, sembra illustrare una fase sperimentale o semplicemente non affinata di quella locrese ellenistica a cilindri nei livelli inferiori e murature in mattoni e di soli ciottoli rispettivamente nei livelli mediano e superficiale. I coronamenti in mattoni dei pozzi senza parapetto sono spesso realizzati con elementi non perfettamente giuntati, in maniera da avanzare uno spazio triangolare vuoto fra l'uno e l'altro; i coronamenti in ciottoli e misti in mattoni e ciottoli denotano un assemblaggio irregolare, ma coerente, dove ogni elemento concorre alla strutturazione di un anello completo. Infine, in tutti i pozzi erano normalmente presenti le pedarole per la discesa di manutenzione; in quelli in mattoni erano ricavate nella muratura dei filari, risparmiando lo spazio di un elemento, mentre nelle incamiciature in cilindri corrispondevano a tagli semilunati, sfalsati di livello nel corpo di ciascuno di essi.
Relativamente alle cisterne domestiche si è definito un primo gruppo che raduna i pozzetti scavati nella viva roccia e collegati da canaletti per la raccolta dell'acqua piovana[27]. In Magna Grecia è anche presente il tipo ben noto nel mondo greco della cisterna piriforme o tronco-conica diffuso dalla fine del V sec.a.C.[28]. Infine abbiamo il tipo ellenistico a perimetro rettangolare sottoposto ai cortili delle abitazioni[29]. A livello tecnico l'elemento più importante è l'intonaco idrorepellente, fondamentale per le ovvie necessità di impermeabilizzazione del bacino di conservazione dell'acqua; per quanto concerne le imboccature, specialmente delle cisterne piriformi, la tecnica costruttiva era tale e quale a quella dei pozzi, con abbondante impiego di cilindri fittili. Sono infine poco documentati i sistemi di collegamento fra le superfici di raccolta dell'acqua piovana e i serbatoi, ad esclusione dei casi di Velia, Taranto, Satyrion e della cisterna dell'esthiatorion di Capo Colonna, mentre ad Eraclea sono frequenti gli esempi di canalizzazioni apprestate per lo scarico dell'acqua eccedente dalle cisterne domestiche.
In seguito all'impiego nelle attività artigianali e di vita quotidiana, l'acqua, compresa quella piovana non conservata in cisterne, veniva espulsa dalle case tramite canalette, strutture fondamentali per il drenaggio domestico. La distinzione di questi apprestamenti si basa sul tipo di laterizio maggiormente presente in ogni singola struttura; cosicché si individua subito un gruppo di canalette realizzate in laterizi specificamente concepiti per la conduzione dell'acqua, distinguibili nei tipi in laterizi a cassetta[30], in tubi fittili, in laterizi a sezione ad U[31]; segue il gruppo delle canalette in laterizi di reimpiego cioé in coppi, in tegole, di materiali vari. In seno a questi tipi esistono dverse varianti compositive, determinate dalla presenza di un altro laterizio concorrente nella struttura della canaletta con quello prevalente[32]. Abbiamo così nel primo gruppo le canalette in soli laterizi a cassetta[33], laterizi a cassetta e tubi[34] oppure coppi[35], o tegole[36]; i tipi in soli tubi[37],in tubi più coppi[38], tubi più tegole[39]; le canalette di soli laterizi ad U, e laterizi ad U più tubi[40]. Nel secondo gruppo le canalette in coppi non presentano particolari varianti[41]; abbiamo poi i tipi in sole tegole[42], e in tegole più coppi[43]. Le canalette di genere vario presentano spallette in muratura eterogenea[44] oppure in piccoli blocchi lapidei squadrati[45]; talvolta sono realizzate con piccoli blocchi lapidei scanalati e accostati[46] oppure sono scavate nel banco roccioso[47].
Cronologicamente la maggior parte delle canalette magno greche è di età ellenistica, per un arco di anni che va dal IV sec.a.C. al II-I sec.a.C., ma alcune strutture risalgono già all'età arcaica[48]. La realizzazione pratica di queste canalizzazioni di scarico normalmente prevedeva l'assemblaggio per giustapposizione degli elementi costituenti; in particolare si rileva che i laterizi a cassetta, lunghi circa mezzo metro a Metaponto ed Eraclea e m. 0,20/0,30 a Locri, dotati di un canale di scorrimento fra le due spallette di ampiezza variante fra m.0,12/0,20, e i laterizi ad U metapontini, con spallette distanti fra loro m. 0,15/0,20 o 0,23, erano costantemente giustapposti sul lato breve anche quando venivano assemblati con altri tipi di laterizi. I tubi, con diametri varianti fra m.0,15 e 0,20, corrispondono generalmente ad un tipo greco tradizionale con testa d'incastro di diametro ridotto (m.0,10/0,15), strombatura posteriore e restringimento del corpo centrale, oppure ad un tipo più recente con il corpo cilindrico e la testa d'incastro tronco-conica; essi non venivano sempre assemblati fra loro con giunzioni perfette, come nelle tubature d'acquedotto e spesso laterizi di dimensioni adeguate potevano essere alloggiati nelle strombature di coda. Infine le tegole rettangolari con ala, impiegate come piani di scorrimento dell'acqua, erano giuntate fra loro sui lati brevi, mentre le tegole trapezoidali allungate di tipo laconico, presenti ad Eraclea, lunghe circa m. 0,50 e ampie alle estermità rispettivamente circa m.0,20 e 0,30, erano assemblate prevalentemente sovrapponendo un'estremità sulla seguente nel senso di scorrimento dell'acqua, in modo che il giunto non opponesse resistenza al flusso; potevano tuttavia anche essere giustapposte.
Concludono il quadro del drenaggio domestico gli ambitus fra le abitazioni, sfruttati come collettori per canalizzazioni private e per l'acqua piovana che doveva essere espulsa dai settori più interni degli isolati[49]. Essi erano semplicemente limitati dalle pareti delle case e variamente impermeabilizzati, con tegole addossate agli zoccoli dei muri[50] o anche dotati di canalizzazione interna[51].
I sistemi di drenaggio pubblico generalmente erano costituiti da canalizzazioni di scarico che seguivano la direzione degli assi viari urbani. In Magna Grecia, come nel resto del mondo greco, questi apprestamenti sono ordinabili in gerarchie; le successioni di grado, parallele normalmente, ma non in assoluto, a quelle delle direttrici urbanistiche, strutturano un sistema a tre livelli: i collettori, presenti lungo gli stenopoi, meta delle canalizzazioni domestiche, le fognature principali delle plateiai, i grandi canali di raccolta, predisposti per l'espulsione dell'acqua al di fuori delle mura[52]. A livello formale, in Magna Grecia distinguiamo alcuni tipi di canalizzazioni pubbliche: le cunette semplici scavate lungo i margini delle strade[53], talvolta distinte dalla carreggiata da un cordolo di ciottoli o piccoli blocchi lapidei[54]; le cunette pavimentate come la carreggiata, lungo i margini o a centro strada[55]; i canali a spalle in blocchi lapidei, strutturati in uno o più filari, di varia portata a seconda del grado assunto nell'impianto, e dotati talvolta di copertura sempre in blocchi o lastre di pietra[56]. Si noti che queste ultime strutture tecnicamente non differiscono dai canali ipogei con spalle e copertura in blocchi apprestati per gli acquedotti, semplicemente varia la destinazione e non sono naturalmente concepiti in vista della protezione dell'acqua trasportata o per l'alloggiamento di tubature.
Completano il quadro dei sistemi di drenaggio pubblico i varchi realizzati attraverso le mura per lo scarico dell'acqua all'esterno della città. Si sono individuati due generi di aperture: i semplici risparmi nella tessitura muraria, spesso localizzati a livello delle fondazioni, con una luce ampia quanto la sezione del canale di scarico in contatto con la cortina[57], e i varchi di grandi dimensioni, semplici[58] o bipartiti[59].

Le testimonianze delle poleis della Magna Grecia


Individuati i dati quantitativi e tipologici dei sistemi idraulici magnogreci si può tentare di ricostruire il quadro dell'approvvigionamento idrico e del drenaggio per ogni colonia presa in esame[60].

Cuma


La ricerca di strutture idrauliche di età greca a Cuma esclude la città bassa, completamente occupata dai monumenti risalenti all'epoca romana; sull'acropoli è degna di rilievo soltanto la terrazza del tempio di Apollo. La terrazza superiore del tempio di Giove non ha fornito alcuna documentazione utile. I dati reperibili sull'approvvigionamento e il drenaggio dell'antica colonia euboica sono poverissimi, mentre sono più frequenti le strutture idrauliche di epoca romana e tardo-antica[61].
Riguardo all'approvvigionamento idrico in epoca greca, l'unica documentazione disponibile concerne la cosiddetta cisterna greca, localizzata sulla terrazza del tempio di Apollo[62], ma i pareri discordi a livello interpretativo rendono dubbia la destinazione della struttura; tuttavia, secondo l'opinione del Johannowsky, provata sul terreno, la colonia euboica poteva contare sull'acqua potabile estratta da pozzi, sparsi nella zona della città bassa e sull'acropoli. Le interpretazioni della cisterna greca sono diverse, infatti il Maiuri e il Johannowsky[63] citano la struttura definendola cisterna senza aggiungere altre considerazioni, mentre il Pagano[64], riferendo dapprima l'opinione del Mac Kay, che considera la cisterna un grande bothros del santuario di Apollo, e di un più antico culto oracolare di Hera, ipotizza che il vero Antro della Sibilla non sia da identificarsi con il camminamento scoperto dal Maiuri ai piedi dell'acropoli[65], bensì coincida con la cisterna in esame e nota che non si sono individuati condotti immissari e soprattutto non vi è traccia di intonaco impermeabile. Certamenete, pare assai compromettente per l'interpretazione a favore della struttura idraulica la mancanza dell'intonaco; d'altro canto rileviamo che la struttura risponde alle caratteristiche della cisterna pubblica ipogea a sezione trapezoidale, cosicché pare ancora prematuro esprimere un giudizio definitivo.
Quanto al drenaggio urbano non abbiamo alcuna notizia di sistemi di canalizzazioni pubbliche e private. Possiamo comunque notare che, secondo il Johannowsky[66], l'impianto urbano romano sull'acropoli e nella città bassa era probabilmente l'immagine di quello greco più antico con assi viari rettilinei, ma non ortogonali fra loro, e quattro di essi nella città bassa, paralleli fra loro, hanno andamento est-ovest[67], cioé monte-mare, tali da far pensare che quella fosse la direzione conferita alle acque espulse dall'abitato, esteso probabilmente fin lungo le falde del Monte Grillo. Inoltre, pare logico individuare nella Via Sacra dell'acropoli una direttrice per il deflusso delle acque dall'alto della terrazza del tempio di Giove fino alla quota della Grotta della Sibilla, dal momento che la via, basolata e dotata di cunette marginali in cocciopesto nel I sec.d.C., seguiva un tracciato più antico[68]. Infine ricordiamo che nel 1980 furono rinvenuti nella zona paludosa della pianura di Licola ai piedi della collina di Monte Ruscello i resti di un canale di drenaggio della fine del VI sec.a.C., ricondotto ad un intervento di bonifica da parte del tiranno Aristodemo[69], opera evergetica, che prova anche per Cuma l'importanza conferita da parte delle tirannidi alle strutture idrauliche di beneficio pubblico.

Poseidonia-Paestum


A causa probabilmente dell'obliterazione dell'agora e della ricostruzione dei quartieri residenziali in età romana non abbiamo documentazioni riguardanti l'approvvigionamento idrico privato e pubblico per il periodo fra la fondazione di Poseidonia e la deduzione della colonia latina.
All'interno del temenos di Hera esisteva fin dall'età arcaica, probabilmente in un'area dedicata ad Apollo hiatros ad est della "Basilica", una sorgente oggi prosciugata che doveva alimentare gli apprestamenti arcaici del cosiddetto orologio ad acqua[70], tramite una struttura oggi non più evidente, e forse le due fontane dell'Asklepieion ellenistico[71]. Si tratta di opere comunque concepite in seno alla valenza religiosa dell'area.
E' logico pensare che le abitazioni, secondo l'uso comune nel mondo greco, fossero dotate di cisterne e pozzi, senza dimenticare però che la città sorgeva su un banco di travertino, probabilmente influente nelle variazioni del corso monte-mare della falda freatica. D'altro canto, la presenza di sorgenti ad ovest della Porta Aurea in contrada Lupata[72], in località Capodifiume, Getsemani, Acqua che bolle[73], localizzate a ventaglio ad est di Poseidonia presso i primi contrafforti del monte di Capaccio, è indizio di una falda di notevole portata con vene d'acqua sotterranee defluenti a monte della città verso il mare. Inoltre, pur non essendovi notizia di acquedotti fra le sorgenti e la città, il fatto che ognuna di esse fosse compresa in un luogo sacro prova quale grande importanza si conferisse a quest'acqua per la vita della città e della sua chora[74] (fig. 1). Si può infine rilevare la centralità conferita a Poseidonia nella gestione delle acque territoriali, notando la similitudine, con un'altra importante colonia achea, Metaponto, il cui fossato difensivo era collegato al Basento.
Come per il sistema di distribuzione idrica, anche riguardo al drenaggio urbano le notizie sono assai scarse. E' noto che nel periodo fra la seconda metà del VI sec.a.C. e l'inizio del successivo vennero pavimentate le plateiai e gli stenopoi e furono apprestate le fognature e i sistemi di drenaggio[75]; può essere citata come esempio di queste canalizzazioni arcaiche una cloaca a spalle lapidee, fuoriuscente dal temenos di Hera e dalle mura meridionali, costruita per il drenaggio dell'area dedicata ad Apollo Hiatros[76] (fig. 2).
In generale anche per Poseidonia, fin dall'epoca della fondazione, vale la regola generale dello sfruttamento dell'impianto ortogonale come schema di sviluppo del drenaggio urbano che, fermo restando il problema dell'orientamento in età greca rispetto alla situazione di Paestum romana[77], seguiva probabilmente una direzione di deflusso a mare verso ovest.

Elea-Velia


Il caso di questa città propone la tematica della gestione delle acque nell'ambito di un sito d'altura e delle aree costiere immediatamente sottostanti.
E' possibile ricostruire la situazione dell'approvvigionamento idrico pubblico e privato fin dai tempi della fondazione di Elea, l'antica colonia focea. Per il periodo che va dalla metà alla fine del VI sec.a.C., i coloni dell'abitato dell'acropoli probabilmente si riferivano alla fonte Hyele, sgorgante al sommo di una valletta, sovrastante la zona dell'agora[78] (fig. 3), e conservando l'acqua piovana. La documentazione infatti non fornisce esempi di pozzi in questo periodo nel villaggio poligonale, ma abbiamo alcuni pozzetti-serbatoio rinvenuti nella terrazza del tempio ionico[79]. E' importante notare la continuità nel tempo di questo sistema di approvvigionamento nella zona, rappresentato da una cisterna greca di fine IV sec.a.C., localizzata sulla seconda terrazza meridionale dell'acropoli[80], e da un'altra pubblica romana presso il santuario di Poseidon[81].
Con il periodo fra il 500 e il 480 a.C., quando inizia l'espansione della colonia verso est e verso la zona del quartiere meridionale, abbiamo le prime testimonianze dei pozzi privati scavati nel villaggio poligonale[82] ed uno in un'abitazione rinvenuta lungo il tratto a monte della Via di Porta Rosa[83]. Ma soprattutto è in concomitanza a questo sviluppo urbanistico che viene per la prima volta realizzata ad Elea una fontana[84]. Essa sorgeva nei pressi di Porta Rosa ed offriva probabilmente ai cittadini parte dell'acqua sgorgante dalla Hyele, condotta tramite un acquedotto, di cui rimane solo la parte terminale vicino alla fontana, presso la porta della città, realizzato probabilmente lungo il percorso di mezza costa che si faceva precedentemente per raggiungere la fonte dall'abitato più antico.
Nei periodi successivi sono frequenti i pozzi nelle abitazioni edificate lungo la via che collegava l'acropoli al quartiere settentrionale[85], nella zona del villaggio poligonale[86], nella zona portuale[87] e in contrada Vignale[88], a dimostrazione della ricerca di una fonte di approvvigionamento immediata.
D'altro canto abbiamo la costante presenza della fontana presso Porta Rosa, che, ristrutturata nel IV sec.a.C., rimane un importante punto di riferimento, trovandosi lungo l'asse d'unione fra il quartiere settentrionale e il meridionale, e la realizzazione di una nuova fontana nella zona dell'agora[89], per la quale è dubbia una datazione precisa nell'arco di tempo che va dal III al II sec.a.C., a causa delle difficoltà di interpretazione ancor oggi riguardanti tutta la zona[90]. La fontana era servita da un acquedotto, concepito secondo il sistema a gravità, che canalizzava le acque della Hyele[91] (fig. 4, 5). Pertanto è logico pensare che in età ellenistica l'acqua della sorgente Hyele fosse completamente canalizzata dall'acquedotto legato alla fontana presso Porta Rosa e da quello della fontana dell'agora. Ciò potrebbe permetterci di individuare un piano di gestione delle acque che, seguendo l'espansione della città, viene a svolgersi nel tempo fin dalla fine del VI sec.a.C., per controllare il torrente generato dalla Hyele e contemporaneamente trasportare l'acqua in punti di distribuzione pubblica[92].
Riguardo al sistema di drenaggio velino non si hanno casi evidenti di collegamenti fra collettori pubblici e canalizzazioni private. Ciò non è forse del tutto casuale, poiché le caratteristiche geomorfologiche del sito garantiscono già di per sé un drenaggio naturale del terreno; piuttosto il problema consisteva, come si è detto, nell'irreggimentare le acque sorgive per evitare danni all'abitato. Certamente a Velia fu essenziale la regolarità dell'impianto urbanistico lungo le pendici delle colline e specialmente nella zona portuale del quartiere meridionale.
Erano apprestate per il drenaggio domestico canalette con spalle in mattoni velini correnti all'interno di stretti ambitus fra due abitazioni e scaricanti sulle plateiai[93]. Altre canalette, come quelle delle abitazioni a peristilio in contrada Vignale, erano probabilmente in tegole reimpiegate[94]. Infine, erano assai frequenti gli ambitus, chiusi sulla fronte dai muri perimetrali delle abitazioni; si hanno esempi sia nel quartiere meridionale, sia in contrada Vignale[95].
Il sistema di drenaggio pubblico prevedeva la realizzazione in punti particolari di strutture che svincolavano le carreggiate degli assi viari dal deflusso dell'acqua, onde impedire facili erosioni o allagamenti.
Sull'acropoli fin dai tempi della fondazione di Elea si sfruttavano certamente i dislivelli fra le terrazze e la dorsale della collina come spartiacque; l'acqua piovana non conservata veniva così scaricata lungo i pendii fuori dalla cinta muraria. Una struttura drenante l'abitato dell'acropoli è rappresentata da un canale arcaico nel villaggio poligonale[96]. Sempre sull'acropoli a ridosso del grande muro di inizio V sec.a.C.[97], realizzato per il contenimento della terrazza del tempio, esisteva una canalizzazione, attiva probabilmente dall'inizio del V sec.a.C. all'età ellenistica[98] (fig. 6), per il drenaggio della terrazza inferiore e delle fondazioni del terrazzamento.
Rappresenta un importante apprestamento di drenaggio il proseguimento dell'acquedotto della Hyele verso il quartiere meridionale, dove, facendo probabilmente da collettore per le insulae I e II, conduceva al di fuori della Porta Marina Sud le acque defluite a valle dalla fontana dell'agora[99]. Pare logico dunque ritenere che il corso d'acqua della fonte Hyele fosse irreggimentato e curato come fonte di approvvigionamento idrico nel tratto a monte dell'agora, ma in quello a valle lo si considerasse un utile e dinamico asse di scarico delle acque, espulse dall'abitato del quartiere meridionale, e perciò che l'incanalamento, forse unitario strutturalmente, sia stato in vero concepito come l'associazione di un acquedotto ed una fognatura, articolato dalla fontana dell'agora, chiave di volta del sistema.
Lungo i margini della Via di Porta Rosa corrono due canalizzazioni che svolgevano l'importante funzione di impedire il dilavamento del terreno al di sotto dei blocchi marginali della carreggiata; sono ricondotte alla fine del IV sec.a.C.[100] (fig. 7).
Nel quartiere meridionale la Via del Porto in età ellenistica è dotata sul lato sud di un canale, che, chiuso fra la struttura di contenimento del tratto in discesa della via e le mura meridionali, si dirige verso la linea a mare delle mura e incanala le acque in direzione di un varco di scarico bipartito[101] (fig. 8, 9). Si intravede un progetto di drenaggio globale di questo settore del quartiere portuale, infatti sulla Via del Porto converge la Via del Pozzo Sacro, che risulta inclinata a nord verso l'imbocco della precedente; considerando che sulla Via del Pozzo Sacro giunge la Via di Porta Rosa con l'acqua delle canalette laterali, si può comprendere che il problema del drenaggio di tutta la zona fu risolto restringendo la carreggiata della Via del Porto nel tratto iniziale, per creare il canale descritto, capace di contenere tutta l'acqua defluente e proteggere l'insula III.

Taranto


Sebbene i dati a disposizione siano piuttosto ridotti e si riferiscano specialmente all'area ad oriente della città vecchia, occupata fra la fine del VI sec.a.C. e l'inizio del successivo, è possibile notare l'alta frequenza di pozzi e cisterne, binomio tipico degli approvvigionamenti concepiti in funzione delle necessità biologiche e delle attività domestiche ed artigianali. A Taranto è presente l'interessante uso di collegare queste strutture con gallerie ed ampie camere ipogee, per aumentare la capacità di contenimento dei serbatoi e la superficie di sfruttamento della falda freatica, secondo una tradizione greca assai antica e documentata per esempio ad Atene, Olinto e Siracusa[102]. Inoltre, questi apprestamenti si estendevano dai limiti settentrionali a quelli meridionali dell'abitato, sicché potrebbero rappresentare il principale sistema di approvvigionamento idrico della città, documentato per un periodo che va dall'età arcaica[103] fino a quella Giulio Claudia[104]. Nulla si sa infine di acquedotti o fontane.
Riguardo al sistema di drenaggio tarantino non si hanno notizie sufficienti per procedere alla ricostruzione, ma per quanto concerne la sfera privata è probabile che i canaletti citati in relazione ai complessi di pozzi e cisterne avessero origine da unità abitative e per convogliare l'acqua piovana nei serbatoi facessero riferimento a punti di raccolta come cortili o ambitus. Un esempio di questi canaletti tarantini potrebbe essere l'antica canaletta scavata nel banco di carparo presso il tempio dorico arcaico[105].
In ambito pubblico si rileva anche per Taranto l'influenza decisiva che l'impianto ortogonale deve aver esercitato sul drenaggio urbano. Si tratta del caso più antico in Magna Grecia, ben rappresentato dalla plateia est-ovest, al di sotto dell'odierna Via Duomo, nella città vecchia, che fa da spartiacque centrale per alcuni assi minori ortogonali ad essa digradanti naturalmente verso il Mar Piccolo a nord e il Mar Grande a sud[106]. Inoltre, quando, a fine VI-inizio V sec.a.C., la città si espanse ad est dell'agora, collocata nella zona dell'attuale Piazza Archita, venne predisposto un impianto di stenopoi ortogonali a plateiai[107], probabilmente inclinate in modo da indirizzare il deflusso delle acque di scarico verso l'istmo fra i due mari.

Metaponto


I sistemi di approvvigionamento e drenaggio metapontini rappresentano una delle applicazioni più fedeli della tradizione idraulica ellenica in Magna Grecia[108].
Primi elementi del sistema di approvvigionamento idrico erano i pozzi domestici (fig. 11), frequenti in una città come Metaponto sorta su una pianura con falda freatica assai superficiale. La documentazione attuale riguarda l'età ellenistica, ma in relazione al progressivo innalzamento della falda, iniziato nella prima metà del VI sec.a.C., pare credibile estendere lo stesso sistema anche ai periodi precedenti fino all'età arcaica[109] .
Sono note in città alcune tubature riferibili, per via del diametro (m.0,10/0,20) ad una rete di distribuzione urbana, individuate in settori diversi dell'area abitata, presso la Stazione[110], nella masseria Lazzazera di contrada Troja[111], in proprietà Di Taranto e lungo lo stenopos parallelo al temenos ovest del santuario di Apollo Licio[112]. Le condutture corrono lungo un margine delle plateiai, sempre all'opposto delle cloache del sistema di drenaggio pubblico; sono ricondotte ad un periodo che va dalla metà del VI sec.a.C., epoca della definizione dell'impianto ortogonale, alla fine del V sec.a.C., momento della prima sistemazione architettonica del sistema fognario[113]. E' così provata, fin dall'età arcaica, l'esistenza di un sistema di approvvigionamento pubblico parallelo a quello privato dei pozzi. Purtroppo la lacuna più grave è determinata dal fatto che sono ancor oggi ignoti sia l'acquedotto extraurbano di alimentazione, che doveva collegarsi probabilmente alle sorgenti del santuario di San Biagio alla Venella, uniche nella chora metapontina sufficientemente ricche per rifornire anche la città[114], sia i punti di distribuzione, meta obbligata dell'intero sistema.
Si devono inoltre ricordare due pozzi pubblici, probabilmente di fine IV-inizio III sec.a.C.[115] (fig. 12), localizzati in un punto nodale dell'impianto urbano, cioé sotto la stoa costruita a ridosso del temenos sud del santuario di Apollo Licio, presso l'incrocio della principale plateia est-ovest, A-A1[116], con l'agora.
Il sistema di drenaggio urbano metapontino è ben noto per il periodo ellenistico, ma emergono talvolta elementi che permettono di ricostruirne la storia a partire dall'età arcaica, almeno per quanto concerne gli apprestamenti pubblici.
Il drenaggio delle abitazioni private era garantito dalle canalette di scarico (fig 12, 13). La documentazione risale soltanto all'età ellenistica, precisamente alla fine del IV-inizio del III sec.a.C., epoca a cui viene ricondotta la fase in luce dell'abitato[117].
Meta delle canalizzazioni di scarico domestiche erano le cloache del sistema di drenaggio pubblico. Esse correvano lungo il margine di ogni asse viario, principale o secondario, e sempre lungo quello est delle plateiai nord-sud[118], in modo da garantire un servizio capillare; si collegavano fra loro seguendo un ordine gerarchico analogo a quello degli assi viari e le fognature principali conducevano l'acqua al di fuori delle mura, attraverso varchi lungo le cortine e nelle strutture fortificate delle porte[119] (fig. 10, 14, 17, 18, 19, 20).
Nella zona del santuario di Apollo Licio il perno del sistema di cloache è un grande canale che, corrente lungo il temenos ovest, raccoglie le acque delle due principali cloache della plateia A-A1[120]. Il canale risale nel suo primo impianto alla metà del VI sec.a.C., di questa fase rimangono i primi due filari in calcare marino della spalla ovest, ma l'assetto attuale è quello ellenistico di fine IV-inizio del III sec.a.C., quando fu ricostruito il temenos ovest, tenendo come fondazione la spalla est del canale, oggi spogliata. Le acque venivano poi scaricate all'esterno delle mura tramite un varco bipartito, aperto sul fondo del canale[121] (fig. 14, 15, 16).
La situazione finora descritta corrisponde all'assetto del sistema di drenaggio, risalente alla fine del IV-inizio del III sec.a.C., ma sono documentate almeno due fasi precedenti, risalenti una alla metà del VI sec.a.C. e una verso la fine del V-inizio del IV sec.a.C., che determinarono gli schemi di procedimento per il rifacimento ellenistico.
La prima fase, arcaica[122], segue di poco la deduzione del primo impianto ortogonale metapontino, della metà del VI sec.a.C.[123]; fu a causa dell'innalzamento progressivo della falda freatica che si scavarono lungo i margini degli assi viari profonde cunette, capaci di incanalare l'acqua emergente dal sottosuolo, e quella di scarico delle abitazioni. Nello stesso periodo venne edificata la prima fase del grande canale, per definire da subito una via preferenziale di scarico delle acque, e soltanto dopo l'attivazione del sistema, fu realizzato l'impianto di distribuzione pubblica. La seconda fase presenta le prime cloache con spalle lapidee, talvolta realizzate occupando un margine della carreggiata delle plateiai, come nel caso di una fognatura rinvenuta in proprietà Lazzazzera[124]; questo rifacimento è motivato da un rinnovato innalzamento della falda e viene datato alla fine del V sec.a.C.[125].
Riguardo al sistema di drenaggio rimangono due notazioni. E' assai probabile che, per velocizzare l'allontanamento dell'acqua di scarico facilmente stagnante nelle cloache, il sistema fosse collegato a canali scavati nel territorio[126], la cui acqua attraversava perciò l'abitato ed andava a scaricarsi nel fossato e, da lì, nel mare, tramite il grande canale del porto, che univa la città alla costa[127], permettendo a Metaponto, come a Poseidonia, di usufruire direttamente della gestione delle acque territoriali.
In secondo luogo, è necessario chiarire che il sistema di drenaggio pubblico è certamente fin dall'età arcaica in stretto rapporto con quello viario, ma denota in alcuni casi una certa autonomia: per esempio, il livello gerarchico urbanistico dello stenopos lungo il quale corre il grande canale a ridosso del santuario di Apollo non corrisponde certamente al grado di importanza del canale stesso; anche al confine fra l'agora e il santuario corre con andamento inclinato e autonomo[128] la cloaca proveniente dalla principale plateia nord-sud, simmetrica al grande canale. Pare di intendere cioé che le direttrici urbanistiche determinino i percorsi delle cloache, ma impongano una netta distinzione fra le funzioni di viabilità, loro prerogativa, e di drenaggio, creando due sistemi distinti e accostati, quello urbanistico viario e quello urbanistico fognario. La causa di tale situazione è da ricercarsi nello scarto di alcuni anni esistente fra la nascita del primo impianto urbanistico, della metà di VI sec.a.C., e la realizzazione delle prime cunette, durante la seconda metà di VI sec.a.C.: è questo intervallo di tempo che impone la distinzione originaria fra i due sistemi e li rende autonomi durante le fasi successive.

Eraclea


La maggior parte dei dati utili alla ricostruzione dei sistemi di approvvigionamento idrico e drenaggio di Eraclea sono relativi alle zone A e C dell'acropoli[129] (fig. 21).
Premettendo innanzitutto che non si ha notizia di acquedotti e reti di distribuzione urbane, si rileva sulle piante dello scavo[130] la presenza di pozzi e di più frequenti cisterne[131] e, notando che non è attestata la presenza di pozzi nell'insula III della zona A, il probabile ceramico di Eraclea[132], pare che la raccolta dell'acqua piovana rappresenti per l'abitato una fonte di approvvigionamento piuttosto importante.
Lungo il pendio settentrionale della terrazza, su cui sorgeva la cosiddetta città bassa[133], scaturivano le acque delle sorgenti del santuario di Demetra[134], che certamente rappresentavano una importantissima fonte di approvvigionamento idrico per tutta la città. Infatti, limitandoci al caso dell'acropoli, se effettivamente l'apprestamento idraulico più importante in situ è rappresentato dalle cisterne, la possibilità di godere di acqua sorgiva all'interno della cinta muraria significava avere a disposizione una riserva naturale per l'uso biologico; per canto loro le cisterne fornivano acqua per le attività domestiche ed artigianali e rappresentavano un approvvigionamento sicuro nei casi d'emergenza. Si ha infine notizia di una sorgente nella necropoli orientale di III sec.a.C., la cui presenza non doveva essere probabilmente trascurata dagli abitanti della città[135].
E' dunque possibile concludere che l'acropoli poteva contare su un doppio rifornimento idrico, basato innanzitutto sulle strutture locali, che fornivano un'acqua di qualità inferiore rispetto alle sorgenti del pendio antistante, comuni a tutta la città.
L'abitato dell'acropoli presenta una ricca documentazione di canalizzazioni domestiche[136] (fig. 22, 23), la cui notevole quantità è spiegata dall'ordinario drenaggio dei cortili e, in parte, sia dalla presenza delle fornaci e degli ambienti dedicati alla lavorazione dell'argilla, sia dalle cisterne sottostanti ai cortili che necessitavano di dispositivi di evacuazione per il troppo pieno.
Il sistema di drenaggio pubblico era strettamente legato all'impianto urbanistico ortogonale. Le canalette domestiche scaricavano direttamente sugli stenopoi che si immettevano perpendicolarmente sulla plateia est-ovest; le acque, in parte assorbite dai battuti, erano poi condotte lungo la strada fino ai punti di scarico. Nell'impianto della Zona C[137], risalente alla fine del IV sec.a.C. e più recente di quello della Zona A, la plateia est-ovest, inclinata verso ovest, attraversa una depressione artificiale, ricavata nel centro del pianoro per creare due direzioni di deflusso ortogonali alla plateia e nascenti dalle zone più esterne dell'abitato; gli stenopoi non convergono sulla plateia in allineamento, ma sfalsati, cosicché, attestandosi ciascun isolato dalla parte opposta agli incroci degli stenopoi con la plateia, si evitava, durante le precipitazioni, l'incontro di due rapidi flussi d'acqua che avrebbero dilavato i battuti stradali. Infine l'acqua, correndo lungo la plateia est-ovest, era espulsa al di fuori della cinta muraria attraverso la porta occidentale.
Il drenaggio della Zona A si basava sul presupposto che in quel settore la plateia est-ovest correva nei pressi del limite settentrionale del pianoro. Gli stenopoi settentrionali e meridionali convergono in allineamento sulla plateia, dotata di una lieve pendenza verso est, ma le estremità di quelli meridionali sfruttavano la loro inclinazione naturale verso il limite sud del pianoro[138]. All'altezza dello spigolo nord-ovest dell'insula I, nel centro della plateia, per facilitare lo smaltimento delle acque e chiudere il sistema ad est, venne realizzata una grande cloaca piuttosto singolare, che pare accettabile datare alla fine del V o al più tardi all'inizio del IV sec.a.C., ritenendo piuttosto vicini nel tempo la predisposizione dell'impianto ortogonale e l'affinamento del sistema di drenaggio[139] (fig. 24, 25).

Sibari-Thurii


Elementi importanti dei sistemi di rifornimento idrico di Sibari e Thurii furono certamente i pozzi domestici.
Nell'antica Sibari i pozzi raggiungevano la falda freatica, particolarmente abbondante nella piana in cui sorgeva la città[140]; la maggior parte di essi è stata portata alla luce in contrada Stombi[141] e a Parco del Cavallo si ha notizia di pozzi di VII e VI sec.a.C.[142], che, oltre a confermare la diffusione di questo sistema di approvvigionamento, costituiscono, di per sé, importanti testimonianze di frequentazione arcaica nell'area. Anche durante la fase di Thurii erano presenti pozzi nell'abitato che hanno lasciato testimonianze a Parco del Cavallo e a Casa Bianca[143].
Abbiamo un indizio di apprestamenti idraulici di una certa importanza, risalenti all'epoca di Sibari, nella favola sibarita della "via del vino", una serie di condutture di terracotta per il trasporto del vino che si racconta scendessero dai vigneti sulle colline fino alle cantine di Sibari presso la costa[144]. Questo aneddoto, che mira a dimostrare l'opulenza di Sibari con una notizia stupefacente ed inverosimile, potrebbe tuttavia avere una ragion d'essere se ricalcasse l'immagine di un collegamento di tipo idraulico fra la città e il suo territorio. Le condutture nella tradizione trasportano vino, anziché acqua, perché solo nella ricca Sibari un acquedotto poteva trasformarsi in "vinodotto", ma si potrebbe intravedere in questi favolosi apprestamenti la fusione dell'idea di abbondanza idrica e prosperità produttiva del territorio sibarita.
Inoltre, nel territorio di Sibari, esisteva anticamente una fonte chiamata Thouria[145], che lo Zanotti Bianco identificò con una sorgente, chiamata Fontana del Fico[146], sita a sud-ovest dell'attuale area archeologica; egli rinvenne lungo il pendio a valle della fontana il tratto di un acquedotto, che, stando alla relazione, era "in parte scavato nei conci, in parte ricoperto con pietre e calce" e, probabilmente più volte rimaneggiato, "poggia sopra un bel muro in conci a costruzione isodoma"[147]. Non si ha poi nessun'altra notizia e indicazione di limiti cronologici, ma non si può escludere che l'acquedotto appartenga alla colonia di Thurii, considerando la struttura isodoma con canale scavato in blocchi lapidei, descritta dallo Zanotti Bianco. Si potrebbe così ipotizzare l'esistenza di un sistema di approvvigionamento idrico parallelo ai pozzi, almeno per quanto riguarda Thurii, ma non si ha il riscontro archeologico nelle zone scavate di punti di distribuzione pubblica risalenti a quel periodo, come invece è testimoniato in seguito per la colonia di Copia[148].
Riguardo al sistema di drenaggio urbano non si hanno testimonianze particolarmente significative per l'epoca arcaica, tali da permettere di abbozzare uno schema generale, come invece è possibile per Thurii. Le notizie utili per la fase di Sibari provengono da Stombi, quartiere periferico, che può dare soltanto un'immagine parziale del sistema di drenaggio sibarita, e riguardano canalizzazioni domestiche[149] e ambitus fra le abitazioni[150].
La colonia panellenica di Thurii fu dotata di un sistema di drenaggio fin dalla fine del del V-inizio IV sec.a.C., epoca della definizione dell'impianto ortogonale e della pavimentazione degli assi viari[151]. Il sistema, costituito da cunette marginali alle carreggiate o correnti a centro strada di ogni plateia e stenopos[152] (fig. 26, 27, 28, 29), era esteso su tutto il territorio abitato e fu mantenuto in funzione anche durante il periodo romano[153].
La netta sovrapposizione del sistema di drenaggio all'impianto urbanistico determinò il calcolo delle pendenze delle plateiai per assicurare il deflusso delle acque, la cui direzione preferenziale doveva essere verso est, cioé verso mare, come conferma l'orientamento degli isolati[154]. Tuttavia anche la direzione da sud a nord svolgeva una funzione importante, poiché la plateia est-ovest subisce rialzi di quota a metà strada fra gli incroci con le nord-sud a Parco del Cavallo e a Prolungamento Strada[155], sicché le acque si dividono in un corso defluente verso est e uno verso ovest; d'altro canto le plateiai nord-sud denotano una lieve pendenza verso nord e pare che avrebbero potuto provvedere allo smaltimento in questa direzione dell'acqua, proveniente dai tratti ad inclinazione alternata della plateia est-ovest[156]. Certamente in un punto indeterminato a nord dell'area attualmente indagata il deflusso sud-nord doveva subire un cambiamento di direzione e scendere ad est verso mare.
Infine, si potrebbe individuare nelle cunette del più antico sistema di drenaggio metapontino, attive fino alla fine del V sec.a.C., le dirette antecedenti del tipo di fognature scelto per Thurii, concepite però al momento della creazione dell'impianto urbanistico e integrate nella struttura delle carreggiate.

Locri Epizefiri


Caratteristica spiccante del sistema di approvvigionamento idrico locrese è la netta distinzione fra i sistemi adottati nella città bassa rispetto a quelli dell'abitato delle fasce collinari.
L'approvvigionamento dei quartieri di Centocamere, strutturati su un impianto ortogonale fin dall'età arcaica[157], era basato sui pozzi domestici (fig. 32), il più antico dei quali, scavato in un periodo fra la fine del VII e la seconda metà avanzata del VI sec.a.C., è stato rinvenuto nel quartiere emporico fuori le mura[158]; l'acqua dei pozzi era utilizzata per le attività domestiche e manifatturiere, nei settori dell'abitato dedicati alla produzione ceramica, e per necessità biologiche, essendo assenti in zona resti di fontane pubbliche.
A Locri non si ha effettivamente notizia di una rete di acquedotti di distribuzione, diramantesi attraverso l'area abitata, ma il fatto che siano documentate una tubatura rinvenuta dall'Orsi in profondità lungo il vallone Milligri[159], le due fasi di tubature uscenti da Grotta Caruso[160], e una tubatura forse del primo periodo romano, parallela al tempio ionico di Marasà[161] (fig. 33), costringono a presupporre l'esistenza di punti di distribuzione non identificati, ma esistenti anticamente in città.
Passando a considerare le strutture di approvvigionamento idrico delle fasce collinari, il sistema più diffuso, e ancor oggi sfruttato, è rappresentato da cunicoli che si spingono all'interno delle colline di arenaria e argilla siltosa, per captare vene d'acqua o raccogliere sul fondo quella stillante dalle volte (fig. 34). La tecnica adottata ricorda quella corinzia dei cunicoli per l'estrazione dell'acqua sotterranea e fa pensare all'adozione in ambito locrese dello stesso tipo di estrazione. E' noto che a Siracusa fin dai tempi più antichi a monte della zona del teatro, dove poi sarà edificato il Ninfeo, esistevano grotte per la captazione di vene d'acqua, interne alla collina dell'Epipole, rinvigorite in seguito con le acque degli acquedotti del Ninfeo e di Galermi. Tuttavia, a Locri i cunicoli non erano concepiti come prese d'acquedotti collegati a sistemi di distribuzione urbana, ma l'uso rimaneva limitato all'area specifica[162]. Il caso di Grotta Caruso, un antro ipogeo, scavato seguendo il tradizionale sistema di captazione, è l'unico a documentare due fasi di tubature dirigentesi verso l'abitato a valle. La grotta fu realizzata non prima della metà del V sec.a.C. e venne dedicata al culto delle Ninfe, pur rimanendo sempre un fondamentale punto di approvvigionamento[163].
Un secondo ninfeo locrese è quello di Grotta Imperatore, sito lungo il vallone Saitta-Abbadessa a monte del teatro. Un cunicolo lungo più di m.40 captava l'acqua nel cuore della collina e la conduceva ad una cisterna di decantazione, collegata poi al punto di distribuzione sul fondo del ninfeo, realizzato probabilmente con volta a botte. Il cunicolo è un vero e proprio acquedotto a gravità del tipo a galleria, realizzato probabilmente fra IV e II sec.a.C.[164]. Due confronti siracusani spiccano in maniera particolare, infatti l'acquedotto di Grotta Imperatore, come l'acquedotto di Galermi[165], dotato anch'esso di alcuni tratti a tunnel, presenta un semplice bacino di scorrimento privo di tubature, e come l'acquedotto del Ninfeo[166] è ipogeo e serve una krene posizionata sul fondo di un ambiente con volta a botte. Sarebbe suggestivo pensare che a Locri, principale corrispondente di Siracusa nel IV sec.a.C., durante gli anni della politica evergetica di Dionisio I, abbiano operato, probabilmente con maestranze locresi, alcuni esperti siracusani per la realizzazione di quest'opera, ben maggiore per dimensioni e impegno tecnico che i semplici cunicoli della città alta e rispondente alle tradizioni locrese della grotta-ninfeo e corinzio-siracusana dei sistemi di captazione idrica ipogea. Potrebbe inoltre supportare l'ipotesi di un legame coerente fra le tradizioni idrauliche locrese e siracusana l'indizio ulteriore costituito dalla presenza anche a Siracusa, come a Locri, di grotte di captazione idrica nella zona alta della città. E' caratteristico, infine, il fatto che l'acquedotto, non realizzato come origine di una rete di distribuzione, rivesta il ruolo di apprestamento isolato dall'urbanistica cittadina ed esista accanto ad essa terminato nei proprii limiti.
Molto ricca a Locri è la documentazione di canalizzazioni private e di ambitus interni agli isolati, presenti nell'abitato delle contrade Centocamere e Marasà Sud. Sono tutti manufatti riconducibili all'età ellenistica fra IV e III sec.a.C.[167] (fig. 35, 36, 37). Canalette ed ambitus, dotati di zoccoli impermeabilizzanti in tegole, scaricavano direttamente sulla pubblica via.
Il sistema di drenaggio pubblico di Locri era sostanzialmente basato sullo sfruttamento delle carreggiate e degli assi viari con inclinazione monte-mare, come superfici di scorrimento e assorbimento dell'acqua piovana e di rifiuto, fin dai tempi della definizione dell'impianto ortogonale. Com'è possibile notare a Centocamere, i battuti stradali erano piuttosto permeabili e in alcuni punti critici esistevano fosse, colme di macerie, per assorbire notevoli concentrazioni d'acqua[168]. Tutti gli assi viari del quartiere svolgevano funzione di drenaggio, compresa la grande plateia est-ovest, che collegava Centocamere al santuario di Marasà[169] (fig. 31). A dimostrazione dello sfruttamento diffuso dell'impianto urbanistico come principale elemento di drenaggio pubblico, ricordiamo che le canalizzazioni del teatro scaricavano l'acqua piovana direttamente sulle strade dell'abitato a valle dell'edificio scenico.
Sono note in zone specifiche strutture di incanalamento dell'acqua, per facilitarne il deflusso. Nella plateia est-ovest di Centocamere esiste una canalizzazione a centro strada che raccoglieva le acque degli isolati a nord e a sud della via, risalente alla prima metà del III sec.a.C.[170] (fig. 38). Contemporaneo di questa canalizzazione è un canale di drenaggio con andamento monte-mare, testimoniato oggi solo da alcuni blocchi allineati presso uno stretto varco di scarico attraverso le mura di Centocamere[171]; esso, costeggiando una più antica plateia nord-sud, era meta della canalizzazione della plateia est-ovest. Rappresenta inoltre la fase recente di un canale arcaico, distrutto in un momento indeterminato fra la fine del VI sec.a.C. e la prima metà del III sec.a.C. da un'alluvione e testimoniato da un secondo allineamento di blocchi, ad una quota inferiore rispetto al primo, con andamento obliquo[172]. In età arcaica il varco attraverso il quale fuoriusciva il canale era assai più ampio e costituiva una porta di collegamento fra l'abitato e la zona occidentale del quartiere emporico fuori le mura[173] (fig. 39, 40). Infine è noto che talvolta le plateiai erano dotate di cunette marginali[174].
L'area cintata dalle mura greche era attraversata da corsi d'acqua correnti nelle conoidi dei valloni Milligri e Saitta-Abbadessa. Essi entravano in città a monte, attraverso strutture di incanalamento e chiusa all'interno dei valloni, fra le fortezze di Castellace, Abbadessa, Mannella[175] (fig. 30). Si conosce il percorso del torrentello discendente dal vallone Saitta-Abbadessa, che, deviato dalla collina di Marafioti, doveva fuoriuscire, in via ipotetica, da un varco attraverso le mura settentrionali, probabilmente in contrada Caruso a monte del Dromo[176]. Il corso d'acqua del vallone Milligri, arricchito da rivoli discendenti da piccole gole a monte del Dromo, era probabilmente dirottato a valle verso un'apertura di recente scoperta nelle mura di Marasà Sud, databile all'età arcaica[177]. Infine, un varco presso l'attuale incrocio fra il Dromo e la Via di Portigliola, datato al VI sec.a.C.[178] (fig. 41), fu probabilmente apprestato per il deflusso di torrentelli nascenti da piccole gole della collina di Castellace e del suo costone interno e forse per un ramo deviato del torrentello del vallone Milligri. In questo contesto si nota chiaramente che l'asse viario antico, corrispondente all'attuale Dromo[179], assume un'importante funzione di cerniera fra la zona della città alta, dove i corsi d'acqua scendevano seguendo le linee di livello naturali, e la zona bassa, dove essi venivano canalizzati ed espulsi a mare in punti predeterminati. La struttura a stipiti calcarei del varco di Centocamere oltre il propileo monumentale, di cui si vede oggi la fase ellenistica, nonché i canali a spalle lapidee, sia del VI sia della metà del III sec.a.C., scaricanti attraverso la medesima apertura, fan pensare che in essi defluisse non solo l'acqua scaricata dall'abitato limitrofo, ma un flusso maggiore, che nel caso specifico poteva derivare dal torrente del vallone Milligri; forse all'altezza del Dromo, che confermerebbe così la sua funzione di doppia cerniera idrica e urbanistica, altre cloache con direzione monte-mare, correnti lungo gli assi viari dell'abitato a valle, erano allacciate ai torrenti delle fasce collinari, per sfruttare il deflusso dell'acqua come rapido veicolo di allontanamento dei rifiuti.
Sostanzialmente a Locri si assiste ad una gestione unitaria mirabile del sistema di drenaggio pubblico e delle acque territoriali, defluenti per forza all'interno del perimetro murario, a causa delle condizioni orografiche del sito, tale da essere quasi intesa come la versione locrese dello stesso processo di integrazione visto a Metaponto.

Conclusioni


Per concludere questo sommario quadro dei sistemi idraulici in Magna Grecia, rimangono alcune osservazioni, riguardanti innanzitutto le sorgenti. La loro presenza determinava una condizione di ottima abitabilità del territorio in cui doveva sorgere la colonia, poiché era garantita quotidianamente ai cittadini la presenza di acqua potabile corrente. Ciò ricollega il mondo magnogreco alla madrepatria, dove la sorgente rivestiva il medesimo ruolo fondamentale per la nascita di un centro abitato[180]. Pertanto i coloni, fin dall'epoca delle apoikiai, portarono con sé l'idea della coincidenza fra insediamento e risorsa idrica. In ambiente coloniale, inoltre, l'acqua di sorgente riveste un valore ulteriore, derivante dal particolare contesto storico-sociale; infatti essa, insieme alla terra, determina il binomio su cui si fonda la vita della comunità e si esercita il diritto isomorico di ogni colono. In questa prospettiva il Winter afferma che la ricerca di sorgenti all'esterno di cinte fortificate si sviluppa per la prima volta nelle colonie d'Occidente, ma non ai tempi delle apoikiai, quando i coloni rimangono ancora arroccati nei siti di sbarco, bensì all'inizio del VII sec.a.C., in seguito allo sviluppo demografico e all'isediamento urbanistico regolare, concretizzazione sul territorio dell'uguaglianza vigente fra i cittadini[181].
Numerose sorgenti, per esempio a Poseidonia, Metaponto, Eraclea, Locri, sono comprese in santuari urbani o extraurbani. La loro importanza nella prospettiva insediativa coloniale induce a considerare, accanto alla connotazione sacra ufficiale, la più concreta valenza di punti per l'approvvigionamento idrico quotidiano e profano. Gli studi del Panessa[182], riguardo alla gestione delle risorse idriche nei santuari greci, chiariscono che l'autorità religiosa controllava e garantiva la distribuzione idrica; se questo fatto avesse riscontro nel mondo coloniale, parrebbe sancito a livello sacrale il diritto quotidiano di ciascun colono alla giusta parte d'acqua.
Riguardo ai sistemi di approvvigionamento idrico si rileva la diffusione generalizzata di pozzi domestici fin dall'età arcaica, mentre meno frequenti sono le cisterne. La maggior parte di esse risale all'epoca ellenistica e sono finora note solo a Reggio e Taranto; Eraclea presenta una buona documentazione per il periodo tardo ellenistico e repubblicano.
E' verosimile che per molte città della Magna Grecia esistesse un rapporto paratattico fra il sistema di approvvigionamento idrico privato e quello pubblico, cioè senza la penetrazione capillare del secondo negli spazi non occupati dal primo. Nelle città prese in esame, ad esclusione di Metaponto, la polverizzazione delle cisterne e dei pozzi domestici su tutto il territorio abitato non è integrata da diramazioni di acquedotti urbani[183]. Probabilmente, questa situazione è motivata dalla concezione dell'acquedotto e del relativo punto di utilizzo come elementi di un'unità a sè stante, non integrata nell'urbanistica cittadina. Per esempio a Locri, se l'acquedotto di Grotta Imperatore è effettivamente un prodotto di influsso siracusano, ci si spiega la sua posizione autonoma e isolata dall'abitato; nel caso di Velia il sistema di acquedotti che alimenta le fontane può essere un prodotto dell'eredità culturale ionica, la cui tecnica idraulica produsse il grande acquedotto di Samo poco dopo la fondazione di Elea[184], ma esso è gestito autonomamente rispetto all'impianto urbanistico, pur essendo l'uno e l'altro vincolati dall'assetto geofisico del sito; infine è certamente un grave limite non poter contare su alcuna notizia riguardante la distribuzione idrica a Thurii, visto che fu individuato l'acquedotto di Fontana del Fico e che la città venne fondata in un periodo di poco seguente quello, in cui la vicina Metaponto fu dotata dell'impianto di acquedotti urbani[185].
Generalmente, la presenza o l'assenza di un sistema di fognature è motivato dal diverso livello di integrazione delle componenti dell'impianto urbanistico nella funzione di drenaggio pubblico. Due casi esemplari di questa situazione sono Metaponto ed Eraclea; nella prima città la presenza lungo tutti gli assi viari delle fognature, autonomamente strutturate rispetto alla carreggiata, svincola questi ultimi dal trasporto delle acque di scarico, conferendo loro soltanto la funzione di direttrici del sistema di drenaggio, per garantire un servizio capillare. D'altro canto, ad Eraclea osserviamo che sull'acropoli, sia nella Zona A sia nella C, gli stenopoi raccolgono le acque espulse dall'abitato, facendole defluire nella plateia est-ovest che agisce da collettore centrale, unificando viabilità e drenaggio. Un caso, in cui invece osserviamo la perfetta integrazione fra sistema di fognature ed impianto urbanistico e delle funzioni di viabilità e drenaggio, è rappresentato da Thurii, dove le fognature a forma di cunetta, marginali o centrali rispetto alla via, nascono dal profilo a schiena d'asino o a V assunto dalla carreggiata stradale. Esse sono cioé apprestamenti autonomi dal punto di vista funzionale e svincolano le carreggiate dal trasporto dell'acqua, ma contemporaneamente seguono con continuità strutturale le direttrici urbanistiche. E' proprio in questa continuità che si individua l'elemento differenziante il sistema di drenaggio turino da quello metapontino, per il quale si constata soltanto un rapporto di accostamento fra cloache e plateiai o stenopoi; infatti, mentre a Thurii le cunette basolate nascono verosimilmente con la pavimentazione degli assi viari, a Metaponto la prima fase del sistema di drenaggio è successiva alla definizione dell'impianto regolare. Il caso di Locri segue per regola generale il semplice sfruttamento degli assi viari come direttrici di scolo, ma, in punti specifici, sono previste strutture di incanalamento che favoriscano il deflusso dell'acqua e impediscano la stagnazione. Una caratteristica particolare dell'impianto di drenaggio locrese consiste nel fatto che esso venne concepito in maniera da associare il deflusso delle acque di scarico con quello dei corsi d'acqua, che penetravano in città a monte dell'abitato, tramite canali paralleli alle plateiai con direzione monte-mare. Infine, il caso di Velia è esemplare dello sfruttamento dell'impianto urbanistico per il drenaggio di un sito collinare: da un lato contò molto la regolarità dello schema ortogonale, sia lungo le pendici delle colline, sia nei quartieri edificati in pianura di fronte al mare, e dall'altro la realizzazione di strutture di incanalamento dell'acqua in punti critici, come nel quartiere poligonale e lungo le Vie di Porta Rosa e del Porto. E' ancora rilevante notare, come l'irregimentazione del torrente generato dalla Hyele sia servito da acquedotto per la fontana dell'agora, e da fognatura a valle di quest'ultima fino alla Porta Marina Sud.
Un'ultima osservazione riguarda i varchi nelle mura per l'espulsione dell'acqua dalla città. Si tratta di aperture che comunque compromettono le finalità difensive delle fortificazioni, perciò sono spesso localizzate in posizioni strategicamente difendibili o strutturate con forme e accorgimenti tali da renderle impraticabili. I varchi di piccole dimensioni, aperti nelle fondazioni delle mura possono essere localizzati sia lungo le cortine, sia nei corpi fortificati delle porte; probabilmente non dovevano essere causa di gravi pericoli date le dimensioni e dal momento che scaricavano spesso all'interno di fossati allagati, come a Paestum e a Metaponto. I varchi di dimensioni maggiori venivano aperti presso torri o bastioni, più raramente lungo le cortine[186]; avevano talvolta forma strombata, per restringere il più possibile la luce esterna, come a Caulonia o a Velia, dove inoltre la bipartizione aumentava l'impraticabilità dell'apertura. Sono pure documentate, specialmente a Locri e a Velia, le sedi per strutture di chiusa negli stipiti esterni.

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Illustrazioni


Fig.1 POSEIDONIA, localizzazione delle sorgenti nel territorio. 1.Heraion al Sele; 2.Capodifiume; 3.Getsemani; 4.Acqua che bolle; 5.Poseidonia; 6.Fiume Salso.
da: A.Stazio, E.Greco, G.Vallet, Città e territorio nelle colonie greche d'occidente I, Paestum, Taranto 1987.
Fig.2 POSEIDONIA, Mura a sud di Porta Giustizia, canale di drenaggio proveniente dal santuario di Hera: tratto fra le mura e il temenos del santuario.
Fig.3 VELIA, situazione dei sistemi di acquedotti e di drenaggio pubblico. 1.Posizione ipotetica della fonte Hyele; 2.Posizione della fontana arcaica; 3.Posizione della fontana ellenistica; 4.Percorso degli acquedotti; 5.Percorso dell'acqua piovana e di scarico dalla zona di Porta Rosa al varco della mura del quartiere portuale.
da: A.C.Carpiceci, L.Pennino, Paestum e Velia, oggi e 2500 anni fa, Salerno 1989.
Fig.4 VELIA, valletta sovrastante la zona dell'agora, acquedotto ellenistico della fonte Hyele, tratto a valle del pozzetto di decantazione.
Fig.5 VELIA, valletta sovrastante la zona dell'agora, acquedotto ellenistico della fonte Hyele, tratto superiore dal margine di scavo: pozzetto di decantazione.
Fig.6 VELIA, Acropoli, terrazza meridionale inferiore, canalizzazione di drenaggio a ridosso del muro di terrazzamento.
Fig.7 VELIA, "Via di Porta Rosa", canalizzazione di drenaggio lungo il margine ovest della carreggiata, tratto superiore.
Fig.8 VELIA, Quartiere meridionale, "Via del Porto", canale di drenaggio parallelo alla tratto inclinato della strada.
Fig.9 VELIA, Quartiere meridionale, tratto delle mura a mare con varco bipartito per scarico d'acqua.
Fig.10 METAPONTO, zona del santuario di Apollo Licio/agora. 1.Santuario di Apollo Licio; 2., 3.Pozzi pubblici; 4.Struttura non identificata (Pozzo pubblico ?); 5.Agora; 6.Plateia A-A1; 7.Grande canale di drenaggio; 8.Cloache ovest-est degli stenopoi fra le insulae I e II e a nord dell'insula I; Cloache della plateia A-A1:
9.est-ovest/margine sud, 10.Ramo sud-nord di 9 intercettante 11 presso l'imbocco di 7., 11.ovest-est/margine nord, 12.ovest-est/margine sud; 13.Cloaca sud-nord/margine est della plateia nord-sud ortogonale a 6; 14.Cloaca sud-nord/margine est della plateia nord-sud convergente su 5.
da: A.De Siena, Metaponto e il Metapontino, in, Da Leukania a Lucania. La Lucania centro-orientale fra Pirro e i Giulio-Claudii, Roma 1992
Fig.11 METAPONTO, Abitato ad ovest del Santuario di Apollo Licio, insula I, pozzo.
Fig.12 METAPONTO, zona Santuario di Apollo Licio, stoa lungo temenos sud: pozzo pubblico e canaletta di drenaggio.
Fig.13 METAPONTO, Abitato ad ovest del Santuario di Apollo Licio, insula I e stenopos fra insulae I e II, canaletta di scarico.
Fig.14 METAPONTO, Abitato a sud della plateia A-A1, insula III e plateia A-A1 canaletta di scarico nella cloaca ovest-est/margine sud della plateia A-A1.
Fig.15 METAPONTO, zona Santuario di Apollo Licio, incrocio fra plateia A-A1 stenopos nord-sud parallelo al grande canale di drenaggio: grande canale di drenaggio e convergenza della cloaca principale ovest-est/margine nord nel tratto sud-nord della principale est-ovest/margina sud della plateia A-A1.
Fig.16 METAPONTO, zona Santuario di Apollo Licio, grande canale di drenaggio, panoramica; in primo piano: vasca realizzata durante gli scavi per la raccolta dell'acqua di falda.
Fig.17 METAPONTO, zona Santuario di Apollo Licio, grande canale di drenaggio, varco bipartito di scarico attraverso le mura settentrionali.
Fig.18 METAPONTO, zona Santuario di Apollo Licio, plateia A-A1: cloaca est-ovest/margine sud: tratto precedente l'incrocio con la prima plateia nord-sud.
Fig.19 METAPONTO, zona Santuario di Apollo Licio, incrocio fra plateia A-A1 e la prima plateia nord-sud: convergenza della cloaca sud-nord/margine est nella est-ovest/margine sud.
Fig.20 METAPONTO, Abitato ad ovest del Santuario di Apollo Licio, stenopos fra insulae I e II, cloaca ovest-est.
Fig.21 METAPONTO, Agora e plateia nord-sud convergente in essa: cloaca sud-nord/margine est, tratto paralleo al temenos di Aristeas. Particolare: in situ una delle numerose lastre di attraversamento.
Fig.22 ERACLEA, acropoli, zona mediana, collina meridionale. 1.Collina del Barone: acropoli Zone A e C; 2.Plateia est-ovest; 3.Stenopoi sfalsati della Zona C; 4.Stenopoi allineati della Zona A; 5.Santuario di Demetra: sorgenti; 6.Collina di Policoro: Zona della cd. città bassa.
da: L.Giardino, G.Pianu, Herakleia e la sua chora, in, Da Leukania a Lucania. La Lucania centro-orientale fra Pirro e i Giulio-Claudii, Roma 1992.
Fig.23 ERACLEA, Acropoli Zona C, canaletta in tegole laconiche.
Fig.24 ERACLEA, Acropoli Zona A insula IV, canaletta in tegole laconiche.
Fig.25 ERACLEA, Acropoli Zona A plateia est-ovest, grande cloaca a centro-strada.
Fig.26 ERACLEA, Acropoli Zona A plateia est-ovest, grande cloaca a centro-strada. Particolare: spalla settentrionale, imbocco del cunicolo di scarico.
Fig.27 SIBARI-THURII, planimetria generale delle zone archeologiche: Casa Bianca, Prolungamento-Strada, Parco del Cavallo. 1.Parco del Cavallo, plateia est-ovest: tratto con inclinazione ovest-est; 2.Parco del Cavallo, plateia est-ovest: tratto con inclinazione est-ovest; 3.Prolungamento-Strada, plateia est-ovest: tratto con inclinazione ovest-est; 4.Prolungamento-Strada, plateia est-ovest: tratto con inclinazione est-ovest; 5.Casa Bianca, plateia est-ovest: tratto con inclinazione ovest-est; 6.Parco del Cavallo, plateia nord-sud inclinazione sud-nord; 7.Prolungamento-Strada, plateia nord-sud inclinazione sud-nord.
da: AA.VV., Sibari III. Rapporto preliminare della campagna di scavo: Stombi; Casa Bianca; Parco del Cavallo; San Mauro (1971), in "NSc." 1972, Suppl.
Fig.28 SIBARI-THURII, Casa Bianca, cloaca lungo il margine nord della plateia est-ovest, panoramica.
Fig.29 SIBARI-THURII, Parco del Cavallo, plateia est-ovest, panoramica e cunette marginali.
Fig.30 SIBARI-THURII, Parco del Cavallo, plateia nord-sud, grande cunetta-cloaca sul margine ovest: origine presso l'incrocio con la plateia est-ovest.
Fig.31 LOCRI EPIZEFIRI, situazione e ricostruzione dei corsi d'acqua interni alle mura di cinta. 1.Chiusa a monte del vallone Saitta-Abbadessa; 2.Percorso certo e ipotetico del torrentello del vallone Saitta-Abbadessa; 3.Varco d'uscita di 2 in contrada Caruso; 4.Chiusa a monte del vallone Milligri; 5. Percorso certo e ipotetico del torrentello del vallone Milligri; 6.Varco d'uscita ipotetica di 5; 7.Varco di scarico in contrada Centocamere; 8.Percorsi ipotetici di torrentelli derivanti da gole della collina di Castellace; 9.Varco d'uscita di 8 e di un probabile ramo di 5 all'incrocio Dromo-Via di Portigliola; 10.Dromo.
da: M. Barra Bagnasco, Fortificazioni e città a Locri Epizefiri, alla luce delle più recenti scoperte, in, "RM." 103, 1996.
Fig.32 LOCRI EPIZEFIRI, contrade Centocamere e Marasà Sud: impianto urbanistico. 1.Plateia est-ovest dell'abitato di contrada Centocamere; 2.Propileo monumentale; 3.Varco di scarico attraverso le mura a mare di contrada Centocamere; 4.Plateia fiancheggiante le mura; 5.Canalizzazione ellenistica corrente al centro di 1; 6. Plateia principale monte-mare del quartiereemporico fuori le mura di contrada Centocamere; 7.Contrada Marasà Sud: Casa dei Leoni.
da: M. Barra Bagnasco (a cura di), Locri Epizefiri IV. Lo scavo di Marasà Sud. Il Sacello e la "Casa dei Leoni", Firenze 1992.
Fig.33 LOCRI EPIZEFIRI, contrada Centocamere isolato H1 presso la grande fornace, pozzo con parapetto.
Fig.34 LOCRI EPIZEFIRI, contrada Marasà-Nord zona a nord del tempio ionico, tubatura di acquedotto.
Fig.35 LOCRI EPIZEFIRI, zona collinare a monte di contrada Caruso, cunicolo moderno (?) di captazione idrica scavato nella collina d'arenaria.
Fig.36 LOCRI EPIZEFIRI, contrada Centocamere isolato I2 Nucleo B Ambiente B6, canaletta in tubi e laterizi a cassetta.
Fig.37 LOCRI EPIZEFIRI, contrada Centocamere, isolato H5, ambitus e canaletta-collettore domestica in kalypteres hegemones.
Fig.38 LOCRI EPIZEFIRI, contrada Marasà-Sud, "Casa dei Leoni" Andron e zona "n", canaletta di scarico, tratti nord/ovest-sud/est e nord-sud.
Fig.39 LOCRI EPIZEFIRI, contrada Centocamere, plateia est-ovest, canalizzazione a centro-strada.
Fig.40 LOCRI EPIZEFIRI, contrada Centocamere: varco di scarico attraverso le mura a mare. 1.Ampiezza della prima fase del varco; 2.Ampiezza del varco nelle fasi successive; 3.Struttura '35', spalla del canale arcaico; 4.Struttura '32', spalla del canale ellenistico; 5.Allineamento dei blocchi del canale arcaico; 6.Allineamento dei blocchi del canale ellenistico.
da: M. Barra Bagnasco (a cura di), Locri Epizefiri I. Ricerche nella zona di Centocamere. Le fonti letterarie ed epigrafiche, Firenze 1977
Fig.41 LOCRI EPIZEFIRI, contrada Centocamere, mura a mare settore occidentale: varco per passaggio d'acqua, lato interno.
Fig.42 LOCRI EPIZEFIRI, Via di Portigliola all'angolo con il Dromo, varco attraverso le mura meridionali.

Note


[1].R. Martin, L'urbanisme dans la Gréce antique, Paris 1974, pp.48-57; P. Louis, L'eau et sa legislation chez Platon et Aristote, in, L'homme et l'eau en Méditerranée et au Proche Orient. II. Amenagement hydrauliques, état et législation, Lyon 1982, p.108; J. Bonnin, L'Eau dans l'Antiquité. L'hydraulique avant notre ére, Paris 1984, pp.341-343.
[2].L'acqua di sorgente era infatti secondo i Greci l'unica potabile, intendendo essi con l'aggettivo potimon il significato di dissetante, ma soprattutto nutriente (IPPOCRATE, Arie, Acque e Luoghi, cap.7; ARISTOTELE, Generazione degli Animali III, 11 761b 1; Storia degli Animali VIII, 2 590a, VIII 2 592a, VIII 13 598a).
[3].Abbiamo per esempio all'interno delle mura la fonte Hyele di Velia, le sorgenti del santuario di Demetra ad Eraclea, la sorgente ipogea di Grotta Imperatore a Locri; all'esterno le sorgenti di contrada Lupata, Capodifiume, Getsemani, Acqua che bolle a Paestum, nel territorio metapontino le fonti più ricche del santuario di San Biagio alla Venella, la fonte Thouria presso Sibari, la sorgente di Grotta Caruso all'esterno delle mura di Locri. Inoltre la fonte Hyele esterna al perimetro della prima fondazione focese di Elea fu inglobata all'interno delle mura durante l'estensione dell'abitato fra 500 e 480 a.C. .
[4].Il cd. pozzo sacro di Velia, a sezione circolare, ricorda strutturalmente un apprestamento idraulico, ma è stato identificato come un bothros sacro ad Eros (M. Napoli, L'attività archeologica nelle provincie di Avellino, Benevento e Salerno, in, Atti Taranto VI, 1966, p.251; B. Neutsch, Zum Eros-Brunnen von Elea, in, Philias charin. Miscellanea di studi classici in onore di Eugenio Manni, Roma 1980, pp.1612-1620; B. Neutsch, Ricerche e studi archeologici nella zona del Pozzo Sacro di Velia, 1979, in, pp.354-355). Due confronti per questo tipo si trovano a Megara Hyblea, età arcaica (G. Vallet, P. Auberson, F. Villard, Mégara Hyblaea, 3. Guide des fouilles. Introduction à l'histoire d'une cité coloniale d'Occident, Rome 1983, p.49) e a Selinunte, età ellenistica (Martin-Pelagatti-Vallet 1979, pp.406-407).
[5].P. Orsi, Caulonia. Campagne archeologiche del 1912, 1913 e 1915, in "Mon.Ant" XXIII, 1916 coll.879-882. Confronti: Eretria, metà VI sec.a.C., e Taso, inizio V sec.a.C. (P. Auberson, A propos d'un puit public à Erétrie, in "BCH" 99, 1975, pp.788-799).
[6].Si tratta di grandi bacini collegati da tubature che costituiscono il sistema di approvvigionamento pubblico di Reggio greca (C. Turano, Carta archeologica di Reggio Calabria nel XIX secolo, in "Klearchos" VIII, 1966, p.68; Currò-restifo 1991, p.9).
[7].Confronti: Perachora, VI-IV sec.a.C. (M. Biernacka Lubanska, A Preliminary Classification of Greek Rainwater Intakes, in "Archeologia Warzawa" 28, 1977, p.29; Tolle Kastenbein 1993, pp.134-135), Agrigento, IV sec.a.C. (E. De Miro, Agrigento. Scavi nell'area del tempio di Giove, in "Mon.Ant" XLVII, 1969, coll.112-114).
[8].Tolle Kastenbein 1993, pp.51-97.
[9].Tolle Kastenbein 1993, p.51.
[10].Si allude agli acquedotti siracusani del Ninfeo, di Paradiso e di Tremilia scavati all'interno dell'Epipole (B. Pace, Idraulica e costruzioni navali, in B. PACE, Arte e Civiltà della Sicilia antica, Milano, Genova, Roma, Napoli 1938, pp.428-430; A. Burns, Ancient Greek Water Supply and City Planning. A study of Syracuse and Akragas, in "Technology and Culture" XV, 1974, pp.389-397; Collin Bouffier 1987, pp.661-691, Tolle Kastenbein 1993, p.68)
[11].Velia: acquedotto ellenistico della fonte Hyele.
[12].E' stata negata validità (Adamesteanu 1973b, p.158) alla ricostruzione di un acquedotto metapontino (Lo Porto 1966, pp.148-149, fig.7 p.147), che avrebbe rappresentato l'unico esempio del tipo con tubazione.
[13].Così furono realizzati gli acquedotti della rete di distribuzione urbana metapontina, un acquedotto locrese parallelo al tempio ionico di Marasà e le due fasi, corrispondenti a due tubazioni successive, dell'acquedotto fuoriuscente dal bacino interno a Grotta Caruso, a Locri.
[14].Premettendo che l'autrice ricorda come con il termine krene i Greci intendessero qualsiasi punto di prelievo idrico di qualsiasi genere, la tipologia si basa su quattro parametri: collocazione della krene rispetto al punto d'erogazione dell'acqua, altezza della krene, funzione della krene (prelievo, distribuzione, prelievo-distribuzione, prelievo-serbatoio), forma architettonica della krene (Tolle Kastenbein 1993, pp.159-162).
[15].Per la tecnica costruttiva a cilindri fittili: G. Argoud, L'alimentation en eau des villes grecques, in, L'homme et l'eau en Méditerranée et au Proche Orient. I., Lyon 1981, p.72; R. Koerner, Die Wasserversorgung bei den Griechen, in "Altertum" 28, 1982, p.159. Sibari-Stombi, età arcaica (Sibari, pp.221-222; Sibari III, p.33, pp.36-38, pp.40-42); Sibari-Parco del Cavallo, età arcaica (Guzzo 1973b, pp.397-398; Sibari V, p.146 e fig.138; G. Foti, L'attività archeologica in Calabria, in, Atti Taranto XIX, 1979, p.385); Sibari-Casa Bianca, età ellenistica (Sibari IV, p.449) e Locri-Centocamere, IV sec.a.C. (Locri I, p.11). Confronti: Atene (Lang 1968, pp.9-11), Siracusa (Collin Bouffier 1987, p.675); Gela (D. Adamesteanu, P. Orlandini, Gela. Scavi e scoperte 1951-1956, in "NSc." 1956,, p.266).
[16].Velia-quartiere meridionale, insula III, età ellenistica; Locri-Centocamere, fine V sec.a.C. (Locri II, pp.48-49), IV sec.a.C. (Locri I, p.26), Locri-Marasà Sud (Locri IV, p.40); Medma (C. Sabbione, Scavi a Rosarno dal 1977 al 1980. Note preliminari, in, AA.VV., Medma e il suo territorio. Materiali per una carta archeologica, Bari 1981, p.100). Confronti validi anche per il tipo con peristomion di mattoni e ciottoli: Siracusa-Acradina (Collin Bouffier 1987, p.675).
[17].Velia-quartiere meridionale, insula III, età ellenistica; Locri-Centocamere, presso grande fornace datata al III sec.a.C. (Costamagna-Sabbione 1990, p.231, Tav.XXXIV: fig.333).
[18].Sibari-Parco del Cavallo: pozzo a peristomion emisferico, datazione ignota (Sibari III, p.270); Velia-Vignale: pozzo ellenistico con parte superiore di pithos come peristomion (Neutsch 1987,p.293), caso diffuso in età arcaica ad Atene (Lang 1968, pp.9-11) e Siracusa (Collin Bouffier 1987, p.675).
[19].Metaponto-Apollo Licio, insula I, età ellenistica; Metaponto-Castrum (Lo Porto 1966, p.142); Reggio (Currò-Restifo 1991, p.9).
[20].Eraclea-acropoli, Zona C; Locri-Centocamere, IV sec.a.C. (Locri I, p.27; Locri II, p.49).
[21].Taranto, IV-III sec.a.C.; Sibari-Parco del Cavallo, fine V-inizio IV sec.a.C. (P. G. Guzzo, Campagna di scavi a Sibari, in "Magna Grecia" 8, 1973, p.7; Guzzo 1972-73, p.39; Guzzo 1973b, p.396; Sibari p.372-373; Sibari V p.84); Locri-Centocamere, fine IV-prima metà III sec.a.C. (Locri II, p.43), seconda metà III sec.a.C. (Locri II, p.21).
[22].Sibari-Parco del Cavallo, seconda metà VII sec.a.C. (P. G. Guzzo, Campagna di scavi a Sibari, in "Magna Grecia" 8, 1973, p.7; Guzzo 1972-73, p.39; Guzzo 1973b, p.396; Guzzo 1981, p.16; Sibari V, p.84).
[23].Il sottotipo è presente nei pozzi senza o con peristomion a cilindro fittile emergente. Notiamo che l'incamiciatura di soli cilindri fittili è spesso di età arcaica (Sibari-Stombi) e che, pur esistendo esempi anche di periodi successivi (Sibari-Casa Bianca, Metaponto, Locri), essa viene sostituita dalle strutture miste, nelle quali i cilindri sono confinati ai livelli inferiori.
[24].Il sottotipo in ciottoli e cilindri di terracotta è presente a Velia sia nel VI sia nel IV sec.a.C. (B. Neutsch, L'attività dell'Università di Innsbruck a Velia, in, Atti Taranto XII, 1972, p.309) e a Sibari-Parco del Cavallo, riconducibile al tipo a coronamento in ciottoli; i sottotipi in mattoni, ciottoli e vere fittili invece sono tipici dei pozzi locresi ellenistici: e fan parte rispettivamente dei tipi con peristomion in mattoni e con coronamento in ciottoli. Per il tipo con peristomion in muratura di mattoni e ciottoli sia di Locri, sia di Velia sono ignote le incamiciature interne.
[25].Il rivestimento in mattoni è presente a Velia nell'insula III del quartiere meridionale e a Locri nei tipi con peristomion in mattoni e con coronamento in ciottoli. Il rivestimento in soli ciottoli è noto a Sibari-Parco del Cavallo per il tipo con coronamento in laterizi e ciottoli.
[26].Il sottotipo fa spesso capo al gruppo di pozzi privi di peristomion; i migliori esempi sono tarantini arcaici ed ellenistici.
[27].Sono presenti in VI sec.a.C. sull'acropoli di Velia e su quella di Satyrion in VII sec.a.C. (Lo Porto 1974, p.500), essi rappresentano probabilmente l'esperienza tecnica originaria dei pozzi e delle cisterne tarantine scavate in roccia e collegate da canaletti dall'età arcaica fino a quella ellenistica e romana .
[28].Abbiamo un esempio di IV sec.a.C. a Velia e numerosi esemplari di IV e III sec.a.C., completi di malta idrorepellente, a Reggio (A. De Franciscis, Reggio Calabria. Cisterne con materiale di scarico, in "NSc." 1957, pp.396-399; C. Turano, Carta archeologica di Reggio Calabria nel XIX secolo, in "Klearchos" VIII, 1966, pp.167-174, pp.179-180; M. Cristofani, Reggio Calabria. Cisterne ellenistiche con materiale di scarico, in "NSc." 1968, pp.221-242; Currò-Restifo 1991, p.9). Confronti: Atene (Lang 1968, pp.12-13; J. M. Camp II, Drought and famine in the IVth Century b.C., in, Studies in Athenian Architecture, Sculpture and Topography presented to H.A.Thompson, Princeton 1982, p.12), Agrigento (B. Pace, Idraulica e costruzioni navali, in B. Pace, Arte e Civiltà della Sicilia antica, Milano, Genova, Roma, Napoli 1938, p.436), Siracusa (Collin Bouffier 1987, pp.678-679), Himera (N. Bonacasa, N. Allegro, Scavi ad Himera e nel suo territorio (1969-1974), in "Bda" LIX, 1974, p.179), Eloro (P. Orsi, M. T. Curro, E. Militello, V. Piscione, Eloro, in "Mon.Ant" XLVII, 1966, col.239), Gela (D. Adamesteanu, P. Orlandini, Gela. Scavi e scoperte 1951-1956, in "NSc." 1956,, p.236, p.266; D. Adamesteanu, Gela. Cisterna in proprietà Castellano, in "NSc." 1960, p.78; D. Adamesteanu, Gela. Nuovo Municipio, pozzi e cisterna, in "NSc." 1960, pp.116-137; P. Orlandini, Gela. Nuovi scavi, cisterna presso il museo, in "NSc." 1960, pp.72-73).
[29].Per esempio alcune cisterne di abitazioni ellenistiche con bottega site nella zona C dell'acropoli di Eraclea oppure alcune abitazioni di Poseidonia nel settore nord-ovest dell'abitato, che trovano confronti di maggior impegno architettonico a Delo (M. Biernacka Lubanska, A Preliminary Classification of Greek Rainwater Intakes, in "Archeologia Warzawa" 28, 1977, pp.30-31) e a Morgantina (E. Sjoqvist, Excavations at Morgantina (Serra Orlando) 1961. Preliminary Report VI, in "AJA" LXVI, 1962, pp.138-140; E. De Miro, La casa greca in Sicilia. Testimonianze nella Sicilia centrale dal VI al III sec.a.C., in, Philias Charin. Miscellanea di Studi Classici in onore di Eugenio Manni, Roma 1980, pp.709-737). Ricordiamo infine la cisterna sottostante il cortile dell'esthiatorion del santuario di Hera Lacinia a Capo Colonna (F. Seiler, Un complesso di edifici pubblici nel Lacinio a Capo Colonna, in, Atti Taranto XXII, 1983, p.241).
[30].Laterizi di forma rettangolare con lastra di base più o meno spessa, dai cui lati lunghi si innalzano due ali ortogonali ad essa generalmente del medesimo spessore, in alcuni casi piuttosto alte (Metaponto, Eraclea) in altri basse (Locri).
[31].Laterizi dotati di ali più o meno alte, ma con il fondo carenato o semicircolare in sezione.
[32].Le motivazioni che indussero a realizzare, nei singoli casi, tipi o sottotipi piuttosto che altri sono determinate dalla ricerca della soluzione tecnicamente migliore, vincolata però dalle condizioni momentanee di disponibilità di capitali e di materiali, non sempre corrispondenti a quelle imposte dai laterizi specificamente prodotti per apprestamenti idraulici.
[33].Metaponto-Apollo Licio, insula I settori sud e nord; Eraclea-acropoli, Zona C, Zona A insulae II e III; Locri-Centocamere, attraverso lo stenopos fra gli isolati irregolari H1 e H2 e in H3; Locri-Teatro, parodos ovest. Confronti: Atene-agora (Lang 1968, p.30).
[34].Metaponto-Apollo Licio, insula I settore sud; Locri-Centocamere, isolato I2 (Locri II, p.18).
[35].Metaponto-Apollo Licio, insula I settore settentrionale; Locri-Centocamere, isolato I2 (Locri II, p.36), isolato irregolare H4.
[36].Eraclea-acropoli, Zona C, Zona A insulae II e IV; Locri-Centocamere, isolato I2 (Locri II, p.16). Confronti: Atene, tubi con tegole e laterizi a cassetta (H. A. Thompson, R. E. Wycherley, The Agorà of Athens, Princeton 1972, p.195).
[37].Velia-acropoli (BENCIVENGA TRILMICH 1983, p.435); Metaponto-Apollo Licio, attraverso il temenos ovest del santuario, insula III settore sud; Eraclea-acropoli, Zona A insula II; Crotone (F. Seiler, Un complesso di edifici pubblici nel Lacinio a Capo Colonna, in, Atti Taranto XXIII, 1983, pp.240-241); Caulonia (M. S. Pisapia, La casa del Drago a Caulonia, in "Klearchos" XIX, 1987, p.6, p.8); Locri-Centocamere, isolati irregolari H2, H3, H4; Locri-Marasà Sud (Locri IV, p.24, pp.38-39); Locri-Teatro, in fondazioni di edificio scenico. Confronti: Olinto (D. M. Robinson, J. W. Graham, Excavations at Olynthus, 7. The Hellenic House, Baltimore 1938, pp.309-310); Gela (P. Orlandini, Gela. Impianto greco di bagni pubblici presso l'Ospizio, in "NSc." 1960, p.188).
[38].Metaponto-Apollo Licio, insula I (Metaponto I, p.238); Eraclea-acropoli, Zona A insula II; Locri-Marasà Sud (Locri IV, p.37).
[39].Eraclea-acropoli, Zona A insula II.
[40].Il tipo in laterizi ad U è tipico di Metaponto: sono presenti due forme di laterizi ad U differenti, con spalle divergenti (Apollo Licio, insula III settore nord) o parallele (Apollo Licio, insula IV settore nord); talvolta sono combinate insieme nella stessa struttura (Apollo Licio, insula III settore nord e sud); per le canalette in laterizi ad U e tubi: insula IV settore nord. Confronti: Atene-agora (Lang 1968, p.30).
[41].Velia-acropoli (C. Bencivenga Trilmich, Resti di casa greca di età arcaica sull'acropoli di Elea, in "MEFRA" 95, 1983, p.435); Sibari-Stombi (P. G. Guzzo, Sibari, in, Atti Taranto XI, 1971, p.438; Sibari III, p.48); Eraclea-acropoli, Zona C; Locri-Centocamere, isolato I2 (Locri II, p.40), isolato irregolare H5 (una di queste canalette è costituita da kalypteres hegemones: Costamagna-Sabbione 1990, TAV. XXXIII fig.332); Locri-Marasà Sud (Locri IV, pp.32-33, pp.38-39); Locri-Teatro, parodos est; Laos (Barone-Greco-Lafage 1986, p.120); Medma (C. Sabbione, Scavi a Rosarno dal 1977 al 1980. Note preliminari, in, AA.VV., Medma e il suo territorio. Materiali per una carta archeologica, Bari 1981, p.105, p.109). Confronti: Himera (Martin-Pelagatti-Vallet 1979, p.333).
[42].Velia-Vignale, isolati regolari. Sull'acropoli di Eraclea la maggior parte delle canalette appartengono a questa variante (L. Giardino, G. Pianu, Herakleia e la sua chora, in, Da Leukania a Lucania. La Lucania centro-orientale fra Pirro e i Giulio-Claudii, Roma 1992, p.139 fig.228), le tegole più usate appartengono al tipo laconico, diffuso in quell'area (J. P. Morel, Fouilles à Cozzo Presepe, in "MEFRA" 82, 1970, p.77) e più rare ad un tipo rettangolare a sezione curva, talvolta combinate con le laconiche (Zona A, insula III); a Laos sono impiegate le grandi tegole rettangolari con ali ortogonali (Barone-Greco-Lafage 1986, p.120, p.126). Confronti: Atene (S. Rodney Young, An Industrial District of Ancient Athens, in "Hesperia" 20, 1951, p.245, p.238 fig.16). Rileviamo due soli esempi di canalette con spallette costituite da due file di tegole parallele conficcate nel terreno, a Locri (Locri I, p.15) e a Sibari (Sibari III p.48).
[43].Eraclea-acropoli, Zona C.
[44].Laterizi interi o frammentari reimpiegati, ciottoli, scaglie lapidee; talvolta il fondo della struttura è impermeabilizzato con tegole. Velia-quartiere meridionale, insula III; Eraclea-acropoli, Zona C; Caulonia (P. Orsi, Caulonia. Campagne archeologiche del 1912, 1913 e 1915, in "Mon.Ant" XXIII, 1916, col.814); Locri-Centocamere (Locri I, p.22); Locri-Marasà Sud (Locri IV, pp.23-24). Confronti: Delo (R. Martin, Sur deux expressions techniques de l'architecture grecque, in "RPh." XXXI, 1957, p.70).
[45].Velia presso l'incrocio fra Via del Pozzo sacro e Via di Porta Rosa; Metaponto-Apollo Licio, dalla stoa dei pozzi pubblici attraverso la plateia est-ovest; Metaponto-Teatro, strutture a sud-ovest del teatro; Eraclea-acropoli, Zona A insula I. Confronti: Monte Sannace (B. M. Scarfì, Monte Sannace, Gioia del Colle, in "NSc." 1962, p.158, p.104 fig.88, p.106 fig.91, p.250 fig.213.), Selinunte (E. Bovio Marconi, Le più importanti scoperte dell'archeologia della Sicilia occidentale con particolare riguardo agli scavi di Selinunte, in, Atti VII Congresso Internazionale di Archeologia Classica, Roma 1961, pp.9-30).
[46].Metaponto-Teatro, parodos ovest. Confronti: Leontini (G. Rizza, Leontini. Campagne di scavo 1950-1951 e 1951-1952: la necropoli della Valle San Mauro, le fortificazioni meridionali della città e la Porta di Siracusa, in "NSc." 1955, p.353).
[47].Paestum-Porta Marina, cortile interno del varco a tenaglia (F. E. Winter, Greek Fortifications. Water Supply, in "Phoenix" IX suppl., 1971, p.267); Velia-acropoli; Taranto-Via Aristosseno (E. M. De Juliis, L'attivività archeologica in Puglia. Provincia di Taranto, in, Atti Taranto XXIII, 1983, pp.427-429); Taranto-Via Magnaghi (De Juliis 1984, p.560) Taranto-tempio dorico; Satyrion (Lo Porto 1974, p.500); Locri-Teatro, euripos e canaletta diametrale dell'orchestra (SABBIONE-COSTAMAGNA 1990, p.255). Confronti: Selinunte (Martin-Pelagatti-Vallet 1979, p.407).
[48].Ricordiamo che il tipo in coppi a Sibari-Stombi è di epoca arcaica, della fine del VI sec.a.C.; i tipi in soli tubi e in coppi di Velia-acropoli, della fine del VI sec.a.C.; un esemplare con spallette in muratura eterogenea a Locri-Centocamere, della seconda metà del VI sec.a.C., del VII-VI sec.a.C. e della fine dell'VIII sec.a.C. i tipi a canale scavato in banco roccioso rispettivamente a Velia-acropoli, Satyrion, Taranto-tempio dorico.
[49].Le aree residenziali di Velia, dall'età arcaica all'ellenistica, sono assai ricche di ambitus, caratteristici per essere tutti chiusi sulla fronte dai muri perimetrali degli isolati; Eraclea-acropoli, Zona A; Sibari-Stombi; Sibari-Parco del Cavallo, livelli di Thurii (Guzzo 1973a, p.308); Locri-Centocamere (Locri I, p.14); Laos (Barone-Greco-Lafage 1986, p.120, p.126).
[50].Locri-Centocamere, isolati irregolari H3 e H4.
[51].Velia-quartiere meridionale, insula III; Locri-Centocamere (Locri I, p.15; Costamagna-Sabbione 1990, TAV.XXXIII fig.332); Neapolis (E. Greco, L'impianto urbano di Neapolis greca. Aspetti e problemi, in, Atti Taranto XXV, 1985, p.214).
[52].Tolle Kastenbein 1993, p.209. Non tutte le città erano dotate però del terzo livello, ma in Magna Grecia abbiamo il caso di Metaponto, con il grande canale di drenaggio, corrente lungo il temenos ovest del santuario di Apollo Licio.
[53].Metaponto, prima fase (fine VI-fine V sec.a.C.) dell'impianto di drenaggio pubblico; Crotone, età arcaica (C. Sabbione, L'attività archeologica nelle provincie di Reggio Calabria e Catanzaro, in, Atti Taranto XV, 1975, p.594).
[54].Locri-Centocamere, dall'età arcaica all'ellenistica.
[55].Sono le canalizzazioni degli assi viari di Thurii, pavimentati alla fine del V sec.a.C., con alcuni rifacimenti in età romana: Sibari-Casa Bianca, Prolungamento Strada, Sibari-Parco del Cavallo. Confronti: Naxos (M. C. Lentini, Naxos. Alcune case dell'isolato C4, V secolo a.C., in "Xenia" 20, 1990, pp.5-22., p.6-7).
[56].Paestum-temenos di Hera, probabilmente età arcaica; Velia-acropoli, inizio V sec.a.C.; Velia-zona a valle dell'agora fino a Porta Marina Sud, età ellenistica, Velia-Via di Porta Rosa, fine IV sec.a.C.; Metaponto, seconda e terza fase (fine V-fine II-I sec.a.C.) dell'impianto di drenaggio pubblico; Metaponto-Apollo Licio, grande canale di drenaggio, fine VI-fine II-I sec.a.C.; Eraclea-acropoli, Zona A, IV sec.a.C.; Locri-Centocamere, metà VI-III sec.a.C.. Confronti: Atene (LANG. 1968, pp.26-29; AA.VV., pp.51-52; H. A. Thompson, R. E. Wycherley, The Agorà of Athens, Princeton 1972, pp.194-196); Priene e Delo (R. Martin, Sur deux expressions techniques de l'architecture grecque, in "RPh." XXXI, 1957, p.70); Selinunte (Martin-Pelagatti-Vallet 1979, p.407; C. Parisi Presicce, L'organizzazione urbanistica primitiva di Selinunte, in "Arch.Class." 36, 1984, p.118); Camarina (P. Pelagatti, Sul parco archeologico di Camarina. Le fasi edilizie dell'abitato greco, in "BdA" LXI, 1976, p.126, p.132 nota n.38); Tindari (R. Martin, P. Pelagatti, G. Vallet, G. Voza, Le città greche, in Storia della Sicilia I, Napoli 1979, pp.696-697); Massalia (M. Euzenat, Les fouilles de la Bourse à Marseille (Campagnes 1975-1976), in "RANarb." 10, 1977, p.242 e fig.5).
[57].Paestum-mura meridionali per un canale proveniente dal temenos di Hera, età arcaica, e presso Porta Sirena per la cloaca che corre parallela al lato est della Via Sacra; Metaponto-mura e porta settentrionali, seconda metà IV sec.a.C. (Metaponto I, pp.250-251, pp.255-257). Confronti: Selinunte (C. Parisi Presicce, L'organizzazione urbanistica primitiva di Selinunte, in "Arch.Class." 36, 1984, p.118, p.122).
[58].Caulonia, V sec.a.C. (H. Treziny, Kaulonia I. Sondages sur la fortification nord (1982-1985), Naples 1989, p.132); Locri-Centocamere, metà VI-prima metà III sec.a.C.; Locri-mura meridionali, seconda metà VI sec.a.C..
[59].Velia-quartiere meridionale, tratto mura d-e, fine IV-inizio III sec.a.C. (G. Schmiedt, Contributo alla ricostruzione della situazione geotopografica di Velia nell'antichità, in "PdP." 1970, p.82 e fig.11; Napoli 1972, p.18); Metaponto-Apollo Licio, al termine del grande canale di drenaggio. Confronti: Troina (E. Militello, Troina. Scavi effettuati dall'Istituto di Archeologia dell'Università di Catania negli anni 1958 e 1960, in "NSc." 1961, p.323, p.326 fig.3).
[60].Prima di procedere si desidera porgere il più vivo ringraziamento alla Prof.ssa Marcella Barra Bagnasco per i buoni consigli di metodo e la costante disponibilità dimostrata durante lo svolgimento della ricerca e la rielaborazione dei dati conseguiti. Inoltre è doveroso e gradevole ringraziare per le indicazioni preziose, che ci hanno permesso di visitare le località cumane confacenti alla tematica trattata, il Dott. Paolo Caputo e la Dott.ssa Laura Miniero; il Prof. Johannowsky per le informazioni fornite di persona riguardo all'approvvigionamento idrico di Cuma e Velia; il Dott. Antonio De Siena, per aver messo a disposizione documentazioni grafiche, indicazioni bibliografiche e di prima mano riguardanti Metaponto; il Dott. Salvatore Bianco, per la documentazione fornita su Eraclea; la Prof.ssa Liliana Giardino per la sua relazione riguardante l'urbanistica di Eraclea, distribuita al convegno di Policoro nell'Autunno 1991, ancora in corso di stampa; la dott.ssa Silvana Luppino e il Dott. Claudio Sabbione, per i permessi accordati al rilevamento dei dati relativi a Sibari e Locri.
[61].Le cisterne e le canalizzazioni di alimentazione dell'Antro della Sibilla, tardo-antiche o bizantine, e la cisterna lungo la Via sacra prima della terrazza del tempio di Apollo, di età imperiale secondo il Johannowsky; sempre di età romana, una cisterna e un pozzo sulla terrazza del tempio di Apollo e un'ultima cisterna di età medioevale, scavata presso l'angolo sud-ovest del banco tufaceo del tempio di Apollo (Albore Livadie 1990, pp.283-284).
[62].E' localizzata presso l'accesso al santuario ad est di un portico che faceva da propylon; si tratta di un ambiente ipogeo a pianta rettangolare con i lati maggiori inclinati verso l'interno dal basso verso l'alto, in maniera da creare una sezione trapezoidale. Le pareti erano realizzate in filari di blocchi irregolari di tufo giallo e, poiché il piano di campagna in età greca era ribassato di tre metri rispetto all'attuale, è logico immaginare la struttura non completamente interrata. La tecnica costruttiva e il fatto che il portico della fine dell'età classica rispetti la struttura indirizzano verso una datazione della fine del VI-V sec.a.C. (M. Pagano, Considerazioni sull'antro della Sibilla a Cuma, in "Rend.Acc.Napoli" LX, 1985-1986, p.92). Riguardo alla copertura il Maiuri propose una struttura ogivale che proseguiva l'inclinazione dei lati lunghi (A. Maiuri, I Campi Flegrei, Napoli 1958, p.121), mentre il Pagano ne ipotizza una piana in strutture lignee.
[63].W. Johannowsky, Cuma, in, Enciclopedia dell'Arte antica II, Roma 1959, p.971.
[64].M. Pagano, Considerazioni sull'antro della Sibilla a Cuma, in "Rend.Acc.Napoli" LX, 1985-1986, p.91 nota n.76, p.93.
[65].A. Maiuri, La documentazione archeologica in Campania, in, Atti Taranto IV, 1964, p.105.
[66].W. Johannowsky, Problemi relativi a Cuma arcaica, in, Contribution à l'étude de la societé et de la colonisation eubéennes, Naples 1975, p.101.
[67].Un solo asse viario ortogonale agli altri procede da nord a sud (G. Tocco, Saggi di scavo nella città e nella necropoli di Cuma, in, La Magna Grecia nell'età romana. Atti del XV Convegno di Studi sulla Magna Grecia. Taranto 1975, Napoli 1976, p.490).
[68].Albore Livadie 1990, p.283.
[69].Albore Livadie 1990, pp.274-275.
[70].Esso è localizzato ad est degli altari della "Basilica" e del "Tempio di Nettuno", ha forma quasi quadrata ed era probabilmete circondato da un peristilio; lungo i lati meridionale e occidentale corre una canalizzazione scavata in blocchi lapidei. Questo apprestamento fece proporre l'identificazione con un orologio ad acqua, ma già il Sestieri esprimeva riserve sull'interpretazione (P. C. Sestieri, Paestum. La città; la necropoli preistorica in contrada Gaudo; l'Heraion alla foce del Sele, Roma 1967, p.14); lo studio architettonico del Lauter data l'edificio, interpretato come bouleuterion, al VI sec.a.C. e la canalizzazione alla fine del secolo, definendola struttura di drenaggio (H. Lauter, Ein archaischer Hallenbau in Poseidonia Paestum, in "RM." 91, 1984, p.37, p.41, pp.43-44); ad essa si collega una conduttura scavta nel banco roccioso che si dirige verso i resti di una cloaca fuoriuscente dalla città attraverso le mura meridionali; il Torelli propone di interpretare la struttura come la lesche della scuola medica poseidoniate, collegata alla sorgente ipotizzata (M. Torelli, Paestum romana, in, Atti Taranto XXVII, 1987, pp.63-64). In base ai dati cronologici del Lauter, perciò, anche la sorgente può essere datata al VI sec.a.C. .
[71].E. Greco, Archeologia della colonia latina di Paestum, in "DdA." 1988, p.85; M. Cipriani, Il santuario meridionale, in Atti Taranto XXVII, 1987, p.381; M. Torelli, Paestum romana, in, Atti Taranto XXVII, 1987, pp.64-65.
[72].Da esse ha origine il corso d'acqua che impose l'andamento obliquo verso sud alle mura settentrionali fino alla Porta Marina (Voza 1963, p.224).
[73].G. Greco, Capodifiume, in Atti Taranto XXVII, 1987, p.423.
[74].A Capodifiume il culto è attestato dall'inizio del IV sec.a.C. fino all'epoca romana e stupisce che non sia documentata una fase arcaica (Tocco Sciarelli 1987, pp.372-373; G. Greco, Capodifiume, in, Atti Taranto XXVII, 1987, pp.419-423); invece negli altri due santuari, a Getsemani (Tocco Sciarelli 1987, p. 372; M. Cipriani, Getsemani, in Atti Taranto XXVII, 1987, pp.416-418) e ad Acqua che bolle (Tocco Sciarelli 1987, p.371; M. Cipriani, Acqua o Fontana che bolle, in, Atti Taranto XXVII, 1987, pp.415-416), la frequentazione religiosa è provata fin dalla metà del VI sec.a.C. e si continua anche dopo la deduzione della colonia latina. Ricordiamo infine che da Capodifiume nasceva il Salso, la principale arteria di irrigazione della chora orientale, che, lambendo le mura meridionali, rappresentava una importante riserva idrica per la città (Voza 1963, p.24; Tocco Sciarelli 1987, p.372).
[75].E. Greco, Topografia e Urbanistica, in, AA.VV., Paestum, la città e il suo territorio. Quaderno di documentazione. Istituto dell'Enciclopedia italiana fondato da G.Treccani, Roma 1990, p.96.
[76].E' verosimile ricondurre la cloaca all'età arcaica dal momento che pare essere l'unica struttura di drenaggio in quel settore del temenos di Hera, sede della sorgente citata.
[77].Voza 1963, pp.228-232; E. Greco, Topografia e Urbanistica, in, AA.VV., Paestum, la città e il suo territorio. Quaderno di documentazione. Istituto dell'Enciclopedia italiana fondato da G.Treccani, Roma 1990, pp.95-96.
[78].Johannowsky 1982, p.226, p.236.
[79].Napoli 1966, p.205; M. Napoli, L'attività archeologica in Campania, in, Atti Taranto IV, 1964, p.115, in cui non è specificato di che natura fossero i pozzetti, se si trattasse cioè di serbatoi o di veri e proprii apprestamenti per raggiungere l'acqua di falda. Pare più credibile, data anche la posizione, che fossero serbatoi, a cui facevano riferimento i canaletti per la captazione dell'acqua piovana, citati dall'autore.
[80].B. Neutsch, L'attività archeologica in Campania, in, Atti Taranto IX, 1969, p.193.
[81].Napoli 1966, p.209; Greco 1981, p.43.
[82].B. Neutsch, L'attività della missione di Innsbruck a Velia, in, Atti Taranto XI, 1971, pp.416-417.
[83].Appartenente al sottotipo in ciottoli e cilindri di terracotta nei livelli inferiori.
[84].M. Napoli, L'attività archeologica in Campania, in, Atti Taranto IX, 1969, p.115. Poiché la vasca fu rinvenuta incorporata nel tratto di mura a monte, che collega il quartiere portuale con la zona di Porta Rosa, si può proporre come datazione della fontana la fine del VI sec.a.C., epoca di costruzione del tratto di mura in questione (M. Napoli, Intorno alla pianta di Velia, in "PdP." 1970, pp.232-233).
[85].A. Maiuri, Velia. Prima ricognizione ed esplorazione, Maggio-Settembre 1927, in, AA.VV., Campagne della Società Magna Grecia, 1926 e 1927, Roma 1928, p.27; P. Mingazzini, Scavi 1927; fornace di mattoni ed antichità varie, in "Atti e Memorie della Società Magna Grecia" XXXI, 1954, p.49.
[86].B. Neutsch, Zum Eros-Brunnen von Elea, in, Philias charin. Miscellanea di studi classici in onore di Eugenio Manni, Roma 1980, p.1617; B. Neutsch, Ricerche e studi archeologici nella zona del Pozzo Sacro di Velia, 1979, in, Atti Taranto XIX, 1979, p.350.
[87].Due esemplari, del tipo a cilindro fittile e del tipo in mattoni, nell'insula III, databili alla fine del IV-inizio del III sec.a.C.
[88].Di tipo particolare, con un pithos come coronamento superficiale (Neutsch 1987, p.293).
[89].La fontana si addossava al muro in grandi blocchi lapidei commisti a mattoni, costituente il terrazzamento meridionale della piazza e il fondo del portico inferiore del peristilio. La vasca era chiusa ai lati da muri in laterizi e, sulla fronte, da un muretto in mattoni, rivestito in opus signinum e lastre di marmo; i muri laterali si spingevano oltre la vasca creando una specie di cortile con pavimento in marmo e mosaico e chiuso davanti da quattro colonne; l'acqua usciva da due bocche in pietra piuttosto rozze, prominenti dal muro sovrastante la vasca (N. Neuerburg, L'architettura delle fontane e dei ninfei dell'Italia antica, Napoli 1965, pp.109-110, fig.146; Sestieri 1957, p.10; Napoli 1966, p.196).
[90].Sestieri 1957, p.10; P. C. Sestieri, De steden van het onde Lucanie, in "Antiquity and Survival" III, 1962, p.93; Napoli 1966, p.196-197; Napoli 1972, p.18, in cui venivano proposte per l'agora una prima fase di vita dal V alla fine del IV sec.a.C. e una seconda all'inizio del III sec.a.C. . Ma il Johannowsky (1982, pp.234-236) interpreta l'intera area come un ginnasio del II sec.a.C. . La fontana trova confronti con altre krenai a prostilo di età ellenistica, come per esempio quelle di sud-ovest nell'agora di Atene (Lang 1968, p.20), di Piazza della Vittoria a Siracusa (Collin Bouffier 1987, pp.687-690), di Ialysos a Rodi (B. Dunkley, Greek fountain building before 300 b.C., in "Annual of the British School at Athens" 36, 1935-36, pp.183-184; R. E. Wycherley, How the Greeks built their cities, London 1973, pp.207-208), perciò ci pare di poterla porre cronologicamente non prima del IV sec.a.C.. Se, come il Napoli, si riconosce nella zona l'agora ellenistica, la fontana risale all'inizio del III sec.a.C.. Se invece si segue il Johannowsky la fontana, strutturalmente connessa con il portico inferiore, è datata con il complesso ginnasiale al II sec.a.C. .
[91].Lo stesso quadro cronologico della fontana può essere riferito all'acquedotto. Esso era realizzato in blocchi lapidei che costituivano due poderose spalle parallele sostenenti una copertura in blocchi accostati sul lato lungo; nei tratti oggi invisibili il piano di scorrimento dell'acqua era scandito da gradoni in blocchi per smorzare il flusso rapido dell'acqua nei punti di maggior pendenza ed erano frequenti i pozzetti di decantazione per il deposito dei detriti trasportati a valle. Il Sestieri (1957, p.10) dà notizia del collegamento fra acquedotto e fontana. Il Napoli (1966, p.196) afferma che la struttura passava al di sotto dell'agora e fu realizzata per irregimentare le acque che, secondo lui, alla fine del IV sec.a.C. causarono un'alluvione tale da seppellre la prima fase dell'agora, ma il Johannowsky (1982, p.228, p.238) non accetta l'ipotesi dell'alluvione, spiegando che le pendici delle alture intorno al quartire meridionale erano abitate e terrazzate come in contrada Vignale e nella stessa agora.
[92].Gestione attenta e costante che si oppone all'ipotesi dell'alluvione di fine IV sec.a.C. .
[93].Per esempio nel quartiere meridionale, insula III, alla fine del IV-inizio del III sec.a.C. .
[94].Neutsch 1987, p.295; F. Krinzinger, Le mura urbane di Velia, in, Atti Taranto XIX, 1979, p.364. L'impianto stradale è ricondotto all'inizio del V sec.a.C., ma le abitazioni all'età romana, subito dopo la fondazione del Municipium di Velia, intorno all'88 a.C., dal momento che fra di esse sono ancora presenti gli ambitus, obliterati normalmente nel quartiere meridionale fra il I sec.a.C. e il I sec.d.C. .
[95].Quartiere meridionale: insula III ed insula II, dove gli ambitus obliterati nel I sec.d.C. risalgono alla fine del V sec.a.C. (Johannowsky 1982, pp.231-234; W. Johannowsky, L'attività archeologica nelle provincie di Avellino, Benevento e Salerno, in, Atti Taranto XVII, 1977, p.349); contrada Vignale (vd. nota precedente).
[96].Esso, con andamento irregolare e sinuoso, attraversa il settore sud-orientale del villaggio poligonale e si dirige verso sud-ovest lungo il pendio a valle delle abitazioni; contemporaneo dell'abitato è datato alla seconda metà del VI sec.a.C. (J. P. Morel, Sondages sur l'acropòle de Vélia, in "Pdp." 1970, pp.139-140).
[97].Greco 1976, p.783.
[98].Greco 1976, pp.782-783. Un buon drenaggio si rese necessario fin dall'inizio del V sec.a.C., a causa della presenza di due edifici con funzione di donari (Greco 1976, p.785); all'inizio del III sec.a.C. la ricostruzione unitaria dei due donari (Greco 1981, p.42) determinò la spalla sud della canaletta oggi visibile, mentre la spalla nord coincideva, come già prima, con l'ultimo filare di fondazione del terrazzamento; contemporaneamente l'analemma sud-occidentale del teatro, ortogonale al terrazzamento, fece da argine orientale, dirigendo a valle lo scarico dell'acqua (J. Daum, Das Theater auf der Akropolis von Elea, in "Forschungen und Funde" 1980, p.499; L. Todisco, Teatro e theatra nelle immagini e nell'edilizia monumentale della Magna Grecia. Elea, in, AA.VV., Magna Grecia. Arte e artigianato, Milano 1990, p.144).
[99].In questa prospettiva il Maiuri (Scavi e scoperte in Magna Grecia, in, Atti del VII Congresso internazionale di Archeologia Classica, Roma 1961, p.89) definisce "fognone" l'acquedotto della Hyele, sottolineando che esso condusse alla scoperta della Porta Marina sud il Sestieri, che da parte sua, comunque, considera in generale la struttura come un'importante opera di drenaggio (P. C. Sestieri, De steden van het onde Lucanie, in "Antiquity and Survival" III, 1962, p.93).
[100].Esse presentano un piano di scorrimento dell'acqua e la spalla esterna realizzata in blocchi lapidei, mentre la spalla interna coincide con il contenimento marginale della carreggiata, datata appunto alla fine del IV sec.a.C. (Napoli 1966, pp.215-216; Napoli 1972, p.19).
[101].Durante il V sec.a.C. la zona costituiva il molo del porto, ma un intervento della fine del IV sec.a.C. ebbe come risultato la nascita dell'insula III e, nello spazio fra l'insula e le mura, fondate sopra ai muri del vecchio molo, la nascita della Via del Porto e del canale in esame, che giunto nel punto in cui il tratto inclinato della via si collega a quello fiancheggiante l'insula III ad una quota inferiore, sembra cessare di esistere, almeno come struttura di irreggimentazione rigida: l'acqua correva seguendo l'invito delle mura fino al varco bipartito, anch'esso della fine del IV sec.a.C.; è evidente che questo tratto della Via del Porto sia stato realizzato a quota ribassata, per evitare l'allagamento dell'insula III (NAPOLI 1966, p.220; M. Napoli, Intorno alla pianta di Velia, in "PdP." 1970, pp.229-232; G. Schmiedt, Contributo alla ricostruzione della situazione geotopografica di Velia nell'antichità, in "PdP." 1970, p.73, p.76, p.82; Napoli 1972, p.12, p.18; Greco 1981, p.46; Johannowsky 1982, p.228, p.231, p.238).
[102].G. W. Elderkin, The fountain of Glauce at Corinth, in "AJA" XIV, 1910, pp.45-46; S. I. Rotrof, Three cisterns system on the Kolonos Agoraios, in "Hesperia" 52, 1983, pp.257-297, pp.257-297; D. M. Robinson, J. W. Graham, Excavations at Olynthus, 7. The Hellenic House, Baltimore 1938, p.309; Collin Bouffier 1987, pp.679-680.
[103].Pozzi arcaici furono rinvenuti in Via Magnaghi, scavati in roccia e messi fuori uso nel V sec.a.C. (De Juliis 1984, p.560), in Via Principe Amedeo, scavati nella roccia viva e attivi prima della metà del VI sec.a.C. (E. M. De Juliis, L'attività archeologica in Puglia, in, Atti Taranto XIX, 1979, p.427), uno nel Monastero di Santa Chiara, scavato in roccia del VII sec.a.C., risalente dunque alla prima fase di vita della colonia spartana (G. Pucci, Monastero di S.Chiara, in "Taras" X, 2, 1990, pp.307-308).
[104].Sono documentate serie di pozzi e cisterne collegate da canaletti per la raccolta dell'acqua piovana in Via Magnaghi (De Juliis 1984, p.560)e in Via Aristosseno angolo Via Tesoro (E. M. De Juliis, L'attivività archeologica in Puglia. Provincia di Taranto, in, Atti Taranto XXIII, 1983, p.424), datate al IV-III sec.a.C., sempre in via Aristosseno di fine II sec.a.C.-I sec.d.C., in Via di Palma (A. Dell'Aglio, Via F. Di Palma. Taranto, in "Taras" XI, 2, 1991, p.306), colmate già nella seconda metà del IV sec.a.C., in Via Acclavio (A. Dell'Aglio, Via D. Acclavio. Taranto, in "Taras" XI,2, 1991, p.303) e in Via Monfalcone (A. Dell'Aglio, Via Monfalcone, Via G. Oberdan, Via T. Minniti, in "Taras" XI, 2, 1991, pp.308-309), attive dall'età ellenistica fino alla tardo-repubblicana e alto imperiale, presso l'Ospedale della Santissima Annunziata, datate dall'età tardo repubblicana all'epoca Giulio-Claudia (G. Andreassi, L'attività archeologica in Puglia, in, Atti Taranto XXV, 1985, p.373).
[105].A. Stazio, La documentazione archeologica in Puglia, in, Atti Taranto IV, 1964, p.155; F. Filippi, Nuovi saggi nell'area del tempio arcaico di Taranto, in "Ric.St.Brindisi" IX, 1976, pp.70-71. La canaletta fu ricondotta all'insediamento protostorico preellenico e interpretata come fondazione della parete di una capanna, ma i confronti con i canaletti dell'acropoli di Satyrion (Lo Porto 1974, p.500; F. G. Lo Porto, L'attività archeologica in Puglia, in, Atti Taranto XII, 1972, p.375) rendono propensi ad una datazione un po' più recente verso la fine dell'VIII sec.a.C. e ad intendere la struttura come una canaletta di drenaggio forse collegata all'oikos protoarcaico, ipotizzato come primo edificio sacro precedente il tempio dorico (Gullini 1983, p.249).
[106].Gullini 1983, p.218.
[107].D. Mertens, Per l'urbanistica e l'architettura della Magna Grecia, in, Atti Taranto XXI, 1981, p.110; Gullini 1983, pp.258-259.
[108].Si farà talvolta riferimento a dati presentati dal Dott. De Siena in un seminario tenuto nel Marzo 1993 nel Dipartimento S.A.A.S.T. dell'Università di Torino.
[109].In età ellenistica i pozzi appartengono al tipo senza peristomion ed incamiciatura in cilindri fittili. In generale già il Lacava (Metaponto, Napoli 1891, p.68; M. T. Giannotta, Metaponto ellenistico-romana, Galatina 1980, p.38) sosteneva la grande diffusione dei pozzi su tutto il territorio abitato, opinione condivisa dall'Adamesteanu (1973, p.39).
[110].G. Pesce, Metaponto, in "NSc." 1936, p.439.
[111].Lo Porto 1966, pp.148-149; Adamesteanu 1973b, p.158.
[112].Metaponto I, pp.306-311; D. Adamesteanu, Attività della Soprintendenza della Basilicata, in "BdA" LII, 1967, p.47; Adamesteanu 1973a, p.39; Adamesteanu 1973b, p.175.
[113].Metaponto I, p.311; Adamesteanu 1973a, p.39.
[114].Adamesteanu 1973a, p.73.
[115].Si tratta di strutture a sezione circolare, circondate da una piattaforma lapidea, dotata di una canalizzazione scaricante nella cloaca della plateia A-A1, per l'acqua che traboccava durante il rifornimento (A. De Siena, Metaponto e il Metapontino, in, Da Leukania a Lucania. La Lucania centro-orientale fra Pirro e i Giulio-Claudii, Roma 1992, p.119).
[116].D. Adamesteanu, Siris e Metaponto alla luce delle nuove scoperte archeologiche, in "ASAA" XLIV, 1982, p.309; D. Adamesteanu, Una porta metapontina, in, Saggi in onore di G.de Angelis d'Ossat, Roma 1987, p.15.
[117].M. T. Giannotta, Metaponto ellenistico-romana, Galatina 1980, p.37. Le canalette metapontine sono distinguibili in vari gruppi: quelle costituite da soli laterizi a cassetta, da laterizi a cassetta e tubi fittili, laterizi a cassetta e coppi, tubi, laterizi ad U con spalle divergenti o parallele o strutturate con entrambe i tipi di laterizi e con laterizi ad U e tubi, coppi, con elementi lapidei.
[118].Adamesteanu 1973a, p.39.
[119].Si tratta di grandi canali con spalle in blocchi lapidei, generalmente di puddinga, carparo e calcare; erano dotate certamente di copertura presso gli incroci stradali per non ostacolare la viabilità. Sono oggi documentate nell'area del santuario di Apollo Licio/agora: due cloache appartenenti agli stenopoi fra le insulae I e II e a nord dell'insula I (Metaponto I, p.238); le cloache della plateia A-A1: la est-ovest corrente lungo il margine sud della via, che riceveva a metà strada le acque della cloaca sud-nord di una plateia nord-sud ortogonale alla A-A1, le due ovest-est dei margini nord e sud, nel tratto di plateia ad ovest del santuario; la cloaca sud-nord corrente lungo il margine est della plateia nord-sud , che entra nell'agora convergendo sulla A-A1, all'altezza del temenos di Aristeas (Adamesteanu 1973a, p.35; D. Adamesteanu, Dios Agora a Metaponto, in "PdP." 1979, pp.303-304); una cloaca nella zona del Castrum sul margine nord della plateia A-A1 (L. Giardino, La campagna di scavo nell'area del Castrum, in, Atti Taranto XVII, 1977, p.416); la cloaca fuoriuscente dalla Porta Nord della plateia C-C1 (Metaponto I, pp.255-257).
[120].Esse sono collegate da un ramo sud-nord della cloaca est-ovest del margine sud, che intercetta la ovest-est presso l'imbocco del grande canale.
[121].Metaponto I, pp.226-238; Adamesteanu 1974b, p.248; D. Adamesteanu, L'attività archeologica in Basilicata, in Atti Taranto XVII, 1977, pp.372-373.
[122].D. Adamesteanu, L'attività archeologica in Basilicata, in Atti Taranto XV, 1975 , pp.519-520. La datazione di questa fase è stata anche ribadita dal Dott. De Siena nel Marzo del 1993 a Torino.
[123].Adamesteanu 1973b, pp.176-177; D. Mertens, Per l'urbanistica e l'architettura della Magna Grecia, in Atti Taranto XXI, 1981, p.105.
[124].Si tratta della diretta antecedente della cloaca ovest-est corrente lungo il margine nord della plateia A-A1 durante la fase ellenistica (Metaponto I, pp.301-306). Appartengono alla seconda fase la cloaca fuoriuscente dalle mura settentrionali ad est del Ceramico e quelle di Proprietà di Taranto (Metaponto I, pp.250-251, pp.306-311).
[125].Adamesteanu 1973a, p.39.
[126].L'Adamesteanu segnalò l'esistenza di un grande canale che all'altezza del santuario di S. Biagio alla Venella si distaccava dal Basento per giungere presso l'angolo sud-ovest della città e colmare con acqua il fossato; di conseguenza ipotizzò l'esistenza di altri canali simili provenienti sia dal Basento sia dal Bradano (Adamesteanu 1973a, p.31; Adamesteanu 1973b, p.167) e propose che il sistema di cloache fosse alimentato dall'acqua proveniente dalla chora (Adamesteanu 1974b, p.251).
[127].Adamesteanu 1973b, p.168.
[128].Andamento motivato da un salto di quota (A. Bottini, L'attività archeologica in Basilicata. Metaponto, in, Atti Taranto XXIII, 1983, p.459).
[129].Esse unite dalla plateia est-ovest, probabile erede dell'asse principale dell'antica Siris (D. Adamesteanu, L'attività archeologica in Basilicata, in, Atti Taranto XVI, 1976, p.835) furono frequentate rispettivamente dalla fine del V sec.a.C. al IV-V sec.d.C. e dagli ultimi decenni del IV sec.a.C. al I sec.a.C., con una punta massima all'inizio della frequentazione romana di Eraclea (D. Adamesteanu, L'attività archeologica in Basilicata, in, Atti Taranto IX, 1969, p.237; Adamesteanu 1974a, p.110; L. Giardino, Il periodo post-annibalico a Heraclea, in, Atti Taranto XV, 1975, pp.549-560; Adamesteanu 1974b, p.256; Adamesteanu-Dilthey 1978, p.517, p.519, p.521; D. Adamesteanu, L'attività archeologica in Basilicata, in, Atti Taranto XVI, 1976, p.837; Giardino 1991).
[130].Piante dettagliate della Zona A e della Zona C fornite dal Dott. Bianco, in modo da poter operare su una documentazione grafica precisa, irreperibile in bibliografia, e fondamentale data la situazione attuale delle aree scavate.
[131].I pozzi sicuramente identificabili, siti nella Zona C appartengono al tipo a coronamento in mattoni, altre depressioni rilevate sulle piante con coronamenti in ciottoli e laterizi, in entrambe le zone dell'abitato, potrebbero essere identificate con pozzi del tipo a coronamento in ciottoli o mattoni e ciottoli. Sono localizzate nella Zona C alcune cisterne a pianta quadrangolare, sottoposte ad impluvia (L. Giardino, Il periodo post-annibalico a Heraclea, in, Atti Taranto XV, 1975, p.552) ed altre in settori di servizio a cielo aperto (Giardino 1991); come per i pozzi la raffigurazione di alcune depressioni sulle piante, simili a quelle delle cisterne note e corredate talvolta di canaletta di scarico, permettono di ipotizzare l'esistenza di altre cisterne in entrambe le zone.
[132].Adamesteanu 1974a, pp.98-104; Giardino 1991.
[133].Adamesteanu 1974a, pp.110; Giardino 1991.
[134].Adamesteanu 1974a, p.96.
[135].A. Bottini, L'attività archeologica in Basilicata. Metaponto, in, Atti Taranto XXIII, 1983, pp.457-458.
[136].Sono presenti canalette dei tipi: in soli laterizi a cassetta e con tegole, in tubi e tubi più tegole, in tegole laconiche, in coppi, e con spallette in muratura eterogenea o di piccoli blocchi lapidei. Dal punto di vista cronologico le strutture seguono le stesse datazioni dell'abitato dell'acropoli.
[137].Giardino 1991.
[138].Nel caso dello stenopos fra le insulae III e IV, fu anche realizzata una cloaca, con spalle in muratura lapidea, attiva forse già dalla fine del V o dal IV sec.a.C., visto il suo collegamento con le canalizzazioni di un'abitazione dell'insula IV (Adamesteanu-Dilthey 1978, p.521).
[139].Scavata all'interno del battuto stradale e realizzata in blocchi lapidei è dotata di un piano di scorrimento inclinato verso nord, con una lieve curvatura verso nord-est. Al termine, nell'angolo fra la spalla nord e la parete di fondo, fu aperto il collegamento con un cunicolo, che, passando al di sotto delle abitazioni immediatamente a ridosso del limite settentrionale del pianoro, sbucava lungo la scarpata e, da lì, scaricava le acque di rifiuto provenienti dalla plateia; attraverso la spalla sud, di fronte all'imbocco del cunicolo si attesta lo sbocco di un collettore, con spalle lapidee, drenante le acque dell'insula I (Adamesteanu 1974a, p.109; Giardino 1991).
[140].P. G. Guzzo, Sibari, in, Atti Taranto XI, 1971, p.438. Opinione ancora ribadita nell'Ottobre del 1992 al XXXII Convegno di Taranto, dedicato all'aggiornamento sugli studi sibaritici. Nella stessa occasione è stata inoltre puntualizzata da esperti la situazione delle acque sotterranee nella piana di Sibari ed è risultato chiaro che attualmente la falda freatica, da sempre assai abbondante, è molto più alta rispetto all'antichità, quando invece scorreva ad un livello raggiungibile facilmente dai pozzi, ma non tale da emergere dopo pochi metri dalla superficie del piano di vita.
[141].Sono tutti esemplari con peristomion e incamiciati con vere di terracotta (P. G. Guzzo, Sibari. Materiali per un bilancio archeologico, in, Atti Taranto XXXII, 1992, p.59).
[142].Si tratta di tre esemplari: il più antico riconducibile al tipo con coronamento in laterizi e ciottoli ed incamiciatura in ciottoli, i due più recenti con incamiciatura di vere fittili, ma è ignota la presenza o l'assenza del peristomion.
[143].Appartenenti rispettivamente ai tipi con coronamento in ciottoli e rivestimento in ciottoli e cilindri fittili e con peristomion ed incamiciatura in vere di terracotta.
[144].L. Forti, A. Stazio, Vita quotidiana dei Greci d'Italia, in, AA.VV., Megale Hellàs. Storia e civiltà della Magna Grecia, Milano 1983, pp.673-674, dove si ricorda che un'interpretazione diffusa della favola è quella secondo la quale i Sibariti avrebbero realizzato dei canali navigabili per il trasporto del vino e compiuto opere di bonifica, convogliando le acque per mezzo di canalizzazioni di drenaggio.
[145].La tradizione vuole che l'oracolo di Delfi abbia indicato quella sorgente come punto di riferimento per i coloni che fondarono la città omonima di Thourion, dopo la metà del V sec.a.C. (G. Vallet, Avenues, quartiers et tribus à Thourioi, ou comment counter les cases d'un damier (à propos de Diod. XII, 10 et 11), in, L'Italie preromaine et la Rome repubblicaine. Melanges offert à Jacques Heurgon, Rome 1976, p.1022).
[146].U. Zanotti Bianco, Le ricerche archeologiche in Calabria durante l'ultimo cinquantenio, in, Atti del Primo Congresso storico calabrese. Cosenza 1954, Roma 1957, p.14.
[147].U. Zanotti Bianco, Studi topografici sull'antica Sibari, in "Arch.st.Cal.Luc." II, 1932, pp.290-291.
[148].Sono oggi in luce a parco del Cavallo i resti di due vasche circolari di fontane, corredate di tubature immissarie ed emissarie, del II sec.d.C. a sud del teatro (Sibari, pp.432-433) e un'area circolare occupata probabilmente da una fontana simile alle precedenti lungo il margine est della plateia nord-sud (Sibari III, p.266). E' possibile che l'acquedotto di alimentazione fosse lo stesso rinvenuto dallo Zanotti Bianco, ristrutturato e a lungo utilizzato in epoca romana.
[149].Sono tutte canalette in coppi del tipo in soli coppi e una del tipo in sole tegole.
[150].Guzzo 1972-73, p.35; Sibari, p.218.
[151].Guzzo 1972-73, pp.38-39; F. Castagnoli, Topografia e urbanistica, in "Atti e Memorie della Società Magna Grecia" XIII-XIV, 1972-73, p.53; Guzzo 1981, pp.18-19; P. G. Guzzo, Sibari. Materiali per un bilancio archeologico, in, Atti Taranto XXXII, 1992, p.68.
[152].Guzzo 1973a, p.290, p.294; P. G. Guzzo, L'attività dell'ufficio scavi di Sibari, in, Atti Taranto XV, 1975, pp.623-624; Greco 1981, p.128; Sibari, pp.268-269, p.437, p.491. Sibari III, p.266; Sibari IV, p.184, p.187, p.189, pp.303-305; Sibari V, p.299, p.302, pp.331-366.
[153].Guzzo 1981, p.23; Sibari, p.479; Sibari III, pp.265-310 passim; Sibari IV. pp.161-200 passim, pp.303-322 passim.
[154].Guzzo 1973a, p.308.
[155].Inoltre il tratto della plateia est-ovest ad occidente dell'incrocio di Parco del Cavallo è inclinato da ovest verso est, cioé verso l'incrocio stesso, e il tratto orientale della medesima plateia ad est dell'incrocio di Prolungamento Strada è invece inclinata da est verso ovest, appunto in direzione del quadrivio.
[156].Il Guzzo a proposito della plateia nord-sud di Parco del Cavallo nota la discrepanza fra la notevole lunghezza della strada e la ridotta inclinazione verso nord della cunetta del margine ovest e propone che l'acqua di quest'ultima venisse divisa e smaltita fra i vari canaletti orientati verso est correnti all'interno degli stenopoi, attestati sul lato orientale della plateia (Sibari IV, p.189). Questa ipotesi pare contrastata dall'innalzamento di quota rilevato per l'area attraversata dalla plateia est-ovest fra i due incroci con le nord-sud, valido anche per gli stenopoi ad essa paralleli a nord; inoltre i canaletti di questi stenopoi con inclinazione da est verso ovest sono tributari della cunetta del margine orientale della plateia nord-sud. Quanto alla cunetta del margine ovest si può pensare che la ridotta pendenza fosse determinata dalla profondità raggiunta presso l'incrocio con la plateia est-ovest, voluta per creare un bacino di raccolta immediato per le acque defluenti nel quadrivio, a poco a poco smaltite in seguito lungo il bacino della cunetta.
[157].Sono distinti il gruppo degli isolati regolari (I), in vita dalla fine del VI-inizio V sec.a.C., e quello degli isolati irregolari (H), datati al IV sec.a.C. . La frequentazione cessa alla fine del III sec.a.C. (E. Lissi, Gli scavi della Scuola Nazionale di Archeologia a Locri Epizefiri (1950/56), in, Atti del VII Congresso Internazionale di Archeologia Classica, Roma 1961, pp.110-111; M. Barra Bagnasco, Problemi di urbanistica locrese, in, Atti Taranto XVI, 1976, pp.402-403).
[158].Locri I, pp.28-29. Nell'abitato locrese sono presenti i tipi con peristomion e incamiciatura a cilindri fittili, con peristomion in mattoni e rivestimento in mattoni e vere fittili, con peristomion in mattoni e ciottoli, con coronamento in mattoni o in ciottoli e incamiciatura a fasce successive di ciottoli, mattoni, cilindri fittili. A valle dell'edificio scenico del teatro greco sono visibili due pozzi scavati nel banco di arenaria ora privi di peristomion e di coronamento superiore.
[159].La notizia è redatta sui Taccuini-Orsi, alla p.50 delle notazioni dedicate a Locri. Il diametro di m. 0,16/0,19 rientra nei limiti dimensionali per esempio degli acquedotti urbani metapontini.
[160].Sebbene la grotta fosse fuori le mura, pare strano che le condutture siano soltanto concepite per il drenaggio e un patrimonio idrico simile non fosse condotto e sfruttato più a valle nell'abitato.
[161].G. Gullini, La cultura architettonica di Locri Epizefiri. Documenti e interpretazioni, Taranto 1980, TAV.III; Gullini 1983, p.321; Costabile 1992, p.9, p.11, p.239 nota n.4. Poiché tutti gli elementi della conduttura erano dotati di opercolo, utile secondo recenti studi (R. Tolle Kastenbein, Entluftung antiker Wasserleitungsrohre, in "A.A." 1990, pp.25-30) per sigillare i giunti dall'interno e liberare il flusso idrico da bolle d'aria, sia in condotti a gravità sia soprattutto a pressione, non si dovrebbe escludere l'eventualità che l'apprestamento in esame possa appartenere a quest'ultima categoria. I tubi usati, inoltre, assai simili agli esemplari reimpiegati nelle canalette di drenaggio a Centocamere e Marasà Sud, sembrano di produzione locale, conformi cioé alle tipologie greche, perciò la cronologia fissata all'età romana deve essere limitata all'inizio del II sec.a.C.; il confronto con una tubatura a pressione di Morgantina, immediatamente successiva al 211 a.C., anno dell'occupazione romana, parrebbe confermare la datazione (E. Sjoqvist, Excavations at Morgantina (Serra Orlando) 1959. Preliminary Report IV, in "AJA" LXIV, 1960, p.130).
[162].Per la tecnica corinzia: G. W. Elderkin, The fountain of Glauce at Corinth, in "AJA" XIV, (1910), pp.45-46. Per le grotte siracusane: D. P. Crouch, Water Management in Ancient Greek Cities, New York-Oxford 1993, pp.135-136.
[163].Il sito fu indagato negli anni '40 ed oggi la volta della grotta è definitivamente crollata (P. E. Arias, Locri. Scavi in Contrada Caruso-Polisà (Aprile, Maggio 1940), in "NSc." 1946, p.140; Costabile 1992, pp.12-13, pp.15-17, pp.17-20).
[164].Costabile 1992, pp.26-40.
[165].Ricondotto da alcuni al periodo precedente l'assedio ateniese di Siracusa (A. Burns, Ancient Greek Water Supply and City Planning. A study of Syracuse and Akragas, in "Technology and Culture" XV, 1974, p.392; Tolle Kastenbein 1993, p.227), da altri al regno di Dionisio I (Collin Bouffier 1987, pp.661-691).
[166].Realizzato prima del 415 a.C. (Collin Bouffier 1987, pp.661-691), è dotato di un ramo ipogeo che alimentava la fontana del Ninfeo, esistente già ai tempi di Dioniso I e ristrutturato da Ierone II (N. Neuerburg, L'architettura delle fontane e dei ninfei dell'Italia antica, Napoli 1965, pp.108-109; F. Coarelli, M. Torelli, Guide archeologiche Laterza. Sicilia, Roma-Bari 1988, pp.252-253).
[167].Si sono isolati vari tipi di canalette: in laterizi a cassetta, laterizi a cassetta e tubi fittili, laterizi a cassetta e coppi, laterizi a cassetta e tegole, soli tubi, tubi e coppi, kalyptéres hegemònes o soli coppi, di varia composizione.
[168].M. Barra Bagnasco, Locri Epizefiri. Ricerche archeologiche su un abitato in Magna Grecia. Mostra documentaria, Soprintendenza archeologica Ottobre 1983, Reggio Calabria 1983, p.10; M. Barra Bagnasco, Locri Epizefiri. Campagna di scavo 1979, in, Atti Taranto XIX, 1979, p. 393; COSTAMAGNA SABBIONE 1990, p.227, p.229. Quanto alle fosse, un esempio è localizzato all'angolo fra plateia est-ovest e lo stenopos fra gli isolati H4 e H5.
[169].La plateia con inclinazione da est verso ovest, dividendo le serie di stenopoi degli isolati I ed H con andamento nord-sud, monte-mare, riceveva le acque di tutta la serie degli I. Gli stenopoi fra H3 e H4 e fra H4 e H5 facilitavano lo smaltimento verso sud delle acque accumulatesi nella plateia, mentre quello obliquo fra H2 e H3, raggiungendo poco più a nord della metà una quota superiore a quella della plateia, scaricava le acque dei settori nord-est di H2 e nord ovest di H3 sulla medesima. Le acque discendenti verso mare lungo gli stenopoi fra H3 e H4 e fra H4 e H5 e il tratto meridionale dello stenopos obliquo erano raccolte da una plateia fiancheggiante le mura e superato il Propileo monumentale (Locri I, pp.42-46; Barra Bagnasco 1996, p.138), che dotato di una piattaforma calcarea emergente dalle fondazioni creava piuttosto uno sbarramento che uno sfogo, venivano convogliate già in età arcaica in un canale fuoriuscente dalle mura ad ovest dell'isolato H1.
[170].Sono realizzati in laterizi a cassetta sia il canale di scorrimento sia la copertura e la struttura ha un'inclinazione di mm.6 ogni metro (M. Barra Bagnasco, Locri Centocamere: l'abitato, in "Magna Grecia" X, 1975, p.11; M. Barra Bagnasco, Problemi di urbanistica locrese, in, Atti Taranto XVI, 1976, p.389; M. Barra Bagnasco, Lo scavo di Locri Centocamere, in, Atti Taranto XIV, 1974, p.326; Gullini 1983, p.321; M. Barra Bagnasco, Documenti di architettura minore in età ellenistica a Locri Epizefiri, in, Alessandria e il mondo ellenistico-romano. Studi in onore di Achille Adriani, Roma 1984, p.516).
[171].Locri I, p.37.
[172].Locri I, p.41.
[173].Locri I, pp.34-41; M. Barra Bagnasco, Indagine archeologica su Locri Epizefiri: i suoi monumenti e la sua produzione artistica nel quadro della cultura della Magna Grecia, Roma 1978, p.12; Barra Bagnasco 1996, p.137.
[174].Ve ne sono tre nel quartiere emporico, due parallele ai margini della platèia centrale in comunicazione con il Propileo monumentale, attive fra V e III sec.a.C. (Locri I, p.9), ed una uscente dal varco ad ovest del Propileo, in prosecuzione al canale arcaico all'interno delle mura (Locri I, p.22). Ricordiamo infine una cunetta di inizio III sec.a.C. corrente lungo la plateia a ridosso delle mura fra Propileo e varco occidentale (Locri I, p.37).
[175].Forniscono notizie sullo sbarramento del vallone Milligri: G. Foti, La topografia di Locri Epizefiri, in, Atti Taranto XVI, 1976, p.347, E. Lattanzi, L'attività archeologica in Calabria, in, Atti Taranto XXI, 1981, pp.217-236. Il varco a baionetta largo m.2 si apriva nel cuore della strettoia fortificata con poderosi muraglioni, costituti da blocchi lapidei in opera di testa e di taglio. Per quanto riguarda lo sbarramento del vallone Saitta-Abbadessa si ricordi inoltre il grande muraglione che fa da terrazzamento al pianoro in cui fu ritrovata la stipe del santuario della Mannella e che sporgeva sul vallone fino al varco, realizzato fra il muraglione stesso e il tratto di mura ortogonali ad esso, provenienti dal colle di Abbadessa (Costamagna-Sabbione 1990, p.49, G. Foti, La topografia di Locri Epizefiri, in, Atti Taranto XVI, 1976, p.357; G. Foti, L'attività archeologica nelle provincie di Reggio Calabria e Catanzaro, in, Atti Taranto XVII, 1977,, pp.454-455; M. Barra Bagnasco, Locri Epizefiri organizzazione dello spazio urbano e del territorio nel quadro della cultura della Grecia di Occidente, Chiaravalle 1984., p.22).
[176].Non si sono attualmente rinvenute testimonianze di tale varco.
[177].La cosiddetta Porta di Afrodite (Barra Bagnasco 1996, pp.139-143).
[178].G. Foti, La documentazione archeologica in Calabria, in, Atti Taranto VII, 1967, p.235; Costamagna-Sabbione 1990, pp.264-268; Barra Bagnasco 1996, p.136.
[179].M. Barra Bagnasco, Locri Epizefiri organizzazione dello spazio urbano e del territorio nel quadro della cultura della Grecia di Occidente, Chiaravalle 1984., pp.27-28; COSTAMAGNA SABBIONE 1990, p.45.
[180].PINDARO, Olimpica I, vv.1-4; TEOGNIDE, Massime, vv.959-962; Pausania, descrivendo una qualsiasi città, non dimentica mai di sottolineare la presenza di sorgenti o apprestamenti idraulici.
[181].F. E. Winter, Greek Fortifications. Water Supply, in "Phoenix" IX suppl., 1971, p.50. A conferma notiamo che le sorgenti di Eraclea per esempio sgorgavano all'esterno della collina del Barone in un santuario frequentato fin dalla metà del VII sec.a.C. (ADAdamesteanu-Dilthey 1978, pp.515-565; Adamesteanu 1974a, pp.96-97; D. Adamesteanu, Siris e Metaponto alla luce delle nuove scoperte archeologiche, in "ASAA" XLIV, 1982, pp.302-304); a Velia la fonte Hyele fu inglobata nell'area cintata dalle mura solo con l'espansione dell'abitato nel 500-480 a.C., cioé più di mezzo secolo dopo la fondazione di Elea (Johannowsky 1982, p.226 e p.236). Invece a Sibari e Locri la fonte Thouria e le acque sorgive di Grotta Caruso rimasero sempre fuori le mura, come le sorgenti di contrada Lupata e dei santuari extraurbani di Capodifiume, Getsemani e Acqua che bolle per Poseidonia, frequentati, almeno gli ultimi due, fin dalla metà del VI sec.a.C.
[182].G. Panessa, Risorse idriche dei santuari greci nei loro aspetti giuridici ed economici, in ASNP. XIII, 1983, pp.359-387.
[183].Un caso opposto esemplare è rappresentato da Siracusa, dove è provata la presenza massiccia di pozzi e cisterne nell'abitato e di concomitanti reti di tubature per la distribuzione idrica lungo gli assi viari, nella neapolis, ad Acradina e ad Ortigia (P. Orsi, Siracusa. Nuova necropoli greca dei secoli VIII-VII, in "NSc." 1925, pp.195-196; Collin Bouffier 1987, pp.687-690).
[184].H. J. Kienast, Die Wasserversorgung griechischer Stadte, in, Wonhnnungsbau im Altertum. Berlin 1978, Berlin 1979, p.116; H. J. Kienast, Hezekiah's Water-Tunnel and the Eupalinos-Tunnel of Samos, a comparison, in, M. Inst. Wasser, 1984, pp.10-19; H. J. Kienast, Biespele antiker Wasserversorgungsanlagen. Samos, in AA.VV., Die Wasserversorgung antiker Stadte, Mainz 1987, pp.214-216.
[185].Pare anomalo pertanto che la colonia panellenica fosse priva di impianti idraulici degni del progetto pericleo, tanto più che l'iniziativa della fondazione proveniva appunto da Atene, città assai sensibile al problema dell'approvvigionamento idrico e, fin dai tempi di Pisistrato, e ancor prima, dotata di fontane e acquedotti di distribuzione.
[186].I grandi varchi presenti a Velia, Caulonia, Locri sono tutti affiancati da torri; un solo varco a Locri taglia le mura di Centocamere lungo la cortina, trattandosi di un restringimento di una porta arcaica.

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