Ricerche e Studi di Archeologia e Architettura Militare


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Architettura militare in Magna Grecia fra il IV sec. a.C. e l’età ellenistica

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da «Orizzonti. Rassegna di Archeologia», IV, 2003, pp. 169-183

Roberto Sconfienza

ARCHITETTURA MILITARE IN MAGNA GRECIA
FRA IL IV SECOLO A.C. E L’ETÀ ELLENISTICA


ILLUSTRAZIONI

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TESTO


Introduzione


Narra Diodoro Siculo che nel 444 a.C. i membri della spedizione voluta da Pericle per la rifondazione dell’antica Sibari, giunti sulla costa ionica della Calabria, si stanziarono presso la fonte Thoúria, indicata dall’oracolo come luogo prescelto per l’insediamento della nuova colonia, e subito cinsero il sito con un perimetro di mura denominando Thoúrion la città in ricordo della fonte[1]. Purtroppo oggi non si sa più nulla delle fortificazioni di Thurii, ma il passo di Diodoro testimonia che l’edificazione delle mura, poco dopo la metà del V sec. a.C., costituiva un’operazione preliminare alla fondazione di una città; effettivamente nel mondo greco durante quello stesso secolo le mura urbane assunsero un significato simbolico ed inequivocabile di civiltà, oltre alla precipua funzione difensiva[2]. La fortificazione poliadica non nacque per isolare uno spazio esclusivamente militare, ma per proteggere comunità urbane fiorenti e le loro ricchezze, derivanti dallo sfruttamento delle chórai e dalle attività commerciali. Le póleis, che originariamente sia in Grecia sia nelle aree coloniali non erano protette da mura, sentirono la necessità di difendersi con tali strutture assumendo il ruolo di centri di coordinamento e razionalizzazione delle risorse territoriali; di conseguenza all’inizio dell’età classica le fortificazioni costituivano una delle componenti urbanistiche fondamentali della pólis, del cui abitato segnavano il limite, e qualche decennio dopo erano riconosciute esse stesse immagine e simbolo della città[3]. In seguito, durante il IV sec. a.C., quando il rapporto strategico fra la città e il suo territorio venne rivoluzionato rispetto al passato e si intese l’insediamento urbano come perno centrale della difesa dello stato a scapito della chóra, le fortificazioni poliadiche assunsero una funzione ancor più importante, trasformandosi da diaframma passivo fra vittime ed invasori in supporto attivo per la reazione degli assediati agli assalti degli assedianti. Le nuove condizioni politiche del mondo greco ed ellenizzato avevano infatti trasformato le città in membri di organismi sovranazionali più potenti, quali le leghe e in seguito i regni sorti dopo la morte di Alessandro Magno, così da indurre anche una nuova concezione della guerra[4]. Non si verificarono più scontri fra eserciti oplitici di singole póleis preoccupate di proteggere le proprie chórai, ma, in ordine ad una strategia di più ampio respiro, venivano condotte lunghe campagne da parte di grandi armate con corpi specializzati, spesso culminanti in assedi di città decise a resistere in forza delle loro difese architettoniche e delle nuove artiglierie neurobalistiche. La battaglia campale oplitica fu frequentemente sostituita da uno scontro presso le mura delle città nemiche, poiché la sconfitta dell’avversario stava nella sottomissione di più parti possibili del suo organismo politico, ossia le città stesse, e l’unico modo per impadronirsi di esse era riposto nella pratica dell’assalto[5]. In tale contesto la grande novità di carattere tecnologico è la nascita delle macchine da guerra e da lancio. Accanto alla produzione di grandi arieti e torri d’assalto, le elepóleis[6], compaiono fin dall’inizio del IV sec. a.C. le prime artiglierie ad arco e dopo qualche decennio le neurobalistiche che, oltre a sviluppare un intenso volume di fuoco con proiettili o dardi di grande peso e dimensioni, attuavano tiri parabolici o rettilinei a seconda delle necessità d’impiego, determinando conseguenze importanti sulla progettazione delle fortificazioni e del loro stesso utilizzo in ambito difensivo[7].
L’importanza delle fortificazioni urbane divenne dunque tale che esse assunsero un posto rilevante anche nei trattati di poliorcetica[8], dopo che già Aristotele nella Politica aveva preso in considerazione il tema delle mura quali componenti essenziali del suo modello di città[9]. Ma, se Enea Tattico, contemporaneo di Aristotele, nella sua Poliorcetica forniva un’immagine di città funzionale alla difesa e armata di mura adatte a far fronte alla strategia dell’assalto[10], è nell’opera di Filone di Bisanzio, un meccanico vissuto intorno alla metà del III sec. a.C. ed esperto nella costruzione delle artiglierie, che si possono individuare i principi fondamentali che stanno alla base del nuovo modo di edificare le fortificazioni elaborato già a partire dal secolo precedente. Infatti nel libro V della Sintassi Meccanica Filone, consapevole di non vivere più al tempo della teichopoiía archaía, l’antico modo di costruire le mura, illustra perfettamente come le fortificazioni debbano essere costruite in obbedienza alle norme di adeguamento alla natura del sito, della difesa scalare, del fiancheggiamento reciproco fra le opere fortificate e del tiro radente il terreno, per garantire all’intero sistema difensivo un funzionamento organico, capace di respingere l’assalto nemico[11].
Il mondo greco d’occidente a partire dal IV sec. a.C., non è estraneo in ambito militare alle innovazioni descritte, anzi sembra che Taranto e Siracusa siano stati i centri all’avanguardia nella costruzione di macchine d’assedio e artiglierie ancor prima della Macedonia[12]. In questa sede vengono prese in considerazione le testimonianze archeologiche pertinenti alle difese di alcune città della Magna Grecia, rimandando ad altra occasione l’esame di quelle della Sicilia, per individuare le caratteristiche dell’architettura militare italiota fra il IV sec. a.C. e l’Ellenismo e verificarne l’adesione ai nuovi precetti poliorcetici e costruttivi elaborati nel mondo contemporaneo di cultura ellenica. La storia della Magna Grecia in questo periodo è ricca di eventi bellici che si svolsero seguendo le nuove politiche di alleanza e le moderne strategie di assedio delle città; il IV e il III sec. a.C. videro spesso sotto le mura delle antiche colonie greche le forze siracusane e locresi contrapposte a quelle della lega italiota, le armate dei condottieri stranieri, chiamati in Italia da Taranto a confronto con le genti italiche, Lucani e Brezii, gli eserciti di Pirro, di Roma e di Cartagine, determinando una conseguente stagione di cospicui rinnovamenti in ambito architettonico-militare che si tenterà di porre complessivamente in luce[13].

I circuiti difensivi


Osservando lo sviluppo dei circuiti fortificati a partire dal IV sec. a.C. emerge anche per la Magna Grecia la frequente applicazione della cosiddetta «Geländemauern», un perimetro murario che racchiude un’area più ampia del solo abitato urbano e, adeguandosi alla natura del suolo, si esplica come soluzione ottimale per il controllo strategico di tutte le posizioni favorevoli alla difesa della città e pericolose se dominate dal nemico[14]. Esempi importanti sono rappresentati dai circuiti che integravano le difese degli abitati in pianura con quelle estese alle alture circostanti, come le fortificazioni di Cuma, oggetto di interventi già nel V sec. a.C. e poi nel III sec. a.C., il sistema difensivo di Crotone, ristrutturato dopo la fine dell’occupazione siracusana nel 378 a.C., quello della rifondazione locrese di Caulonia negli anni precedenti il 346 a.C., le mura di Locri e di Velia, oggetto di importanti rifacimenti durante il IV sec. a.C., il circuito fortificato di Reggio, datato alla metà del V sec. a.C. ed esteso alle colline retrostanti l’abitato, quello di Hipponion, del IV sec. a.C. ristrutturato nel III sec. a.C., e per dimensioni più ridotte le fortificazioni di Castiglione di Paludi[15]. Diversamente rispetto a quelli precedenti non sembra che i casi di Metaponto e Paestum osservino pienamente la scelta della «Geländemauern», poiché nelle pianure in cui sorgevano le città non era necessario difendere posizioni d’altura lontane dall’abitato e pericolose per la sicurezza; a Paestum tuttavia è probabile che la prima fase del circuito orientale, datata alla seconda metà del IV sec. a.C., recingesse un’area disabitata, forse utilizzata in età lucana per le coltivazioni e più estesa di quella urbanizzata[16]. A Taranto venne realizzato un ampio circuito murario che inglobava anche le necropoli e creava una vera «Geländemauern», non al fine di comprendere posizioni a rischio per la difesa urbana, ma per lo sfruttamento della natura acquitrinosa del terreno antistante il fronte orientale aperto verso la campagna[17]. Negli ultimi tre casi dunque l’adeguamento del circuito alla natura del sito pianeggiante ha suggerito di sfruttare la differenza di quota fra il terreno esterno e l’area dell’abitato urbano, corrispondente ad una lieve eminenza, geologicamente distinta, che a Paestum e Metaponto era delimitata da corsi d’acqua e a Taranto dagli acquitrini. Infine sono rilevanti i circuiti di Neapolis ed Heraclea di Lucania, che non possono essere ricondotti al gruppo delle «Geländemauern». A Neapolis le due fasi del sistema difensivo, datate alla seconda metà del V e alla seconda metà del IV sec. a.C., come in tutti gli altri casi, obbediscono alla norma dell’adeguamento alla natura del sito sul pendio occupato dall’attuale centro storico partenopeo, ma l’area recinta era completamente urbanizzata; il perimetro murario di Heraclea, realizzato nel IV sec. a.C e ristrutturato all’inizio del III sec. a.C., è l’unico in Magna Grecia ad assumere un andamento rettangolare regolare, geometricamente definito, per racchiudere l’abitato della collina di Policoro esterno all’acropoli, la quale localizzata sulla Collina del Barone era comunque difesa da un circuito che seguiva l’andamento del terreno.
Il dato di maggiore interesse riguardo ai circuiti difensivi magnogreci sta nell’antichità dell’impianto originario. Per alcuni di essi, quelli cioé di Caulonia, Locri, Velia, Cuma, è documentata la nascita fin dalla seconda metà del VI sec. a.C., d’altro canto i tratti di mura in crudo rinvenuti lungo la Collina del Barone a Policoro, datati al VII sec. a.C. e attribuiti alla colonia ionica di Siris, confermano la seriorità della presenza di cinte fortificate in Magna Grecia[18]. Sempre nel V sec. a.C. a Crotone furono collegate da una prima fase di mura le fortificazioni isolate e realizzate nel VI sec. a.C. sulle alture retrostanti la città. Per Metaponto è documentata archeologicamente l’esistenza di un teíchos perimetrale fin dal VI sec. a.C. e a Reggio un tratto di mura in crudo appartenente alla difesa d’altura, rinvenuto in località Collina degli Angeli, è ricondotto alla fine del VI sec. a.C.; infine il circuito difensivo della città nuova a Taranto risale alla metà del V sec. a.C., epoca prossima alla datazione tradizionale dell’origine della «Geländemauern». Per Poseidonia invece non si ha notizia di un circuito difensivo risalente all’età arcaica, ma risulterebbe che le mura siano state elevate soltanto dopo il 350 a.C. dagli occupanti lucani. In base a questi dati sembra che i sistemi difensivi delle póleis magnogreche, durante il IV sec. a.C. e l’età ellenistica, pur essendo oggetto di importanti attività di ristrutturazione in ottemperanza alle nuove tecniche poliorcetiche, non abbiano modificato la loro definizione originaria e la concezione topografica generale. A riprova di ciò è opportuno osservare che in alcune cinte urbane i diateichísmata[19] non erano soltanto il prodotto del passaggio di tratti murari più antichi in posizione di retrofronte conseguentemente all’ampliamento di alcuni settori del circuito, come per esempio a Caulonia, ma erano così definiti già secondo la progettazione originaria arcaica, come i tratti A e B delle mura di Velia. Consegue da quanto osservato che nelle città della Magna Grecia dal tardo Classicismo in poi non si ritenne necessario modificare i circuiti difensivi alla luce delle nuove strategie belliche, grazie al fatto che essi già in parte potevano rispondere alle moderne esigenze della difesa integrata fra città e territorio. Dunque, sebbene siano ancora oggetto di studio le motivazioni per cui le cinte urbane delle póleis d’occidente nascano piuttosto precocemente[20], è un dato acquisito che le stesse città propongono alcuni fra i più antichi esempi di «Geländemauern» e che fra il IV sec. a.C. e l’Ellenismo la conservazione di impianti precedenti ha definito il contesto di applicazione delle novità ingegneristiche dell’epoca.

Fortificazioni e urbanistica


Quanto detto finora induce a considerare l’ulteriore problematica del rapporto intercorrente fra il circuito difensivo e l’impianto urbano, che supera i termini proprii dell’architettura militare per coinvolgere più in generale la materia urbanistica. Osservando la topografia delle póleis magnogreche appare che le definizioni dell’impianto difensivo e di quello urbanistico non rispettavano rigidamente gli stessi orientamenti, ad esclusione del caso di Heraclea, poiché entrambi i sistemi dovevano adeguarsi alla natura del sito senza vincolarsi a vicenda e svolgere funzioni diverse. Tuttavia i due impianti entravano in rapporto presso le porte urbiche, dove le plateíai principali si collegavano alla chóra e alle strade extraurbane, sicché le porte erano generalmente realizzate nei punti definiti dall’orientamento delle plateíai, che non sempre individuavano posizioni strategicamente valide per una buona difesa del varco, ma anzi potevano indebolire il sistema difensivo. In questi casi competeva all’opera fortificata della porta il superamento dello svantaggio causato dall’inopportunità del sito, grazie alle innovazioni apportate alla cultura fortificatoria dal IV sec. a.C. in poi. Esempi di tali situazioni, databili fra i secoli IV e III a.C., sono la Porta Settembrini di Metaponto, aperta verso la campagna sul prolungamento della grande plateía est-ovest senza nessun’altra protezione che non fossero il fossato e i suoi poderosi torrioni, la Porta cauloniate di Casa Quaranta, esposta verso la pianura a nord-ovest della città, tanto da essere rifatta completamente dopo il 350 a.C. e protetta dall’avanzamento della cinta della neápolis occidentale, la Porta di Afrodite e la cosiddetta Portuense a Locri, aperte la prima verso la spiaggia antistante la città, ma difesa da due robuste torri in entrambe le sue fasi di vita, e la seconda sul bacino portuale, fiancheggiata dal lungo proteíchisma settentrionale di attracco. Si possono ancora ricordare la Porta della Fiumarella a Velia, che si schiudeva in piena campagna per collegare lo scalo fluviale omonimo alla plateia principale del quartiere meridionale, le porte Giustizia, Sirena e Aurea di Paestum, difese ciascuna da torri e in seguito da un’unica poderosa opera sovrastante il varco d’ingresso, essendo posizionate lungo i tre fronti di terra aperti e naturalmente sguarniti verso la piana del Sele, la porta delle mura settentrionali di Cuma, aperta sulla pianura di Licola, e le porte di Neapolis, difese da una o due torri e alcune da dispositivi a cortile o a tenaglia, dovendosi aprire verso il mare o la pianura vesuviana là dove imponevano gli andamenti delle plateíai urbane. In altri casi la natura del sito necessariamente prescelto poteva giocare a favore della difesa del varco; è il caso della Porta Marina di Paestum, protetta dalla scarpata verso mare del banco di travertino su cui sorgeva la città e fiancheggiata a sud dall’avancorpo dello stesso banco, o quello della Porta di Aulon a Caulonia al centro della sella del vallone Campana, che metteva in comunicazione la città con la sua chóra meridionale ed era difesa a nord e a sud dalle alture del Colle A e della Piazzetta; lo stesso tipo di protezione dell’ultimo esempio si ritrova presso la porta locrese di Quote San Francesco, una delle principali per la viabilità urbana e territoriale, difesa a monte dal primo tratto d’altura delle mura meridionali, e presso la Porta Marina Nord di Velia, aperta sulla valle del Palistro, per collegare la città ad una delle principali vie extraurbane verso la Lucania interna e il territorio di Paestum, e protetta dal pendio lungo il quale furono realizzate le cortine a cremagliera del tratto murario D.
Rimanendo sul tema del rapporto fra circuito difensivo e impianto urbano emerge l’efficiente interrelazione fra il centro politico e religioso delle póleis e le zone periferiche destinate alla difesa; basti citare i collegamenti fra l’agorá di Metaponto e la Porta Settembrini tramite la grande plateía est-ovest, a Neapolis fra la zona centrale delle agoraí e le porte principali oppure a Taranto fra la porta Temenide e la zona centrale dell’agorá e dei porti, oppure si può ricordare la plateía locrese che dalla porta di Afrodite conduceva ai piedi dell’acropoli di contrada Cusemi-Marafioti, e infine la via di Porta Rosa a Velia, un asse di collegamento centrale che fra la Porta Marina Nord e la Sud univa tutte le zone a destinazione religiosa, civile e privata della città[21]. Questa situazione sembra riflettere in generale l’idea di efficiente coordinamento fra le varie componenti della città professata da Enea Tattico[22]; essa deriva ovviamente dalla natura degli impianti urbani coloniali per strigas, definiti ben prima della redazione del trattato di Enea, ma comunque testimoni di una concezione unitaria della città che anticipa quella presente nella Poliorcetica e ne esemplifica sul terreno uno dei principi ispiratori. D’altro canto questo genere di rapporto fra l’impianto urbano e quello difensivo sembra ignorare le considerazioni di Aristotele sulla pericolosità di un collegamento diretto fra le periferie fortificate e i centri direzionali urbani e sulla validità della conservazione di un ordinamento urbanistico katà tòn archaîon chrónon nelle zone limitanee dell’impianto[23]; ma evidentemente fu la stessa genesi delle colonie che determinò questo distacco, in quanto esse nacquero non già su insediamenti più antichi, né conformi soltanto alle norme dell’urbanistica di V sec. a.C., ma su impianti a schema ortogonale, razionalizzati e funzionali allo sviluppo economico e sociale di cui le colonie godettero in età arcaica, ben lungi dal considerare primario il problema difensivo come nei secoli successivi. L’argomento torna a coinvolgere la problematica della nascita delle cinte fortificate in occidente fin dall’età arcaica, quando in terre occupate da altre popolazioni i coloni greci, in caso di conflitto, pensavano forse di far conto anche sulle fortificazioni e non solo sull’ordinamento militare oplitico, ma d’altro canto nello stesso periodo in ambito coloniale non sembra generalizzabile la diffusione delle cinte e la loro presenza deve anche essere considerata alla luce dei rapporti non sempre pacifici fra una colonia e l’altra[24]; rimane pertanto il dato che la componente difensiva, anche se precoce, in età arcaica non era dominante, ma era affiancata dalla fondamentale funzione limitanea, come dimostrano i casi del teichos di Metaponto e del circuito di Locri.

Fortificazioni e drenaggio urbano


Merita un’attenzione particolare nell’ambito delle relazioni fra urbanistica e fortificazioni il rapporto esistente fra il sistema difensivo e quello di drenaggio urbano, rilevante nei punti in cui le fortificazioni dovevano essere modificate per la fuorisuscita dei canali di scarico[25]. Gli esempi più interessanti sono offerti da Metaponto, Locri e Velia, dove furono aperti dei varchi di diverse dimensioni attraverso la muratura delle cortine; la realizzazione di questi apprestamenti fu attuata elaborando degli accorgimenti che impedissero l’accesso di nuclei d’assalto inviati da un eventuale assediante: a Metaponto si scelse l’avanzamento della struttura delle cloache fino al limite del fossato[26], a Velia la creazione di un passaggio bipartito non praticabile e difeso da una torre[27] o nella stessa città, così come a Metaponto, veniva predisposta la fuoriuscita dei canali attraverso le strutture delle porte e infine si provvedeva alla sistemazione di paratie o griglie per occludere grandi varchi come quelli locresi, realizzati in associazione a poderose opere difensive. Il caso di Locri è quello attualmente meglio documentato in Magna Grecia e con le maggiori soluzioni monumentali; la natura idrografica del sito in cui sorgeva la città aveva imposto la presenza di numerosi corsi d’acqua correnti all’interno del circuito murario e nascenti o dentro o fuori dello stesso. Due fiumare entravano a monte attraverso varchi fortificati aperti lungo i valloni Milligri e Saitta-Abbadessa e difesi in quota dalle torri di Castellace, Abbadessa e Mannella; ma gli apprestamenti che dovevano risolvere le maggiori difficoltà erano quelli lungo il fronte di mare, presso il quale convergevano ben tre corsi d’acqua che, se non irreggimentati, avrebbero potuto causare ampi allagamenti, ma soprattutto danneggiare gravemente le fondazioni delle mura. Furono infatti realizzati tre varchi, uno in corrispondenza della Porta di Afrodite, con stipiti e soglia in calcare, uno simile più a sud, sempre in contrada Centocamere presso il restringimento di una porta più antica, e un ultimo accanto alla Porta Portuense, tecnicamente costruito come gli altri, ma con apertura raddoppiata[28].
È necessario pertanto sottolineare che la necessità della gestione razionale delle acque urbane e il loro deflusso controllato risultava fondamentale tanto da far prevalere la presenza dei varchi di scarico sulle ragioni strategiche del sistema difensivo, che veniva opportunamente modificato nei punti deputati all’installazione di questi apprestamenti per riuscire ad assolvere adeguatamente ad entrambe le funzioni.

La difesa dei fronti di mare


La concezione urbana aristotelica sembra ben presente nell’evidente apertura verso il mare di numerose città della Magna Grecia[29], fatto che fra il V sec. a.C. e l’età ellenistica determina conseguenze notevoli sulla difesa dei fronti portuali. Se infatti la presenza di una porta determinava l’indebolimento del circuito difensivo, l’apertura della medesima lungo un fronte prospiciente il mare poteva raddoppiare i pericoli esponendo la città ad attacchi navali concentrati sui porti. Rammaricando la mancanza di notizie precise sulla situazione difensiva del fronte orientale di Crotone e del porto-canale di Metaponto[30], si constata allo stato attuale della ricerca che l’esempio più significativo in materia è quello di Locri; il fronte di mare locrese risultava aperto e permeabile fino all’età ellenistica inoltrata, poiché lungo il suo sviluppo si aprivano ben quattro varchi di passaggio, ma esso era comunque protetto dai proteichísmata del bacino portuale e dalle poderose strutture della Porta di Afrodite. Probabilmente la tradizionale alleanza con Siracusa ed il possesso di una potente flotta fecero sì che la città confidasse maggiormente sul controllo navale delle acque a sud del golfo di Taranto piuttosto che su una difesa serrata dei suoi scali marittimi, che comunicavano al contrario una perentoria idea di potenza e benessere grazie alla fioritura di opere emporiche e religiose accanto a quelle difensive del fronte di mare; così fu almeno fino al periodo fra la prima e la seconda guerra punica, quando il coinvolgimento nel lungo scontro fra Roma e Cartagine costrinse Locri a chiudere tutte le porte verso mare, tranne quella di Afrodite, ristretta e maggiormente difesa[31]. Accanto all’esempio locrese è interessante quello del fronte di mare sud a Velia, che a differenza del precedente non visse due momenti opposti di massima permeabilità e chiusura, ma, mantenendo aperto fin dal V sec. a.C. il collegamento fra la città e il presunto porto lungo la costa della città bassa meridionale tramite la Porta Marina Sud, presentava un efficiente sistema di fiancheggiamenti e coperture dell’area litoranea attuato dalle torri della porta e da quelle del tratto terminale del diateíchisma discendente dal vallone del Frittolo; un altro ipotetico bacino portuale presso le pendici meridionali dell’acropoli sarebbe stato difeso dalle fortificazioni della stessa e del raccordo con le difese del quartiere meridionale[32]. Due fronti di mare nei quali sembra di scorgere l’assoluta prevalenza delle esigenze strategico-difensive erano quelli di Taranto e Paestum. A Taranto i lati dell’acropoli e della città nuova esposti verso il Mar Grande erano difesi da una linea continua di mura, mentre il fronte nord, quello veramente aperto sul porto interno del Mar Piccolo presentava in epoca ellenistica varchi monumentali con scalinate, immagine della potenza della pólis, che erano difesi dalla natura stessa della penisola urbanizzata e non esposti verso il mare aperto come quelli locresi. Sembra che il fronte di mare pestano, rispetto agli esempi illustrati, fosse quello meglio munito, associava infatti alla poderosa opera difensiva della Porta Marina la fortificazione dell’avancorpo meridionale del banco di travertino, dotata dall’inizio del III sec. a.C. di grandi torri per l’artiglieria, proprio davanti al presunto bacino portuale, chiuso in antico dai cordoni dunari della costa antistante la città e alimentato dalle acque del Salso e forse da un braccio del Sele[33]; è necessario cercare nelle vicende storiche la ragione di tale assetto, infatti la prima fase di queste fortificazioni risale ancora all’epoca dell’occupazione lucana di Paestum, quando le póleis italiote potevano minacciare dal mare la città, come del resto fece Alessandro il Molosso nel 335 a.C., invece le ristrutturazioni successive appartengono ai tempi in cui la colonia latina fu schierata al fianco di Roma durante il confronto con Cartagine, altra potente città marinara. Infine è necessario ricordare la difesa del fronte di mare occidentale di Cuma, a sud dell’acropoli, la cui opera principale non si ergeva lungo le mura, ma ai piedi di esse e corrispondeva al noto Antro della Sibilla. L’opera ipogea, ora studiata e identificata nella sua vera natura militare-difensiva, permetteva la sistemazione di pezzi d’artiglieria operanti con tiro radente il terreno in direzione del mare e coperti sul fianco destro dalle difese dell’acropoli, mentre le numerose postierle, aperte lungo il cammino principale in asse con le mura sovrastanti, agevolavano i collegamenti fra il corpo di piazza ed un possibile protheíchisma antistante, su cui dovevano essere sistemate le artiglierie; la ragione strategica di tale fortificazione stava nella presenza di un possibile approdo lungo il litorale a sud del monte di Cuma e forse di una porta portuense posizionata nel settore difensivo di collegamento fra le mura della città e quelle dell’acropoli[34].

Acropoli e fortificazioni urbane


Un ultimo elemento da considerare in relazione al rapporto fra le fortificazioni e il loro contesto urbano è la presenza in alcune città della Magna Grecia di un’acropoli, generalmente munita di fortificazioni in epoche precedenti il IV sec. a.C., ma conservata e rinforzata nei periodi successivi per creare un punto focale del coordinamento difensivo e garantire un ultimo centro di resistenza in conformità alla strategia scalare della difesa urbana elaborata fra IV e III sec. a.C. Era naturalmente l’orografia del sito della pólis che permetteva l’isolamento di un’altura atta allo scopo e talvolta essa corrispondeva al luogo del primo impianto dell’apoikía, quindi alla sede delle tradizioni patrie, come nei casi di Taranto, Locri, Cuma, le cui acropoli, a partire circa dal V sec. a.C. divennero sedi di importanti santuari poliadici. A Taranto, pur essendo minimamente rilevata rispetto alla città nuova, l’acropoli corrispondeva all’estremità della penisola in cui si insediarono i primi coloni spartani e, circondata da mura almeno dal IV sec. a.C., tranne che per il lato sud prospiciente il Mar Grande, e dotata di fossato presso l’istmo con la città nuova, fornì ancora ai Romani nel 213 a.C. un ottimo centro di resistenza all’assedio cartaginese. L’acropoli di Locri, localizzabile sulle alture delle contrade Cusemi e Marafioti nel cuore dell’area racchiusa dalle mura urbane, venne fortificata fin dall’età arcaica e assunse fra IV sec. a.C. ed età ellenistica un aspetto monumentale e scenografico, ergendosi a sfondo dell’abitato della città bassa presso gli incroci dell’asse viario del Dromo con le plateíai est-ovest provenienti dalla Porta di Afrodite e dalla Porta Portuense. Il monte di Cuma venne fortificato a partire dalla fine del VI sec. a.C. con opere difensive e di terrazzamento e poi fu rimunito nella seconda metà del I sec. a.C. durante lo scontro fra Ottaviano e Antonio, determinando un caposaldo di difficile conquista tanto da essere scelto ancora nel 542 da Totila quale piazzaforte principale durante la guerra con Bisanzio. Ma in ordine ad un vantaggio strategico le posizioni d’altura in parecchi casi si moltiplicarono dando origine in età tardo classica ed ellenistica a situazioni come quella di Crotone, la cui acropoli, collocata forse sulla collina del castello spagnolo all’interno del circuito difensivo[35], fu supportata dalle postazioni di Santa Lucia, Vigna Nuova e Batteria; altri casi evidenti sono quello di Caulonia, dove l’acropoli sulla Piazzetta era coperta a monte dalle difese del Colle A, oppure ancora una volta il sistema locrese, la cui acropoli sul pianoro di Cusemi era circondata dalle postazioni d’altura di Castellace, Abbadessa, Mannella e Piani Caruso, o la composizione assiale delle fortificazioni di Velia che si articolavano tutte intorno al diateíchisma di collegamento fra il Castelluccio ad est, perno del fronte di terra, e la vera e propria acropoli urbana ad ovest, prospiciente il mare, cinta da opere difensive e di terrazzamento fin dalla fondazione della colonia e dopo le ristrutturazioni dell’inizio del V sec. a.C.

La nuova teichopoiía in Magna Grecia


Le più importanti tracce delle nuove tecniche fortificarorie in Magna Grecia sono rappresentate innanzitutto dalla presenza lungo i circuiti di manufatti difensivi costruiti ex novo o corrispondenti a ristrutturazioni di opere più antiche, ma tutti riconducibili a tipologie che fanno la loro comparsa a partire dal IV sec. a.C. Le torri costituivano un elemento fondamentale per la fortificazione urbana quali punti organizzativi della difesa di una porzione del fronte di appartenenza e permettevano la moltiplicazione delle postazioni di tiro e delle belostáseis[36]. In Magna Grecia è documentata la presenza del tipo circolare e semicircolare come singolo manufatto lungo la cortina a Metaponto[37], Locri[38], Velia[39], Heraclea[40], Neapolis[41], Paestum[42] e come opera appartenente a complessi difensivi di porte a Castiglione di Paludi[43] e dinuovo a Paestum[44]; merita a tal proposito una menzione autonoma il caso di Hipponion le cui fortificazioni erano difese da poderose torri semicircolari e circolari su zoccolo quadrangolare riconducibili tutte all’epoca di occupazione brezia fra III e II sec. a.C.[45]. Risulta tuttavia dominante la torre quadrangolare con poderose fondazioni, camera inferiore, vuota o colmata da émplekton, e generalmente due piani a partire dal livello del cammino di ronda. Le dimensioni di tali opere sembrano variare fra 6 e 10 metri di lato e lo spessore delle pareti fra 1,50 e 4 metri con la prevalenza verso la fine del IV e per tutto il III sec. a.C. delle grandi torri a più piani per l’alloggiamento di artiglierie pesanti, come dimostrano le difese della Porta Settembrini di Metaponto[46], le opere del fronte nord di Caulonia[47], le torri locresi delle contrade Parapezza, Castellace, Abbadessa, Marzano[48] e delle porte di Afrodite e Quote San Francesco[49], le torri individuate singolarmente o a difesa delle porte di Neapolis[50], gran parte delle torri di Velia, lungo tutti i tratti dei fronti di terra e di mare[51], e di Paestum, dove si rileva anche la presenza di una torre pentagonale datata all’inizio del III sec. a.C. [52]. È interessante notare che è rara, se non inesistente, la disposizione della torre quadrangolare con uno spigolo rivolto verso il fronte d’attacco, tale da favorire il fiancheggimento reciproco fra le opere sporgenti e la cortina, secondo le norme professate da Filone di Bisanzio[53], non solo nei casi di ristrutturazione o mantenimento di opere più antiche, come per esempio a Velia al momento del rifacimento delle fortificazioni nella seconda metà del IV sec. a.C., ma anche quando le torri furono aggiunte durante il III sec. a.C., come le opere della seconda fase della Porta di Afrodite a Locri o a Paestum le poderose torri quadrangolari dei fronti est, sud e ovest, realizzate dopo la deduzione della colonia latina. Tuttavia è proprio la presenza quasi isolata di un manufatto «moderno» come la torre pentagonale di Paestum che può far luce sulla questione, poiché la diffusione delle sofisticate norme per la realizzazione di opere a fiancheggiamento perfetto e reciproco fra torri e cortine, di cui il trattato filoniano è la massima espressione nota finora, si attuò in occidente e in tutto il mondo ellenizzato dopo che le póleis della Magna Grecia avevano già realizzato le principali ristrutturazioni dei loro sistemi difensivi, incalzate dalle guerre dionigiane e dall’avanzata delle genti italiche; ne consegue che in Magna Grecia l’architettura militare ellenistica offre soprattutto esempi della sua prima fase di vita e documenta quelle ricerche e sperimentazioni che furono poi sintetizzate e normalizzate dai teorici del III sec. a.C.
Comprova quanto è stato detto la documentazione relativa alle porte urbiche note in Magna Grecia, risalenti al IV sec. a.C. e alla prima metà del III sec. a.C.[54]. Le tipologie più diffuse corrispondono al varco semplice ortogonale alle mura, difeso da una o due torri[55], e le porte cosiddette «a corridoio»[56] e «a cortile»[57], evoluzioni specifiche dei varchi semplici. Le porte Tarantina di Metaponto[58] e Portuense di Locri[59] esemplificano il tipo a varco senza torri, mentre sistemi più complessi con una o due torri a difesa del varco sono la Porta Settembrini a Metaponto[60], la Porta di Aulon e della torre III a Caulonia[61], le porte di Afrodite e Parapezza a Locri[62], quelle veline della Fiumarella e Marina Sud[63] e le porte di Neapolis rinvenute presso piazza Bellini, piazza San Domenico, piazza Nicola Amore[64], la porta dell’acropoli di Cuma e quella aperta sulla pianura di Licola[65]. Un esempio magnogreco del sistema «a corridoio» è rappresentato dalla ristrutturazione di IV sec. a.C. della Porta di Casa Quaranta a Caulonia[66], mentre corrispondono al tipo «a cortile» la porta principale di Castiglione di Paludi[67], quella di Quote San Francesco a Locri[68], la Porta Marina Nord di Velia[69] e le fasi lucane di tutte le porte di Paestum[70]. In Magna Grecia risulta inoltre documentato il tipo di porta «a tenaglia», la cui più illustre testimonianza occidentale è rappresentata dal Trípylon del Castello Eurialo di Siracusa[71]; sul suolo magnogreco appartengono a tale genere la porta orientale della cinta di Castiglione di Paludi, sita più a sud della principale[72], e la porta di piazza Calenda a Neapolis, dotata anche di una struttura a cortile per difendere il varco d’ingresso[73]. Tuttavia è a Paestum che ancora una volta si individuano le caratteristiche di un’evoluzione successiva delle difese che, come nel caso della torre pentagonale, fanno riferimento alla teikopoiía del medio ellenismo; dopo la nascita della colonia latina e in vista dello scontro con Cartagine, compare a Paestum la «Kammertor», ossia la porta costituita da un poderoso torrione armato di artiglierie pesanti, che veniva sovrapposto ai varchi d’ingresso[74]. Le quattro porte pestane di epoca lucana furono tutte trasformate con la sovrapposizione ai cortili di un’ampia belostásis all’interno del torrione, determinando una difesa del varco non più mediata dal fiancheggiamento delle due torri esterne, ma diretta dall’alto su tutto il terreno antistante[75].
Gli ultimi argomenti affrontati portano a considerare le questioni centrali inerenti l’esistenza di una cultura fortificatoria «moderna» in Magna Grecia a partire dal IV sec. a.C., ovvero la difesa avanzata, l’utilizzo delle norme di fiancheggiamento e tiro radente e il loro livello di applicazione.
Per quanto concerne il tema della difesa avanzata se ne può già considerare implicita la presenza nell’utilizzo diffuso della «Geländemauern» e prendere Caulonia come esempio significativo, dove la creazione delle cinte delle neapóleis occidentale e meridionale, durante la seconda metà del IV sec. a.C., rappresenta un caso evidente di avanzamento della fortificazione nei punti di maggior vulnerabilità del circuito, così da creare due successive linee di resistenza[76]. La difesa avanzata però era generalmente attuata con l’utilizzo dei fossati scavati all’esterno del circuito murario, creando un ostacolo che impediva l’approccio diretto delle macchine d’assalto nemiche[77]; esempi magnogreci importanti con funzione difensiva attiva a partire dal IV sec. a.C. sono il fossato del fronte orientale a Taranto[78], quelli di Metaponto[79] e di Hipponion[80], del Castelluccio a Velia[81] e quello esteso a tutti i fronti delle mura di Paestum[82]. È degno di menzione infine il doppio fossato di Heraclea datato al III sec. a.C. che presentava un agger in terra nello spazio fra i due scavi[83]: esso rappresenta una testimonianza reale delle teorie difensive presenti nella Sintassi Meccanica di Filone di Bisanzio, in cui si consigliava la realizzazione di ben tre fossati paralleli davanti alla cortina muraria[84].
Riguardo alle altre questioni sembra che in generale l’interazione fra le torri risponda ad una applicazione elementare del principio di fiancheggiamento reciproco, per ottenere la difesa delle opere sporgenti lungo la cortina e della cortina dalle torri, come per esempio lungo tutti i fronti delle mura di Caulonia e Velia, o lungo il fronte nord di Paestum e i tratti conservati delle mura di Hipponion. Agli esempi precedenti si associano per eguale significato le cortine realizzate secondo il tracciato a cremagliera[85], portate alla luce lungo il tratto D delle mura di Velia[86]e sulla collina di Santa Lucia a Crotone[87]. Il fiancheggiamento reciproco non sembra applicato a Locri, dove dominavano piuttosto le opere isolate, come le torri angolari del fronte di mare, la torre Marzano, quella di Castellace e le opere difensive delle porte, a differenza delle torri di Abbadessa e Mannella che potevano proteggersi reciprocamente a vista, ma dovevano innanzitutto governare l’ingresso e il varco per la fiumara del vallone Saitta. Anche a Paestum, escludendo la fase lucana del fronte settentrionale, era invalso l’utilizzo della torre poderosa e autonoma, specialmente lungo i fronti orientale, meridionale e occidentale a nord di Porta Marina, oltre la quale invece operava il sistema di fiancheggiamento delle torri 16, 17 e 18 antistanti il bacino portuale. Nel caso di Locri è possibile tuttavia ipotizzare che le torri e le difese delle porte aggiunte dalla fine del IV sec. a.C. costituiscano le integrazioni di un sistema difensivo legato ancora e soprattutto nella zona pianeggiante alla concezione della difesa passiva, per quanto esistesse una tradizione fortificatoria locrese con ascendenze antiche, capace di produrre dopo il 350 a.C. il nuovo sistema difensivo di Caulonia[88]; d’altro canto bisogna considerare l’onere di una completa trasformazione «moderna» di un circuito ampio come quello locrese, tanto da indurre alla scelta di costruire opere singole in punti strategici, dove l’azione delle artiglierie pesanti garantiva la copertura della cortina e del terreno antistante. Tale sembra anche la logica difensiva delle mura di Metaponto e Neapolis, mentre a Paestum, dopo la deduzione della colonia latina, l’opera isolata assume un significato nuovo; il fiancheggiamento attuato dalle grandi torri pestane e dalle «Kammertor» è il prodotto di un’evoluzione della dinamica difensiva dalla copertura reciproca semplice fra le opere sporgenti alla riproduzione cadenzata lungo tutto il circuito murario di grandi strutture che coordinano totalmente la difesa del settore di loro competenza, tramite l’utilizzo di numerose postierle per l’azione esterna, l’aumento dei calibri delle artiglierie, la presenza di camere inferiori per belostáseis a tiro radente e di proteichísmata fra le mura e il fossato per la difesa ravvicinata durante gli assalti. In questa integrazione pestana di III sec. a.C. fra il fiancheggiamento dalle torri e dalle cortine e la difesa avanzata a tiro radente in associazione al fossato si individua il riflesso sul terreno delle teorie trascritte durante lo stesso periodo nel trattato di Filone di Bisanzio[89]. Negli altri sistemi difensivi sembra invece di cogliere un momento precedente le innovazioni di Paestum, quando cioé contava soprattutto creare strutture che alloggiassero più pezzi d’artiglieria operanti in direzione frontale o lungo i tratti di cortina; si può spiegare così infatti l’ispessimento delle mura locresi dalla seconda metà-fine del IV sec. a.C. per la riproduzione di successive belostáseis lungo i cammini di ronda, soprattutto del fronte di mare, o l’intera concezione del sistema difensivo di Caulonia o ancora l’interazione delle torri di Velia nei tratti d’altura e lungo il fronte di mare meridionale.

Le tecniche costruttive


Argomento conclusivo, ma di grande importanza, è quello delle tecniche costruttive. È assai frequente nelle fortificazioni tardo classiche ed ellenistiche della Magna Grecia l’utilizzo della cosiddetta muratura ad émplekton, diffusa in gran parte del mondo ellenico coevo; essa, grazie alle sue caratteristiche di tenacia ed elasticità, permetteva un migliore assorbimento degli urti delle arieti e dei proiettili pesanti essendo costituita da due paramenti paralleli, generalmente in opera isodoma di grandi blocchi lapidei, collegati da muri ortogonali interni, o diatoni, che creavano un’incatenatura cadenzata lungo lo sviluppo delle strutture e ripartivano l’émplekton in successive camere di riempimento[90]. L’impiego di questa tecnica è documentato con sicurezza in Magna Grecia fin dal V sec. a.C. nel fronte orientale delle mura di Taranto per ovviare forse alla morbidezza del terreno paludoso[91]. A Metaponto la tecnica ad émplekton è presente nelle mura della seconda metà del IV sec. a.C.[92], ma potrebbe essere stata utilizzata già nel VI sec. a.C., almeno per le fondazioni del fronte ovest, tuttavia l’assenza del rinvenimento del paramento interno induce piuttosto a credere che le strutture arcaiche presentassero un solo fronte esterno armato di contrafforti ortogonali immorsati nel terreno retrostante[93], come capitava anche per alcuni tratti del fronte di mare a Caulonia risalenti al V sec. a.C.[94]. La tecnica ad émplekton è stata anche impiegata nel circuito urbano delle mura di Cuma fin dall’età arcaica e nelle ristrutturazioni di V e III sec. a C.[95], nelle mura di Heraclea, così realizzate fra fine V e inizio IV sec. a.C. e rinforzate all’inizio del III sec. a.C. con un terzo paramento esterno per il contenimento di un secondo émplekton[96], a Neapolis dalla seconda metà del IV sec. a.C.[97], a Crotone[98] e a Velia[99] nelle fasi di riedificazione degli impianti durante la seconda metà del IV sec. a.C., in tutte le fasi delle mura di Hipponion, dal IV sec. a.C. al tardo Ellenismo, per le quali variano piuttosto le opere costruttive dei paramenti[100], a Paestum lungo tutto il circuito fin dalla prima edificazione nella seconda metà del IV sec. a.C. e durante gli interventi della seconda fase all’inizio del III sec. a.C.[101]; a Reggio la tecnica ad émplekton sembra documentata solo per le fondazioni e per il fronte di mare, ma è stato anche ipotizzato un elevato in crudo, come potrebbe dimostrare la cortina presso la Collina degli Angeli[102]. Il caso di Reggio permette di porre in luce un’altra tecnica costruttiva, quella dell’elevato pieno in mattoni crudi, che, pur avendo origine in età arcaica, si è mantenuta durante i periodi successivi fino all’epoca ellenistica nelle fortificazioni di alcune póleis magnogreche. L’esempio più significativo è rappresentato dalle mura di Locri che erano costituite da profonde fondazioni in blocchi di calcarenite arenacea in opera isodoma e paramento esterno in calcare e da un elevato in mattoni crudi il cui spessore fu raddoppiato, almeno lungo il fronte di mare, dalla seconda metà del IV sec a.C.[103]; la conservazione di una tecnica antica come il crudo non sembra inoltre un dato di arretratezza, ma costituisce un’altra possibile risposta all’assorbimento degli urti delle macchine d’assalto e dei proietili dei petroboli[104]. La stessa tecnica che i Locresi mantennero fino al medio Ellenismo fu utilizzata per la fase arcaica e la ristrutturazione della prima metà del V sec. a.C. delle mura di Velia, le cui fondazioni risultavano in opera poligonale nel VI sec. a.C. e isodoma nel V sec. a.C. Infine è degna di menzione la tecnica costruttiva impiegata per le mura di Caulonia, per cui due paramenti paralleli contenevano un nucleo di ciottoli, scaglie lapidee, frammenti laterizi e terra compattata disposti per filari e divisi da orizzonti di tegole spezzate che creavano i successivi piani di posa; i paramenti erano realizzati nello stesso modo e presentavano in facciavista ciottoli spaccati per creare una superficie piana e nel rifacimento del IV sec. a.C. vi erano grandi blocchi lapidei a rinforzo degli spigoli; la tecnica utilizzata rappresenta un ingegnoso adeguamento della muratura ad émplekton in un’area povera di buona pietra da taglio e per giunta ricca di macerie conseguenti alla distruzione della colonia achea da parte dei Siracusani nel 389 a.C.[105].

Conclusioni


Il quadro così sommariamente delineato pone in risalto l’attività fortificatoria che si svolse nelle città della Magna Grecia fra il IV sec. a.C. e la metà del successivo. I motivi per cui solo a Paestum si individua uno sviluppo delle strutture difensive adeguato alla poliorcetica medioellenistica, mentre nelle altre città rimasero in funzione gli apparati difensivi della fine IV-inizio III sec. a.C., devono essere ricercati nelle vicende storiche di ogni singola pólis e complessivamente negli eventi della conquista romana e della guerra annibalica che furono causa certamente di un grave indebolimento progressivo delle antiche colonie, tanto da impedire loro un ulteriore ed oneroso impegno per la ristrutturazione dei sistemi difensivi. La ricerca in tal senso richiederebbe, oltre approfondimenti specifici per ogni singolo caso, l’apertura di un’indagine parallela sulla situazione della difesa territoriale delle diverse città, tuttavia alla luce degli attuali risultati è possibile sostenere che in Magna Grecia durante l’età ellenistica era presente una tradizione architettonico-militare ben fondata su esperienze pregresse e aggiornata nelle nuove tecniche di difesa attiva, ma particolarmente sviluppata durante il periodo di transizione fra il tardo Classicismo e l’alto Ellenismo in ragione del coinvolgimento delle póleis italiote, ancora potenti, nelle guerre per l’egemonia di Siracusa e nel grande scontro fra le genti italiche e i Greci d’occidente[106].

Appendice


Si raccolgono in quest’ultima sezione le indicazioni bibliografiche essenziali riguardanti le mura e le fortificazioni delle città prese in considerazione nel testo elencandole in ordine alfabetico.

Castiglione di Paludi.
Iacopi 1950; Iacopi 1953; Procopio 1954; Foti 1973, p. 386; Foti 1974; Guzzo 1975, pp. 99-104; Guzzo 1977, pp. 472-473; Sabbione 1978, pp. 372-373; Guzzo 1982a, p. 298; Guzzo 1982b, pp. 203-204; Pagano 1986; Guzzo 1987, pp. 136-137.


Caulonia.
Orsi 1916, coll. 766-778; Winter 1971, pp. 95, 148; Lawrence 1979, pp. 209, 341, 365, 458; Guzzo 1982a, pp. 282-283; Greco, Torelli 1983, p. 173; Tréziny 1989; Iannelli 1992, pp. 195-200.


Crotone.
Byvank 1914, pp. 145-155; Foti 1974a, pp. 302-304; Sabbione 1975, pp. 583-587; Sabbione 1976, pp. 898-899, 911; Guzzo 1982a, p. 286; Greco, Torelli 1983, p. 173; Lattanzi 1983, pp. 98, 100-103, 114; Spadea 1983, pp. 132-134, 142-144, 158-162; Tréziny 1983b; Giangiulio, Sabbione 1987, pp. 490-496 passim, 499; Severino 1988, pp. 15-16; Spadea 1994, pp. 333-335.


Cuma.
Gabrici 1913, coll. 12-16; Johannowsky 1975, pp. 98, 101; Tocco 1975, pp. 488-489; Guzzo 1982a, pp. 180-186; Pagano 1985-1986a; Pagano 1992; Pagano 1993; Pelosi 1993, pp. 68-71; D’Agostino-Fratta 1995, pp. 203-208; Paone, 1996; Rispoli 1996, pp. 70-74; D’Agostino-Fratta 2000, pp. 92-93; De Caro 2001, pp. 657-658.


Heraclea.
Lo Porto 1961, pp. 135-136, 139-140; Neutsch 1967, pp. 104-108, 110-118, 144-150; Quilici 1967, pp. 170-171, 174-176; Neutsch 1968a; Neutsch 1968b, pp. 114-117; Neutsch 1968c, pp. 760-763, 766; Adamesteanu 1976, p. 832; Bottini 1985, pp. 457; Giardino 1991, pp. 184, 189-190; Giardino 1999, pp. 318-319, 323-326.


Hipponion.
Byvank 1914, pp. 155-167; Orsi 1921, pp. 473-476; Crispo 1928, pp. 63-64; Säflund 1935, pp. 87-107; Greco 1980, pp. 68-71; Guzzo 1982a, pp. 135-136, 252-255.


Locri.
Orsi 1902, pp. 41-42; Orsi 1909a, p. 75; Orsi 1909b, pp. 406-410; Orsi 1911, p. 75; Orsi 1912, pp. 18-19; Arias 1947; De Franciscis 1971, pp. 37-44; Foti 1976, pp. 346-349, 353-354, 358; Barra-Bagnasco 1976, p. 376; Barra-Bagnasco 1977; Guzzo 1982a, p. 276; Greco, Torelli 1983, p. 194; Barra-Bagnasco 1983, pp. 1-2; Costamagna, Sabbione 1990, pp. 49-53, 269-272, 275-277; Barra-Bagnasco 1996a; Barra-Bagnasco 1999; Barra-Bagnasco 2000.


Metaponto.
Lo Porto 1966, pp. 137-138, 148-149; Adamesteanu 1973a, pp. 18-22, 28-31; Adamesteanu 1973b, pp. 166-168; Metaponto I, pp. 242-246; Adamesteanu 1977, pp. 372-373; Giannotta 1980, pp. 20-21, 23; Bottini 1982, pp. 466-467; Guzzo 1982a, p. 341; Greco, Torelli 1983, p. 200; Bottini 1984, p. 509; Bottini 1985, p. 468; Bottini 1991, p. 561; De Siena 1991, passim; Bottini 1992, pp. 391-392; De Siena 1999, passim; Mertens 1999, pp. 232, 278-279; De Juliis 2001, pp. 129-133.


Neapolis.
Gabrici 1902, pp. 290-292, 296-311; Gabrici 1906; Napoli 1949; Gabrici 1951, coll. 559-588, 595-608; Johannowsky 1960; Johannowsky 1961; Guzzo 1982a, p. 188; D’Agostino 1984; Santoro 1984;Greco 1985, pp. 191-199; De Seta 1986, p. 8; De Caro 1997, pp. 835-836; De Caro 2001, pp. 648-649.


Paestum.
Krischen 1941, pp. 19-24; Kähler 1942, pp. 14-16; Schläger 1957; Schläger 1962; Voza 1963, pp. 223-226; Schläger 1964; Schläger 1965; Schläger 1969; Adam 1982, pp. 245-247; Guzzo 1982a, p. 133; Greco, Torelli 1983, p. 210; Blum 1987; Greco 1987, p. 475; Mertens 1987, pp. 563-567; Theodorescu 1987, pp. 524-526; D’Ambrosio 1990; Greco 1990, passim; Torelli 1999, pp. 18-20.


Reggio. De Franciscis 1957, p. 371; Foti 1965, p. 139; Tropea-Barbaro 1967, pp. 7-130; Foti 1968, p. 168; Foti 1969, p. 137; Guzzo 1982a, pp. 260-261; Arillotta 1989; Currò, Restifo 1991, pp. 5-7; Castrizio 1995; Parra 1998, pp. 169-170.

Taranto.
Viola 1881, pp. 377-378, 390-395; Lo Porto 1970, pp. 350-360, 362-365, 372-373, 379-383; Martin 1970b, pp. 322-324; De Juliis 1980, pp. 355-357; Greco 1981, pp. 150-156; Lippolis 1981, pp. 83-85, 90-91, 105-106; D’Angela, Lippolis 1989, pp. 21-29; Porsia, Scionti 1989, pp. 6-10; Lo Porto 1992, pp. 8-18; Lippolis 1997a, pp. 42-44, 47-48; Lippolis 1997b, pp. 532-534; De Juliis 2000, pp. 52-58; Lippolis 2001, pp. 132-135, 143-144, 152-155, 157-158; Mertens 2001, p. 339.


Velia.
Napoli 1966a, pp. 193, 204-222; Martin 1970a; Morel 1970, pp. 135-136, 140-142, 144; Napoli 1970a, pp. 232-233; Neutsch 1970; Schmiedt 1970, pp. 66-70; Greco 1976, pp. 781-786; Krinzinger 1979a; Krinzinger 1979b; Johannowsky 1982, pp. 230-231; Krinzinger 1982; Krinzinger 1989; Daum 1993; Krinzinger 1993; Tocco-Sciarelli 1994, pp. 13, 15; Krinzinger 1994, pp. 15, 28-30, 33, 37-39, 46-48; Krinzinger 1997, pp. 967-968; De Magistris 2000.


Abbreviazioni bibliografiche


Fonti antiche


Arte dell’assedio = L’arte dell’assedio di Apollodoro di Damasco, a cura di A. La Regina, Milano, Electa, 1999.


Biblioteca storica = Diodore de Sicile. Bibliothèque historique, Livre XII, texte établi et traduit par M. Casevitz, Paris, Les Belles Lettres, 1972.

Poliorcetica = Éneée le Tacticien. Poliorcétique, texte établi par A. Dain, traduit et annoté par A. M. Bon, Paris, Les Belles Lettres, 1967.

Politica = Aristote. Politique, Tome III (1re partie), Livre VII, texte établi et traduit par J. Aubonnet, Paris, Les Belles Lettres, 1986.

Sintassi Meccanica = Le livre «V» de la Syntaxe Mécanique de Philon de Byzance, texte, traduction et commentaire, in Garlan 1974, pp. 281-404.

Studi e pubblicazioni


Adam 1982 = J. P. Adam, L’architecture militaire grecque, Paris 1982.

Adam 1983 = J. P. Adam, «Approche et défense des portes dans le monde hellenisé», in S. Van de Maele, J. M. Fossey (edd.), Fortificationes Antiquae, Ottawa 1983, Amsterdam 1992, pp. 5-43.

Adamesteanu 1972 = D. Adamesteanu, «L’attività archeologica in Basilicata», in Atti Taranto 1972, pp. 313-327.

Adamesteanu 1973a = D. Adamesteanu, Metaponto, Napoli 1973.

Adamesteanu 1973b = D. Adamesteanu, «Problemi topografici ed urbanistici metapontini», in Atti Taranto 1973, Napoli 1974, pp. 153-186
Adamesteanu 1976 = D. Adamesteanu, «L’attività archeologica in Basilicata», in Atti Taranto 1976, pp. 819-844.

Adamesteanu 1977 = D. Adamesteanu, «L’attività archeologica in Basilicata nel 1977», in Atti Taranto 1977, pp. 365-390.

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Illustrazioni


Fig. 1 = Cuma. Planimetria della città e circuito delle mura urbane (da P. Caputo, R. Morichi, R. Paone, P. Rispoli, Cuma e il suo parco archeologico, Roma 1996).
Fig. 2 = Neapolis. Planimetria della città e circuito delle mura urbane (da C. De Seta, Napoli, Roma-Bari 1986).
Fig. 3 = Paestum. Circuito delle mura urbane (da I. D’Ambrosio, «Le fortificazioni di Poseidonia-Paestum. Problemi e prospettive di ricerca», in AnnAStorAnt XII, 1990, pp. 71-101).
Fig. 4 = Velia. Planimetria della città e circuito delle mura urbane (da F. Krinzinger, «Velia», in Enciclopedia dell’Arte Antica Classica e Orientale, suppl. V, Roma 1997, pp. 967-972).
Fig. 5 = Hipponion. Circuito delle mura urbane (da P. G. Guzzo, Le città scomparse della Magna Grecia, Roma 1982).
Fig. 6 = Reggio. Circuito delle mura urbane (da M. C. Parra, «Reggio Calabria», in M. C Parra (a cura di), Guida archeologica della Calabria. Un itinerario fra memoria e realtà, Bari 1998, pp. 165-199).
Fig. 7 = Locri Epizefiri. Planimetria della città e circuito delle mura urbane (da M. Barra-Bagnasco, «Fortificazioni e città a Locri Epizefiri, alla luce delle più recenti scoperte», in RM 103, 1996, pp. 237-274).
Fig. 8 = Caulonia. Planimetria della città e circuito delle mura urbane (da H. Tréziny, Kaulonia I. Sondages sur la fortification nord (1982-1985), Naples 1989).
Fig. 9 = Crotone. Circuito delle mura urbane (da P. Leriche, H. Tréziny (edd.), La fortification dans l’histoire du monde grec, Valbonne 1982, Paris 1986).
Fig. 10 = Heraclea. Planimetria della città e circuito delle mura urbane (da L. Giardino, «Aspetti e problemi dell’urbanistica di Herakleia», in Siritide e Metapontino. Storie di due territori coloniali, Policoro 1991, Naples-Paestum 1998, pp. 171-220).
Fig. 11 = Metaponto. Planimetria della città e circuito delle mura urbane (da A. De Siena (a cura di), Metaponto. Archeologia di una colonia greca, Taranto 2001).
Fig. 12 = Taranto. Planimetria della città e circuito delle mura urbane (da E. Lippolis, «Taranto: forma e sviluppo della topografia urbana», in Atti Taranto 2001, pp. 119-169).

Note


[1]Biblioteca storica XII, 10, 6.
[2]Garlan 1974, pp. 92-97
[3]Garlan 1974, pp. 87-97; Martin 1974, pp. 189-196; Martin 1987, p. 584. La nascita delle fortificazioni urbane nel mondo ellenico veniva tradizionalmente collocata nel primo ventennio del V sec. a.C., durante il periodo delle Guerre Persiane, ma già gli studiosi che hanno fondato le ricerche di poliorcetica e architettura militare greca hanno proposto sulla scorta di dati archeologici una cronologia più precoce, nel pieno arcaismo, sia per la Ionia d’Asia sia per l’occidente coloniale (Garlan 1974, pp. 90-92; Martin 1974, pp. 191-192). Basta ricordare per tutti l’esempio delle mura di Samo, edificate per volontà di Policrate nella seconda metà del VI sec. a.C. (Tölle-Kastenbein 1969, pp. 12-14; Martin 1974, pp. 84-85).
[4]Sono decisivi in questo senso gli anni delle lotte fra la lega peloponnesiaca, guidata da Sparta, la lega beotica con a capo Tebe e soprattutto la Macedonia di Filippo II, che attuò frequentemente e con successo campagne d’assedio e conquista di città nemiche; in occidente è fondamentale in ambito storico-militare l’età di Dionisio I di Siracusa e del suo scontro con Cartaginesi e Italioti. Seguono le campagne di Alessandro e le guerre fra i Diadochi, le contese fra regni ellenistici e leghe greche, fino alla comparsa di Roma.
[5]Winter 1971, pp. 289-333; Garlan 1974, pp. 20-147; Garlan 1983; Garlan 1985a, pp. 164-168; Garlan 1985b, pp. 251-253; Sconfienza, Zannoni 1995, pp. 43-46; Le Bohec-Bouhet 2000, pp. 269-274; Müller 2000.
[6]Marsden 1969, p. 100; Garlan 1974, pp. 137-140; Garlan 1985a, pp. 172-176; Levêque 1985, pp. 272-273; Solis-Santos 1998, pp. 709-712; Russo 2002, pp. 21-95.
[7]Nella prima metà del IV sec. a.C. compaiono le gastraphétai a pretorsione, funzionanti con l’arco composito (Marsden 1969, pp. 5-12; Garlan 1985a, pp. 150-151; Russo 2002, pp. 99-161). Dalla seconda metà del IV sec. a.C. inizia la produzione delle catapulte con i bracci d’arco imbrigliati in matasse di nervi, distinte in oxybelaí, per il lancio di dardi, e lithobóloi o petrobóloi per i proiettili lapidei (Marsden 1969, pp. 16-85; Garlan 1974, pp. 212-225; Ferrari 1985, pp. 242-256; Garlan 1985a, pp. 176-178; Levêque 1985, p. 72; Solis-Santos 1998, pp. 709-711; Russo 2002, pp. 165-278).
[8]Il termine deriva da poliorkía, coniato da Tucidide per definire l’investimento a blocco di una città (Garlan 1974, pp. 3-5). Dal IV sec. a.C. si diffuse l’espressione tà poliorketiká che indicava il complesso di tutte le operazioni necessarie per assediare e prendere d’assalto una città e con cui fu denominato dai filologi bizantini il corpus completo della trattatistica militare greca (Garlan 1974; Garlan 1992; Loreto 1995).
[9]Il filosofo dimostra di essere pienamente al corrente delle rinnovate strategie di attacco e difesa del complesso pólis-chóra a lui contemporanee (Politica VII, 5-6) e anche soprattutto dei nuovi rapporti che si generavano fra mura e impianto urbano e fra opere difensive e moderne artiglierie neurobalistiche (Politica VII, 11).
[10]Enea distribuisce nei vari capitoli del suo trattato lo sviluppo di due tematiche principali: la difesa ad oltranza della chóra intendendo la pólis come ridotto centrale (Poliorcetica VIII, 1, 3-5; XVI, 7, 16-18) e il rapporto funzionale che lega ai fini difensivi tutte le componenti urbanistiche all’interno del circuito murario (Poliorcetica I, 1, 3; II, 1; III, 1, 5-6; XXVI, 1, 5; XXVIII, 1; XXXII).
[11]Significativo per la differenza fra antico e nuovo modo di costruire le mura è il passo in Sintassi Meccanica V, A, 5; per la difesa avanzata e scalare Sintassi Meccanica V,A, 36-37, 69-70, 82-83; sul tiro redente il terreno Sintassi Meccanica V, A, 32, 67-68; sul fiancheggiamento Sintassi Meccanica V, A, 2-3, 21-22, 48, 50-52, 59, 61, 85.
[12]Garlan 1974; Cambiano 1995 pp. 475-487; Le Bohec-Bouhet 2000, p. 270.
[13]Lombardo 1987a; Lombardo 1987b. La bibliografia in materia di manufatti ed opere difensive in Magna Grecia è amplissima e in questa occasione è stata ridotta all’essenziale; per recuperare notizie precise e ulteriori sui singoli manufatti e sui progressivi rinvenimenti si rimanda alle indicazioni bibliografiche presenti nelle opere citate nell’Appendice allegata al termine del testo e alla consultazione diretta di repertori quali l’Enciclopedia di Arte Antica, i Fasti Archeologici, Notizie degli Scavi, le rassegne delle attività annuali delle Soprintendenze pubblicate negli Atti dei Convegni di Taranto, le riviste archeologiche specializzate, in particolare Taras, i Mélanges de l’École française de Rome e gli Annali dell’Istituto Universitario Orientale di Napoli.
[14]von Gerkan 1924, pp. 110-114; Winter 1971, pp. 11; Garlan 1983, pp. 157-158; Greco, Torelli 1983, p. 255.
[15]Secondo l’opinione del Pagano (1986, pp. 96-99) il centro fu fortificato fra il 333 e il 331 a.C. da Alessandro il Molosso e in seguito conquistato dai Brezii che lo trasformarono in una fortezza opposta ai Greci della pianura costiera e finalizzata al controllo degli accessi ai passi della Sila. Alla fine del IV sec. a.C. in Basilicata furono realizzati numerosi circuiti fortificati da parte delle genti lucane in lotta con le città costiere ed i condottieri chiamati da Taranto (Tréziny 1983a; Barberis 1996; Barra-Bagnasco 1996b); in Calabria esiste una situazione simile, pur essendo meno ricca la documentazione edita e meno complesse le strutture difensive rispetto a Castiglione (Guzzo 1982a, pp. 137-138, 295; Guzzo 1982b).
[16]L’area ad est della ex ss. 18 e dei templi maggiori risulta soltanto abitata dopo il 273 a.C., anno della deduzione della colonia latina (Greco 1987, pp. 488-489; Theodorescu 1987, pp. 518-519; Greco 1990, p. 94; Pontrandolfo 1996, p. 156.n. 46 p. 218).
[17]Sulla localizzazione delle necropoli all’interno del circuito murario: Greco 1981, p. 151; Lippolis 1997b, pp. 533, 535-536.
[18]Haensel 1973, pp. 416, 418-420, 492; Adamesteanu, Dilthey 1978, pp. 525-526; Guarducci 1978, p. 280; Adamesteanu 1980, pp. 74-75, 81-84.
[19]Si tratta di lunghi tratti di mura interni al circuito difensivo che ne collegavano due estremità per ridurre l’area da difendere e creare successive linee di resistenza (Garlan 1974, pp. 189-190; Martin 1974, p. 194).
[20]Ducrey 1995; Moggi 1997, pp. 524-525, 532-533.
[21]Per l’urbanistica delle città segnalate con indicazioni bibliografiche precedenti: Greco 1985, pp. 199-216; De Siena 1991; Krinzinger 1994; Krinzinger 1997; Lippolis 1997a; Lippolis 1997b; Mertens 1999; Barra-Bagnasco 2000.
[22]Poliorcetica I, 1-3.
[23]Politica VII, 11, 6-7.
[24]supra nota n. 20.
[25]Adam 1982, p. 45; Sconfienza 1996, pp. 45-48.
[26]De Siena 1991, p. 147; Sconfienza 1996, pp. 34-35, 46-47;.
[27]Schmiedt 1970, p. 82; Napoli 1972, p. 18; Sconfienza 1996, pp. 35, 43.
[28]Barra-Bagnasco 1996a, p. 248; Sconfienza 1996, pp. 58-59; Barra-Bagnasco 2000, pp. 16, 30, 31.
[29]Aristotele sosteneva infatti che l’apertura al mare garantiva alla città non solo notevoli opportunità commerciali, ma anche una valida via per ricevere rifornimenti durante gli assedi e per reagire agli attacchi degli invasori (Politica VII, 6, 1-4).
[30]Lo Porto 1966, p. 138; Adamesteanu 1973a, pp. 31-32; Adamesteanu 1977, pp. 43-44; Giannotta 1980, pp. 43-44.
[31]Per le vicende costruttive del fronte di mare locrese Barra-Bagnasco 1996a, Barra-Bagnasco 1999, Barra-Bagnasco 2000.
[32]Sulle diverse ipotesi di localizzazione di ciascun apprestamento portuale velino, tenendo conto che erano verosimilmente utilizzate come scali le foci del Palistro a nord e della Fiumarella di Santa Barbara a sud: Napoli 1966a, pp. 202-203; Napoli 1970, pp. 228, 229-230; Schmiedt 1970, pp. 74-75; Johannowsky 1982, p. 234; Johannowsky 1986; Krinzinger 1994, p. 38; Krinzinger 1997, p. 971.
[33]Delezir, Guy 1987, p. 464; D’Ambrosio 1990, pp. 83-84 nota n. 34.
[34]Pagano 1985-86a; Pagano 1992, p. 267; Paone 1996; Rispoli 1996; Bats 2000.
[35]Questa ipotesi corrisponde all’opinione dello Spadea (1983, pp. 160-162), ma esiste anche una proposta del Sabbione per l’identificazione dell’acropoli con la collina di Santa Lucia (Sabbione 1976, p. 899; Lattanzi 1983, p. 100; Tréziny 1983b, p. 596).
[36]La trattazione sull’evoluzione dei tipi di torre circolare, semicircolare, quadrangolare e poligonale dal IV sec. a.C. alla fine dell’età ellenistica si trova in Marsden 1969, pp. 126-163; Winter 1971, 164-203; Garlan 1974, pp. 193-196, pp. 257-268; Martin 1974, pp. 202-203; Lawrence 1979, pp. 383-391; Adam 1982, pp. 46-65, pp. 105-111; Ober 1983; Ober 1987.
[37]Fronte est, V-IV sec. a.C. (Bottini 1982, pp. 466-467; Bottini 1984, p. 509; Bottini 1985, p. 468)
[38]Fronte ovest-Mannella, IV-III sec. a..C. (Orsi 1902, pp. 41-42); fronte nord-porta di Parapezza, fine IV-inizio III sec. a.C. (infra nota n. 62).
[39]Fronte di mare, fine IV-inizio III sec. a.C. (Schmiedt 1970, pp. 82; Napoli 1972, p. 18).
[40]Fronte sud, prima metà IV sec. a.C. (Neutsch 1967, p. 147; Tagliente 1984, p. 129; Bottini 1985, p. 457; Giardino 1991, p. 190; Giardino 1999, p. 325).
[41]Fronte sud, V sec. a.C. (Gabrici 1951, col 605; Greco 1985, p. 199).
[42]Fronte sud, inizio III sec a.C. (Voza 1963, p. 225; Marsden 1969, p. 147; D’Ambrosio 1990, pp. 78-79); fronte ovest, inizio III sec. a.C. (Voza 1963, pp. 225-226; D’Ambrosio 1990, p. 78).
[43]Fronte est, porta a cortile principale (infra nota n. 67).
[44]Si tratta delle fasi più antiche delle porte Aurea, Giustizia e Marina, difese da opere a cortile in cui erano presenti torri circolari (infra nota n. 75).
[45]Furono portate alla luce tre torri semicicolari, due circolari e una rettangolare (Orsi 1921, pp. 474-475; Säflund 1935, pp. 89-90, 99-100).
[46]infra nota n. 60.
[47]Datate a partire dalla seconda metà del V sec. a.C. (Orsi 1916, coll. 708-712; Tréziny 1989, pp. 9, 19-23, 132-137, 143-144, 150-152; Iannelli 1992, pp. 198-200).
[48]Fronte nord, inizio III sec. a.C. (Costamagna, Sabbione 1990, p. 184; Barra-Bagnasco 1996a, p. 244); fronte ovest, a partire dal VI sec. a.C. (Foti 1976, p. 347; Costamagna, Sabbione 1990, pp. 49, 269-272; Barra-Bagnasco 1996a, p. 243); fronte nord, IV-III sec. a C. (Costamagna, Sabbione 1990, pp. 273-275; Barra-Bagnasco 1996a, p. 244).
[49]infra note n. 62, 68.
[50]Una torre rettangolare presso il convento di San Gerolamo (V sec. a.C.; Gabrici 1951, col. 605) una quadrata rinvenuta in via Maddalena (IV sec. a.C.; Johannowsky 1961), una torre all’angolo di via Forcella con piazza Calenda (età ellenistica; De Caro 1997, p. 836), le torri delle porte di piazza Calenda, piazza Bellini, piazza San Domenico, piazza Nicola Amore (infra note n. 64, 73).
[51]Le numerose torri sono citate in tutta la bibliografia velina, nelle descrizioni dei diversi fronti e diatheichismata (infra Appendice - Velia).
[52]Accanto alle torri rotonde succitate vanno ricordate le torri quadrate del fronte nord, datate all seconda metà del IV sec. a.C. (Blum 1987, p. 579; D’Ambrosio 1990, pp. 73-76, 87-89) e le grandi torri quadrangolari del fronte ovest di epoca lucana (note con i numeri 16 e 18; Krishen 1941, p. 21; D’Ambrosio 1990, pp. 81-84; Greco 1990, p. 99) e quelle romane dei fronti nord, sud e ovest (definite con i numeri 1, 2, 17, 27, 28; Krishen 1941, pp. 20-23; Winter 1971, p. 245; Greco 1988, p. 85; D’Ambrosio 1990, pp. 81-85, 96-97; Greco 1990, p. 99; Pontrandolfo 1996, p. 157); per la torre pentagonale Krishen 1941, pp. 20-21; Winter 1971, pp. 246-247; D’Ambrosio 1990, pp. 85-86, 90; Greco 1990, p. 99.
[53]Filone afferma che è bene ristrutturare le torri secondo tale disposizione nelle fortificazioni «costruite all’antica» (Sintassi Meccanica V, A, 59), considerando che l’angolo saliente rivolto verso l’esterno permette di far rimbalzare sui lati obliqui i proiettili dei petroboli (Sintassi Meccanica V, A, 61).
[54]Per l’evoluzione e la strategia difensiva delle porte in età ellenistica a partire dal IV sec. a.C. Winter 1971, pp. 217-233; Garlan 1974, pp. 196-198; Lawrence 1979, pp. 327-334; Adam 1982, pp. 77-92, 99-104; Adam 1983.
[55]È una tipologia assai diffusa nel mondo greco ed ellenizzato a partire dal V sec. a.C. ed è documentatata per esempio dalle porte di Etioneia al Pireo, sud-ovest di Phigalia, sud di Thorikos, della città bassa di Ramnunte (Adam 1982, pp. 78, 180, 209, 211) e a Mileto dalla Porta dei Leoni e dalla fase di V sec. a.C. della Porta Sacra (Garlan 1974, p. 258; Adam 1982, p. 78; Lawrence 1967, p. 234).
[56]Nel sistema «a corridoio» il varco d’ingresso si apriva attraverso un tratto di cortina posto al fondo di un corridoio generato dal ripiegamento verso l’interno delle mura rispetto alla linea del tracciato; presso l’accesso esterno del corridoio l’opera era armata di torri per dominare il terreno antistante e il percorso interno fino al varco; esempi noti di questo tipo sono la porta A di Mantinea, la Grande Porta di Stratos di Acarnania (Adam 1982, pp. 83-89, 228), la fase ellenistica della Porta Sacra a Mileto (Lawrence 1967, p. 234), le porte della Pnice e del Dipylon ad Atene (Winter 1971, pp. 224-225; Adam 1982, p. 85) e la porta del fronte orientale di Massalia (Hallier 1982, pp. 255-256; Tréziny 1989, p. 147).
[57]Il tipo «a cortile» deriva dall’avvicinamento delle torri più esterne del tipo «a corridoio» tanto da creare un primo varco di accesso fra di esse e un secondo al fondo del corridoio che si trasforma così in un cortile chiuso e sporgente verso l’interno della cinta muraria; esempi significativi corrispondono alla porta di Istmia a Corinto, alla principale ovest di Assos, alla porta di Elettra a Tebe (Winter 1971, pp. 224, 227, 229) e alla porta di Arcadia a Messene (Winter 1971, pp. 217; Adam 1982, p. 90). Il tipo «a cortile» riscosse grande fortuna in età ellenistica e deve essere posto all’origine del modello romano della porta «a cavaedium» con la coppia di torri esterne allineate alla successione di quelle del circuito e l’arx sporgente verso l’interno del corpo di piazza (Brands 1988, pp. 16-29; Gros 1998, pp. 37-38).
[58]Adamesteanu 1972, p. 323; Adamesteanu 1973a, p. 26; Adamesteanu 1973b, pp. 160-161; Metaponto I 1975, pp. 252-257, 355-356; Giannotta 1980, pp. 22-23
[59]Barra-Bagnasco 1996a, p. 259; Barra-Bagnasco 1999, pp. 4-8; Barra-Bagnasco 2000, pp. 13-22
[60]Metaponto I, p. 243; Adamesteanu 1987; Bottini 1990, p. 561; Bottini 1991, pp. 391-392; Mertens 1991, pp. 127-132; De Siena 2001, pp. 36-37; De Siena 2002, p. 34.
[61]Orsi 1916, coll. 726-730; Tréziny 1989, p. 149.
[62] Sabbione 1976, p. 894; Costamagna, Sabbione 1990, pp. 184-186; Barra-Bagnasco 1996a pp. 244, 247-248, 250-251, 260-265, 267-268; Barra-Bagnasco 2000, p. 22.
[63]Sestieri 1953; Sestieri 1954, p. 234; Sestieri 1960, p. 308; Napoli 1966a, p. 200; Napoli 1969, pp. 186-187; Napoli 1970a, p. 227; Schmiedt 1970, pp. 81-82; Krinzinger 1994, pp. 37-38; Tocco-Sciarelli 1994, p. 13.
[64]Greco 1985, pp. 192, 195, 197-198.
[65]Rispoli 1996, p. 70; D’Agostino, Fratta 2000, pp. 92-93.
[66]Orsi 1916, coll. 712-717; Tréziny 1989, pp. 137, 141, 145-149.
[67]Iacopi 1950; Iacopi 1953; Procopio 1954; Sabbione 1978, p. 372; Pagano 1986, p. 95.
[68]Foti 1976, p. 347; Costamagna, Sabbione 1990, pp. 264-268; Barra-Bagnasco 1996a, pp. 243, 246-247, 252-253.
[69]Napoli 1966a, p. 216; Krinzinger 1979b, pp. 360-361; Krinzinger 1994, p. 38; Tocco-Sciarelli 1994, p. 13.
[70]infra nota n. 75.
[71]Krischen 1941, pp. 25-28; Gentili 1959; Winter 1963; Winter 1971, pp. 179, 224; Garlan 1974, pp. 186-188; Adam 1982, pp. 85-86, 248-251; Mertens 1988; Tréziny 1996, pp. 347-350.
[72]Procopio 1954; Pagano 1986, p. 96.
[73]Gabrici 1951, coll. 605-606; Johannowsky 1960; Greco 1985, p. 198; De Caro 1997, pp. 835-836.
[74]Winter 1971, pp. 180-188; Brands 1988, pp. 29-33. È un tipo simile alla porta a cortile, ma le torri frontali e le strutture retrostanti si fondono in un unico corpo di fabbrica che copre il cortile e contiene una belostásis per litoboli sul piano al livello del cammino di ronda e su altri superiori; esempi famosi sono la porta ovest di Eretria (Schefold 1968, p. 281; Winter 1971, p. 186; Krause 1972, pp. 50-74) e le principali di Sidé (Mansel 1963, pp. 36-40; Winter 1971, p. 183), ma la diffusione di questo tipo toccò regioni lontane del mondo ellenizzato come dimostrano la porta di Syllion in Panfilia (Winter 1971, pp. 165, 232) e quella della fortezza di Patraios sul Bosforo Cimmerio (Tolstikov 1982, p. 176).
[75]Krischen 1941, pp. 23-28; Kähler 1942, pp. 14-16; Schläger 1957; Schläger 1962, p. 25; Voza 1963, p. 226; Schläger 1964, pp. 104-107; Winter 1971, pp. 184-187; Blum 1987, pp. 581-583, 588; Greco 1987, p. 494; Mertens 1987, p. 566; Theodorescu 1987, pp. 510, 524-526; Brands 1988, pp. 151-162; Greco 1988, p. 85; D’Ambrosio 1990, pp. 79-80, 90-96; Pontrandolfo 1996, p. 157; Tocco-Sciarelli 1996, p. 448.
[76]Orsi 1916, coll. 717-718, 723-724, 736-740; Tréziny 1989, pp. 149, 156-157.
[77]Winter 1971, pp. 285-286; Garlan 1974, pp. 190-191; Adam 1982, pp. 112-115 n 143 p 52 . Già Enea Tattico raccomanda lo scavo di fossati profondi per poter intercettare le gallerie nemiche (Poliorcetica XXXVII, 1-5); Filone di Bisanzio tratta l’argomento dei fossati teorizzandone lo scavo di tre successivi davanti alle mura e sottolineandone quindi l’importanza per la difesa (Sintassi Meccanica V, A, 36-37, 69-70).
[78]Viola 1881, pp. 390-391; Lo Porto 1970, pp. 363-364; Garlan 1974 p. 150; Porsia, Scionti 1989, p. 9.
[79]Adamesteanu 1973a, pp. 30-31; Adamesteanu 1973b, pp. 166-168; Adamesteanu 1977, pp. 372-373; Giannotta 1980, p. 23; Bottini 1985, p. 468; Bottini 1990, p. 561; Bottini 1991, pp. 391-392; De Siena 1999, p. 232.
[80]Orsi 1921, pp. 475-476.
[81] Krinzinger 1994, p. 38; Tocco Sciarelli 1994, p. 13.
[82]Schläger 1962, p. 23; Voza 1963, p. 224; Schläger 1965, pp. 186-188; Schläger 1969; Blum 1987, pp. 577, 586-587; D’Ambrosio 1990, pp. 83, 85, 87-88, 99 nota n. 69.
[83]Lo Porto 1961, p. 140; Quilici 1967, p. 174; Neutsch 1968b, p. 115; Neutsch 1968c, p. 762; Giardino 1991, p. 189; Giardino 1999, p. 325.
[84]supra nota n. 77.
[85]Winter 1971, pp. 140-151; Garlan 1974, pp. 244-246; Martin 1974, p. 196; Adam 1982, pp. 66, 68-71, 179-180, 185, 188, 211, 217, 226, 228, 230, 232, 235, 244, 248-251.
[86]Krinzinger 1979a, pp. 53-58; Krinzinger 1979b, pp. 357-360; Krinzinger 1994, pp. 37, 38, 47-48; Krinzinger 1997, p. 968.
[87]Sabbione 1975, p. 585; Sabbione 1976, pp. 898-899; Lattanzi 1983, pp. 100, 114; Spadea 1983, pp.159, 161; Tréziny 1983b, pp. 594-597; Giangiulio, Sabbione 1987, pp. 491, 496, 499; Spadea 1994, pp. 333, 334.
[88]La città achea distrutta nel 389 a.C. dall’armata di Dionisio I fu ricostruita dai Locresi, padroni ormai del suo territorio, probabilmente prima del 346 a.C. per iniziativa di Dionisio II esiliato allora a Locri.
[89]supra nota n. 11.
[90]Tomlinson 1961; Winter 1971, pp. 135-137; Adam 1982, pp. 24-25, 27-35.
[91]I dati principali provengono dagli scavi di Masseria del Carmine (Lo Porto 1970, pp. 363-366; De Juliis 1980, pp. 356-357; Lo Porto 1992, pp. 8-18).
[92]Scavi in proprietà Valente e Le Penne sul fronte est (Bottini 1982, pp. 466-467; Bottini 1984, p. 509; Bottini 1985, p. 468) o in proprietà Grieco-Lazzazera sul fronte sud (Adamesteanu 1972, pp. 321-322; Adamesteanu 1973a, p. 28; Adamesteanu 1973b, p. 165; Metaponto I, pp. 289-294; Giannotta 1980, pp. 23-24).
[93]L’Adamesteanu (1972, p. 323; 1973b, p. 163) documentò il rinvenimento di frammenti di coppe ioniche B 2 all’interno dell’émplekton del tratto di mura in proprietà Mantice; si tratterebbe pertanto dei resti del teíchos arcaico lungo il fronte difensivo occidentale.
[94]Orsi 1916, coll. 751-762; Tréziny 1989c, p. 145.
[95]Gabrici 1913, col. 14; Johannowsky 1975, p. 101; Tocco 1975, p. 489; Pagano 1993, pp. 856, 861-862, 867; Rispoli 1996, p. 70; D’Agostino, Fratta 1995, pp. 204, 207-208; D’Agostino, Fratta 2000, p. 92
[96]Neutsch 1968c, p. 762; Bottini 1985, p. 457; Giardino 1991, p. 190; Giardino 1999, p. 325
[97]Gabrici 1951, coll. 559-588 passim, 596-600; Johannowsky 1960; Greco 1985, p. 194; De Caro 1997, p. 835.
[98]Scavi sulle colline di Santa Lucia (supra nota n. 87) e Vigna Nuova (Foti 1974a, pp. 303-304; Sabbione 1975, pp. 586-587; Sabbione 1976, pp. 899, 911; Lattanzi 1983, p. 102; Spadea 1983, p. 160; Giangiulio, Sabbione 1987, pp. 493, 499; Spadea 1994, p. 333).
[99] Krinzinger 1979a, p. 63; Krinzinger 1979b, pp. 358-361; Ortolani 1993, p. 130; Krinzinger 1994, pp. 28-30, 37, 38, 54 nota n. 53; Krinzinger 1997, p. 968. In questa fase i paramenti delle mura furono realizzati sia in mattoni cotti del tipo velino (Johannowsky 1982, pp. 235-236) sia con l’utilizzo della cosiddetta opera a scacchiera (Napoli 1966a, p. 221; Krinzinger 1994, pp. 38-39).
[100]Nel IV sec. a.C. i paramenti erano in blocchi rozzamente lavorati, in epoca brezia erano legati con malta di fango e successivamente fu impiegata l’opera isodoma (Orsi 1921, pp. 474-475; Säflund 1935, pp. 90, 96-98, 106).
[101]D’Ambrosio 1990, pp. 86-96.
[102]De Franciscis 1957, pp. 371-374; Foti 1968, p. 116; Foti 1969, p. 137; Guzzo 1982a, p. 260; Currò, Restifo 1991, p. 7.
[103]De Franciscis 1971, pp. 40-44; Barra-Bagnasco 1977, p. 36; Barra-Bagnasco 1996a, pp. 240-241, 244, 253-254, 265, 270; Barra-Bagnasco 2000, pp. 11-12.
[104]Ancora nel II sec. d.C. Apollodoro di Damasco (Arte dell’assedio 158, 1) consigliava l’uso del mattone crudo per le stesse ragioni in virtù certamente della sua origine orientale e dell’esperienza diretta di tale tecnica assai diffusa fra Siria e Mesopotamia.
[105]Orsi 1916, coll. 708-760 passim, 774-778; Tréziny 1989, pp. 19-20.
[106] Al termine della trattazione desidero ringraziare la professoressa Marcella Barra Bagnasco che ormai da tempo segue la mia attività e anche in questa occasione ha dimostrato il solito interesse e disponibilità.

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