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Fortificazioni in Piemonte nel XVI secolo. Il caso di Chivasso

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da «Armi Antiche. Bollettino dell’Accademia di San Marciano», 2000 (2003), pp. 57-71

Roberto Sconfienza

FORTIFICAZIONI IN PIEMONTE NEL XVI SECOLO
IL CASO DI CHIVASSO

ILLUSTRAZIONI

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TESTO


Dopo la caduta di Torino in mano francese nel 1536 e la fuga del Duca Carlo II di Savoia, le armate di Francesco I, al comando dell’Ammiraglio Philippe de Chabot, si impadronirono progressivamente del territorio orientale piemontese, per assicurarsi una testa di ponte aperta sulla penisola italiana e fronteggiare così direttamente i domini proprii e tributari di Carlo V d’Asburgo.
Nel 1542, anno che seguì la definizione finale della nuova fortificazione di Torino, realizzata fra il 1538 e il 1541, le armate francesi occuparono l’importante piazza di Chivasso, nodo viario lungo la sponda sinistra del Po fra Torino e il Monferrato, verso sud, e Vercelli e Ivrea, sotto controllo spagnolo, verso nord.
Il valore stategico di Chivasso rimase tale per tutto il periodo dell’occupazione francese; anzi, l’ultimo governatore, Charles Cossé de Brissac, durante la guerra tra Francia e Spagna del 1551-1559, fece della piazza la base di partenza per gli attacchi condotti contro Chieri, Volpiano, Ivrea, Santhià e Casale, nel cuore dell’area sotto controllo spagnolo[1]. D’altro canto, nell’estate del 1705 il sistema fortificato di Chivasso e i trinceramenti di Castagneto, a cavallo del Po, rappresentarono l’ultimo caposaldo della resistenza sabauda lungo la via per Torino, dopo la caduta in mano francese di tutti i domini del Duca Vittorio Amedeo II nel Piemonte nord-Orientale; furono le manovre della cavalleria del La Feuillade, che riuscirono quasi a tagliare la via per il ripiegamento su Torino, e la determinazione dell’ingegnere Laparà de Fieux a costringere la piazza alla resa, dopo un bombardamento di circa 40000 proiettili[2].
Ritornando al XVI secolo, l’esigenza principale degli occupanti francesi era di trasformare il nuovo caposaldo, rivolto contro i domini di Carlo V, in una moderna piazzaforte bastionata, come Torino, tanto che, nello stesso 1542, iniziò la ristrutturazione della cinta fortificata medioevale.
L’operazione preliminare fu il «guasto» del Borgo San Pietro, sito ad ovest del nucleo principale della città, per creare la spianata e battere agevolmente il terreno libero, circostante la piazzaforte[3].
La città assunse così la forma rettangolare allungata, conservata fino al secolo scorso, e fu munita con bastioni in terra, che inglobavano le quattro torri d’angolo. Ciò pare dimostrato dall’illustrazione di Chivasso realizzata dall’Orologi, verosimilmente fra il 1558 e il 1559, per le sue Brevi ragioni del fortificare su commissione del Maresciallo de Brissac[4].
La pianta presenta chiaramente, agli angoli della cinta medioevale in muratura, l’applicazione di quattro bastioni pentagonali semplici, senza fianchi ritirati o ribassati, e una definizione, interna al pentagono più grande, di un secondo pentagono concentrico, che potrebbe rappresentare l’area della piazza del bastione circondata dalla scarpata in terra. Si notano inoltre, circa a metà dei lati lunghi, due piccole piattaforme con fronte saliente rappresentate secondo le stesse modalità adottate per i bastioni. Infine la linea semplice che rappresenta il limite esterno del fossato, seguente sommariamente l’andamento del perimetro bastionato, sembra testimoniare l’assenza di una controscarpa in muratura.
Dopo la pace di Cateau Cambresis, 3 aprile 1559, passarono ancora circa tre anni prima che la piazza di Chivasso tornasse in possesso del Duca di Savoia, Emanuele Filiberto.
L’età filibertiana fu un periodo di grande attività edilizia militare, sia con la realizzazione di fortezze ex novo, innanzitutto la cittadella di Torino e poi Savigliano, Mondovì, Montmelian, Bourg-en-Bresse, Rumilly, sia con un vasto programma di ristrutturazione delle piazze già occupate dai Francesi e dei castelli diffusi nel territorio piemontese, per creare una rete strategica di punti difensivi estesi a tutte le regioni dello Stato Sabaudo e candidati a trasformarsi in poli centrali della provincia di appartenenza[5].
Tuttavia l’interesse del Duca fu diretto su Chivasso soltanto negli anni ’70, in conseguenza ad una lettera del 1572, in cui si denuncia la rovina «dal fondo alle cime» dei bastioni e che fu scritta da Ferrante Vitelli incaricato, con altri architetti ducali, della ristrutturazione delle piazze fra il 1572 e il 1575[6]. È probabile che sia stato lo stesso Vitelli ad occuparsi del rifacimento delle fortificazioni e questa fase è bene illustrata in una mappa progettuale del Resta[7]che operò in Piemonte dal 1562 e, come disegnatore per il Vitelli, dal 1572.
Gli interventi di quest’epoca consistettero nel ripristino dei terrapieni in rovina e nella foderatura in muratura dei bastioni che assunsero definitivamente la forma pentagonale allungata con le piazze basse a metà dei fianchi e le denominazioni note per i periodi successivi. Il bastione dell’angolo nord-ovest fu detto di «Santa Chiara», o «delle Monache», sorgendo presso il convento omonimo, quello di nord-est, gemello del precedente, «di San Bernardino», uno dei principali fronti d’assalto nel settore di pianura durante l’assedio francese del 1705[8]; il bastione di sud-ovest era chiamato «del Mondovì» e quello di sud-est «il Verde», non ancora terminato nella pianta del Resta, né allacciato alle mura medioevali. Inoltre, anche le piatteforme, sporgenti a metà delle cortine dei lati lunghi, furono foderate in muratura e dotate di piazze basse lungo i fianchi; la loro fronte, sia nell’illustrazione del Resta, sia sul Theatrum Sabaudiae, è rappresentata piana e non più a saliente come nell’immagine dell’Orologi. Le piatteforme furono denominate «di San Giovanni», a nord, e «del Castello», a sud. Fu, infine, foderata in muratura la controscarpa che assunse profilo a rientrante in corrispondenza di ciascun punto medio dei quattro lati perimetrali. Il fossato era verosimilmente allagato, come documenterebbero non solo il Theatrum, ma anche un’altra illustrazione della piazza[9] e l’alto livello della falda d’acqua, ancor oggi apprezzabile[10].
La genesi e l’aspetto finale della piazzaforte di Chivasso inducono ad alcune riflessioni di carattere storico-critico, valide non solo per il caso specifico, ma anche per alcuni aspetti della situazione fortificatoria piemontese durante il XVI secolo.
Innanzitutto, è significativa la scelta attuata dai Francesi nello stabilire a Chivasso la «testa di ponte» rivolta verso i territori orientali sotto il controllo della Spagna. Il fatto si verifica negli anni ’40 del secolo, quando ancora la difesa territoriale nella zona d’interesse è legata al tradizionale incastellamento dei secoli precedenti, ma la costituzione della nuova provincia francese esige una difesa territoriale salda che viene basata sull’accentramento intorno ad un punto egemone, strategicamente valido, che si identifica non più con il castello, ma con la piazzaforte di pianura. Nelle Brevi ragioni del fortificare l’Orologi presenta numerosi castelli e centri abitati sparsi nel territorio piemontese e ristrutturati «alla moderna» durante gli anni di occupazione francese, ma mentre in molti casi si assiste ad un semplice adeguamento della fortificazione alle nuove concezioni difensive, alcuni centri urbani si distinguono nettamente[11]. Si nota così che nel cuore della pianura piemontese nasce a nord del Po un asse che collega Chivasso, Torino e Carmagnola, altra piazza occupata dai Francesi già nel 1534[12]. Questo sistema di piazzeforti non solo garantisce un’interazione sicura fra i principali centri occupati, ma anche il controllo delle principali vie di comunicazione fra la Francia e la Lombardia attraverso il Piemonte; esso inoltre, nell’ambito dell’organizzazione e della difesa territoriale francese, anticipa sostanzialmente lo spirito della ristrutturazione territoriale filibertiana e impone la trasformazione delle fortificazioni dei due centri, secondo i principi dell’architettura militare «alla moderna», per cui la difesa radente e «per fianco» si sostituisce a quella piombante, ed è particolarmente adatta per le piazze di pianura.
Altro punto significativo consiste nel fatto che Chivasso è un esempio emblematico del processo di adeguamento delle vecchie cinte fortificate medioevali ai nuovi principi difensivi. Risulta chiaro, infatti, almeno per il XVI secolo, che numerose torri medioevali furono conservate lungo lo sviluppo delle cortine e il fronte meridionale del castello aleramico, il cui fossato venne mantenuto, fu integrato nel settore difeso dalla nuova piattaforma del fronte sud delle mura urbane. In questo settore è manifesta dalla mappa del Resta la funzione di copertura attuata dalla piattaforma sulla cortina fra il castello e il bastione del Mondovì, che creava un angolo rientrante, «morto», alla congiunzione con il fronte sud del castello. Ma è altrettanto evidente quanto, in una prospettiva difensiva «alla moderna», la sistemazione intra muros del castello fosse obsoleta. Non solo, ma lungo lo stesso lato sud il Theatrum illustra una rientranza fortificata con una specie di orecchione a copertura dell’angolo morto, che la mappa del Resta, invece, accenna appena; essa, tuttavia, è presente su una veduta della città medioevale, anteriore al 1450, e semplicemente segnalata come variazione dell’andamento rettilineo della cortina[13].
Sostanzialmente, la fortificazione chivassese è riconducibile alla prima generazione delle fortezze alla moderna, progettate e munite tramite l’avanzamento dei bastioni presso gli angoli salienti per attuare una difesa di copertura verso le cortine, ritenute ancora il punto più debole del sistema. Questa concezione ebbe seguito fino al 1530 circa, ma cedette poi il passo al principio per cui il bastione era posto come principale baluardo del diaframma difensivo ed era interpretato come componente di un sistema coordinato di manufatti simili, in cui le cortine dovevano attuare un fuoco di fiancheggiamento, radente le facce dei bastioni e non viceversa[14]. Benché sia munita di bastioni negli anni ’40, Chivasso è estranea a questa nuova cultura fortificatoria a causa probabilmente della perifericità dell’area in esame, per quanto gli architetti militari di Francesco I fossero pienamente immersi nel clima culturale contemporaneo[15], ma soprattutto in conseguenza alle preesistenze medioevali. L’elevazione dei bastioni e delle piatteforme in terra denuncia la rapidità con cui i Francesi desideravano evidentemente ristrutturare la piazza, ma anche la rinuncia a sconvolgere profondamente il sistema difensivo più antico per adeguarsi ai nuovi principi intervenendo sul perimetro del vecchio concentrico rettangolare. Negli anni ’70, quando anche negli Stati del Duca di Savoia la più antica concezione di fortificazione alla moderna era stata esemplarmente superata dalla cittadella pentagonale di Torino del Paciotto[16], le preeseistenze medioevali vincolarono comunque gli interventi del Vitelli in ordine probabilmente a verosimili motivazioni di costi, essendo Chivasso una delle tante piazze oggetto di ristrutturazione.
In conseguenza a quanto detto, dunque, l’aspetto finale della piazza di Chivasso, sia durante l’occupazione francese sia dopo le ristrutturazioni ducali, è quello di un grande quadrilatero bastionato e rientra nella tipologia della cosiddetta «figura quadra», studiata dalla trattatistica rinascimentale come una delle possibili razionalizzazioni geometriche delle piante di fortezze[17]. In Piemonte un esempio insigne ed analogo a Chivasso è dinuovo rappresentato dalla fortificazione alla moderna di Torino che, realizzata all’indomani della conquista di Francesco I sotto la direzione del governatore Claude d’Annebault, assume l’aspetto di un quadrilatero bastionato da manuale con l’aggiunta di quattro bastioni agli angoli del «quadrato romano» e il raddoppiamento delle cortine, mantenendo tuttavia quelle medioevali turrite come seconda linea difensiva[18]. Ma il carattere più significativo della relazione che intercorre fra i modelli teorici dei trattati e le piazzeforti reali, come Chivasso o Torino, consiste nel notevole divario esistente fra i due termini di confronto. Nel caso specifico del modello quadrilatero si ha, inoltre, l’impressione che gli architetti militari, conoscendolo a priori lo adeguassero con una certa disinvoltura alla natura del sito, a seconda dei vincoli orografici o dettati dalle preesistenze. Tranne dunque per i rari casi di applicazione del modello puro[19], nel Piemonte del XVI secolo la maggior parte delle piazze quadrilatere deriva da ristrutturazioni di cinte medioevali, come Torino e Chivasso, o di castelli a perimetro già quadrilatero, come per esempio le cittadelle di Carmagnola e Pinerolo, oppure sono opere ex novo, come la cittadella di Ceva o la Castiglia di Ivrea[20], che fortificano siti di ridotte dimensioni e d’altura, secondo una prescrizione chiara della trattatistica inerente il modello in questione[21].
Infine, anche dal punto di vista tecnico-costruttivo il caso di Chivasso sembra esemplificare due diversi metodi, applicati entrambi in Piemonte nel XVI secolo, per risolvere il problema della capacità d’assorbimento degli urti delle palle di cannone da parte delle strutture difensive. I bastioni francesi in terra, da un lato, anticipano il principio che affida l’assorbimento dell’urto esclusivamente al terrapieno di ramparo, portato avanti e studiato da un gruppo di architetti della seconda metà del ’500, facenti capo a Germanico e Giulio Savorgnan; essi prevedevano, infatti, la realizzazione di incamiciature esterne semplici, in filari di soli mattoni cotti, che colpite dalle palle di cannone, cedessero immediatamente e permetessero al terrapieno di compiere la sua funzione di assorbimento, come risulta dimostrato per la cittadella gonzaghesca di Casale[22]. D’altro canto le ristrutturazioni filibertiane si allineano perfettamente all’altra e più diffusa corrente, che prevedeva l’elevazione di robuste incamiciature in opera mista di laterizi e ciottoli, con facciavista in mattoni, e soprattutto la realizzazione di contrafforti legati ortogonalmente ai muri esterni e immersi nel terrapieno di ramparo, per affidare principalmente alle strutture architettoniche la funzione di assorbimento degli urti della «furiosa artigliaria»[23].

Abbreviazioni bibliografiche


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Illustrazioni


Fig. 1 La pianura attuale fra Torino e Chivasso lungo il corso del Po.
Fig. 2 Pianta del Piemonte occidentale e del primo corso del Po: G. Gastaldi, Regionis Subalpinae vulgo Piemonte appellatae descriptio, aeneis nostri formis excussa, Amsterdam 1573 (da P. Portinaro, Antiche Carte Geografiche del Piemonte. Nozioni storiche, tecniche e pratiche di cartografia, Vercelli, 1984).
Fig. 3 Pianta di Chivasso medioevale con il borgo San Pietro sulla sinistra prima della demolizione del secolo XVI (da Bettica 1985).
Fig. 4 Pianta di Chivasso disegnata da Francesco Orologi (da F. Orologi, Brevi ragioni del fortificare, BRT, Manoscritti Militari 62).
Fig. 5 Pianta di Chivasso disegnata da Alessandro Resta (da Cavallari Murat 1976).
Fig. 6 Le fortificazioni cinquecentesche di Chivasso disegnate da Clemente Rovere (da Cavallari Murat 1976).
Fig. 7 Pianta di Chivasso pubblicata sul Theatrum Sabaudiae (da Theatrum Sabaudiae, Vol. I, 1985).
Fig. 8 Pianta di Torino disegnata da Francesco Orologi (da F. Orologi, Brevi ragioni del fortificare, BRT, Manoscritti Militari 62).

Note


[1]Actis Caporale 1997.

[2]Dall’Olmo-Scuccimarra 1986-1987, pp. 160-161; Ilari-Boeri-Paoletti 1996, pp. 338-339; Signorelli 1997a, pp. 72-73.
[3]Una pianta precedente il 1450, riprodotta nel 1778 da Giuseppe Borla (Bettica 1985, pp. 50-51), illustra il borgo San Pietro ad ovest del rettangolo murato «alla moderna» e separato da esso tramite un fossato. Il borgo conteneva un grande abitato, circondato da mura turrite come il nucleo principale della città (Lupano 1997, in particolare p. 63). Per l’azione del «guasto», preliminare alla costruzione delle fortificazioni moderne con conseguenze sul piano urbanistico-territoriale, Lamberini 1988, pp. 219-239.
[4]Quanto al Brissac nel 1559 e al rapporto con l’Orologi: Amoretti 1967, p. 168; Actis Caporale 1997. L’illustrazione dell’Orologi compare anche nella raccolta cinquecentesca Architettura Militare, conservata alla Sezione di Corte dell’Archivio di Stato di Torino (C. Bonardi, Scheda n. 44, ASTO Corte, Arch Mil Vol I).
[5]La problematica del passaggio dalla concezione difensiva per incastellamento a quella moderna per piazzeforti è stata affrontata, relativamente agli Stati Sabaudi, in Comoli Mandracci 1982; Comoli Mandracci 1983, pp. 3-5; Bonardi 1987; Viglino Davico 1987; Viglino Davico 1989, pp. 11-28; Comoli Mandracci 1990; Viglino Davico 1992, pp. 39-52; Comoli Mandracci 1995.
[6]La lettera del 23 giugno 1572 (ASTO Corte, Lettere particolari, V, n. 41) fu redatta dall’architetto in Chivasso, durante una sosta sulla strada di Vercelli, dove egli doveva revisionare le strutture difensive (C. Bonardi, Scheda n. 5, ASTO Corte, Arch Mil Vol I).
[7]supra nota n. 6. Nella Scheda n.5 di Architettura Militare, inerente la mappa del Resta, sono segnalate anche le notizie riguardanti il disegnatore e Ferrante Vitelli.
[8]Signorelli 1997a, p. 72.
[9] Premessa la natura programmatica e celebrativa insita nelle illustrazioni del Theatrum Sabaudiae l’immagine citata (ASTO Corte in: Theatrum Clavasiense, p. 114 fig. 10) invece è analoga alla pianta del Resta, ma non sembra avere carattere progettuale: essa è soprattutto completata con notazioni disegnative che rappresentano il movimento dell’acqua nel fossato.
[10]Bibliografia essenziale sulla piazzaforte di Chivasso: Fea 1905, pp. 77-85; Bettica 1962; Vigliano 1969; Cavallari Murat 1976, pp.156-162; Bettica 1985; Theatrum Sabaudiae, Vol. I, 1985, p. 182; Dall’Olmo-Scuccimarra 1986-1987, Vol. I pp. 81-82, Vol. II pp. 47-48, pp. 104-105, pp. 155-167; Pistan 1994; Signorelli 1997b, p. 11; Lupano, 1997, p. 63; Actis Caporale 1997; Signorelli 1997a; Sconfienza 2000, pp. 412-413; Sconfienza-Zannoni s.d.; Pantò 1998; Pantò-Zannoni 2001; C. Bonardi, Scheda n. 5, ASTO Corte, Arch Mil Vol I; C. Bonardi, Scheda n. 44, ASTO Corte, Arch Mil Vol I.
[11]Sconfienza 2000, p. 413; Viglino Davico 2000, pp. 390-391.
[12] Pegolo 1925, p. 92; Theatrum Sabaudiae, Vol I, 1985, p. 184, Tav. 58; Sconfienza 2000, p. 413.
[13]supra nota n. 3.
[14] Fara 1989, p. 81; Fara 1993, p. 14; Viglino Davico 1995b, p. 73.
[15]Sconfienza 2000, p. 411.
[16]Le ultime considerazioni inerenti il modello pentagonale rappresentato dalla cittadella di Torino sono state elaborate in Scotti Tosini 2000.
[17]Sconfienza 2000, pp. 409-411.
[18]Fu inoltre realizzata fin dal 1536 una piattaforma a fronte saliente per la difesa della Porta Fibellona e il fiancheggiamento con i due bastioni angolari del fronte di Po. In merito a questa fase della fortificazione torinese: Promis 1871, pp. 432-434; Amoretti 1964, p. 135; Amoretti 1967, pp. 164-165, p. 167 fig. 7; Cavallari Murat 1968, pp. 879-880; Schmiedt 1973, p. 222; Amoretti 1978, p. 22; Beltrutti 1980, pp. 20-22; Comoli Mandracci 1983, pp. 5-9, p. 9 fig. 5; Comoli Mandracci 1987, pp. 196-197; Pollak 1989, p. 229; Amoretti 1995, pp. 28-29; Roggero Bardelli 1995, pp. 44-45, p. 51 fig. 2; Gariglio 1997, p. 253; Sconfienza 2000, pp. 411-412.
[19]Per esempio il forte di Montalban a Villefranche, non in territorio piemontese, ma pur sempre negli Stati Sabaudi (Theatrum Sabaudiae, Vol II, 1985, p. 263, Tav. 65; Faucherre 1991, pp. 27-28; Gariglio-Minola 1995, pp. 287-296; Sconfienza 2000, p. 414).
[20]Per i siti citati: Sconfienza 2000, pp. 411-415 passim.
[21]Citiamo per esempio: Anonimo, Delle fortificazioni (copié litteralement sur le mss.de la bibliothéque N.e de Paris fonds de Bèthume n. 744 par A. Teules eléve pens.re de l’Ecole N.e de Chartres), Capitolo: Del quadro et sue misure, pp. 124-131 (BRT, Manoscritti Saluzzo 653); P. Cataneo, L’Architettura di Pietro Cataneo Sanese, Libro Primo, Cap. VIII: Recinto di mura quadrato per castello o città piccola posto in piano sottoposto a batterie con le misure de la sua pianta, e da quella tiratone il suo alzato per ordine di Prospettiva, pp. 17-19, Libro Primo, Cap. XVIII: Della città maritima con la cittadella [...], pp. 34-37, Venezia 1567 (BRT, Manoscritti Saluzzo E 626); Anonimo, Regole di fortificazione, Codice anonimo esistente nella Libreria Magliabechiana Classe 19, Pacchetto 4, n. 4. Copiato dall’Architetto Carlo Chirici 1833 (BRT, Manoscritti Saluzzo 860); G. Maggi, G. Castriotto, Della fortificazione delle città di M. Girolamo Maggi, e del Capitan Iacomo Castriotto, Ingegnero del Christianissimo Re di Francia, Libri III, Libro Secondo, Cap. III, Come e con che difese s’habbia à fortificare un sito quadro, p. 43, Venezia 1564 (BRT, Manoscritti Saluzzo E 408, E 411):
Non uoglio restare, per non discontentar l’occhio nella prima uista, di cominciar co’l quadro, anchora che questa sia fra tutte l’altre la più imperfetta forma da fortificarsi [...] Questa forma ne’ luoghi piccioli non s’ha da biasimare, ancorche e suoi Balluardi necessariamente, acciò le fronti siano guardate, uenghino ad hauere gli angoli acuti. Per il che comunemente serue à castelli, e rocche, e ad alcune terre picciole, come in molti luoghi in Italia, fuor d’Italia si uede [...]
[22]Bonardi 1990, pp. 74-75.
[23]R. Sconfienza, Le tecniche costruttive, in Sconfienza-Zannoni s.d.

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