Ricerche e Studi di Archeologia e Architettura Militare


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Funzioni della fortificazione campale sui confini del Regno di Sardegna in Età Moderna

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da «Armi Antiche. Bollettino dell’Accademia di San Marciano», 2003 (2006), pp. 85-110

Roberto Sconfienza

FUNZIONI DELLA FORTIFICAZIONE CAMPALE
SUI CONFINI DEL REGNO DI SARDEGNA IN ETÀ MODERNA


da Viglino Davico 2005

Carta degli Stati Sabaudi nel 1713 con l'indicazione dei principali valichi
alpini e delle direttrici dei collegamenti fra Savoia, Piemonte e Delfinato
(da Viglino Davico 2005)


Questo contributo nasce con l’intenzione di analizzare un contesto storico e i relativi studi, che necessariamente spaziano dalla storia dell’architettura militare a quella strategica e politica, e tenta di individuare i fondamenti teorici di un ambito di ricerca storico-archeologica, quella della fortificazione campale, situata in uno specifico ambiente europeo di Età Moderna, qual era il Ducato di Savoia poi Regno di Sardegna. In conseguenza a tali motivazioni trova giustificazione l’ampio apparato bibliografico, che, lungi dall’ostentazione erudita, si propone come supporto integrativo per tutte le questioni affrontate e come strumento di verifica e approfondimento, stante il fatto che mancano opere recenti sull’argomento[1].
Lo studio della fortificazione campale, nell’ambito delle ricerche storiche sull’architettura militare moderna, ha rivestito da sempre un ruolo marginale rispetto al prevalente interesse rivolto alle grandi fortezze e piazzeforti. Certamente nel caso delle opere permanenti la documentazione archivistica, ma anche quella reale dei manufatti ancora esistenti, è di gran lunga maggiore rispetto alla situazione propria delle opere campali
D’altro canto la trattatistica antica, per un certo verso, può dare l’idea che prevalesse l’attenzione per le fortificazioni permanenti, quando quelle campali risultavano relegate al tema degli apprestamenti d’assedio o ai campi militari[2]. In realtà, sebbene nasca nel XVIII secolo una letteratura specialistica in materia di fortificazione campale[3], fin dai secoli precedenti, XVI e XVII, esistevano interi capitoli nei trattati di architettura militare dedicati alla fortificazione irregolare e opere specifiche per la costruzione di fortificazioni in terra[4].
Il primo caso rappresenta l’istruzione basilare per saper tracciare i perimetri e i profili di strutture fortificate, siano esse permanenti o temporanee, che dovevano adeguarsi alla natura dei siti rilevanti dal punto di vista strategico e che per tale ragione non potevano essere trascurati nel progetto difensivo di un settore territoriale; questa condizione del vincolo orografico, dettato dai luoghi, nel caso delle opere campali era generalmente il presupposto dominante e quindi gli ingegneri che dovevano progettare opere simili facevano necessariamente ricorso agli studi di fortificazione irregolare.
Il secondo caso acquista una rilevanza di carattere tecnologico, in quanto, dovendo far fronte alla necessità di edificare opere campali anche in breve tempo, era fondamentale che gli ingegneri militari avessero dimestichezza con la costruzione delle opere in terra, spesso pertinente alla fortificazione permanente[5], in modo da acquisire una particolare capacità nell’utilizzo del legname, delle stratificazioni in «teppe», per la formazione dei terrapieni, e più diffusamente del materiale reperibile in situ.
In generale il trinceramento campale era concepito come protezione per un contingente di uomini che si trovasse nella necessità di difendere una posizione o attestarsi sulla medesima e contribuiva a colmare la differenza numerica a sfavore del difensore. Si tratta nella fattispecie di un utilizzo delle opere campali assai frequente nel XVIII secolo, che trova esemplificazioni illustri nei trinceramenti francesi di Malplaquet (1709), in quelli olandesi di Denain (1712), nelle ridotte staccate a difesa dei fronti russo a Poltava (1709) e francese a Fontenoy (1745) e in parecchi altri casi durante la Guerra dei Sette Anni in Europa e in America[6]. D’altro canto opere campali con le suddette finalità fanno anche la loro comparsa in Piemonte fin dalla campagna del 1704, durante la successione di Spagna, nei trinceramenti di Verrua-Carbignano, e nei sistemi trincerati di Chivasso-Castagneto e della collina di Torino[7].
La capacità di integrazione delle carenze numeriche umane, propria del trinceramento, divenne il caposaldo stesso per la giustificazione teorica della fortificazione campale, come dimostrano gli scritti degli autori della seconda metà del ‘700, primo fra tutti Nicolas Joseph Cugnot[8]. Nel contesto del Regno di Sardegna tali assunti trovarono una loro naturale applicazione, data la posizione politica e strategica che lo stato sabaudo rivestì in ambito europeo fin dagli anni della Guerra della Lega d’Augusta.
Nell’ultimo decennio del XVII secolo infatti il Ducato di Savoia subì l’invasione delle armate francesi agli ordini del Catinat e gli scontri importanti, come Staffarda, la Marsaglia, gli assedi di Montmélian e di Pinerolo, furono combattuti sul suolo piemontese e savoiardo[9]. Così pure avvenne durante la già citata successione di Spagna negli anni critici fra il 1703 e il 1706[10]. D’altro canto nell’arco di circa sessant’anni di guerre, fra il 1690 e il 1748, l’esercito sabaudo si trovò in azione offensiva soltanto nel 1692, quando Vittorio Amedeo II invase il Delfinato per far presto ritorno nei suoi stati, dopo aver incendiato Gap[11], nel periodo fra il 1708 e il 1711, dopo la vittoria di Torino al momento della faticosa avanzata per raggiungere lo spartiacque alpino nelle valli del Chisone e di Susa[12], durante la Guerra di Successione Polacca, occasione in cui il re Carlo Emanuele III diresse il contingente alleato franco-sabaudo in Lombardia fra il 1734 e il 1735[13], e infine nel periodo fra il mese di dicembre 1746 e quello di febbraio 1747, al momento dell’offensiva austro-sarda in Provenza nel contesto della Guerra di Successione Austriaca[14]. Risultano dunque circa otto anni in totale di iniziative offensive nell’ambito di un lungo periodo di attività bellica difensiva, tenendo conto che anche la permanenza sabauda in Sicilia fra il 1713 e il 1719 fu caratterizzata dal conflitto conseguente all’invasione spagnola e le operazioni del 1742 in Savoia, all’inizio della successione d’Austria, avevano un carattere soprattutto profilattico nei confronti dell’iniziativa presa dalla Spagna contro il Regno di Sardegna[15].
È piuttosto chiaro, stando a tali considerazioni, che la storia militare sabauda durante l’Ancien Régime fu spesso quella di un organismo politico che doveva difendersi dall’aggressione di altri stati decisamente più grandi e potenti, contando su un esercito piuttosto numeroso e per circa la metà di formazione mercenaria[16], ma comunque sempre in condizioni di inferiorità rispetto ad un nemico che, pur venendo indifferentemente da est o da ovest, costringeva a frammentare le forze su ampi fronti.
Sembra pertanto che fosse assai facile il concretizzarsi di necessità in cui la difesa campale poteva svolgere la sua caratteristica funzione di integrazione del numero ridotto di uomini, ma la questione deve essere analizzata in maniera più approfondita: diversa è infatti la gestione della difesa dei confini orientali e occidentali dello stato[17].
Fin dalla seconda metà del XVI secolo il confine con i ducati di Milano e di Monferrato, segnato dal Sesia e a sud del Po da un complicato incastro di domini sabaudi e gonzagheschi[18], fu controllato tramite l’apprestamento di piazzeforti facenti inizialmente capo a Vercelli[19], per giungere poi nel XVIII secolo, dopo l’occupazione e il disarmo di Casale nel 1696[20], all’edificazione della cittadella di Alessandria[21] e al controllo della Lombardia occidentale dal Novarese alla Lomellina entro il 1748[22]. Il confine nelle ampie pianure della Padania lombardo-piemontese era dunque segnato da una catena di piazzeforti, secondo la concezione tradizionale dell’epoca, facente capo al sistema del «pré carré», teorizzato e attuato dal marchese di Vauban per i confini orientale e settentrionale del regno di Francia a partire dagli anni ’70 del XVII secolo[23].
Nel caso del Regno di Sardegna la doppia linea di piazzeforti lungo il confine, vero segreto della concezione vaubaniana, era determinata dall’allineamento in primo rango di Novara, Vigevano, Tortona e lungo il secondo rango, più munito, di Vercelli, Casale, Valenza, Alessandria[24]. È opportuno tuttavia notare che non tutte le piazze citate rispondevano a criteri di modernità, adeguati alla cultura fortificatoria del XVIII secolo. Le piazze della prima linea, soprattutto Vigevano[25], erano antiquate, ad esclusione di Tortona e del suo forte San Vittorio. Sebbene Vercelli sia sempre stata un capitolo costoso delle finanze sabaude ed inversamente proporzionale quanto ad efficacia difensiva[26], la seconda linea di fortezze risultava decisamente più robusta grazie alla presenza di due piazze ben munite, come Alessandria e Valenza, al centro di grandi opere di ristrutturazione fra gli anni venti e la metà del XVIII secolo. Inoltre per il confine orientale deve essere evidenziata una necessità strategica preminente concentrata, piuttosto che a nord, intorno al corso del Po, quale principale via d’accesso al Piemonte, e tale da favorire lo sviluppo fortificatorio di piazze come le predette Valenza, Alessandria e Tortona[27].
In tale contesto non era pensabile l’utilizzo della fortificazione campale in maniera sistematica, perché l’azione profilattica era svolta dall’interazione delle piazze, che già di per sé fornivano un supporto permanente alle guarnigioni poste a protezione del confine o a contingenti maggiori operanti in campo aperto. Va detto infine che nella seconda metà del ‘700, in seguito ai cambiamenti di alleanze e di politiche familiari[28], il Regno di Sardegna reinterpretava il proprio confine orientale come terreno aperto di manovra per eventuali operazioni antiasburgiche in Lombardia, più confacenti ad una guerra di campagna che ad una strategia difensiva[29].
La situazione del confine occidentale degli Stati Sabaudi si presentava diversamente a causa innanzitutto della sua natura geografica. Le Alpi, che dal Gran San Bernardo scendono verso sud fino al colle di Tenda e oltre, segnavano per gran parte del loro sviluppo il confine con il Regno di Francia, tuttavia il tratto montano fra il valico settentrionale, che immetteva nel Vallese, e il Moncenisio, via per scendere in Maurienne, costituiva parte integrante del territorio dello stato, trovandosi a metà strada fra la il Ducato di Savoia, il Principato di Piemonte e il Ducato di Aosta[30].
Le vicende storico-militari dei secoli XVII e XVIII dimostrano comunque che la difesa della Savoia, proprio perché «al di là dei monti», risultava sempre assai ardua e in definitiva fallimentare. Infatti questa terra sfortunata fu occupata dalle armate francesi, e poi anche spagnole, durante tutti i conflitti sopra citati, ad esclusione della Guerra di Successione Polacca, quando le corone di Francia, Spagna e Sardegna combatterono nello stesso campo[31]. I confini fra la Savoia e il Regno di Francia erano sguarniti, mentre il perno difensivo del Ducato era la fortezza di Montmélian[32], posizionata alla confluenza dell’Arc e dell’Isére, dunque all’incontro della Maurienne e della Tarantaise, valli attraverso le quali passavano i due principali «chemin» per raggiungere Torino, attraverso il Moncenisio e il Piccolo San Bernardo. Poco più a sud di Montmélian l’Isére entra nel Gresivaudan, già in territorio francese, e pertanto la posizione strategica della fortezza non solo rispondeva a finalità di difesa locale, ma fungeva anche da avamposto di sbarramento per gli accessi ai valichi. Tutto ciò ebbe termine all’inizio del 1706, momento in cui Luigi XIV, dopo aver conquistato Montmélian nel dicembre del 1705, preferì ordinare al Vauban la demolizione della fortezza, che per ben due volte, durante la Guerra della Lega d’Augusta e di Successione Spagnola, costrinse le armate francesi ad un lungo assedio, svolgendo comunque il compito per cui era stata ideata.
È propriamente in merito alla difesa della Savoia che si sottopone ora l’unica citazione diretta di questo contributo, consistente nelle avvertenze preliminari redatte dal primo ingegnere del Re di Sardegna, conte Bertola, nell’ottobre del 1742, in vista della spedizione antispagnola di là dai monti[33]. L’autore mette bene in luce la funzione d’appoggio della fortificazione campale raccomandando la realizzazione di più trinceramenti per difendere i ponti e i siti strategici lungo le strade di Maurienne e Tarantaise. Lasciamo dunque la parola al Bertola:

1742 in 8bre
Memoria del Cav.re Bertola sopra diverse operaz.ni e trinceramenti a farsi in varj sitj per la diffesa della Savoja

P.mo, Che si uisiti la strada, che tende da Aiton sino à Lansleburgo, ad effetto di farvi passare essa strada tutta al di là dell’Arco.
2° Che si faccia un ponte sopra il fiume Isera in vista d’auersi libera la comunicazione dal campo di Somigliano ad esso luogo d’Aiton, e con detersi assicurare la testa del detto ponte mediante un trinceramento.
3° Che si faccia un trinceramento attorno al predominato castello d’Aiton.
4° Che si faccia un trinceramento al posto denominato La Charbonière esistente in poca distanza d’Aiguebelle, doue ui si dourà fare un trinceramento alla testa di quel ponte.
5° Che si faccia un trinceramento al passo della Rocca di S.t. Michele.
6° Che ad esso luogo di S. t. Michele si faccia il deposito dei magazzini, il fondo dei quali uerrà dal Monseniggi.
7° Che a Moutiers si faccia il deposito di que magazzini, che verranno previsti per la via del picciol S.t. Bernardo
8° Che si faccia un trinceramento al posto di Conflans.
9° Che si uisiti la strada, che tende da Aiton a Conflans per far tener la medema sempre sulle altezze di quelle ripe.
10° Che nelle occorrenze si faccia un ponte al luogo della Barca, la quale sta sopra del fiume Isera in poca distanza dal predesignato luogo di Conflans
[34]
Risulta abbastanza evidente dal testo che la presenza dei trinceramenti era finalizzata al controllo territoriale, in assenza di piazzeforti permanenti, ma anche ad assicurare i rifornimenti e le vie per una ritirata in Piemonte e Valle d’Aosta, in modo che le truppe sabaude potessero raggiungere i valichi con sicurezza, opponendo lungo i corsi dell’Arc e dell’Isére una resistenza scalata e attuata da contingenti poco numerosi, ma appoggiati a fortificazioni campali.
Gli eventi citati e le considerazioni precedenti dimostrano che, dopo il 1713 e la pace di Utrecht, quando lo stato sabaudo poté raggiungere lo spartiacque alpino principale con l’annessione delle alte valli di Susa, Pragelato, Varaita e Stura, la linea di confine con il Delfinato doveva strategicamente prolungarsi fino al Gran San Bernardo, sebbene dal Moncenisio in su essa confine non fosse. Le Alpi, che non avevano mai segnato una separazione fra i tre principali domini sabaudi di terra ferma, assunsero il valore di baluardo difensivo, tanto nella porzione delfinale quanto in quella savoiarda, e segnarono di fatto i limiti a nord e a ovest di un Piemonte eletto a fulcro fortificato dello stato.
Il sistema di protezione del ridotto piemontese dalla parte delle montagne era stato affidato comunque fin dai tempi di Emanuele Filiberto a piazzeforti di media e bassa valle, che nel XVIII secolo, dopo l’eliminazione della minacciosa enclave francese di Pinerolo nel 1696[35], coeva a quella di Casale, vennero a costituire un poderoso cordone difensivo rivolto verso il Regno di Francia.
Partendo da nord si possono ricordare il forte di Bard[36] e la piazza di Ivrea[37] allo sbocco della valle d’Aosta, il forte di Exilles[38] e la piazza di Susa[39] a sbarramento delle strade del Monginevro e del Moncenisio, la fortezza di Fenestrelle[40] a presidio della valle del Chisone, abbastanza forte da poter fare a meno della piazza di Pinerolo, il forte della Consolata di Demonte[41] nella valle Stura e la piazza di Cuneo[42] nel Piemonte sud-occidentale, con ancora il forte di Saorgio[43], oltre il colle di Tenda sulla strada per la contea di Nizza, e le piazze «di qua dai monti» di Mondovì e Ceva[44].
Si nota facilmente che una sorta di applicazione del concetto della doppia linea difensiva del «pré carré» è presente anche sul confine occidentale, poiché, tranne nel caso della coppia Pinerolo-Fenestrelle, ad una fortezza di media valle fa sempre riscontro una piazza pedemontana di retrofronte, la cui capacità difensiva è variante a seconda dei casi. Cuneo per esempio era una piazza decisamente meglio munita di Ivrea, come dimostrano le vicende dell’assedio del 1744[45] e, per contro, l’opinione negativa sul capoluogo canavesano riportata nel 1770 dal Papacino d’Antoni[46].
Il terreno alpino tuttavia non favoriva una buona interazione fra le piazze, come invece poteva accadere nel sistema difensivo del confine orientale, i cui gangli avevano la facoltà di operare a 360 gradi. Qui, dalla parte delle Alpi, le piazzeforti pedemontane avevano un’eminente funzione di sbarramento, così come le corrispondenti fortezze di media valle, ma non potevano materialmente impedire aggiramenti o avanzate lungo le dorsali in quota, se non operando come basi logistiche di contingenti militari inviati a contrastare i nemici negli stessi luoghi d’altura. A dimostrazione di ciò si possono rapidamente annoverare quegli episodi della Guerra di Successione Austriaca che videro protagoniste colonne francesi e spagnole in azione sulle dorsali delle valli di Varaita e Bellino nel 1743 e 1744 al comando del principe di Conti e del marchese di Las Minas[47], o fra le valli di Susa e Chisone, agli ordini del conte di Lautrec nel 1745[48] e del cavaliere di Belle Isle nel 1747, in occasione della famosa battaglia dell’Assietta[49].
È a questo punto che entra in gioco, con tutta la sua portata strategica, l’utilizzo della fortificazione campale. Nei casi succitati, ma già anche durante le campagne alpine condotte nelle stesse valli fra il 1708 e il 1711 dagli austro-piemontesi contro le forze borboniche[50], i Francesi prima e i Piemontesi dopo utilizzarono copiosamente i trinceramenti in pietra a secco e terra per attestarsi su posizioni chiave che potevano impedire ad una forza d’invasione, proveniente sia da est sia da ovest, di doppiare illesa il forte Mutin di Fenestrelle, piuttosto che la successiva fortezza o quello di Exilles, o ancora quello di Demonte in valle Stura.
Al termine della successione d’Austria le montagne dal Piccolo San Bernardo al Cuneese erano state in gran parte trincerate, tanto da creare nelle vallate principali una terza linea difensiva, avanzata all’altezza delle dorsali rispetto alle fortezze di media valle e alle piazzeforti pedemontane. È in questi siti e in tali opere che appare evidente la necessità di sfruttare la fortificazione campale come dominio strategico di punti forti e integrazione di numero di uomini.
I complessi più noti sono quelli del Piccolo San Bernardo e del Campo del Principe Tommaso[51], della dorsale fra l’Assietta, la cima delle Vallette e il colle delle Finestre e Fattiéres[52], della Valle Varaita con le opere di Pietralunga[53] e delle fortificazioni di Valle Stura[54], tutte strutture difensive temporanee, avanzate fino quasi alle testate delle valli e fondamentali per l’attività di contrasto delle invasioni provenienti dal Regno di Francia, tanto da acquistare, in certi casi, carattere di opere semiparnenti.
Ora vale dunque la pena approfondire il significato strategico di questi manufatti, facendo riferimento, ancora una volta, alle considerazioni del Papacino d’Antoni per cui il trinceramento è individuato come prodotto dell’incontro fra la «Tattica» e l’«Architettura Militare»[55].
Tale convergenza di nozioni teoriche si concretizza per una precisa necessità bellica, situata in un luogo specifico, in virtù della quale l’azione tattica di un contingente militare, nel nostro caso in difesa, necessita di un supporto immediato per far fronte al nemico, generalmente superiore di numero, e per volgere a proprio favore le condizioni naturali del terreno scelto come posizione. La localizzazione dei trinceramenti sabaudi, in genere a monte delle fortezze di media valle, determinava infatti la creazione di un’area di manovra per i difensori, che iniziava pressappoco dallo spartiacque alpino e permetteva di stabilire una successione di punti di resistenza, scalati lungo le dorsali e le valli fino alle prime opere permanenti o addirittura alle piazze pedemontane. La fortificazione campale, non essendo tatticamente un dato a priori nella progettazione della campagna, com’erano invece le fortezze, assumeva, grazie alla sua natura temporanea e dinamica, la capacità di trasformare i diversi terreni alpini in corridoi di guerra che, quanto meno, avrebbero permesso di cedere il terreno causando difficoltà all’invasore o costringendolo a perdere tempo prezioso in vista della stagione invernale e di un eventuale ripiegamento, come per esempio avvenne durante la campagna del 1744 e l’assedio di Cuneo[56].
La peculiarità di queste condizioni geografiche e strategiche ha inoltre conferito un carattere specifico alla tradizione fortificatoria piemontese, che non abbandonò mai l’utilizzo del trinceramento continuo su terreno alpino. L’importanza delle ridotte, generalmente a pianta irregolare o tanagliata, era certamente riconosciuta in vista della difesa e controllo dei siti strategicamente importanti, ma il trinceramento continuo costituiva il tessuto connettivo fra i capisaldi difensivi, aveva maggiore capacità di impedirne l’aggiramento e poteva portare la linea di fuoco sui margini dei pendii più ardui alla scalata delle colonne nemiche. Tale modello, venuto a definirsi gradualmente, in base all’esperienza pratica e alle conseguenti osservazioni e riflessioni teoriche degli ingegneri, durante gli anni di guerra delle successioni di Spagna e Austria, rimase valido per tutta la seconda metà del ‘700 e fu il punto di riferimento per le opere difensive apprestate sulle Alpi Marittime, prima fra tutte il campo dell’Authion, all’indomani dello scoppio della guerra contro la Francia rivoluzionaria[57].
Ultima questione da prendere in considerazione è il limite di queste scelte strategiche e dell’applicazione a tappeto della fortificazione campale. Innanzitutto non si può nascondere che i complessi trincerati non soffrissero dello stesso difetto delle grandi fortezze di sbarramento. Essi infatti, per quanto fossero concettualmente e praticamente più dinamici, potevano essere aggirati, a meno che non si fortificassero ampie aree di dorsale, come dimostrano l’insuccesso sabaudo a Pietralunga, causato dall’attacco alle spalle degli Svizzeri del reggimento Travers-Grisons, e il successo dell’Assietta, che molto deve al fallimento degli attacchi del de Villemur al Gran Seren, sito in retrofronte rispetto alla testa dell’Assietta[58]. Lo sbarramento era sempre suscettibile di aggiramento e di ciò erano ben consapevoli gli ingegneri del Re di Sardegna, che prescrivevano spesso la realizzazione di opere staccate sulle cime circonvicine ad una fortificazione campale alpina e l’uso copioso di reparti di tiratori autonomi all’esterno e nei siti dominanti[59].
Accanto al problema illustrato trova posto tuttavia quello che forse può essere il vero limite, qualora la fortificazione campale acquistasse un valore troppo statico di semipermanenza, ovvero l’eccessiva frammentazione di forze che determinava l’impiego di contingenti limitati al punto da non poter più sfruttare la funzione integrativa del numero ridotto di uomini, propria del trinceramento. A ciò si aggiunge l’aggravante che l’assalitore poteva invece concentrare tutte le sue forze in un punto e riuscire a sfondare comunque. Se infatti il Belle Isle all’Assietta non ebbe successo, l’ebbero invece le armate francesi repubblicane nel 1794 al Piccolo San Bernardo e con l’aggiramento dell’Authion[60]. Anzi è proprio la frammentazione delle forze sarde lungo una difesa a cordone di fortezze e campi trincerati che, secondo la recente critica storica[61], costò al Regno di Sardegna la sconfitta alla fine della Guerra delle Alpi, per quanto lo sforzo di resistenza fra il 1792 e il 1796 sia stato ammirevole e al di sopra delle normali possibilità dello stato sabaudo.
Per concludere questa serie di riflessioni, tornando al tema da cui esse hanno preso le mosse, ci pare opportuno ribadire la necessità di volgere con maggiore attenzione i nostri interessi di studiosi alle ricerche sulla fortificazione campale, che nell’ambito della storia militare, hanno l’innegabile pregio di fondere simultaneamente le indagini sul manufatto e sul suo contesto tattico-strategico e offrono una percezione più immediata dell’umanità e della vitalità, talvolta concitata, che nel passato si è sviluppata intorno ad esse, al momento della costruzione o, ancor più tragicamente, in quello dell’utilizzo.
Proprio in virtù di tali pregi e del fatto che siano pagine di storia impresse sul terreno, i trinceramenti entrano a pieno diritto fra gli argomenti di studio dell’archeologia tradizionale, i cui metodi moderni d’indagine, quali la ricognizione territoriale e il sempre auspicabile scavo stratigrafico, forniscono allo studio della fortificazione campale tutti gli strumenti necessari di approccio e indagine completa, per quanto l’oggetto in esame sia innovativo rispetto agli abituali campi della ricerca archeologica.
Non bisogna infine dimenticare che in seno a questi nuovi studi trova posto un altro caposaldo tradizionale delle discipline storiche, ovvero la ricerca d’archivio, indispensabile per integrare i dati archeologici e dare dei nomi ai luoghi e agli uomini che hanno lavorato e combattuto accanto ai trinceramenti, rivelando quanto possa essere eccezionale ed entusiasmante, per archeologi abituati in gran parte all’anonimato dei protagonisti dei loro rinvenimenti, scoprire fra le antiche carte nomi, titoli e storie di chi visse a stretto contatto con i manufatti indagati, formulò le idee e provò le emozioni che condussero alla loro produzione.

Abbreviazioni bibliografiche


Documentazione d’archivio


  • BRT

Biblioteca Reale di Torino

  • AS.TOCorte

Archivio di Stato di Torino, Sezione di Corte

Anonimo s.d.
Anonimo, Trattato delle fortificazioni regolari e irregolari, s.d. (BRT, Manoscritti Saluzzo 461)

Bellucci s.d.
G. B. Bellucci , Trattato di fortificazione di terra, s.d. (sec. XVI; BRT, Manoscritti Saluzzo 77 e 642)

Bertola 1742
G. F. I. Bertola d’Exilles, Memoria sopra le operazioni, che si credono necessarie allo stato presente delle cose, ottobre 1742 (AS.TOCorte, Materie Militari, Imprese militari, Mazzo 12 n. 7)

Corsini s.d.
Corsini, Trattato dell’architettura militare irregolare. Aggiuntovi un piccolo trattato di levar la pianta, s.d. (seconda metà sec. XVIII; BRT, Manoscritti Saluzzo 731)

Le Charron 1786
A. le Charron, Petit traité de fortification de campagne, avec la méthode facile et abrégé de costruire les retranchements qui sont les plus nécessaires aux officiers d’infanterie. Par le Ch.r Le Charron, Lieutenant Fn. Premier au Regiment de Limosin, à l’Agayola en Corse, Agayola 1786 (BRT, Manoscritti Saluzzo 425)

Papacino d’Antoni 1770
A. V. Papacino d’Antoni, Reflexions préliminaires de M.r le Commendeur D’Antoni pour dresser un Projet de Defence, 1770 (AS.TOCorte, Materie Militari, Imprese militari, Mazzo 10 d’addizione n. 1)

Bibliografia edita


Le abbreviazioni della bibliografia edita utilizzata per la composizione del testo sono state divise in quattro sezioni, trattatistica, fortificazione campale, architettura militare, storia militare, politica, strategica e territoriale, per agevolare l’individuazione dei testi in base agli argomenti e l’utilizzo dei medesimi in fase di studio.

Trattatistica


Alimari 1692
D. Alimari, Instruttioni militari appropriate all’Uso Moderno di Guerreggiare Opera Nuova Utile e necessaria à Professori dell’Onorata Disciplina della Militia divisa in tre libri di Doroteo Alimari consacrata alla Sacra Real Maestà di Giuseppe Leopoldo d’Austria, Norimberga 1692

Busca 1601
G. Busca, Della architettura militare di Gabriello Busca Milanese, Milano 1601

Cugnot 1769
M. Cugnot, La fortification de campagne théorique et pratique ou traité de la science, de la construction, de la défence et de l’attaque des retranchemens, Paris 1769

de Bélidor 1813
B. Forest de Bélidor, La science des ingénieurs, dans la conduite des travaux de fortification et d’architecture civile, a cura di Navier, Paris 1813

de Fallois 1768
J. de Fallois, L’école de la Fortification, les Élémens de la Fortification permanente, reguliere et irreguliere. Mis dans un Ordre plus méthodique, qu’il ne pratiqué jusqu’à present, pour server de suite à la «Science des Ingénieurs» de M. Belidor[…], Dresde 1768

de Groote 1617
A. de Groote, Neovallia dialogo […] Nel quale con nuova forma di fortificare Piazze s’esclude il modo di fare fortezze alla Regale, come quelle che sono di poco contrasto, Monaco 1617

de Montesson 1742
Dupain de Montesson (l’Ainé), Construction de la fortification reguliere et irreguliere, ou Manier d’en tracer toutes les Pieces sur le papier en Plan & en Profil; examinant en meme temps, leur propriétés & leur défauts, suivant le sentiment des meilleurs Auteurs [...], Paris 1742

de Ville 1628
A. de Ville, Les fortifications du Chevalier Antoine de Ville, contenans la maniere de fortifier toute sorte de places tant regulierment qu’irregulierment […], Lyon 1628

Lanteri 1559
G. Lanteri, Duo libri di M.Giacomo Lanteri di Pratico da Brescia Del Modo di Fare le Fortificazioni di terra intorno alle Città e alle Castella per gli alloggiamenti de gli eserciti come anco per andar sotto ad una Terra, e di fare i Ripari nelle batterie. In Vinegia, appresso Bolognino Zaltieri Con privilegio del Senato Venitiano Et del Re Christianissimo, per anni X, Venezia 1559

Lorini 1597
B. Lorini, Le fortificazioni di Bonaiuto Lorini Nobile fiorentino. Libri cinque. Ne’ quali si mostra con le più facili regolala scienza con la pratica di fortificare le città et altri luoghi sopra diversi siti, con tutti li avvertimenti che per intelligenza di tal materia possono occorrere, Venezia 1597

Maggi-Castriotto 1584
G. Maggi, G. Castriotto, Della fortificazione delle città di Girolamo Maggi e del capitan Iacomo Castriotto, Venezia 1584

Mallet 1671
A. M. Mallet, Les travaux de Mars ou la fortification nouvelle tant reguliere, qu’irreguliere, Paris 1671-72

Papacino d’Antoni 1782
A. V. Papacino d’Antoni, Dell’Architettura Militare per le Regie Scuole teoriche d’Artiglieria e Fortificazione, Libro Sesto, Torino 1782

Sardi 1627
P. Sardi, Discorso di Pietro Sardi Romano: per il quale con vive e certe ragioni si rifiutono tutte le fortezze ad perpetuitatem fatte con semplice terra […] e s’accettano le fortezze fabbricate con buone, grosse, e alte muraglie, Venezia 1627

Tensini 1624
F. Tensini, La fortificazione, guardia, difesa, et espugnatione delle fortezze, esperimentata in diverse guerre, del Cavaliero Francesco Tensini da Crema già ingegnero, capitano, et logotenente generale dell’artiglieria del duca di Baviera, del Re di Spagna e dell’Imperatore Rodolfo Secondo, Venezia 1624

Theti 1569
C. Theti, De discorsi delle fortificationi del Sig. Carlo Theti Napoletano, Roma 1569

Trincano 1768
Trincano, Elements de fortification et de l’attaque et de la defense des places, Paris 1768

Fortificazione campale


Assietta 1997
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Bottineau Fuchs 1993
Y. Bottineau Fuchs, Les camps retranchés chez Vauban, in Brisac-Faucherre 1993, pp. 49-58

Dufour-Vanni Desideri 2006
N. Dufour, A. Vanni Desideri, Archeologia postclassica al colle del Piccolo San Bernardo, in Alpis Graia 2006, pp. 201-212

Palumbo 2006
P. Palumbo, Le trincee del principe Tommaso e il sistema difensivo del Piccolo San Bernardo in età moderna, in Alpis Graia 2006, pp. 213-217

Ponzio 2003
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Rocchi 1913
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Saluard 2002
B. Saluard, I trinceramenti del Principe Tommaso, in «Le Flambeau», 182, 2002, pp. 110-122

Sconfienza 1996
R. Sconfienza, Fortificazioni campali nel secolo XVIII. Contesti culturali e confronti per i trinceramenti dell’Assietta, in «Armi Antiche. Bollettino dell’Accademia di San Marciano», 1996 (1999), pp. 91-123

Sconfienza 2004
R. Sconfienza, I trinceramenti sabaudi del Piccolo San Bernardo nel XVIII secolo. Note preliminari, in «Annales Sabaudiae. Quaderni dell’Associazione per la Valorizzazione della Storia e Tradizione del Vecchio Piemonte», 1, 2004 (2005), pp. 49-58

Sconfienza 2005-2006
R. Sconfienza, I trinceramenti del Piccolo San Bernardo. Studio archeologico, in «Bollettino della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti», LV, 2005-2006, in corso di stampa

Sconfienza 2006
R. Sconfienza, La fortificazione campale nella seconda metà del XVIII secolo. Esperienze e studi fino alla Guerra delle Alpi, in Truppe Leggere 2006

Architettura Militare


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Barrera 2002
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Blanchard 1996
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Beltrutti 1975
G. Beltrutti, La «Cittadella» di Cuneo, in «Cuneo Provincia Granda», 1975, pp. 21-28

Berthier-Bornecque 2001
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Bonardi 1987
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Brialmont 1869
A. Brialmont, La fortification polygonal et les nouvelles fortification d’Anverse, Paris 1869

Brisac-Faucherre 1993
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Bruno 1998
G. Bruno, Mondovì : caratteri di insediamento, di fondazione e di trasformazione della città, Politecnico di Torino, Facoltà di Architettura, Tesi di Laurea inedita, A.A. 1997-1998 (Biblioteca Civica di Mondovì, collocazione: FL.D. 78.1. BRUNG. 1)

Camadona 1973
E. Camadona, La prigioniera della fortezza di Ceva, in «Cuneo Provincia Granda», 1973, pp. 57-60

Canavesio 1994
W. Canavesio, Progetti del Marchese di Pianezza per le fortificazioni di Ivrea (1704), in «Bollettino della Società Accademica di Storia ed Arte Canavesana », 20, 1994, pp. 85-102

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V. Comoli Mandracci, La questione urbanistica di Cuneo da città-fortezza ai piani del Novecento, in Civiltà del Piemonte. Studi in onore di Renzo Gandolfo, Volume II, Torino 1975, pp. 659-683

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A. Marotta (a cura di), Atti della giornata di studi per la cittadella di Casale Monferrato, 24 febbraio 1990, aula magna dell’I.T.I.S. Sobrero, Alessandria 1992

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Pinelli 1989
F. Pinelli, Storia militare del Piemonte in continuazione di quella del saluzzo cioè dalla pace d’Aquisgrana sino ai dì nostri. Epoca prima - Dal 1748 al 1793, ristampa Giacomo A. Caula Editore, Torino 1989

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Signorelli 2003
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Simoncini 1987
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Sterrantino 1992b
F. Sterrantino, L’esercito del Duca di Savoia, in Marsaglia 1992, pp. 214-242

Symcox 1989
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Truppe Leggere 2006
V. Barberis, D. Del Monte, R. Sconfienza (a cura di), Le truppe leggere nella Guerra delle Alpi. Selezione, tattiche, armamento, vicende belliche, fortificazione campale, Atti della giornata di studi, 5 giugno 2004, presso la chiesa castrense del Forte San Carlo di Fenestrelle, Torino 2006

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V. Turletti (a cura di), VII Centenario – Cuneo, Cuneo 1898

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Verrua 2004
G. Cerino Badone, M. Lucini, F. Campagnolo, Bandiere nel fango. L’assedio che rese leggendaria la Fortezza di Verrua, Torino 2004

Note


[1] Si può eccettuare una piccola sezione dedicata all’argomento in Minola-Ronco 1998, pp. 40-50, dovendo poi risalire ad un’opera del generale Rocchi, con tutte le sue implicazioni pratiche data l’epoca di redazione e pubblicazione (Rocchi 1913).
[2] Sconfienza 1996, pp. 94-95; Ponzio 2003, pp. 89-105.
[3] Si possono ricordare le opere del Trincano (Trincano 1768), Cugnot (Cugnot 1769) e Le Charron (Le Charron 1786), la parte terza del sesto volume dei manuali di architettura militare redatti dal Papacino d’Antoni per le Regie Scuole d’Artiglieria e Genio di Torino (Papacino d’Antoni 1782) e il trattato dell’ingegnere Ogliani (1795). Inoltre vale la pena citare le opere che l’Ogliani ricorda nell’Introduzione della sua opera:
Véritable manière de fortifier de Mr. Vauban, Amsterdam 1726; Folard sur Polibe, Paris 1727; Attaque, et défense des places, par Mr. Vauban, La Haye 1737; Réflexions militaries, et polytiques de S. Crux, La Haye 1739; L’art de la guerre par Quincy, La Haye 1741; La science militare de Bardet de Villeneuve, La Haye 1742; La science de la guerre par le comte de Robilant, Turin 1744; Ingénieur de campagne par Clairac, Paris 1749; Essai sur l’art de la guerre par Turpin, Paris 1754; Essai sur la grande guerre par d’Espagnac, Paris 1755; Mémoires sur l’art de la guerre du Maréchal de Saxe, Dresde 1757; L’art d’attaquer, et de défendre les places par la Fébure, Berlin 1757; Le parfait Ingénieur par l’Abbé Deidier, Paris 1757; L’Artillerie raisonnée par le Blond, Paris 1761; Traité de l’attaque des places par le Blond, Paris 1762; Mémoires pour l’attaque, et la défense d’une place par Goulon, Amsterdam-Leipzig 1764; Dictionnaire portatif de l’Ingénieur par C. A. Jombert, Paris 1768; Régles, et principes de l’art de la guerre par G. R. Faesch, Leipzig 1771; Traité des ponts par le sieur Gautier, Paris 1765; Istruzioni pratiche per l’Ingegnere di G. A. Alberti, Venezia 1774.
[4] È opportuno notare che generalmente in molte opere dei secoli XVI, XVII e XVIII, dedicate all’architettura militare, esistono le sezioni in cui si tratta separatamente della fortificazione regolare e irregolare; qui si propongono solo alcuni titoli in cui si fa espressamente riferimento all’irregolare, ossia Anonimo s.d., de Groote 1617, de Ville 1628, Mallet 1671-72, de Montesson 1742, de Fallois 1768 che fa seguito alla pubblicazione postuma di Bélidor (de Bélidor 1813), Corsini s.d. Quanto alla fortificazione in terra si possono ricordare Bellucci s.d., Lanteri 1559, Sardi 1627, ma anche opere, quali Theti 1569, Maggi-castriotto 1584, Lorini 1597, Busca 1601, Tensini 1624, Alimari 1692, in cui il tema è trattato accanto agli altri argomenti canonici della trattatistica d’architettura militare, senza comparire come espressa motivazione dell’opera nel titolo. Infine è opportuno ricordare che la disamina delle fonti sulla fortificazione in terra è stata affrontata con precisione in Benzio 1998, pp. 4-41, tesi di laurea inedita in Storia dell’Urbanistica del Politecnico di Torino.
[5] Come nel caso della cittadella di Anversa del Paciotto, fra la cui ampia bibliografia ricordiamo soltanto Brialmont 1869; Duffy 1979, pp. 67-70; van den Heuvel 1988; Fara 1989, pp. 98-100; Fara 1993, p. 72; van den Heuvel 1989; van den Heuvel 2002.
[6] Lesage 1992, pp. 89-108; Konstman 1994, pp. 62-87; Bois 1996, pp. 74-97; Corvisier 1997, pp. 71-95; Sconfienza 2006, pp. 132-134.
[7] Sconfienza 1996, p. 103; Signorelli 1997, pp. 71-72; Benzio 1998, pp. 95-171; Verrua 2004, pp. 199-206; Bosso 2005, pp. 48-52, 97-99.
[8] Cugnot 1769; Sconfienza 2006, pp. 134-135. È comunque opportuno ricordare che tali principi erano già ben definiti nell’opera sulla fortificazione campale di Vauban, ovvero il Traité de la fortification de campagne autrement des camps retranchés del 1705, pubblicato in Rochas d’Aiglun 1910 (vedere anche Bottineau Fuchs 1993, Blanchard 1996, pp. 340-342, 502-507 passim).
[9] Symcox 1989, pp. 135-152; Olivero-Sterrantino 1992; Battaglie in Piemonte 1993, pp. 73-95; Gariglio 1997, pp. 117-128; Paoletti 2001, pp. 97-130.
[10] Ilari-Boeri-Paoletti 1996, pp. 319-376; Signorelli 2003.
[11] Symcox 1989, pp. 142-143; Olivero-Sterrantino 1992, pp. 33; Paoletti 2001, pp. 111-115
[12] Symcox 1989, pp. 207-208; Ilari-Boeri-Paoletti 1996, pp. 206-208, 381-382, 390-397, 401-403; Gariglio 1997, pp. 72-76, 92-93, 137-149; Minola 1998, pp. 83-91; Gariglio 1999, pp. 64-88.
[13] Ilari-Boeri-Paoletti 1997, pp. 15-25, 27-41; Santangelo-Re 2003, pp. 4-25.
[14] Ilari-Boeri-Paoletti 1997, pp. 97-105, 224-228.
[15] Symcox 1989, pp. 229-243; Russo 1994, Tomo II, pp. 437-443; Ilari-Boeri-Paoletti 1996, pp. 432-439; Ilari-Boeri-Paoletti 1997, pp. 105-107, 109-111.
[16] Barberis 1988, pp. 64-135; Ales 1989, pp. 7-16; Sterrantino 1992b; Ilari-Boeri-Paoletti 1996, pp. 212-215, 228-234; Ilari-Boeri-Paoletti 1997, pp. 87-97; Bianchi 2002, pp. 78-107. 7-16.
[17] L’argomento riveste la più ampia tematica della definizione del concetto di frontiera in Età Moderna e più particolarmente la stessa problematica nell’ambito dello stato sabaudo. Non volendo affrontare la questione in questa sede si rimanda a Guichonnet 1986, pp. 267-312 e ai volumi La Frontiera 1987 e Le Alpi 1997, in particolare ai contributi Raffestin 1987a, Raffestin 1987b, Ricuperati 1987, Comoli 1997, Prax 1997, Very 1997.
[18] La situazione è ben illustrata da tutta la documentazione cartografica in materia conservata presso la Sezione di Corte dell’Archivio di Stato di Torino (ASTOCorte Carte topografiche e disegni, Disegni Monferrato Confini). Inoltre sul tema Belfanti-Romani 1987; Viglino Davico 1992, pp. 39-46; Viglino Davico 2000.
[19] Sconfienza 2000, p. 415 con altra bibliografia; Viglino Davico 2000, passim. La situazione delle piazzeforti sabaude nel XVI e XVII secolo, fino al 1713, è illustrata con dovizia di particolari e immagini in Viglino Davico 2005, a cui si rimanda per la bibliografia specifica su ogni località strategicamente rilevante di quel periodo, sia del confine orientale sia di quello occidentale, e citate di seguito nel testo o nelle note di questo contributo.
[20] Marotta 1990, Marotta 1992, nei quali compare la bibliografia precedente.
[21] Fara 1993, pp. 95-100; Gariglio 2001, Viganò 2003, p. 47, nei quali compare la bibliografia precedente.
[22] Ilari-Boeri-Paoletti 1997, pp. 57-58, 256-258.
[23] Simoncini 1987, pp. 114-118; Rocolle 1993; Blanchard 1996, pp. 197-211; Bois 1996, pp. 2-13; Virol 2003, pp. 93-130.
[24] supra note n. 19, 20, 21; Nasalli Rocca 1974, p. 688; Viganò 2003, p. 47 con bibliografia precedente relativa a Valenza e Tortona.
[25] Era infatti solo armata con opere quattrocentesche come dimostra una carta presente negli Archivi di Stato di Torino (ASTOCorte, Carte topografiche e disegni, Carte topografiche segrete, Vigevano, 25 A VII ROSSO).
[26] Sconfienza 2000, p. 415 Viglino Davico 2000, p. 394.
[27] Sul tema delle vie fluviali e dei cambiamenti di strategia territoriale nel ‘700 Simoncini 1987, pp. 127-131.
[28] Negli anni fra il 1773 e il 1775 un trattato segreto fra il Regno di Francia e il Regno di Sardegna e le nozze di due fratelli e una sorella di Luigi XVI con due figlie e un figlio di Vittorio Amedeo III portavano a compimento il cambiamento di rotta della politica estera sabauda filoimperiale a favore di un avvicinamento alla Francia, già auspicato da Vittorio Amedeo III prima ancora di salire al trono (Ilari-Crociani-Paoletti 2000, p. 17).
[29] Pinelli 1989, pp. 13-57; Cerino Badone 2005, pp. 49-50.
[30] Sul confine alpino degli Stati Sabaudi Simoncini 1987, pp. 122-127; Viglino Davico 1987; Viglino Davico 1989, pp. 9-125; Viglino Davico 1992; Cuneo 1997; Fasoli 1997; Fasoli 2003.
[31] Per le successive occupazioni della Savoia Olivero-Sterrantino 1992, p. 32; Ilari-Boeri-Paoletti 1996, pp. 326-328, 332; Gariglio 1997, pp. 46-51; Ilari-Boeri-Paoletti 1997, pp. 105-107, 109-111; Pachoud 1998. Uguale destino toccò alla Savoia all’inizio della Guerra delle Alpi, quando già nel settembre del 1792 le armate francesi rivoluzionarie occuparono l’intero territorio (Ilari-Crociani-Paoletti 2000, pp. 29-30).
[32] Sconfienza 1996, p. 107 con bibliografia precedente; Porret 1998; Berthier-Bornecque 2001, pp. 164-185.
[33] supra nota n. 15.
[34] Bertola 1742.
[35] Symcox 1989; Sterrantino 1992a; Paoletti 2001, pp. 149-152; 125-130.
[36] Gariglio 1997, pp. 19-38; Seren Rosso 2000, pp. 301-321.
[37] Canavesio 1994; Signorelli 1998; Viglino Davico 1998; Sconfienza 2000, pp. 414, 417 con bibliografia precedente; Loggia-Quaccia 2001; Giglio Tos 2002 pp. 71-92.
[38] Sconfienza 1996, p. 106 con bibliografia precedente; Barrera 2002; Exilles 2003b; Viganò 2003, p. 47 con bibliografia precedente.
[39] Sconfienza 1996, p. 106 con bibliografia precedente; Corino 1999; Viganò 2003, p. 47 con bibliografia precedente; Tonini 2004.
[40] Sconfienza 1996, p. 108 e Viganò 2003, p. 47 con bibliografia precedente.
[41] Viglino Davico 1989; Sconfienza 1996, pp. 106, 108 e Viganò 2003, p. 47 con bibliografia precedente.
[42] Beltrutti 1975; Casalegno 1975; Comoli Mandracci 1975; Gariglio 1997, pp. 155-185; Bianchi-Merlotti 2002, pp. 319-351.
[43] Pinelli 1989, p. 79; Gariglio Minola 1995, pp. 85-92.
[44] Pelazza 1968; Camadona 1973; Bonardi 1987, pp. 41-42; Pinelli 1989, pp. 83, 84; Viglino Davico 1992, p. 46 nota n. 16; Bruno 1997.
[45] Turletti 1898, pp. 377-406; Beltrutti 1979; Peano 1980; Gariglio 1997, pp. 169-179; Ilari-Boeri-Paoletti 1997, pp. 140-147.
[46] Papacino d’Antoni 1770 , p. 8 fronte
[47] Chomom Ruiz 1968; Chomon Ruiz 1971; Battaglie in Piemonte 1993, pp. 110-118; Sconfienza 1996, pp. 104-105, 121-122; Ilari-Boeri-Paoletti 1997, pp. 120-125; Gariglio 1999, pp. 91-108; Garellis 2001, pp. 119-147.
[48] Amoretti 1997, pp. 15-21; Gariglio 1997, pp. 77-80; Minola 1998, pp. 101-106; Gariglio 2000, pp. 214-244; Amoretti 2003, pp. 48-51
[49] Sconfienza 1996; Assietta 1997 con bibliografia precedente; Ilari-Boeri-Paoletti 1997, pp. 238-244; Minola 1998, pp. 107-113; Gariglio 1999, pp. 132-158.
[50] supra nota n. 12
[51] Minola-Ronco 1998, pp. 100-102; Minola-Ronco 2002, pp. 69-78; Saluard 2002; Sconfienza 2004; Sconfienza 2005-2006; Dufour-Vanni Desideri 2006; Palumbo 2006.
[52] Sconfienza 1996, in particolare pp. 120-121; Assietta 1997 con bibliografia precedente.
[53] supra nota n. 47; Sconfienza 1996, pp. 121-122.
[54] supra nota n. 47; Viglino Davico 1987, pp. 72-77; Sconfienza 1996, pp. 121-122.
[55] Papacino d’Antoni 1782, p. 191; Sconfienza 2006, p. 143.
[56] supra note n. 42, 45, 47.
[57] Sconfienza 2006, pp. 142-159.
[58] supra nota n. 47; Amoretti 1997 pp. 28-37 e Assietta 1997 con bibliografia precedente.
[59] Il fatto è chiaro per esempio nell’ambito delle vicende costruttive dei trinceramenti del Piccolo San Bernardo nel 1743 (Sconfienza 2005-2006).
[60] Gariglio 1999, pp. 174-180, 265-269; Ilari- Crociani-Paoletti 2000, pp. 126-133, 147-163, 167-168.
[61] Ilari- Crociani-Paoletti 2000, pp. 37-42.

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