Ricerche e Studi di Archeologia e Architettura Militare


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Cenni di storia e archeologia sull’incastellamento altomedievale nell’Italia del Nord e sulla situazione piemontese

Pubblicazioni > Articoli e contributi > Età Classica e Medievale


da «Armi Antiche. Bollettino dell’Accademia di San Marciano», 1998 (2002), pp. 85-110

Roberto Sconfienza

CENNI DI STORIA E ARCHEOLOGIA
SULL’INCASTELLAMENTO ALTOMEDIEVALE
NELL’ITALIA DEL NORD E SULLA SITUAZIONE PIEMONTESE


ILLUSTRAZIONI

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TESTO


Introduzione


L’incastellamento è uno dei temi principali affrontati da storici e archeologi medievisti negli ultimi trent’anni di ricerca. Le convergenze di intereresse da parte degli studiosi hanno cominciato a manifestarsi in seguito all’opera di Pierre Toubert[1], relativa all’incastellamento del Lazio medievale, in cui l’oggetto “castello” non viene trattato soltanto come manufatto architettonico, ma è interpretato come polo centrale di una ristrutturazione del territorio laziale nel X secolo e di una trasformazione sociale del contesto umano.
La nota opera di Aldo A. Settia, dedicata alla nascita dei castelli nell’area padana, chiarisce le diverse dinamiche dei processi di incastellamento nell’Italia settentrionale rispetto a quella centrale e meridionale, ma preliminarmente si preoccupa di definire una suddivisione per fasi del fenomeno, distinguendo nettamente le documentazioni tardo antiche ed alto medievali rispetto a quelle del secolo X[2].

L’età tardo antica e longobarda


Prima del periodo di grande proliferazione dei castelli, compreso fra IX e X secolo, si possono individuare quattro momenti importanti che scandiscono la storia degli insediamenti fortificati nel Nord Italia, seguendo lo sviluppo degli avvenimenti politici e delle successive dominazioni dalla caduta dell’impero romano alla fine del regno longobardo d’Italia e all’ingresso della penisola nell’orbita dei domini carolingi.

Le clausurae


Fin dal III secolo la strategia difensiva in profondità attuata all’interno dei confini dell’impero romano[3] prevedeva lo sbarramento delle valli principali che mettevano in comunicazione le regioni al di là e al di qua delle Alpi con apprestamenti difensivi definiti clausurae, il cui massimo sviluppo fu raggiunto fra IV e V secolo[4]. Dopo la caduta dell’impero d’occidente nel 476, le clausurae, ereditate dai Goti in età teodoriciana e poi dai Bizantini, in seguito alla guerra gotica a partire dal 553, mantengono ancora il loro valore di difesa limitanea durante la dominazione longobarda. Al momento della conquista franca, dalla seconda metà dell’VIII secolo le clausurae associano alle potenzialità difensive le funzioni di sbarramento commerciale e di pedaggio[5]. La struttura di queste opere era caratterizzata da recinti fortificati, in materiali deperibili come il legno, e da torri, che potevano essere sia limitanee, comprese nelle difese di sbarramento, sia facenti capo a sistemi d’avvistamento; i Longobardi probabilmente attuarono ristrutturazioni in muratura e realizzarono opere esterne alle linee difensive principali, ma non comunque per tutto l’arco alpino[6].
E’ possibile ricordare la presenza delle clausurae anche in Piemonte, in Val di Susa, e in Val d’Aosta, lungo gli itinerari già d’età romana che conducevano rispettivamente al Mons Matrona, il passo del Monginevro, attraverso Segusium, e all’Alpis Graia e al Summus Poeninus, il Piccolo e il Gran San Bernardo, passando per Augusta Praetoria[7].

Le fortificazioni gotiche


In base alla documentazione scritta e alle tracce toponomastiche[8], l’eredità tardo imperial, fra V e VI secolo, viene arricchita da nuovi insediamenti fortificati durante la dominazione gotica, ma la ricerca archeologica recente ha chiarito la natura autoctona di alcuni castra [9]che, generalmente posti a difesa di rilievi montuosi, sono da collocare cronologicamente in concomitanza all’utilizzo pieno delle clausurae, e la cui continuità di vita fin dall’età imperiale documenta il mantenimento dell’assetto insediativo anche durante le dominazioni gotica prima e longobarda poi[10]. Esempi indagati archeologicamente sono il sito di Madrano nella valle del Ticino o il castrum di Ibligo-Invillino in Friuli, la cui esistenza già prima delle invasioni offriva poi nel VI secolo protezione a genti autoctone e ad individui di stirpe germanica[11]. Un caso a parte è probabilmente rappresentato da Monte Barro, in quanto castrum realizzato nella seconda metà del V secolo in ottemperanza ad un programma difensivo teodoriciano per le alpi centro-occidentali, così come l’insediamento fortificato di Garda sul lago omonimo[12].
Durante gli anni della guerra greco-gotica le necessità difensive sono certamente di primario interesse, ma si è notato opportunamente che la dinamica di questo conflitto, ad alta mobilità di contingenti militari, rese anacronistico il confronto fra Goti e Bizantini lungo un fronte fisso, come potevano essere per esempio in età imperiale quello dei limites renano e danubiano e, in seguito, il tractus Italiae circa Alpes costituito dalle clausurae tardoantiche e gotiche[13].

Le fortificazioni bizantine


Dal 553 i Bizantini vittoriosi sui Goti ereditano il sistema difensivo precedente[14], ma è dopo la venuta dei Longobardi nel 568 che inizia una notevole attività fortificatoria lungo i confini del dominio imperiale, a partire dalla Liguria, la regione limitanea che viene conquistata da Rotari nel 643. E’ necessario chiarire, tuttavia, che il limes bizantino-longobardo non deve essere inteso come un confine statico, su cui si fronteggiarono le opposte potenze; si verificarono infatti profonde penetrazioni longobarde verso sud[15] che portarono alla creazione dei ducati di Benevento e Spoleto nel cuore dei domini italiani dell’impero d’oriente e per alcuni decenni i Bizantini a loro volta mantennero numerose enclaves strategiche nei territori longobardi dell’Italia settentrionale, come per esempio Susa e Ivrea in Piemonte[16].
La Liguria bizantina degli anni a cavallo fra la seconda metà del VI secolo e la prima metà del VII presenta da Ponente a Levante una serie di insediamenti fortificati nell’entroterra[17], quali il castrum di Campomarzio in provincia di Imperia risalente già al V secolo, il castrum di San Donato di Parasio presso Varazze (V-VI secolo), il castrum di Sant’Antonino di Perti nel finalese, con doppia cinta di fine VI-inizio VII secolo e strategicamente programmato dall’autorità imperiale, il monte Castellaro presso Zignago e il campo trincerato di Filattiera-Castelvecchio, che servivano ai Bizantini per controllare gli accessi vallivi alla costa e per proteggere gli scali portuali come Portovenere, Portofino, Sestri Levante, Porto Maurizio, Varigotti. Anche in quest’area la documentazione archeologica sembra ricondurre la nascita degli insediamenti fortificati a genti autoctone e a momenti precedenti l’utilizzo strategico bizantino. Infine, altre zone interessate dall’incastellamento bizantino sono le terre emiliane e romagnole dell’Esarcato e l’area lagunare altoadriatica, la Toscana marittima, il Lazio e l’Abruzzo[18].

Le fortificazioni longobarde


Come si è detto precedentemente i castra tardoantichi di origine locale, utilizzati e ristrutturati in età gotica, vengono ereditati dai Longobardi insieme alle clausurae alpine. Un esempio è rappresentato dal già citato castrum di Ibligo-Invillino, nominato da Paolo Diacono fra i sette castelli longobardi del Friuli: la terza fase dell’insediamento sul colle del castello, il castrum che venne realizzato già nella prima metà del V secolo, nel 610 fu uno dei capisaldi della resistenza longobarda contro gli Avari, che avevano appena occupato Cividale, capitale del ducato del Friuli[19].
Si è messo efficacemente in luce che alcuni fra i castra nelle zone di confronto militare fra i Bizantini e i Longobardi, alla fine del VI secolo, sono definiti civitates dall’Anonimo Ravennate e assumono particolare importanza al momento in cui i Longobardi vi si insediano precocemente con finalità strategiche[20]. Lungo la fascia pedemontana che va dal Lago Maggiore al Lago di Garda fino alla valle dell’Adige emergono i centri fortificati di Castelseprio, Stazzona, Pombia, Castelnovate, Isola Comacina, Bellinzona, Sirmione, Garda, Lagare. Completa l’elenco il castello di Monselice citato da Paolo Diacono a proposito della vittoriosa offensiva longobarda del 602-603. La rilevanza strategica di questi siti è stata posta in luce dall’indagine archeologica che ha evidenziato connotazioni caratteristiche dell’organizzazione insediativa e una documentazione di materiali specifici. Infatti la presenza di un forte ridotto difensivo è ben distinguibile dall’area destinata all’abitato e, in particolare a Castelseprio, Sirmione, Garda e Monselice, la chiara connotazione militare del sito è confermata dal rinvenimento di sepolture con corredi d’armi, che testimoniano la frequentazione rilevante da parte di soldati longobardi accanto a quella della popolazione autoctona[21].
La tematica del primo incastellamento nell’Italia settentrionale è stata sintetizzata in termini di classificazione tipologica tentando di isolare alcuni modelli insediativi generali[22].
Il primo modello presenta come caso tipo il castrum di Ibligo, si tratta di insediamenti cioé d’altura con continuità di vita dalla tarda età imperiale, nell’ambito di un popolamento locale e con finalità difensive occasionali. Il secondo modello è rappresentato dal castrum di Castelseprio e comprende i centri fortificati di origine tardoantica (fine IV-V secolo) connessi strategicamente con il sistema di difesa alpino delle clausurae e verosimilmente voluti da un’autorità pubblica centrale: sono ubicati su alture non molto rilevate e associano generalmente a murature poderose di cinta la presenza interna della chiesa e dell’abitato.
Come si è detto precedentemente i due primi modelli di origine autoctona attraversano le vicende storiche del VI e VII secolo, passando successivamente in mano gota o longobarda, diversamente dal terzo modello, che è esemplificato dal castrum di Monte Barro e comprende quei centri fortificati documentati a partire dalla metà del V secolo che, durante l’età teodoriciana, rientrano in programmi difensivi elaborati dall’autorità regia in tempo di pace, come Garda, Verruca e Castelvecchio in Trentino; si trovano su rilievi o in località delle regioni pedemontane strategicamente importanti, costituiscono essi stessi un baluardo difensivo e sono come quelli del secondo modello sonon caratterizzati dalla presenza di mura e di chiese castrali nell’abitato. Appartiene a questo modello anche il castrum di Monselice, forse di origine bizantina, che potrebbe rappresentare un’analoga iniziativa difensiva a quella gotica da parte dell’autorità imperiale[23].
Il quarto e il quinto modello hanno in comune la caratteristica area insediativa ridotta su alto rilievo montagnoso e recinta da mura e risalgono al periodo fra VI e VII secolo. Il quarto è rappresentato dal castrum di Laino sulle montagne a nord di Como, edificato ai tempi della guerra greco-gotica per iniziativa della chiesa milanese: si tratta cioé di fortificazioni sorte per iniziativa locale in momenti di particolare pericolo. Il quinto modello è esemplificato dal castrum di Gaino, a nord di Toscolano Maderno sul Lago di Garda, e dal castrum di Zignago in Liguria, che rappresentano tanto da parte longobarda, quanto bizantina tutte quelle postazioni militari secondarie e d’altura che interagivano con i più grandi castra riconducibili ai primi tre modelli.
Infine le tecniche costruttive, infine, dei castra tardoantichi e altomedievali prevedono innanzitutto il reperimento di materiali in loco. Si è rilevato che le opere di frequentazione bizantina in Liguria, pur in assenza d’uso di mattoni e malta di calce, presentano murature in ciottoli a secco e strutture in conci lapidei squadrati o sbozzati in maniera sommaria, generalmente elevate con tecnica a sacco; sono documentati inoltre apprestamenti esterni come fossati e palizzate. Nell’area di controllo longobardo le tecniche sono ancor più semplici e i materiali rudimentali, derivati dalla disponibilità del luogo, come per esempio nel Beneventano i conci di tufo, integrati in tessiture di scaglie lapidee; più in generale la tecnica costruttiva delle fortificazioni longobarde consiste nell’assemblaggio a secco di ciottoli di fiume, mentre sono rarissimi gli impieghi del laterizio[24].

Dall’età carolingia all’XI secolo


Gli storici hanno sottolineato efficacemente che il mondo carolingio è caratterizzato dalla tendenza all’estensione del potere pubblico centrale su vaste regioni e che dal IX secolo nel Regnum Italiae si definisce un’assetto amministrativo suddiviso in comitati e marche nell’ambito del quale la formazione e lo sviluppo delle curtes trasforma i caratteri del paesaggio e della demografia[25]. Il modello curtense si esplica come tipo di azienda fondiaria signorile, caratterizzata dall’attrazione al proprio interno dei piccoli proprietari terrieri e da una forte intraprendenza colonizzatrice, sia essa di origine ecclesiastica, monastica o laica, e come organo di difesa territoriale, ma rappresenta in ogni caso un antefatto al processo di incastellamento del secolo X[26].
A partire dal X secolo la dominazione signorile privata comincia a intaccare i principi legali di unitarietà del mondo carolingio e la nascita dei castelli, sia in siti nuovi sia come fortificazione della pars dominica di antiche curtes, rappresenta l’aspetto reale e territoriale della trasformazione del potere locale; esso si esplica come unica vera forma di legalità, basata innanzitutto sulla presenza militare di ascendenza aristocratica. Il castello dopo il X secolo diventa il centro della signoria rurale che ha confini ben definiti rispetto alle altre simili e il sito dell’edificio fortificato dà il cognome alla famiglia signorile. Si è notato, a tal proposito, che la motivazione delle invasioni ungare e saracene per l’incastellamento di X secolo nell’Italia settentrionale è restrittiva e limitante; un signore, infatti, incastellava la propria residenza per proteggere se stesso e la sua gente sia da pagani sia da mali christiani, vicini o lontani rispetto ai confini del suo dominio, in una temperie storica come fu quella delle lotte fra Berengario I e Ugo di Provenza che assoldarono vicendevolmente milizie ungare e saracene per varie operazioni militariin Pianura Padana. Nell’Italia settentrionale esistono comunità rurali libere accanto ai castelli dei signori e una struttura sociale contadina relativamente autonoma che pur dovendo sostenere i tentativi di dominio signorile viene identificata come il principale motore della ripresa economica del’XI secolo, perciò la critica storica tende a sfumare il confine cronologico del X secolo a favore di una progressione regolare del processo di incastellamento, a partire dal IX fino a tutto l’XI secolo, e soprattutto a non rappresentare le regioni padane in X secolo come completamente trasformate da una gemmazione di castelli improvvisa e a tappeto[27].
Così nell’Italia settentrionale il castello di X secolo compare come elemento fisicamente rilevante annesso alla curtis con finalità difensive e per iniziativa di enti ecclesiastici, comunità rurali e signori laici, ed è parte di un dominio locale basato sul possesso della terra; soltanto dalla seconda metà dell’XI secolo all’aumento numerico progressivo dei castelli corrisponde la valenza di centri di districtus, e da essi i signori esercitano un potere pubblico su una ben definita circoscrizione[28].
L’aspetto dei castelli a partire dal X secolo è stato studiato esaurientemente a livello documentario dal Settia, il quale afferma che generalmente esso corrisponde a quello di un villaggio fortificato[29]. Innanzitutto la fortificazione poteva trovarsi nelle immediate vicinanze di una curtis o di un centro abitato, iuxta, oppure intorno, circa, e inoltre in rapporto con una chiesa, così da ribadire la funzione d’asilo per uomini e cose propria degli edifici sacri[30]. La scelta del sito cadeva sovente su alture dirupate, difese naturalmente, o in pianura presso zone paludose o corsi d’acqua, perseguendo sempre un compromesso fra la localizzazione preesistente del centro da difendere e le necessità strategiche della fortificazione[31].
Le componenti fondamentali del castello di X secolo sono identificate dal Settia nel fossato, unica traccia segnalata dalla documentazione più tarda, e nella palizzata su terrapieno (agger) coronata con merlatura di graticci, evidentememente soggetta a facile deperimento; seguono opere sporgenti dalla linea di cinta che possono essere torri, piattaforme lignee a carattere semipermanente, definite in genere propugnacula, le britische, corrispondenti a ridotte in legname, le spizzate, ovvero palificate appuntite all’interno dei fossati, le celate, che sono gallerie o trabocchetti, tipo le bocche di lupo armate con spizzata[32].
Nell’XI secolo il castello presenta sempre il fossato e le palizzate, ma aumentano i casi di recinzioni in muratura di pietra; compare poi un elemento di non facile identificazione, il tonimen, localizzato come ostacolo nel terreno fra fossato e muro e probabilmente da interpreare come una siepe spinosa o una palizzata. Anche lo spaldum occupa lo spazio fra il muro e il fossato e si tratta di un terrapieno, ma è rilevante soprattutto l’aumento del numero di torri[33]. Senza dubbio, tuttavia, la grande novità della seconda metà dell’XI secolo è la preminenza del torrione maestro, antenato del dongione di XII e XIII secolo[34] e connesso con la nascita dei districti e delle signorie di castello, di cui ne è simbolo; si tratta di un edificio a torre eminentemente militare e più alto di tutte le fabbriche civili e difensive dell’insediamento, che originariamente non viene abitato dal signore, ma il cui utilizzo è soggetto a suddivisioni orizzontali fra i vari individui che vantano diritti sul castello[35].

L’incastellamento piemontese fra l’epoca tardo antica e l’XI secolo


Esiste una cesura importante nella storia del Piemonte altomedievale costituita dalla conquista franca della regione padana nel 773. Il territorio piemontese prima della venuta dei Longobardi fu teatro di scontri fra le popolazioni germaniche che durante il V e il VI secolo gravitavano intorno all’area alpina occidentale, quali gli Ostrogoti e i Burgundi, insediati sul versante ovest delle montagne e, fin da allora, in Valle d’Aosta. Il periodo della guerra gotica vide la regione coinvolta nella lotta ed ebbe come esito principale la creazione di importanti basi bizantine negli antiche città romane di Segusium ed Eporedia, che costituirono dopo il 568 le due enclaves imperiali, citate precedentemente, nel cuore del dominio longobardo.
La storiografia identifica quattro ducati longobardi piemontesi, Torino, Asti, Ivrea, San Giulio d’Orta, la cui natura di stanziamento militare era finalizzata alla gestione di un potere di carattere piuttosto personale che territoriale, esercitato sulle popolazioni locali e germaniche aderenti alla cultura dominante longobarda. L’unificazione imperiale carolingia annullò il significato politico-militare del confine alpino fra i regni franco, burgundo e longobardo, pur mantenendo nell’Italia del Nord la configurazione precedente del Regnum Langobardorum, sicché le terre piemontesi alla fine dell’VIII e nel IX secolo furono strutturate in un ordinamento provinciale per distretti governati da conti[36].
La documentazione archeologica piemontese fino all’età carolingia ha restituito un’immagine di popolamento territoriale ad insediamento sparso, con agglomerati isolati nelle campagne e centri di aggregazione in altura, che nascono già a partire dal IV secolo per esigenze difensive delle popolazioni locali, si mantengono tali e si fortificano nei due secoli successivi senza una connotazione prettamente militare, ma più semplicemente difensiva[37]. Fra gli esempi più significativi, che illustrano il ruolo di riplasmazione territoriale propria di questi insediamenti, emergono i siti fortificati di Santo Stefano Belbo, che ha restituito materiali datati fra IV e VI secolo[38], e il Castelvecchio di Peveragno[39], la cui frequentazione è attestata già alla fine del III sec. d.C. ed è fortificato dalla fine del IV, ma non occupato successivamente da Longobardi. Non tale risulta la vicenda insediativa del castrum di Belmonte, che risale alla metà del V secolo, è occupato fino alla metà del VII da genti locali ed assume rilievo strategico per i Longobardi, fronteggiando l’enclave bizantina di Ivrea[40]. I siti citati possono, inoltre, documentare per il Piemonte due delle cinque tipologie dei castra tardo antichi elencate precedentemente: Santo Stefano Belbo e Peveragno si avvicinano al primo modello, tipo Ibligo-Invillino, a causa della loro forte connotazione locale e difensiva, mentre Belmonte, per l’insorgenza delle sue valenze strategiche e militari in età longobarda, può essere riferito al secondo modello di Castelseprio.
Quanto all’età carolingia e al IX secolo l’archeologia ha identificato la curtis regia di Orba presso il sito La Torre di Frugarolo[41], mentre mancano documentazioni materiali esaurienti per la curtis di Baene[42].
Alla fine del IX e per tutta la prima metà del X secolo l’insicurezza in Piemonte divenne per le popolazioni locali un problema sempre più pressante a causa della minaccia delle incursioni saracene, della presenza di bande di predoni organizzate e radicate sul territorio, del passaggio frequente di eserciti per la contesa alla corona del Regnum Italicum. La prima risposta a livello istituzionale fu la creazione della marca d’Ivrea, come fondamento di un’ampia militarizzazione della regione e una suddivisione in districti di natura comitale; con la seconda metà del X secolo, accanto alla marca di Ivrea anscarica, nascono altre tre marche, quella di Torino, l’arduinica, quella del Monferrato, aleramica, e l’obertenga, a cavallo fra Lombardia e Piemonte sud-orientale, che segnano l’indirizzo della storia piemontese nei secoli centrali del Medio Evo. Fin dall’epoca dei marchesi inizia un programma di radicamento dei poteri feudali istituzionali sul territorio sia da parte di questi ultimi sia dei conti loro subalterni, innaugurando così il processo lento, ma costante che conduce alla nascita delle signorie di castello; il momento culminante è tuttavia l’XI secolo quando, in seguito alla fine del dominio anscarico, tutto il territorio dell’antica marca di Ivrea si fraziona in signorie comitali di castello, legittimate da antichi legami istituzionali con il dominio marchionale e soprattutto indipendenti dai poteri vescovili di Ivrea e Vercelli. Nelle altre marche la situazione è parzialmente diversa, in quanto quella di Torino mantiene la sua tendenza all’unità di circoscrizione pubblica, con la creazione di signorie di castello, tuttavia, da parte sia dei vescovi, sia dei marchesi, mentre quelle aleramica e obertenga sono caratterizzate dalla volontà di radicamento del potere signorile da parte dei diversi rami della famiglia marchionale e da una sorta di dominatus loci, diverso dalla signoria di castello canavesana, esercitato dalle famiglie aristocratiche che preferiscono risiedere nelle città come ceto vassallatico vescovile[43].
La temperie storica descritta fa da contesto allo sviluppo dell’incastellamento di X secolo anche nella regione piemontese. Le ricerche archeologiche hanno permesso di configurare in generale i castelli di questo periodo come centri fortificati sommitali, ma soprattutto come fasi di ristrutturazione più solida e articolata di siti sovente già abitati nei secoli precedenti[44].
Innanzitutto bisogna rilevare l’incastellamento, risalente al secolo X, delle due curtes di Orba e Benevagienna per mezzo di una fortificazione che circonda l’abitato carolingio, secondo lo schema delle difese circa evidenziato dal Settia[45]; le indagini archeologiche condotte alla frazione Breolungi di Mondovì hanno portato alla luce scarsi resti del castrum e della pieve di Bredulum, una fortificazione insistente su livelli di età protostorica e situata iuxta, nei pressi dell’omonima curtis del comitato dipendente dal vescovo di Asti[46].
Oltre all’evidente sovrapposizione di un castello di XIII secolo sull’insediamento più antico di Santo Stefano Belbo[47], è stato indagato un importante sito fortificato nella valle del Tanaro, il castello di Manzano, frequentato dal X secolo alla metà del XIII[48]. Rivestono infatti un interesse particolare quei castra che risultano ristrutturati nell’XI secolo, momento di maggior affermazione dell’incastellamento signorile, e che hanno restituito comunque documentazioni archeologiche di epoca precedente; oltre al caso di Manzano, emerge quello di Trino-San Michele, dove fra XI e XII secolo, in corrispondenza alla creazione di una nuova cinta fortificata, viene edificata una struttura residenziale signorile presso la chiesa di San Michele; quest’ultima fase si sovrappone ad un centro più antico, fortificato fra X e XI secolo, sede di attività artigianali e metallurgiche[49]. Di pari importanza sono il castrum di Monsferratus dell’XI secolo, localizzato presso il Bric San Vito di Pecetto sulla collina torinese e insistente su tracce di un insediamento tardo antico[50], e il castrum di Pombia, creato in epoca altomedievale e attualmente documentato per la fase di XII secolo[51]. I casi indagati documentano, inoltre, l’adozione di tecniche costruttive piuttosto uniformi per il territorio in esame, fin dal X secolo, consistenti prevalentemente nella realizzazione dei muri di cinta in ciottoli di fiume legati con malta e assemblati per filari[52].
Meno chiare archeologicamente sono le fasi di primo incastellamento (XI secolo) dei castelli di Costigliole Saluzzo[53], di Monfalcone-San Leodegario[54] e di Santa Vittoria d’Alba[55].
Gli esempi di torrione maestro, infine, che l’archeologia ha potuto documentare in Piemonte, risalgono al XII secolo e sono quelli rinvenuti a Montechiaro d’Aqui[56] e nel castello di Carrù[57]; le torri di Sant’Andrea di Loazzolo[58]e del castello di Montaldo di Mondovì[59] sono inoltre elementi integranti di un recinto fortificato più interno che prova anche per la regione piemontese la nascita del dongione come residenza del signore e centro emblematico della signoria di castello.

Abbreviazioni bibliografiche


Periodici


Arch. Med., Archeologia medievale.

Atti CSDIR, Atti del centro di studi e documentazione sull’Italia romana.

Boll. Sub., Bollettino storico-bibliografico subalpino.

MEFRM, Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen Age-Temps Mòdernes.

Quad. Sopr., Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte.

Testi e pubblicazioni


BIERBRAUER 1990
V. BIERBRAUER, Relazione conclusiva al Seminario “Insediamenti fortificati tardo romani e alto medievali nell’arco alpino”, in: Arch. Med 1990, pp. 43-56.

BROGIOLO 1995
G. P. BROGIOLO, Evoluzione in età longobarda di alcuni castelli dell’Italia settentrionale, E. BOLDRINI, R. FRANCOVICH (a cura di), Acculturazione e mutamenti. Prospettive nell’archeologia medievale del Mediterraneo, Firenze 1995, pp. 191-200.

GELICHI 1997
S. GELICHI, Introduzione all’archeologia medievale. Storia e ricerca in Italia, Roma 1997.

MICHELETTO 1992
E. MICHELETTO, La struttura materiale del castello: profilo archeologico per il Piemonte Sud-occidentale, in: M. C. VISCONTI CHERASCO (a cura di) Architettura castellana: storia, tutela, riuso. Atti delle giornate di studio, Carrù 31 maggio-1 giugno 1991, Mondovì 1992, pp. 15-29.

MICHELETTO 1998
E. MICHELETTO, Forme di insediamento fra V e XII secolo: il contributo dell’archeologia, in: L. MERCANDO, E. MICHELETTO (a cura di), Archeologia in Piemonte. Volume III, il Medioevo, Torino 1998, pp. 51-80.

MOLLO 1986
E. MOLLO, Le chiuse: realtà e rappresentazioni mentali del confine alpino nel Medioevo, in: Boll. Sub. LXXXIV, 1986, pp. 333-390.

NEGRO PONZI 1994
M. NEGRO PONZI MANCINI, Le scoperte dell’archeologia medievale, in: G. ROMANO (a cura di), Piemonte Romanico, Torino 1994, pp. 37-58.

SERGI 1988
G. SERGI, Guerra e popolamento nel “Regnum Italiae”, in: Castrum 3. Guerre et fortification et habitat dans le monde méditerranéen au Moyen Age. Colloque organisé par la Casa de Velàsquez et l’Ecole française de Rome, Madrid 24-27 novembre 1985, Madrid 1985, pp. 257-262.

SETTIA 1984
A. A. SETTIA, Castelli e villaggi nell’Italia padana. Popolamento, potere e sicurezza fra IX e XIII secolo, Napoli 1984.

SETTIA 1996
A. A. SETTIA, Tracce di Medioevo. Toponomastica, archeologia e antichi insediamenti nell’Italia del Nord, Mondovì 1996.

WICKHAM 1998
C. WICKHAM, A che serve l’incastellamento ?, in: M. BARCELÒ, P. TOUBERT (a cura di), “L’incastellamento” actes des rencontres de Gérone (26-27 novembre 1992) et de Rome (5-7 mai 1994), Rome 1998, pp. 31-41.

Note


[1]P. TOUBERT, Les Structures du Latium médiéval. Le Latium méridional et la Sabine du IX siècle à la fin du XII siècle, Roma 1973; GELICHI 1997, pp. 144-145. Il Francovich (L’incastellamento e prima dell’incastellamento nell’Italia centrale, in: E. BOLDRINI, R. FRANCOVICH (a cura di), Acculturazione e mutamenti. Prospettive nell’archeologia medievale del Mediterraneo, Firenze 1995, pp. 397-400) presenta una sintesi del dibattito storico relativo all’argomento, ricordando, oltre agli apporti del Settia (infra nota n. 2), le revisioni del Wickham (Castelli e incastellamento nell’Italia centrale: la problematica storica, in: R. Comba, A. A. Settia (a cura di), Castelli. Storia e archeologia, Torino 1984, pp. 137-148) che interpreta l’incastellamento di X secolo nell’Italia centrale come una riorganizzazione territoriale d’origine signorile in antagonismo con la vitalità di nuclei rurali popolari sviluppatisi in nuovi siti rispetto a quelli tardo antichi già prima del X secolo.
[2]SETTIA 1984 e in particolare pp. 43-45.
[3]Il tema della difesa in profondità attuata dall’impero in età tardo antica è sintetizzata chiaramente in: E. LUTTWACK, La grande strategia dell’Impero Romano. L’apparato militare come forza di dissuasione, Milano 1993, pp. 171-226.
[4]SETTIA 1984, p. 43; SETTIA 1996, pp. 13-14
[5]MOLLO 1986, pp. 341-344; SETTIA 1996, pp. 14-16.
[6]MOLLO 1986, pp. 355-358.
[7]Le chiuse della Val di Susa sono localizzate poco a monte di Avigliana, fra i paesi di Caprie e Chiusa di San Michele; quelle della Val d’Aosta presso la stretta di Bard (MOLLO 1986, pp. 345-348). Per il Piemonte anche: MICHELETTO 1998, pp. 67-68.
[8]SETTIA 1984, p. 43; SETTIA 1996, pp. 15-18.
[9]Il termine castrum è utilizzato in epoca medioevale per indicare un luogo fortificato derivando il significato dal latino classico. Il termine castellum è un semplice diminutivo di castrum che in età romana indicava non solo un piccolo edificio fortificato, ma generalmente una struttura turriforme appartenente alle difese dei limites imperiali sia in occidente in Britannia o lungo il Reno e il Danubio, sia in oriente lungo l’Eufrate; in età medioevale il castellum indica un insediamento fortificato sul tipo del castrum e spesso i termini sono praticamente sinonimi. L’utilizzo del plurale castra nel testo presente si riferisce sempre all’accezione di “castello” e non indica assolutamente “l’accampamento” secondo il significato latino del plurale tantum castra-orum.
[10]SETTIA 1996, pp. 13-14.
[11] V. BIERBRAUER, “Castra” altomedievali nel territorio alpino centrale e orientale: impianti difensivi germanici o insediamenti romani ?, in: V. BIERBRAUER, C. G. MOR, Romani e Germani nell’arco alpino (secoli VI-VIII), Bologna 1986, pp. 249-265; BIERBRAUER 1990, p. 45; V. BIERBRAUER, L’insediamento del periodo tardo-antico e alto medievale in Trentino Alto-Adige (V-VII secolo), in: G. C. MENIS (a cura di), Italia longobarda, Venezia 1991, pp.121-173, p. 144; A. A. SETTIA, Le fortificazioni dei Goti in Italia, in: Teodorico il grande e i Goti d’Italia, Spoleto 1993, pp. 101-131; BROGIOLO 1995, p. 192; SETTIA 1996, pp. 14-15. Per Madrano: P. A. DONATI, Insediamenti fortificati tardoromani e altomedievali nell’arco alpino: un esempio al piede del San Gottardo, in: Arch. Med. 1990, pp. 21-24; per Ibligo: BIERBRAUER 1990, pp. 50-53; V. BIERBRAUER, Un castrum d’età longobarda: Ibligo-Invillino, in: G. C. MENIS (a cura di), I Longobardi, Milano 1990, pp. 143-145; BROGIOLO 1994, p. 152; SETTIA 1996, p. 15; GELICHI 1997, pp. 132-134. Anche la regione della Slovenia documenta l’esistenza di castra nati già intorno al V secolo per iniziativa locale romana ed abitati nei secoli successivi (S. CIGLENECKI, Le fortificazioni di altura dell’epoca tardo antica in Slovenia, in: Arch Med 1990, pp. 17-19; BIERBRAUER 1990, pp. 43-48)
[12]BIERBRAUER 1990, pp. 54-55; G. P. BROGIOLO, Gli scavi, in: G. P. BROGIOLO, L. CASTELLETTI (a cura di), Archeologia a Monte Barro. I. Il grande edificio e le torri, Lecco 1991, pp. 19-57; BROGIOLO 1994, pp. 153-155; GELICHI 1997, pp. 134-138.
[13]SERGI 1988, p. 258.
[14]T. S. BROWN, Settlement and military policy in Byzantine Italy, in: H. MC BLAKE, T. W. POTTER, D. B. WHITEHOUSE (a cura di), Papers in Italian Archaeology I: the Lancaster Seminar. Recent research in prehistoric, classical and medieval archaeology. Part II, Oxford 1978, pp. 326-327.
[15] T. W. POTTER, D. B. WHITEHOUSE, S. PHILPOT, il castello di Ponte Nepesino e il confine settentrionale del ducato di Roma. I Introduzione. II Lo scavo, in: Arch. Med. 1984, pp. 63-96; U. BROCCOLI, Archeologia e Medioevo. Il punto sull’archeologia medievale italiana, Roma-Bari 1986, pp. 311-313; SERGI 1988, pp. 258-259.
[16]Anche l’Isola Comacina in Lombardia e Garda (BROGIOLO 1995, p. 194).
[17] T. S. BROWN, Settlement and military policy in Byzantine Italy, in: H. MC BLAKE, T. W. POTTER, D. B. WHITEHOUSE (a cura di), Papers in Italian Archaeology I: the Lancaster Seminar. Recent research in prehistoric, classical and medieval archaeology. Part II, Oxford 1978, p. 327; D. CABONA, T. MANNONI, O. PIZZOLO, Gli scavi nel complesso medievale di Filattiera in Lunigiana 2. La collina di Castelvecchio, in: Arch. Med. 1984, pp. 243-247; E. BONORA, A. FOSSATI, G. MURIALDO, Il “Castrum Pertice”. Norizie preliminari sulle campagne di scavo 1982 e 1983 in località Sant’Antonino, Finale Ligure (Savona), in: Arch. Med. 1984, pp. 215-242; BIERBRAUER 1990, pp. 53-54; T. MANNONI, G. MURIALDO, Insediamenti fortificati tardoromani e altomedievali nell’arco alpino. L’esperienza ligure, in: Arch. Med. 1990, pp. 9-15; GELICHI 1997, pp. 138-143.
[18]BROGIOLO 1995, p. 195.
[19] V. BIERBRAUER, Un castrum d’età longobarda: Ibligo-Invillino, in: G. C. MENIS (a cura di), I Longobardi, Milano 1990, pp. 143-144.
[20]BROGIOLO 1995, pp. 192-195.
[21]BROGIOLO 1995, pp. 195-197; GELICHI 1997, pp. 143-144..
[22]Questo lavoro di classificazione è stato attuato per la prima volta dal Brogiolo (BROGIOLO 1994).
[23]supra nota n. 21.
[24] D. BALESTRACCI, I materiali da costruzione nel castello medievale, in: Arch. Med. 1989, R. FRANCOVICH, M. MILANESE (a cura di), Lo scavo archeologico di Montarrenti e i problemi dell’incastellamento medievale. Esperienze a confronto. Atti del colloquio internazionale Siena 8-9 dicembre 1988, pp. 228-229; vedere anche: P. GALLETTI, Le tecniche costruttive fra VI e X secolo, in: R. FRANCOVICH, G. NOYÉ (a cura di), La storia dell’Alto Medioevo italiano (VI-X secolo) alla luce dell’archeologia. Convegno internazionale (Siena, 2-6 dicembre 1992), Firenze 1994, pp. 467-477; R. PARENTI, Le tecniche costruttive fra VI e X secolo: le evidenze materiali, in: R. FRANCOVICH, G. NOYÉ (a cura di), La storia dell’Alto Medioevo italiano (VI-X secolo) alla luce dell’archeologia. Convegno internazionale (Siena, 2-6 dicembre 1992), Firenze 1994, pp. 479-496.
[25]SERGI 1988, pp. 259-260; WICKHAM 1998, p. 32
[26]SERGI 1988, pp. 260-261; P. TOUBERT, L’incastellamento aujourd’hui: Quelques réflexions en marge de deux colloques, in: M. BARCELÒ, P. TOUBERT (a cura di), L’incastellamento” actes des rencontres de Gérone (26-27 novembre 1992) et de Rome (5-7 mai 1994), Roma 1998, p. XIV; WICKHAM 1998, pp. 32-33. Sulle curtes: Fumagalli 1980; B. ANDREOLLI, M. MONTANARI, L’azienda curtense in Italia. Proprietà della terra e lavoro contadino nei secoli VIII-XI, Bologna 1983; R. BALZARETTI, The Curtis, the archaeology of sites of power, in: R. FRANCOVICH, G. NOYÉ (a cura di), La storia dell’Alto Medioevo italiano (VI-X secolo) alla luce dell’archeologia. Convegno internazionale (Siena, 2-6 dicembre 1992), Firenze 1994, pp. 99-108; GELICHI 1997, pp. 144-147 passim.
[27]SETTIA 1984, pp. 73-153; SERGI 1988, pp. 260 262; C. WICKHAM, L’incastellamento ed i suoi destini, undici anni dopo il Latium di P. Toubert, in: G. NOYÉ (a cura di), Castrum 2. structures de l’habitat et occupation du sol dans les pays méditerranéens: les méthodes et l’apport de l’archéologie extensive. Actes de la rencontre organisée par l’Ecole française de Rome (Paris 12-15 novembre 1984), Rome-Madrid 1988, pp. 411-420; R. FRANCOVICH, L’incastellamento e prima dell’incastellamento nell’Italia centrale, in: E. BOLDRINI, R. FRANCOVICH (a cura di), Acculturazione e mutamenti. Prospettive nell’archeologia medievale del Mediterraneo, Firenze 1995, p. 399; P. TOUBERT, L’incastellamento aujourd’hui: Quelques réflexions en marge de deux colloques, in: M. BARCELÒ, P. TOUBERT (a cura di), L’incastellamento” actes des rencontres de Gérone (26-27 novembre 1992) et de Rome (5-7 mai 1994), Roma 1998, pp. XII-XVI; WICKHAM 1998, pp. 32-40.
[28] R. COMBA, Il primo incastellamento e le strutture economiche e territoriali del Piemonte sud-occidentale fra X e XI secolo, in: G. NOYÉ (a cura di), Castrum 2. structures de l’habitat et occupation du sol dans les pays méditerranéens: les méthodes et l’apport de l’archéologie extensive. Actes de la rencontre organisée par l’Ecole française de Rome (Paris 12-15 novembre 1984), Rome-Madrid 1988, p. 487; A. A. SETTIA, Il castello come centro e simbolo di potere (Italia settentrionale X-XIII secolo), in: M. C. VISCONTI CHERASCO (a cura di) Architettura castellana: storia, tutela, riuso. Atti delle giornate di studio, Carrù 31 maggio-1 giugno 1991, Mondovì 1992, p. 7; A. A. SETTIA, Proteggere e dominare. Fortificazioni e popolamento nell’Italia medievale, Città di Castello 1999, pp. 15-23, pp. 71-73. Già il Fumagalli (Strutture materiali e funzioni nell’azienda curtense. Italia del Nord: sec. VIII-XII., in: Arch. Med. 1980, pp. 22-23) notava questo valore eminentemente fisico del castrum di X secolo che sorge come difesa della sola parte residenziale di una curtis.
[29]SETTIA 1984, p. 212.
[30]Il Settia (1984, pp. 248-263; Proteggere e dominare. Fortificazioni e popolamento nell’Italia medievale, Città di Castello 1999, pp. 31-69, pp. 195-203) riferisce ampiamente sul rapporto fra castelli e chiese e monasteri fortificati, sulla fortificazione degli abitati e sulla forza di attrazione specifica dei centri incastellati tale da determinare la nascita di un abitato esterno alle fortificazioni che in poco tempo avrebbe impedito di riconoscere la natura originaria dell’insediamento, se difeso da mura circa o da un castello iuxta. Relativamente ai rapporti fra castelli e chiese, inoltre: A. A. SETTIA, Chiese, strade e fortezze nell’Italia medievale, Roma 1991, pp. 47-66.
[31]SETTIA 1984, pp. 191-195.
[32]SETTIA 1984, pp. 195-199; Il Comba (Il primo incastellamento e le strutture economiche e territoriali del Piemonte sud-occidentale fra X e XI secolo, in: G. NOYÉ (a cura di), Castrum 2. structures de l’habitat et occupation du sol dans les pays méditerranéens: les méthodes et l’apport de l’archéologie extensive. Actes de la rencontre organisée par l’Ecole française de Rome (Paris 12-15 novembre 1984), Rome-Madrid 1988, pp. 480-483) attribuisce sostanzialmente le caratteristiche presentate dal Settia ai castelli di prima generazione del Piemonte sud-occidentale. Anche il Balestracci (I materiali da costruzione nel castello medievale, in: Arch. Med. 1989, R. FRANCOVICH, M. MILANESE (a cura di), Lo scavo archeologico di Montarrenti e i problemi dell’incastellamento medievale. Esperienze a confronto. Atti del colloquio internazionale Siena 8-9 dicembre 1988, pp. 229-240) riferisce sulle componenti principali, sulle tecniche e sui materiali da costruzione dei castelli di X e XI secolo, notando, come il Settia, che già nel X secolo compaiono cinte in muratura, dominano le difese a palizzata e terrapieno con un impiego costante del legname, della pietra e di malte povere fino almeno al XIII secolo; inoltre: P. GALLETTI, Le tecniche costruttive fra VI e X secolo, in: R. FRANCOVICH, G. NOYÉ (a cura di), La storia dell’Alto Medioevo italiano (VI-X secolo) alla luce dell’archeologia. Convegno internazionale (Siena, 2-6 dicembre 1992), Firenze 1994, pp. 467-477; R. PARENTI, Le tecniche costruttive fra VI e X secolo: le evidenze materiali, in: R. FRANCOVICH, G. NOYÉ (a cura di), La storia dell’Alto Medioevo italiano (VI-X secolo) alla luce dell’archeologia. Convegno internazionale (Siena, 2-6 dicembre 1992), Firenze 1994, pp. 479-496.
[33]SETTIA 1984, pp. 199-205.
[34]Riguardo all’origine del dongione, il ridotto fortificato centrale con residenza del signore e torrione, il Settia (Motte nell’Italia settentrionale, in: Arch. Med. 1997, pp. 442-444) si è interrogato per una possibile derivazione anche nel Nord Italia da motte castrali, concludendo che non è sicura la natura artificiale di alcune motte con torre realizzate già nel IX secolo. Tuttavia la scelta di un elemento difensivo come eminente e simbolico del potere del signore lega concettualmente le funzioni del torrione di XI secolo a quelle del dongione successivo.
[35] A. A. SETTIA, Il castello come centro e simbolo di potere (Italia settentrionale X-XIII secolo), in: M. C. VISCONTI CHERASCO (a cura di) Architettura castellana: storia, tutela, riuso. Atti delle giornate di studio, Carrù 31 maggio-1 giugno 1991, Mondovì 1992, pp. 7-8.
[36]G. SERGI, La geografia del potere nel Piemonte romanico, in: G. ROMANO (a cura di), Piemonte Romanico, Torino 1994, pp. 14-15; G. SERGI, Le polarità territoriali piemontesi dall’Alto Medioevo al Trecento, in: L. MERCANDO, E. MICHELETTO (a cura di ), Archeologia in Piemonte, Volume III, Il Medioevo, Torino 1998, pp. 29-30.
[37]Sulla dinamica che conduce all’insediamento d’altura: MICHELETTO 1992, pp. 15-16; NEGRO PONZI 1994, pp. 38-41; MICHELETTO 1998, p. 51.
[38] E. MICHELETTO, S. Stefano Belbo, loc. Torre, in: Quad. Sopr. 1991, pp. 154-155; MICHELETTO 1992, pp. 16-17; E. MICHELETTO, Un insediamento tardo romano e altomedievalenell’area della torre di S. Stefano Belbo. Primi dati di scavo, in: “Alba Pompeia” XIII, 1992, pp. 27-34; NEGRO PONZI 1994, pp. 41-42; MICHELETTO 1998, p. 58.
[39] E. MICHELETTO, A. GUGLIELMETTI, L. VASCHETTI, V. CALABRESE, S. MOTELLA DE CARLO, Il Castelvecchio di Peveragno (Cn). Rapporto preliminare di scavo (1993-94), in: Quad. Sopr. 1995, pp. 137-219; MICHELETTO 1998, pp. 51-54, pp. 68-69.
[40] C. CARDUCCI, Gli scavi nello stanziamento barbarico di Belmonte, in: “Ad Quintum” 1970, pp. 6-14; O. VON HESSEN, Schede di archeologia longobarda in Italia, II Piemonte, in: “Studi Medievali” 1974, pp. 497-506 (n. 18, Belmonte, p. 502); C. CARDUCCI, Un insediamento barbarico presso il santuario di Belmonte nel Canavese, in: Atti CSDIR 1975-1976, pp. 84-104; M. ZAMBELLI, Gli scavi dell’insediamento barbarico di Belmonte (prima parte), in: “Ad Quintum” 1977, pp. 63-70; Belmonte, in: G. CAVALIERI MANASSE, G. MASSARI, M. P. ROSSIGNANI, Guide archeologiche Laterza: Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia, Roma-Bari 1982, p. 71; L. PEJRANI BARICCO, Prascorsano, Valperga, Pertusio (Belmonte) insediamento di epova longobarda, in: Quad. Sopr. 1986, p. 228; M. ROSSIGNOLI, Il Colle di Belmonte nella storia, in: M. CIMA (a cura di), Belmonte alle radici della storia. Ricerca su una comunità preistorica nelle Alpi Occidentali, Cuorgné 1986, pp. 94-95; A. LA REGINA, Ivrea bizantina, in: Quad. Sopr. 1988, p. 62; L. PEJRANI BARICCO, Prascorsano, Valperga, Pertusio (Belmonte) insediamento di epova longobarda, in: Quad. Sopr. 1988, pp. 104-105; G. PANTÒ, L. PEJRANI BARICCO, Il “castrum” di Belmonte (To), in: L. PAROLI (a cura di), La ceramica invetriata tardoantica e altomedievale in Italia. Atti el Seminario della Certosa di Pontignano, Siena 1990, Firenze 1992, pp. 157-170; NEGRO PONZI 1994, pp. 42- 43; L. PEJRANI BARICCO, E. MICHELETTO, Archeologia funeraria e insediativa in Piemonte tra V e VII secolo, in: L. PAROLI (a cura di), L’Italia centrosettentrionale in età longobarda. Atti del Convegno di Ascoli Piceno, 6-7 ottobre 1995, Firenze 1997, pp. 318-325; P. RAMELLA, Yporegia. Ivrea e Canavese nel Medioevo, Ivrea 1997, p. 73; MICHELETTO 1998, pp. 56-58. A proposito di Belmonte sono interessanti le considerazioni del La Regina (Ivrea bizantina, in: Quad. Sopr. 1988, pp. 59-64), il quale, trattando dell’identificazione di Ivrea con il castron Eourìas nominato da Giorgio Ciprio fra gli stanziamenti bizantini della seconda metà di VI secolo, successivi alla guerra gotica, ricorda l’importanza mineraria della valle dell’Orco, sia in età romana, sia durante il dominio bizantino, tanto da indurre l’autore greco a segnalare Ivrea con l’annotazione éntha tò àgkos Loukanòn, presso la valle di Locana, ovvero quella dell’Orco. Il castrum di Belmonte, dunque, trovandosi all’imbocco di questa valle, potrebbe esser stato un insediamento già controllato dai Bizantini, ma poi occupato dai Longobardi per le stesse ragioni di strategia territoriale e sfruttamento delle risorse naturali, fronteggiando così l’enclave imperiale di Ivrea e non costituendone più un polo di controllo avanzato.
[41]G. PISTARINO, La corte d’Orba dal Regno Italico al Comune di Alessandria, in: “Studi Medievali” (serie terza) 1960, pp. 499-513; F. BOUGARD, La Torre (Frugarolo, prov. di Alessandria). Relazione preliminare delle campagne di scavo 1989-1990, in: Arch. Med. 1991, pp. 369-379; F. BOUGARD, La Torre (Frugarolo, prov. di Alessandria), in: MEFRM, 1991, pp. 412-433; E. BONASERA, F, BOUGARD, M. BOUGERD, La Torre (Frugarolo, prov. di Alessandria). Campagne 1991-1992, in: Arch. Med. 1993, pp. 333-352; M. T. SARDO, F. BOUGARD, Frugarolo, loc. La Torre. Abitato medievale, in: Quad. Sopr. 11, 1993, pp. 216-218; MICHELETTO 1998, p. 70
[42]MICHELETTO 1998, p. 70; per le curtes anche: NEGRO PONZI 1994, pp. 38-39.
[43] G. SERGI, La geografia del potere nel Piemonte romanico, in: G. ROMANO (a cura di), Piemonte Romanico, Torino 1994, pp. 15-30; G. SERGI, Le polarità territoriali piemontesi dall’Alto Medioevo al Trecento, in: L. MERCANDO, E. MICHELETTO (a cura di ), Archeologia in Piemonte, Volume III, Il Medioevo, Torino 1998, pp. 30-37.
[44]MICHELETTO 1992, pp. 15-16; NEGRO PONZI 1994, pp. 40-41. Un’altra situazione piemontese frequente è la sovrapposizione del castello a siti di età protostorica.
[45]MICHELETTO 1992, p. 17; NEGRO PONZI 1994, p. 44; MICHELETTO 1998, pp. 70-71; supra note n. 30, n. 41, n. 42.
[46] V. CHIARLONE, Castrum et villa Breduli, in: “Studi Piemontesi” 1985, pp. 327-335; M. VENTURINO GAMBARI, C. DA VITE, A PEROTTO, Mondovì, fraz. Breolungi. Abitati pre-protostorici in area di insediamento medievale, in: Quad. Sopr. 1993, pp. 238-240; NEGRO PONZI 1994, p. 44; M. VENTURINO GAMBARI, B. TRAVERSONE, Mondovì, fraz. Breolungi. Indagine archeologica nell’aera degli insediamenti protostorici, in: Quad. Sopr. 1995, pp. 338-340; MICHELETTO 1998, pp. 71-72.
[47]supra nota n. 38.
[48]La costruzione del castello parte per iniziativa dei marchesi di Torino, secondo la documentazione scritta risalente agli anni 998 e 1014, e fin da principio si trova al centro di un progetto di radicalizzazione sul territorio del potere signorile di famiglie di funzionari regi che troverà compimento passando attraverso le dispute fra il vescovo di Asti ed il monastero di Breme, proprietario di Manzano dall’inizio dell’XI secolo fino alla metà del XII. Da questa data in poi i signori di Manzano, vassalli del monastero e del marchese di Saluzzo assumono sempre maggior autonomia e si ingeriscono nelle vicende belliche fra i comuni di Alba ed Asti, schierandosi sia con l’una sia con l’altra parte, fino al 1200, quando il castello viene devastato dagli Albesi. La pace del 1202 sancisce la ricostruzione del castello, ma, superato un altro evento bellico nel 1232, i signori di Manzano, dopo un breve ma intenso periodo di permanenza nel castello, sono indotti a trasferirsi definitivamente nella villanova di Cherasco fin dal 1243, momento in cui cessa la frequentazione del sito; nel 1249 il comune di Alba ordina la definitiva distruzione del castello (E. MICHELETTO, Cherasco. Castello di Manzano, in: Quad. Sopr., 1988, p. 69; E. MICHELETTO, Indagine archeologica al castello di Manzano (Comune di Cherasco - Prov. di CN). Rapporto preliminare (1990-1991). Premessa. Il sito e le vicende storiche. Lo scavo, in: Arch. Med. 1990, pp. 235-244; E. MICHELETTO, Il castello di Manzano. Note su uno scavo in corso nel territorio di Cherasco, in: “Alba Pompeia” 1990, pp. 65-71; MICHELETTO 1992, p. 17; E. MICHELETTO, Cherasco. Castello di Manzano, in: Quad. Sopr. 1993, p. 257; E. MICHELETTO, Il castello di Manzano, in: F. PANERO (a cura di), Cherasco. Origine e sviluppo di una villanova, Cuneo 1994, pp. 45-56; NEGRO PONZI 1994, p. 44; F. PANERO, Insediamenti e signorie rurali alla confluenza di Tanaro e Stura (secoli X-XII), in: F. PANERO (a cura di), Cherasco. Origine e sviluppo di una villanova, Cuneo 1994, pp. 15-29; MICHELETTO 1998, p. 72).
[49] M. NEGRO PONZI MANCINI, S. Michele di Trino (Vc): una chiesa altomedievale e un castellum. Campagne di scavo 1980-1981, in: Atti del VI Congresso di Archeologia Cristiana (Pesaro-Ancona 1983), Ancona 1985, pp. 789-794; M. NEGRO PONZI MANCINI, Trino (Vc), Chiesa di S. Michele, in: Quad. Sopr. 1989, pp. 250-252; M. NEGRO PONZI MANCINI, Il sito romano e altomedievale di S. Michele a Trino, in: “Bollettino storico vercellese” 1991, pp. 25-58; M. NEGRO PONZI MANCINI, V. CALABRESE, R. CARAMIELLO, T. DORO GARETTO, A. P. FERRO, C. JORIS, B. RINAUDO, E. ZANINI, L’insediamento romano e altomedievale di S. Michele a Trino (Vercelli). Notizie preliminari sulle campagne 1984-1990, in: Arch. Med. 1991, pp. 381-428; NEGRO PONZI 1994, pp. 44-47 passim; MICHELETTO 1998, p. 74.
[50] G. PANTÒ, Pecetto, Bric San Vito. Resti del “Castrum” di “Monsferratus”. Restauro conservativo delle strutture, in: Quad. Sopr. 1994, pp. 340-342; MICHELETTO 1998, p. 74.
[51] C. VENTURINO, Da capoluogo di “iudiciaria” a a castello signorile: il castrum Plumbia fra storia e archeologia, in: Boll. Sub. LXXXV, 1988, pp. 405-468; NEGRO PONZI 1994, p. 44.
[52]MICHELETTO 1998, p. 76.
[53] M. VENTURINO GAMBARI, E. MICHELETTO, P. G. EMBRIACO, R. PROSPERI, Costigliole Saluzzo, loc. Castello Rosso. Insediamento protostorico e medievale, in: Quad. Sopr. 1996, pp. 240-242; MICHELETTO 1998, pp. 74-75.
[54] F. FILIPPI, E. MICHELETTO, Il territorio tra Tanaro e Stura: contributo alla carta archeologica, in: Fossano, 1236-1986, Fossano 1987, pp. 5-37, pp. 28-29; F. PANERO, Insediamenti e signorie rurali alla confluenza di Tanaro e Stura (secoli X-XII), in: F. PANERO (a cura di), Cherasco. Origine e sviluppo di una villanova, Cuneo 1994, p. 28; MICHELETTO 1998, p. 76.
[55] E. MICHELETTO, S. Vittoria d’Alba, castello. Saggi di scavo in prossimità della cinta, in: Quad. Sopr. 1994, pp. 307-308; E. MICHELETTO, S. Vittoria d’Alba. Castello, in: Quad. Sopr. 1995, pp. 344-345; MICHELETTO 1998, p. 75.
[56] M. VENTURINO GAMBARI, A PEROTTO, C. SERAFINO, A. CROSETTO, Montechiaro d’Acqui. Castello, in: Quad. Sopr. 1994, pp. 268-270; MICHELETTO 1998, p. 76.
[57] E. MICHELETTO, Indagine archeologica nel castello di Carrù, A. ABRATE (a cura di), Il castello di Carrù da luogo fortificato a dimora a sede di banca, Carrù 1989, pp. 242-249; MICHELETTO 1998, p. 77.
[58] A. CROSETTO, Loazzolo, loc. Sant’Andrea. Insediamento medievale abbandonato, in: Quad. Sopr. 1995, pp. 326-327; MICHELETTO 1998, p. 76.
[59]La torre viene ricostruita nel ‘300 con forma circolare (E. MICHELETTO, M. VENTURINO GAMBARI (a cura di), Montaldo di Mondovì. Un insediamento protostorico. Un castello, Roma 1991; MICHELETTO 1992, p. 18; NEGRO PONZI 1994, p. 47; MICHELETTO 1998, pp. 76-77).

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