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I progetti del duca di Brunswick per la difesa del Regno di Sardegna

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da «Annales Sabaudiae. Quaderni dell’Associazione per la Valorizzazione della Storia e Tradizione del Vecchio Piemonte », 2, 2005, pp. 63-118

Roberto Sconfienza

I PROGETTI DEL DUCA DI BRUNSWICK
PER LA DIFESA DEL REGNO DI SARDEGNA

ILLUSTRAZIONI

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Avvertenza

La pubblicazione integrale del manoscritto Papacino 1766 e delle carte delle figure 3 e 4 è stata autorizzata in data 18 gennaio 2006 dalla Direzione dell’Archivio di Stato di Torino, con lettera protocollata n. 8786/IX.4.1

TESTO


Nell’anno 1766, sullo scorcio del regno di Carlo Emanuele III, giun-se in Piemonte Karl Wilhelm Ferdinand von Bruswick-Wolfenbüttel, principe ereditario dell’omonimo ducato tedesco. Egli assunse il titolo di duca di Brunswick-Lünenburg nel 1780; il suo ricordo è legato soprattutto agli eventi della Guerra della Prima Coalizione (1792-1797), in particolare al famoso proclama del 25 luglio 1792, da lui sottoscritto a Coblenza, in qualità di comandante supremo delle armate combinate di Austria e Prussia, nel quale si intimava alla Francia rivoluzionaria il ristabilimento del legittimo potere del re, dichiarando responsabili tutti i Francesi dell’integrità di Luigi XVI e della famiglia reale. È noto lo scalpore e l’indignazione che il proclama suscitò in Francia, aprendo addirittura la strada alle prime ipotesi di incriminazione del sovrano con l’accusa di tradimento della patria, inedita per i tempi e nei confronti di un re[1].

Il Projet del duca di Brunswick


La figura del duca di Brunswick tuttavia rivela un particolare inte-resse in seno agli studi relativi all’Ancien Regime negli Stati Sabaudi in ragione di una visita da lui condotta, come ospite di Carlo Emanuele III, lungo i confini alpini fra il Regno di Sardegna e il Regno di Francia. Nel 1766 il principe ereditario Karl Wilhelm Ferdinand poteva dispor-re maggiormente del suo tempo, essendo ormai terminata la Guerra dei Sette Anni, alla quale prese parte a fianco del più anziano feld-maresciallo Ferdinand von Brunswick, servendo nell’esercito prussicano di Federico II[2].
Il presente contributo ha come finalità la pubblicazione di un mano-scritto, conservato all’Archivio di Corte di Torino[3], in cui si rende con-to delle meditazioni strategico-difensive sviluppate dal Brunswick in seguito alla visita suddetta e quindi al rilevamento autoptico del contesto territoriale alpino. Il 20 agosto 1766, al fine di rendere noti i progetti di difesa del confine occidentale del Regno di Sardegna, elaborati dal Brunswick in caso di guerra con la Francia, si svolse a Torino un colloquio fra il principe stesso e Alessandro Vittorio Papacino d’Antoni, appena nominato luogotenente colonnello d’artiglieria e im-piegato dal re Carlo Emanuele III all’istruzione nelle tecniche e scienze militari del principe ereditario Vittorio Amedeo e del fratellastro Benedetto Maurizio, duca di Chiablese[4]. L’ufficiale piemontese trascrisse il contenuto del colloquio, segnalando nella titolatura originale del testo la partecipazione personale all’incontro e indicando così ai posteri l’autore della memoria[5].
Il Projet del Brunswick pubblicato in questa sede corrisponde ad un’esercitazione accademica, che rientra in un programma d’istruzione teorico-pratica tipica dell’ufficialità europea della seconda metà del XVIII secolo. Esempi illustri di tali viaggi, in seno alla tradizione sa-bauda, con relativo studio dei contesti territoriali e strategici sono quelli del duca di Chiablese, che condusse, fra le sue varie attività di studio, una ricognizione al campo dell’Assietta, sulle montagne fra le valli di Susa e Chisone, nello stesso 1766 e una seconda sempre all’Assietta nel 1769, accompagnando l’imperatore d’Austria Giuseppe II, o ancora un viaggio attraverso i ducati di Aosta e Savoia, passando per il Piccolo San Bernardo[6].
Gli Archivi di Stato di Torino conservano altri documenti interessanti che hanno attinenza diretta o indiretta con il Projet del Bruns-wick. Innanzitutto deve essere ricordato e tenuto presente in questa sede, quale sorta di commento contemporaneo, un manoscritto anoni-mo, in italiano, che parafrasa e riassume il testo del 1766 ed è intitolato Riflessi di S.A.S. il Sig.r Principe Ereditario di Brunswick nel decorso del suo giro nell’Estate del 1766, per le diverse Valli, che circondano il Piemonte ri-dotte in idea di progetto di difesa di questo Principato contro la Francia. In questo documento viene indicato l’itinerario alpino seguito dal princi-pe, così da creare uno schema di riferimento geografico lungo il quale si connettono le diverse osservazioni e commenti del protagonista e del redattore. La visita ebbe inizio dalla fortezza di Fenestrelle, dopo di che il Brunswick
[…] si portò a visitare li monti, che separano la valle di Pregelato da quella di Dora, o sia di Susa, dal Colle delle Finestre, di Fattieres, di Barbiers, di Servin, della Valletta, Vallone dei Morti, Gran Serreno, sino alla Butta dell’Assietta […][7]
Il giro proseguì nelle valli di Varaita, Maira, Stura e Po, toccando i principali capisaldi difensivi e siti fortificati, si estese anche alla contea di Nizza, partendo dalla visita ai trinceramenti di Villefranche, per concludersi infine a Torino nel mese di agosto[8].
Esiste un Extrait des reflections de S.A.S. Monseigneur le Prince Heredi-taire de Brunswick, conservato alla Biblioteca Reale di Torino, che para-frasa e riassume il testo del Projet qui in esame[9], ma la documentazione di confronto più interessante è rappresentata dai progetti di difesa del confine occidentale del Regno di Sardegna, redatti dal Papacino d’Antoni nel 1770.
Le Réflexions e i Projets de defensive del Papacino trattano la stessa te-matica affrontata dal Brunswick, sviluppandola tuttavia assai più am-piamente e prendendo in considerazione il tema della difesa alpina do-po aver diviso il territorio in tre settori, dal Gran San Bernardo al Mon-ginevro, dal Monginevro al colle dell’Argentera e da quest’ultimo alla riviera ligure; l’ufficiale volge infine l’attenzione alla contea di Nizza, sua patria d’origine. Di particolare interesse nostro, per il commento alla memoria del Brunswick, sono le Réflexions preliminari[10] e la sezione dedicata al tratto montano fra la valle della Dora e quella di Stura, ovvero fra i passi del Monginevro e dell’Argentera[11]. Compaiono infat-ti numerose indicazioni e considerazioni che trovano confronto con il testo del colloquio fra il principe e il Papacino, tanto da poter credere che la memoria del 1766 fosse per l’ufficiale piemontese, se non una fonte, un termine di riferimento e riflessione, nell’ambito del quale si erano posti specifici capisaldi strategici alcuni anni prima della reda-zione dei più ampi progetti difensivi del 1770.
Ultimo, ma non meno interessante documento di confronto è una Memoire sur les débouchés du Dauphiné[12], datata 12 ottobre 1768, in cui si rilevano numerosi punti di contatto con la memoria del Brunswick, so-prattutto riguardo all’Assietta, e che, pur essendo anonima, può essere attribuita anch’essa al Papacino d’Antoni. Infatti, accanto alle significative caratteristiche lessicali e stilistiche, analoghe ai testi del 1770, nella parte conclusiva l’autore, parlando in prima persona, si scusa per la redazione sommaria della materia, motivando il suo impegno «par obeissance aux ordres de Son Alltesse Roïale»[13], così da far tornare alla mente che nel periodo fra il il 1763 e il 1770 il Papacino si occupò dell’istruzione militare del principe ereditario e del duca di Chiablese, en-trambi identificabili con il titolo menzionato[14].

Il testo del Projet


Presentiamo dunque il contenuto integrale della memoria, che deve essere collocato al centro dell’attenzione quale veicolo di informazioni e dati di prima mano, fruibili direttamente da parte del lettore. Le pagine redatte dal Papacino sono commentate con note successive, contrassegnate da numero arabo e asterisco, così da poter individuare le particolarità del contenuto, i riferimenti storici e geografici principali e i confronti con gli altri scritti presentati sopra.

1766

Projet que S.A.S. Monseigneur Le Prince Ereditaire Charles Guigliaume Ferdinand de Brunsvick Volfembutel, m’a fait L’honeur de me communiquer Le 20 Aoust, jour qu’il avoit diné avec S. M. après son retour des Alpes. La Conference a duré deux heures et trois quarts (1*).

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Suppositions, sur Les quelles on établit Le Projet pour defendre Les Alpes du coté de la France depuis Le Mont Senis jusqu’au Col de Tende[15]
1e Que Les Assaillans aient huitante à cent bataillos, et qu’ils donnent de La jalousie egalement pour les trios entrées principales dans le Piemont, qui sont Le Mont Genevre, Le Col de L’Agnel, et celui de L’Argentiere (2*)
2e Que les Places de Suse, Exilles, Fenestrelle, Demont, et Coni soient finies, et pourvenues de tout ce qui est necessaire pour une longue defence (3*).
3e Que L’on mette dans Les Forts d’Exilles, et de Demont des garnisons plus nombreuses qu’il n’en est besoin pour La defence des Forts, afin d’obliger L’ennemi, au cas qu’il veuille tirer de Longue, de Les bloquer avec un Corps considerable de troupes; Ce[16] Prince

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seroit d’avis qu’on mit 1500 hommes dans Exilles, et environ 3000 dans Demont avec des Officiers qui fussent on fait des montagnes environentes, pour faire La petite guerre, en sortant souvant de La place (4*).
4e Que Le Roi après avoir garni Les sudites cinq[17] places, aie ancore quarante bataillons en Campagne, et quatre Regimens de cavallerie pour contenir L’ennemi, qui pourroit faire quelque corse dans La plaine du Piemont, en dètacheant pour cett’effet [18] un Corps de son Armée (5*).
5e Que Les Piemontois tacheront d’entrer en France toutes Les fois que L’ennemi decouvrira son[19] pais, ou qu’il le degarnira de façon à pouvoir le culbuter (6*).
Après ces suppositions ce Prince considere La constitution des Alpes, et des frontieres de La France, et trouve que L’ennemi n’a que trois entrées com-modes pour entreprendre

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sur Le Piemont, scavoir La Vallee de Stura, La Vallee de Vraita, et celle d’Exilles (7*). Il établit en suite pour maxime qu’il faut barrer au commen-cement de la Campagne La Vallee de Vraita, en y plaçant toutes Les forces Piemontoises[20]. Par cette disposition il Laisse Le choix à L’assaillant d’entrer par La Vallee de Sture, ou par celle d’Exilles, et Lors que L’ennemi se sera engagé a assieger une de ces places, il compte de marcher contre La partie de L’investiture qui Lui conviendra le plus d’attaquer. La raison, que ce Prince donne pour executer sa maxime, est, que dans cette disposition Le Piemont est entierement couvert, et que L’ennemi ne sauroit s’établir solidement en deça des Alpes quand même il s’empareroit d’Exilles, ou

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de Demont pendant La Campagne, ou bien que si [21] L’on Lassoit [22] ouverte La Vallée de Vraita, L’assaillant se porteroit d’abord au commencement de La Campagne dans le centre du Piemont [23] (8*).
Ce Prince croit que des deux sieges, celui de Demont soit un point de vue plus solide pour les assaillans, qui ne se determineront pour Le Siege d’Exilles, que lors qu’ils ne pourront faire autre chose (9*).
Voici de quelle façon Le Prince dispose Les 40 bataillons dans la Vallée de Vraita. Il en place 20 sur une montagne qu’il appelle[24] Le Gros S.t Jean[25] qui est entre la Vallee de Vraita, et celle de Maira, car sur cette montagne il y a, dit il un plateau capable a contenir 20 bataillons sur une ligne, qui ont Leur droite vers Les Tourretes[26]; Ce plateau est [27] inaccessibile sur le devant a cause d’un gran ravin qui, etant

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en forme de fossé, detache Le plateau d’avec une creté appellee Le Pelvas, ou Pelvo, faite en pointe du coté des Alpes, et qui s’elargit en s’approchant du ravin. On peut retrancher le Pelvo, et le garder avec deux bataillons, qui etant a La portée de La Carrabine du Camps peuvent communiquer avec ce Camp par Le moyen de plusieurs sentiers, qu’on peut faire dans La ravine. Voici a peu pres Le dessin que Le Prince a crayonè de ce poste[28] (10*).

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Il place les autres 20 bataillons au Camp de notre Dame du Becé, mais il occupe les grandes hauteurs qui sont au devant de ce camp vers les Alpes, en les retranchant, parce que on put par ce moyen s’opposer aux ennemis, qui par Les rideaux qui sont Liés avec Le Camp du bois de La levee[29], voudroient entreprendre de passer dans La Valle de Po’ entre ce Camp, et Mont Viso. Voici a peu pres L’idee de ce Camp, et des hauteurs rétranchées[30].

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Le Camp inaccessible du Gros S.t Jean se trouvant plus avancé vers Les Alpes d’environ deux milles assure Les troupes du Becé du coté de S.t Peire, qui ne peuvent plus étre attaquées que par le front c’est a dire par Les hauteurs re-tranchées (11*).
Pour plus grande sureté, et facilité [31] de La defensive, Le Prince veut qu’on fasse deux chemins commodes pour La Communication aisée des deux Camps. Du plus[32] il exige qu’on fasse un autre chemin semblable depuis Le Camp du Gros S.t Jean jusqu’à La Marmora, et au Col du Mul, car de ce camp il veut étre dans Le cas de pouvoir se porter à trois differens endroits de La Vallée de Stura scavoir 1e au Col d’urtiere en passant par S.t Damian, 2e au Sambuc, 3e aux Barricades.
Pour que Le Camp du gros S.t Jean puisse étre averti d’avance de L’approche des ennemis, qui viendroient du coté de La Vallee de Sture,

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Le Prince demande q’on fasse une redoute de maconerie sur Le Col du Mul capable de 250 à 400 hommes et garnie de 4 à 5 Canons de fer[33] pour obliger L’ennemi a conduire La grosse Artillerie pour La forcer; ce qui [34] diminueroit aussi le tems necessaire aux ennemis pour Les operations de la Campagne (12*).
Enfin pour complet du Projet de difensive, Le Prince voudroit qu’on construisit en maconerie quatre redoutes hors d’insulte au Col de L’Assiette capable chacune de 250 à 400 hommes, qu’on ne pouvroit forcer qu’en con-duisant La grosse Artillerie, et en ouvrant la tranchée, car il voudroit placer 4 à 5 canons de fer dans chacune. Ces redoutes[35] serviroient a empecher L’enne-mi a se placer au Camp de L’Assiette, et [36] d’investir Le Fort d’Exilles, et donneroit un tems plus que suffisant à nos troupes de se porter sur les hau-teurs qui separent Les Vallées de Doire, et de Cluson, et vers les endroits qu’on jujeront le plus convenable.

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Voici L’emplacement des quatre redoutes selon Le Prince. La premiere seroit à La tete de La butte; La seconde sur Le roc qui est à L’origine du ruisseau Baccon, La 3e dans la meme poste, ou il y avoit La redoute principale du camp de L’Assiette et La quatrieme à La tete du Gran Seran (13*).
Ce Prince trouve que les troupes pour aller[37] du Camp du Becé à L’Assiette en passant par Staffarde et Pinerol ont besoin au moins de trois marches, et qu’il faudroit chercher d’abbreger cette communication par quelque nouveau che-min, qu’on feroit en traversant Les Vallées de Lucerne, et d’Angrogne (14*).
Au cas[38] que Les ennemis vinsent a passer entre Le Camp du Becé et Mont Viso, ou que en venant du Col de La Croix s’avancassent dans la Vallée du Po, Le Prince[39] voudroit qu’on fit marcher par le Col de l’Agnel, et qu’

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on fit entrer en France les 20 bataillons di Gros S.t Jean, pendant qu’avec Les autres 20 bataillons on continueroit a rester au camp di Becé (15*).
Enfin Le Prince pense que pendant qu’on se tiendra sur Le Gros S.t Jean, et au Becé, de quelque part que L’ennemi entre en Piemont depuis Le Mont Genevre jusqu’au Col de L’argentiere, il ne pourra faire que quelque course pour ravager, C’est de quoi il veut qu’on ne s’inquiete point, et qu’on se con-tente d’y opposer La Cavallerie, et Les Paisans, car ces courses ne peuvent étre de longue durée.
Ce Prince veut en dernier Lieu qu’on n’hesite point a faire des communica-tions courtes et comodes d’une Vallée a L’autre car c’est des celles icy, d’ou depend dans La suite de la Campagne La facilité pour La defensive[40] (16*).
Le Projet cy dessus suppose qu’on ignore Le veritable dessein de L’ennemi, car si l’on savoit d’avance[41] que L’assaillant a resolu d’attaquer Demont, Le Prin-ce seroit d’avis d’occuper Le Col d’Urtieres avec un corps de troupes, et s’e-tendre avec le reste du coté de Vignol, ou du coté de Ritana, et Valauria, car il pense, que quand même L’ennemi s’avanceroit à N.D.e de L’Olme, notre Ar-mée placée à Vignol, auroit toujours sa communication libre[42] avec le Pie-mont par Saluces. Dans le cas[43] qu’on eut avis que Le veritable dessein des en-nemis fut [44] d’assieger Exilles, Le Prince placeroit Les troupes sur Les hauteurs entre Exilles, et Fenestrelle ou[45], au moins il y en placeroit au commen-cement [46] ces nombre suffisant pour couvrir ou par proteger[47] le Fort d’Exilles (17*).

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Dans La visite que le Prince a fait [48] au Camp de La Levee, il a trouvé que ce poste est inattacable sur sa droite, et dans son front, mais que L’ennemi pou-vroit Longer La gauche de ce Camps en s’avançant par les hauteurs qui sont entre La Vallée de Vraita, et celle de Maira, et que pour empecher ce mouvement, on ne sauroit se[49] servir de Pierre Longe, car ce poste ne vaut ri-en en Lui même, a moins qu’on n’y place[50] un Corps considerable, qui d’ail-leurs se trouveroit trop separé du reste de L’armée (18*).
En parlant du Col de L’Albergean, il trouve que ce poste est essential aux Piemontois, puisque de La Vallée de s.t Martin peuvent communiquer avec Fenestrele, et se porter là ou ils veulent

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dans la Vallée du Cluson, et meme dans celle de La Doire vers Sezane (19*).
Ce Prince en caraterisant nos Places de montagne, trouve 1e Que[51] Demont est fortifié avec tous Les avantages de L’Art dans un emplacement bien chiosi. 2de Que La Brunette est mal entendue dans ses tenailles trop adossées L’une contre L’autre du cotè de la Savoie, et que La place est un peu trop sujette aux hauteurs environantes, mais que, à ses defauts, on y avoit paré [52] par les escar-pemens, par Les fossés profonds, et par La quantité des Logemens couverts du Canon, et à L’epreuve des bombes. 3e Qu’a Exilles on c’est prouvé tous Les a-vantages que son assiette pouvoit permetre; mais que cet [53] emplacement est trop sujet aux hauteurs, trop petit, et trop genant pour la guerre[54] de Cam-pagne.

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Lors qu’on se propose de couvrir ou de proteger ce Fort, car Le Camp de L’assiette, et Les quatre redoutes de maconerie qu’on demande dans ce poste, ne sont necessaries, qu’autant qu’on veut empecher Le Siege d’Exilles. 4e Quant à Fenestrelle ce Prince croit qu’on auroit pu mieux faire en diminuant La depence, et Le nombre des pieces[55] (20*).
Ce[56] Prince a pour maxime que lors qu’on fait La guerre contre[57] Les Francois on doit par des detachemens, et des partis chercher continuellement a entrer en France, et ravager Leur pais, car comme cette nation est extremement pointilleuse pour qu’on n’entre point chez elle, ainsi elle emplojerà pendant La Campagne pour se garantir de ces causes une partie de ses troupes, ce qui diminuerà son armée offensive[58]. Ce Prince pense aussi que dans La guerre des Alpes il faut barricader en Autom avec des arbres[59] les villages les plus avancés vers les Alpes, y placer des troupes bien nourries, et bien abillées, et faire des courses au delà pendant L’hiver, car Les Francois font La guerre malvolontier[60] lors qu’ils se vojent genès continuellement, et sans repos pendant L’hiver (21*).

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Projet du Prince pour defendre La Contée de Nice contre Les ennemis, qui viendroient du coté de La Provence
Ce Prince considere La basse Contée de Nice depuis Le Var jusqu’à La Roia comme un pais tout a fait ouvert du coté de La Provence, du quel L’ennemi peut s’emparer avec des forces inferieures[61] aux notres, et sur tout en hiver, car faute de communication libre avec Le Piemont, on ne peut point pendant L’hiver tenir des troupes dans La haute Contée pour jener Les operations des ennemis du coté de La Mer. Ce Prince n’a point[62] trouvé des raisons suffisan-tes pour faire un poste des hauteurs de Villefranche, et de Montalban,

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quand même on les rétrancheroit [63] au de là de ce qu’on fit Le printems du 1744; mais il à trouvé que au de la de la[64] Roia vers Dolceacqua il y a des postes tres avantageaux pour s’y placer en commançant depuis les hauteurs qui sont au dessus de Breglio jusqu’au bord de La Mer (22*).
Ce Prince à remarqué sur les Lieux qu’en 1747, et 1748 nos troupes s’etoient un peu trop étendues vers les hauteurs de Broglio, et de Savorgio, car ces montagnes étant presque inaccessibles vers La Roia n’exigent pour Leur sureté que des petits postes, que pour plus grande tranquilité on pourroit en-fermer dans des redoutes, et il seroit [65]

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d’avis qu’on placeat la plus grande partie des troupes sur Les hauteurs qui couvrent Dolceacqua, et qu’on fit des chemins de communication pour pou-voir de cett’endroit se porter asses tôt vers les hauteurs de Savorge pour soutenir les redoutes en cas de besoin (23*).
Comme les Piemontois ne sauvoient se server avec tout L’avantage des dites hauteurs, sans[66] pouvoir se promener librement dans le pays de Gennois[67] compris depuis La Roia jusqu’a La Principauté d’Oneglia, et sans que cette Principauté communiquat aussi [68] librement avec Le haut Tanaro, par Les Pont de Nava, Ormee, et Garesio, ainsi ce Prince seroit de sentiment

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que, pour s’assurer des Gennois, au premier supçon qu’on auroit d’entrer en guerre avec La France, L’on chercha de s’emparer par surprise, ou autrement, du Fort de Savone, en protestant toujours que ce n’est que pour s’assurer de Leur neutralité qu’on s’est emparé de cette place, qu’on rendra tout de suite à La declaration de La paix (24*).

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Aprés tout ceci Le Prince m’a aussi commniqué un memoire Italien, qui avoit pour titre Progetto per L’imminente Campagna del 1744 nelle Alpi [69]. En me communiquant ce memoire Le Prince m’a[70] dit qu’il ne pouvoit se persuader, quoi qu’on aje voulu de lui faire croire, que ce Papier[71] fut le veritable Projet de notre campagne du 1744, car dans cett’ecrite[72] on ne fait que detailler La costitution des Alpes selon la Carte de Jaillot, on ne determine rien de precis[73] ni pour Les premieres dispositions, mais on conclut souvant, que, si L’ennemi se presente pour entrer par telle, ou tell’autre Vallée, il faut Le battre[74], et qu’il faut repousser L’ennemi (25*).

Commento al testo del Projet


La titolatura
(1*)

Il titolo del fascicolo che contiene la memoria è stato corretto a penna, con la cancellazione tramite riga a mano libera delle parole «m’a fait L’honeur de me communiquer [Le 20 Aoust,] pour qu’il avoit doné avec S. M. après son retour des Alpes», alle quali sono state sostituite le seguenti: «a communiqué au Chevalier D’Antony [Le 20 Aoust] 1766 a Turin».

Una possibile guerra sul confine alpino
(2*)

La memoria inizia con una serie di presupposti che il Brunswick stabilisce quali condizioni generali di un ipotetico conflitto fra i Regni di Sardegna e Francia. Innanzitutto si presume che l’attacco francese possa essere condotto ai tre valichi principali che dal Delfinato conducono in Piemonte e consentono il transito dell’artiglieria, ovvero il Monginevro e i colli dell’Agnello e dell’Argentera, al fondo delle valli di Dora, Varaita e Stura.
Nelle Réflexions del 1770 il Papacino spiega che i Francesi dall’arsenale di Grenoble potevano portare in Piemonte i loro cannoni seguendo la «grande route» per Briançon, lungo la valle della Durance, oppu-re la «petite route» del 1742 con medesima destinazione attraverso il colle del Lautaret. Da Briançon si entrava in Piemonte o valicando il Monginevro, per poi scegliere la discesa in pianura attraverso la valle della Dora o quella del Chisone, dopo aver superato il Sestriere, oppure passando nel Queyras attraverso l’Isoard e da lì in valle Varaita per il colle dell’Agnello, giù fino alla pianura di Saluzzo. Le basi principali per la concentrazione dei parchi d’artiglieria risultavano pertanto la già citata Briançon e Guillestre, sotto la protezione della piazzaforte di Mont Dauphin[75]. Quanto al colle dell’Argentera, trecento metri inferio-re rispetto al contiguo Col de Larche o della Maddalena, è segnalato dal Papacino nel Projet de difensive come principale punto di attraversa-mento per scendere dalla valle di Barcellonette in valle Stura, dirigen-dosi su Bersezio, località di raccordo per tutti i cammini minori[76].

Le piazze alpine e pedemontane
(3*)

Il secondo presupposto stabilito dal Brunswick è l’apprestamento, in vista di possibili assedi, delle piazze di Susa, Exilles, Fenestrelle, De-monte e Cuneo, collocate a metà o al fondo delle valli alle cui testate si trovano i colli citati al capo primo. Precisamente il forte di Exilles e Su-sa, con la Brunetta, sorgevano a guardia del Monginevro e del Moncenisio, la fortezza di Fenestrelle sbarrava l’itinerario del Chisone, alternativo a quello della Dora dopo aver valicato il Monginevro, il forte di Demonte in valle Stura dominava la strada del colle dell’Argentera e Cuneo controllava gli sbocchi in pianura delle valli del Po, di Varaita, Maira e Stura[77].
Il Papacino[78] passa in rassegna le piazze indicate dal Brunswick, riconoscendo le buone possibilità della Brunetta per resistere ad un lungo assedio, le difficoltà di Fenestrelle ancora priva di fossato e cammino coperto sul fronte d’attacco, l’ottima condizione del forte di De-monte, ricostruito dopo l’assedio del 1744[79], e la situazione di Cuneo, «place qui sera très respectable lorsqu’elle sera finie».
A proposito di Cuneo è comunque necessario rilevare che nello sviluppo della memoria, là dove il Brunswick prende in considerazio-ne le principali fortezze alpine[80], la città non è più menzionata. Tutta-via abbiamo notizia della situazione della piazza nella Memoire del 1768, che conferma la premessa del Brunswick, «que les places […] soient finies», quando riferisce, riguardo a Cuneo, che «la place telle qu’elle étoit lorsque je la vis, ne se trouve pas assurée contre une attaque brusque» e che sono in corso progettazioni per renderla «très respectable»[81].

Exilles, Demonte e la «petite guerre»
(4*)

Il Brunswick rivolge quindi l’attenzione ai forti di Exilles e Demon-te, che si trovano nelle medie valli di Dora e Stura e necessitano, secon-do il principe, di una guarnigione potenziata, evidentemente in ragio-ne della natura dei siti presidiati che consentono comunque l’aggiramento lungo le dorsali e l’acquisizione di favorevoli posizioni d’assedio. In questo modo, destinando 1500 uomini ad Exilles e 3000 a Demonte, il blocco di tali forti costringe il nemico ad impiegare un eleva-to numero di uomini e impedisce l’avanzata all’intero corpo d’invasio-ne. D’altro canto i difensori sono in numero sufficiente per combattere sulle opere permanenti dei forti e attuare la «petite guerre», che con frequenti colpi di mano disturba i contingenti nemici isolati e soprat-tutto i rifornimenti provenienti dalla Francia.
A tal proposito il Papacino fa notare l’efficacia della «petite guerre», per impedire «continuelment les communications de l’ennemi», e la necessità di impiegare accanto alle truppe regolari i «Paysans de cha-que vallée» e i Valdesi, che conoscono perfettamente i luoghi e che mal sopportano lo stanziamento di contingenti d’invasione nei loro paesi[82]. È opportuno ricordare che assai spesso in Piemonte e sulle montagne al confine con il Regno di Francia le popolazioni rurali presero le armi contro gli invasori durante le guerre che fra il 1690 e il 1748 viderò puntualmente la presenza militare francese negli Stati Sabaudi «al di qua dei monti»; dunque le considerazioni e le istruzioni del Papacino, come spesso accade, si fondano sull’esperienza storica vissuta da lui stesso in gioventù e dalla generazione precedente[83].

I contingenti difensivi
(5*)

Viene previsto dal Brunswick un corpo d’armata di 40 battaglioni di fanteria, liberi di agire in campagna, e 4 reggimenti di cavalleria, con un altro contingente dell’armata in pianura, dopo aver distaccato le truppe necessarie di guarnigione nelle piazze occidentali, secondo una precauzione che anche il Papacino raccomanda.
L’ufficiale piemontese, ricordando ancora l’utilizzo della popolazio-ne locale accanto alla cavalleria, pone l’accento soprattutto sull’impie-go di buoni ufficiali che conoscano i luoghi e sappiano adottare strate-gie rapide di guerriglia[84], facendo così tornare alla mente di un lettore attento, per esempio, le figure del marchese di Parella, che bene seppe organizzare la resistenza armata dei contadini canavesani fra le guerre della Lega di Augusta e di Successione Spagnola[85], oppure dei mar-chesi di Garessio e Pallavicini, che organizzarono la guerriglia nel 1744 dopo la caduta di Demonte e nell’imminenza dell’assedio di Cuneo[86].

Atteggiamento offensivo
(6*)

Quinto e ultimo presupposto stabilito dal Brunswick è la necessità che lo stato maggiore sabaudo e l’armata siano nell’ordine d’idee di cogliere sempre le occasioni buone per passare all’offensiva in Francia, così da indurre i contingenti d’invasione a ripiegare in difesa del territorio nazionale. Questo tema, toccato anche dal Papacino d’Antoni, è proprio di una sezione specifica nello sviluppo della memoria e riman-diamo ad essa il relativo commento[87]

Valore strategico delle valli di Susa, Varaita e Stura
(7*)

Il Brunswick, riprendendo il tema della prima premessa, considera che le maggiori probabilità di invasione francese abbiano per scenario una delle tre valli menzionate precedentemente, ovvero quelle di Stura, Varaita e Dora.
Gli eventi bellici della prima metà del XVIII secolo danno ragione al principe. Basti pensare che nel 1742, dopo l’occupazione della Savoia, i Gallispani minacciarono l’invasione dalla parte della valle Varaita, nell’autunno del 1743 attaccarono la stessa e nel 1744 passarono all’offen-siva sia dal colle dell’Agnello sia da quello dell’Argentera, coinvolgendo le valli di Varaita, Bellino e Stura fino all’investimento di Demonte; nel 1745 si tentò l’assedio di Exilles per controllare così l’alta valle della Dora e nel 1747 fu attuato un secondo tentativo di invasione sulle montagne fra Exilles e Fenestrele, bloccato il 19 luglio dello stesso anno nella famosa battaglia dell’Assietta[88].
D’altro canto le valli di Susa e Chisone furono i principali teatri di operazione durante le campagne alpine fra il 1708 e il 1711, che con-dussero Vittorio Amedeo II alla conquista delle alte vallate delfinali, le cosiddette vallées cedées, e allo spostamento del confine con il regno di Francia dalla linea Susa - Perosa - Sampeyre allo spartiacque dei va-lichi considerati nel commento (2*)[89].

La centralità strategica della valle Varaita
(8*)

Nei Riflessi di S.A.S. si commenta a proposito della sistemazione delle truppe in Valle Varaita:
Con questa posizione, e disposizione ha creduto il Sig.r Principe d’essere a por-tata di difendere la valle di Po in caso di bisogno, ed impedirne le scorrerie nel-.la medesima, di difendere, e rendere inaccessibili al Nemico le Valli di Varaita, e di Maira , a mottivo che gli sono parsi inattaccabili li predominati siti, che le truppe, che fossero a tali diffese destinate, farebbero per così dire un corpo solo, che qualunque dei due corpi sudetti di truppe, tra il Po, e la Varaita, tra la Va-raita, e la Macra essistenti, potrebbe accorrere per darsi vicendevolmente ajuto[90]
La strategia difensiva del Brunswick si basa sul rapporto dinamico fra fortezze e corpi d’armata, secondo una tradizione consolidatasi fin dai tempi del Montecuccoli e del Turenne e poi con Federico di Prus-sia[91]; là dove infatti non vi sono difese permanenti per bloccare gli itinerari d’invasione, come in valle Varaita, il principe colloca tutte le forze sabaude disponibili, escluse le guarnigioni delle piazze e la ca-valleria. Se la valle Varaita rimanesse aperta i Francesi potrebbero rag-giungere agevolmente la pianura piemontese, mentre la strategia sug-gerita permette lo spostamento agevole dei contingenti di rinforzo sia nella valle Stura sia in quella della Dora, qualora l’invasore scegliesse di investire Demonte o Exilles, anziché affrontare il maggiore corpo d’armata sabaudo in valle Varaita.
Tale impostazione della strategia difensiva fu sostanzialmente at-tuata da Carlo Emanuele III nel 1743, quando nell’autunno, palesatesi ormai le intenzioni di invasione da parte dei Gallispani attraverso il colle dell’Agnello, concentrò tutte le sue forze in valle Varaita lungo la linea da Monte Cavallo al vallone di Vallanta, con il centro attestato fra Castelponte e Villareto. Diversamente avvenne nel 1744, poiché l’azio-ne in valle Varaita, guidata dal de Givry, costrinse Carlo Emanuele III a mantenere un forte contingente lontano dal colle dell’Argentera, dai colli minori limitrofi e dalle Barricate di valle Stura, ritardandone il ripiegamento fino al 19 luglio, data della battaglia di Monte Cavallo. L’attacco alle posizioni sarde da parte dei Francesi fu certamente inu-tile, poiché il principale contingente d’invasione aveva già superato le Barricate due giorni prima, tuttavia ebbe pieno successo l’azione diver-siva che impedì l’immediato spostamento del contingente sabaudo di valle Varaita in valle Stura[92]. In merito a questi eventi il Papacino, che sovente farcisce le sue dissertazioni teoriche con esempi storici reali, fa notare che la posizione di Monte Cavallo fu una buona scelta nel 1743, perché si era alla fine della campagna e i Gallispani persero del tempo prezioso per tentarne la conquista, ma ad inizio campagna, come nel 1744, la stessa posizione risultò sfavorevole, poiché impediva i rapidi movimenti necessari per intervenire nelle valli di Maira e Stura[93].
Le ragioni delle scelte strategiche del Brunswick possono essere individuate nel suo ambiente di formazione, la Prussia di Federico II. La concentrazione delle truppe per riuscire a battere separatamente forze nemiche preponderanti era stata la soluzione più volte adottata dal re di Prussia durante la successione d’Austria e la Guerra dei Sette Anni e divenne una delle sue massime, già formulata nei Principes Generaux del 1748[94]. D’altro canto il piano del Brunswick è definibile difensivo poiché si mette nella prospettiva di attendere il nemico in Piemonte, ma è pensato, grazie alla concentrazione di truppe in valle Varaita, per passare all’offensiva non appena i Francesi abbiano chia-ramente scelto la via d’invasione. A conferma di queste considerazioni giungono le parole che Federico II scrisse allo stesso principe di Bruns-wick nel 1779, con le quali condannava la dannosa nozione strategica di rimanere il più possibile sulla difensiva e di lasciare al nemico ogni iniziativa offensiva[95].
Quanto all’opinione del Papacino è possibile dedurre che condor-dasse in linea generale con il principe di Brunswick; anche per l’uffi-ciale piemontese la valle Varaita è il settore più debole ed è quella che va meglio difesa con il numero più consistente di battaglioni[96]. Nelle Réflexions del 1770 egli dice chiaramente che «La Vallée de Vraita est tout à fait ouvert » fino a Saluzzo e al cuore del Piemonte, perciò «Il est de la dernière conséquence de la bien garder», addirittura trovando un sito opportuno per costruirvi un forte[97]. Tuttavia sempre nello stesso testo, il Papacino, ricordando che le Alpi grazie alla loro geomorfolo-gia permettono a ridotti contingenti di contrastare armate d’invasione numericamente assai superiori, sostiene che non è conveniente con-centrare l’intero corpo d’armata in un solo punto, ma è bene distaccare contingenti minori in luoghi favorevoli, così da limitare i danni in ca-so di sconfitta o respingere addirittura l’invasione, come avvenne al-l’Assietta; rimane tuttavia fondamentale saper individuare i posti e le valli più agevoli al transito[98].
Sembra quindi che in merito alla tattica difensiva della valle Varaita non ci sia pieno accordo fra il Brunswick e il Papacino, evidentemente perché è diversa la prospettiva strategica. Mentre il principe pensa di attendere il nemico tanto quanto basta per poi passare all’offensiva, il piemontese vuole contrastare l’invasione con una difesa scalare, tenendo innanzitutto lo spartiacque principale per ritardare l’avanzata francese e sfruttare la brevità della stagione, pur sostenendo di dover passare all’offensiva «si l’ennemi nous en donne jour, profitant des avantages que la nature du pays nous fournit».

Demonte e Exilles, obiettivi francesi
(9*)

Il Brunswick, come corollario alla sua impostazione strategica, ag-giunge una considerazione sulle possibili scelte d’azione da parte dei Francesi, al momento in cui decidessero di passare all’offensiva. Ammesso che evitino la valle Varaita in conseguenza alla presenza della maggior parte delle forze sabaude, è più probabile che essi si dirigano su Demonte e non su Exilles. Tuttavia non viene esposta la motivazione, ma è possibile trovare una spiegazione nelle pagine del Papacino là dove egli sostiene che per i Francesi «La prise de Demont est un objet plus solide» che quella di Exilles, ma offre il vantaggio nel peggiore dei casi di poter concludere la campagna in valle Stura, svernare sotto la protezione del forte, iniziare quella della primavera suc-cessiva tro-vandosi già in Piemonte e investire Cuneo[99]. D’altro canto le vicende della Guerra di Successione Austriaca testimoniano tale scelta, avendo impiegato i Francesi le campagne del 1743 e 1744 per tentare di entrare in Piemonte dalle valli di Varaita e Stura e avendo destinato soltanto lo scorcio della campagna del 1745 per azzardare l’assedio di Exilles[100].

Il campo di «Gros Saint Jean»
(10*)

La memoria a questo punto entra maggiormente nello specifico, descrivendo le localizzazioni scelte in valle Varaita per i quaranta bat-taglioni di fanteria ivi destinati. Il contingente è diviso in due grandi corpi di venti battaglioni ciascuno e il primo di essi viene sistemato sulle montagne alla destra della Varaita, in una località che si trova sullo spartiacque con la valle Maira e che il Brunswick chiama Gros Saint Jean, dove esiste un pianoro sufficientemente ampio e ben difeso naturalmente.
I Riflessi chiariscono meglio la localizzazione del sito che corrispon-de alle
[…] altezze sopra il Colle della Bicocca dalla parte opposta al Monte Pelvo, cioè sulla Sinistra d’esso Colle, ascendendovi da Casteldelfino sopra il Monte de-nominato di Cairon, protendendosi verso la cresta del Colle di S.t Pierre, e Col-le di S.t Jean sopra Elva [...][101]
La Memoire del 1768 fa eco sia al Brunswick sia ai Riflessi, poiché, trattando della disposizione del contingente a difesa della valle di Varaita, 25 battaglioni, ne colloca 23, «le gros de l’Armée», al «grand Mont S.t Jean» che si trova «au travers sur la vallée de Varaita, et du Col d’Elve», con la destra appoggiata al «village des Tourettes» e la sinistra «au roc, qui donne à pic sur le Col d’Elve»[102].
Il pianoro deve essere probabilmente localizzato a monte del villag-gio di Torrette, sul quale lo stesso Brunswick voleva appoggiare la destra dello schieramento sabaudo, nella località attualmente denomina-ta Pian delle Baracche, a metà strada fra Sampeyre e il vallone d’Elva in val Maira. Nella prima illustrazione, schizzata dal Papacino all’in-terno della memoria, sono annotate a penna le didascalie dei luoghi, l’ultima delle quali recita, a proposito del pianoro di Gros Saint Jean, «quelques uns appellent ce plateau Brianzole»; esiste infatti a monte di Torrette, lungo l’attuale sentiero U6, una frazione denominata Brianzo-le al centro di un’area dove le curve di livello del pendio appaiono piuttosto distanziate: il toponimo poteva forse estendersi fino al pianoro a monte.
La forra che limitava a ovest l’estensione del Gros Saint Jean potrei-be corrispondere ad uno degli angusti valloni che si trovano sotto il colle di Sampeyre. Pertanto la cima «a portata di carabina», che il Brunswick denomina «Le Pelvas», può essere identificata con la Rocca Frace (m. 2330 s.l.m.), trincerabile a guisa di baluardo avanzato verso la dorsale fra i monti Cialmassa e Morfreid.

Il campo di Becetto
(11*)

La sistemazione dei rimanenti 20 battaglioni è decisa a Becetto, so-pra Sampeyre, sulla sinistra della Varaita. Il campo, stando alla secon-da illustrazione presente nel manoscritto, doveva essere collocato sui pianori ad ovest del santuario mariano di Nostra Signora, mentre le al-ture che il Brunswick raccomanda di trincerare sono probabilmente le Rocche di Crosa, separate dal pianoro dal vallone del Rio di Crosa. Tale difesa può impedire, secondo il principe, un tentativo di passag-gio nella valle del Po da parte di un nemico sistemato nel bosco de La Levée, ma soprattutto copre totalmente il campo di Becetto, che per-tanto è difeso sulla sua sinistra dal campo di Gros Saint Jean.
È da notare che nei Riflessi, per quanto concerne il campo di Becetto, si riferisce uno stanziamento di dieci o dodici battaglioni anziché i venti della memoria in esame[103], mentre nei progetti difensivi del Papaci-no questo campo è sempre collocato al centro delle manovre di spostamento fra le valli, quale punto di concentrazione e raccordo fondamen-tale insieme a quello de La Levée[104].
Il Papacino infine nella Memoire del 1768 nomina la «Chapelle de Notre Dame du Becé» come sede dei rimanenti contingenti previsti a difesa della valle Varaita dopo aver sistemato i 23 battaglioni principali al «Mont S.t Jean»; più precisamente egli collocherebbe i reparti sulla cresta spartiacque con la valle del Po, elevando dei trinceramenti, per avere il controllo di entrambe le valli[105].

Le comunicazioni fra le valli
(12*)

Compare a questo punto una tematica che sembra molto cara al Brunswick e che viene ribadita anche oltre, ovvero la necessità di garantire buone comunicazioni trasversali fra le valli. Innanzitutto i campi di Gros Saint Jean e Becetto devono essere agevolmente raggiungibili e collegati, ma è importante anche creare una strada che passi da Gros Saint Jean in valle Stura attraverso la valle Maira, via La Marmora e colle del Mulo, per scendere al Sambuco o alle Barricate, oppure via San Damiano per accedere al colle dell’Urtiere o dell’Ortiga[106]. Si segnala inoltre la necessità di guarnire il colle del Mulo con una ridotta in muratura, per un presidio di 250-400 uomini e quattro o cinque cannoni, trattandosi di un avamposto e capace di disturbare un contingente nemico, che tenti l’invasione dalla valle di Stura, e sbarra-re il passo quando quest’ultimo volesse assicurarsi il controllo del colle.
I Riflessi[107] rendono note altre località strategiche in cui il Brunswick aveva previsto l’edificazione di ridotte in muratura, ossia i colli del Preit, della Gardetta e della Montagnetta, dotati, gli ultimi due, di ope-re campali fin dal decennio 1710-1720[108].
Per canto suo il Papacino nel 1770 raccomandava di fortificare il colle del Mulo con una ridotta, come già aveva sostenuto nel 1768[109], di mantenere il controllo del colle dell’Ortiga e costruire ancora una ri-dotta alla punta Ciarmetta sopra il colle d’Elva in val Maira. Infine l’ufficiale piemontese indicava, esattamente come il Brunswick, i siti delle Barricate, Sambuco e colle dell’Ortiga quali obiettivi di un intervento sabaudo in valle Stura, partendo dalla Varaita[110].

Il campo dell’Assietta
(13*)

Il principe di Brunswick conclude il suo dispositivo difensivo vol-gendo l’attenzione alle valli della Dora e del Chisone. Rimanendo in tema di opere campali, egli propone di edificare all’Assietta quattro ridotte in muratura, dello stesso tipo di quelle proposte per le valli del Cuneese, capaci di contenere un presidio variante fra i 250 e 400 uomini, con quattro o cinque cannoni. Come per il colle del Mulo il Brunswick fa notare che opere simili costringerebbero gli invasori ad impiegare l’artiglieria pesante con grande dispendio di tempo ed energie. Inoltre, notiamo noi, il nemico non potrebbe tentare di avanzare nelle valli sottostanti lasciando in quota simili capisaldi ancora nelle mani del difensore, a rischio di un attacco alle spalle o di un imbot-tigliamento senza possibilità di ripiegare verso la Francia.
La collocazione delle quattro ridotte all’Assietta corrisponde circa a quella dei centri principali del sistema di trinceramenti realizzati nel 1747, ossia la testa o butta dell’Assietta, il centro del colle o prima ri-dotta della Sietta, quella che il Brunswick definisce «Redoute principale», la seconda ridotta della Sietta «sur le roc qui est à l’origine du Ruisseau Baccon», e la testa del Gran Seren[111].
Dall’Extrait sappiamo inoltre che il Brunswick proponeva la tipolo-gia della ridotta quadrata per tutte e quattro le opere, nonché il loro completamento con cammino coperto e dunque fossato[112]. Le stesse in-formazioni sono ribadite nei Riflessi[113]. La ridotta quadrata è un tipo di opera campale che nella seconda metà del XVIII secolo andava per la maggiore, in quanto più agevole e rapida da edificare[114]. La frequenza di impiego in campo e di citazione sui manuali di architettura militare della medesima è probabilmente la ragione per cui il Brunswick predispone questa tipologia per i capisaldi difensivi nei siti più importanti del colle dell’Assietta. D’altro canto la cura e l’opera con cui egli ritiene che le ridotte debbano essere realizzate, a differenza delle «comunica-tions entr’elles», ovvero i trinceramenti di collegamento, richiama alla mente la valorizzazione dell’opera campale isolata propria della scuola prussiana, di sicuro familiare al Brunswick[115]. Si parla certamente delle «communications»[116], per altro non nominate nel Projet del 20 agosto 1766, che corrispondono alle opere a secco costituenti il perimetro dell’intero campo trincerato, ma risulta evidente che, secondo il prin-cipe, il successo della difesa si fondava totalmente sulle quattro ridotte.
Il Papacino d’Antoni, in merito a tali tematiche, pare su posizioni in parte diverse. Innanzitutto egli non sembra ammaliato dalle ridotte quadrate, ma nelle opere sull’architettura militare, destinate alle Regie Scuole d’Artiglieria e Genio di Torino, spiega che la scelta della forma da dare alle ridotte è vincolata alla natura dei siti in cui esse devono essere edificate e l’unico perimetro da seguire è quello più vantaggioso e non una preordinata forma geometrica[117]. Inoltre l’ufficiale piemon-tese, specialmente nella difesa dei siti alpini, attribuiva tanto valore ai capisaldi strategici, protetti da ridotte, quanto ai trinceramenti di colle-gamento, uniche opere capaci di impedire gli aggiramenti e di coprire i contingenti maggiori impegnati nelle ridotte[118].
Passando infine al caso specifico dell’Assietta, nel Projet il Papacino propone la realizzazione di non quattro, ma tre forti ridotte, precisa-mente «deux sur les butes principales de L’Assiette, et une autre à La Tete du Seran garnies avec du canon», che impediscano l’accesso agli «autres retranchemens qui doivent aussi etre faits d’avance pour couvrir Le camp de L’Assiette»[119]. Si pone effettivamente l’accento sui trinceramenti continui che non possono essere dimenticati per la loro funzione difensiva e risulta chiara la coerenza del testo del 1770 con le istruzioni redatte in seguito nei manuali per le Regie Scuole in merito alla necessità di saper comporre saggiamente in montagna le difese campali, equilibrate nel rapporto fra ridotte e linee trincerate.

Tattica difensiva fra la Varaita e la Dora Riparia
(14*)

Inizia da questo capoverso una serie di considerazioni tattiche sulla dinamica difensiva, dopo aver chiarito nelle sezioni precedenti i teatri d’operazione e l’impiego delle forze a disposizione.
Prima tematica importante è il collegamento fra il campo di Becetto in valle Varaita e quello dell’Assietta fra Dora e Chisone. Sapendo che, secondo il Brunswick, il principale corpo d’armata deve trovarsi in val-le Varaita, qualora il nemico tentasse di entrare in Piemonte dal Monginevro, si imporrebbe la necessità di spostare rapidamente i reparti in val di Susa attraverso un percorso più rapido di quello in pianura, via Staffarda e Pinerolo, come per esempio attraverso le valli di Lucerna e Angrogna.
Il Papacino tocca lo stesso problema e pensa ad una soluzione reale proponendo due itinerari diversi a seconda che il corpo di soccorso sa-baudo parta dal campo de La Levée o da quello di Becetto. Muovendosi dal primo bisogna entrare nel Queyras attraverso il passo di Sou-stra e scendere fino al villaggio di Abriés, per poi entrare nella valle di San Martino dal colle d’Abriés e portarsi infine nella valle Chisone e all’Assietta. Dal campo di Becetto Papacino individua un itinerario che attraverso le valli del Po e Pellice, passando per il colle del Prete, dai villaggi di Calcinere e Ghisola, scende a Torre Pellice, entra nella valle di San Martino dal colle del Cavallo e raggiunge Prali; da qui, per en-trare nella valle del Chisone, bisogna separare in due parti il corpo d’armata inviandone una attraverso i colli del Pis e dell’Albergian e un’altra al colle del Rodoret. Il punto di convergenza, non indicato dal Papacino, potrebbe essere il campo di Balboutet, dal quale si sale alle Vallette e poi all’Assietta. L’ufficiale piemontese spiega che tali itinerari prevedono il tempo di due marce, anziché di tre come per il percorso di pianura che, passando da Staffarda e Pinerolo, conduce a Fenestrelle[120].

Tattica difensiva in valle Po
(15*)

Altra possibile contingenza tattica è un attacco francese nella valle del Po attraverso il colle della Croce. In questa occasione il Brunswick prevede di passare all’offensiva, come aveva precedentemente sottolineato alla quinta premessa, spostando nel Queyras i venti battaglioni del Gros Saint Jean attraverso il colle dell’Agnello e mantenendo a Becetto gli altri venti pronti ad intervenire. Questo è comunque un caso possibile, ma difficilmente realizzabile e nei Riflessi si legge d’altro can-to che il Brunswick supponeva «difficilissimo al Nemico l’accesso per la valle del Po»[121].

Note tattiche
(16*)

Le considerazioni tattiche conclusive ribadiscono la sostanza del piano difensivo fondato sulla concentrazione delle truppe in valle Varaita, i cui spostamenti, in qualunque caso d’attacco fra il Mongine-vro e l’Argentera, potranno far fronte all’invasione, senza preoccuparsi di puntate nemiche verso la pianura destinate a non avere seguito; è pertanto necessario far conto sulle fortezze e sui battaglioni di fanteria in montagna, impiegando la cavalleria e le milizie locali in difesa, così come ribadisce il Papacino nel 1770[122].
Non devono infine essere dimenticate le buone comunicazioni fra le valli, come è stato segnalato nel commento (14*) e come sostenne dopo il Brunswick il Papacino nelle Réflexions préliminaires e nel Projet[123].

La difesa di Demonte o di Exilles
(17*)

Come progetto corollario il principe di Brunswick prende in consi-derazione il fatto che lo stato maggiore sabaudo sia a conoscenza fin dall’inizio dell’obiettivo francese, ovvero che sia noto se l’invasione punterà sul forte di Demonte o su quello d’Exilles, fermo restando ovviamente il presupposto di tenere tutta l’armata in valle Varaita.
Nel caso in cui i Francesi si decidano ad attaccare Demonte, quindi ad entrare in Piemonte dalla valle Stura, il Brunswick prevede di occu-pare il colle dell’Ortiga con un contingente e allargare il resto dell’ar-mata fra le valli di Rittana e Valloriate, tenendo come punto di riferimento Vignolo, mentre il nemico intraprende l’assedio del forte. Nel caso in cui cadesse Demonte e i Francesi avanzassero fino a Madonna dell’Olmo l’armata sabauda manterrebbe da Vignolo la comunicazione con il Piemonte attraverso Saluzzo.
Nel 1744 Carlo Emanuele III, che durante l’assedio di Demonte tenne il campo di Becetto e tentò di portare aiuti agli assediati attraver-so Sampeyre, dovette ritirarsi in pianura fra Dronero e Busca abbando-nando le posizioni di Vignolo, che il Brunswick consigliava di mante-nere, probabilmente a causa del numero ridotto di uomini su cui pote-va contare, 25000 su 31 battaglioni e 32 squadroni. I Gallispani occuparono Madonna dell’Olmo e dal 2 settembre dettero inizio alle operazioni per l’investimento di Cuneo[124]. L’idea del Brunswick era evidente-mente quella di poter controllare non solo la pianura ad est di Cuneo, ma anche la costa dei primi contrafforti alpini che da Cuneo si spin-gono verso le valli Maira e Varaita, ma egli prevedeva fin dall’inizio un impiego maggiore di uomini su almeno quaranta battaglioni, concentrati tutti a monte del teatro d’operazioni cuneese.
Se l’invasione avesse come sicuro obiettivo il forte di Exilles, il Brunswick concentrerebbe le truppe sulla dorsale fra le valli del Chi-sone e della Dora, certamente al campo dell’Assietta, come si è visto nei commenti precedenti e tenendo presenti gli eventi delle campagne del 1745 e 1747[125].

Il campo di La Levée
(18*)

Il principe di Brunswick, mantenendo ancora l’attenzione sulla valle Varaita, dopo aver parlato dei campi principali di Gros Saint Jean e di Becetto non dimentica di considerare il campo di La Levée presso l’omonimo bosco, sovrastante le postazioni di Villaretto e Castelponte, tanto importanti durante le campagne del 1743 e 1744[126].
Egli considera ben difese le fronti del campo, la destra presso il val-lone di Vallanta e il centro davanti a Castelponte, tuttavia la sinistra, per quanto possa essere trincerata, non è in grado di impedire la discesa del nemico sulla destra della Varaita, lungo la dorsale di Pietralun-ga. A questo proposito il Brunswick critica le posizioni di Pietralunga - Monte Cavallo, evidentemente ripensando agli eventi del 1744, e so-stiene che di per sé, naturalmente, esse non siano valide, ma che d’al-tro canto difenderle con un grande corpo di truppa, unica soluzione per renderle forti, sia dannoso a causa della grande distanza che le se-para dai contingenti principali.
Questa critica del principe echeggia il biasimo del Papacino per la difesa di Pietralunga che abbiamo segnalato nel commento (8*)[127] e che lo stesso ufficiale ribadì nei volumi scritti per le Regie Scuole. In quel contesto, con considerazioni complementari a quelle del Brunswick, egli critica l’isolamento della ridotta di Monte Cavallo su un terreno aperto che permise ai Francesi uno schieramento adeguato all’assalto e soprattutto, ricordiamo noi, l’aggiramento ad opera del reggimento svizzero Travers-Grisons[128].

Tattica difensiva fra val San Martino e Chisone
(19*)

Le ultime osservazioni del Brunswick sulle valli alpine riguardano quella di San Martino e il suo collegamento con la valle del Chisone attraverso il colle dell’Albergian. Egli ritiene che quest’ultimo sia una posizione fondamentale per la strategia difensiva sabauda, in quanto chiave di collegamento fra le valli di Dora e Chisone con quelle cuneesi più a sud.
Si è già rilevato nel commento (14*) l’importanza che il Papacino conferisce alla valle di San Martino per gli stessi motivi esposti dal Brunswick, nonché la segnalazione dell’itinerario dell’Albergian parallelo a quello del Rodoret per far scendere due colonne distinte in alta valle Chisone. D’altro canto la dorsale del monte Albergian aveva dimostrato tutta la sua importanza strategica nell’estate del 1708, quando fu fortificata dall’armata sabauda, impegnata nell’assedio del fort Mutin di Fenestrelle, per evitare un aggiramento da parte dei contingenti francesi di soccorso provenienti da Pragelato e Grand Puy[129].
Il Papacino nei suoi studi sulla difesa alpina parla della valle di San Martino ricordando che essa si trova in comunicazione diretta con la valle del Chisone, precisamente «avec le vieux Fort de Fenestrelle», os-sia il forte Mutin sulla sinistra orografica del torrente a valle del forte San Carlo[130]. L’ufficiale piemontese inoltre prende in considerazione un collegamento diretto fra la valle di San Martino, i trinceramenti delle Vallette e il campo dell’Assietta, sopra Fenestrelle, passando attraverso la valle del Chisone, per cui varrebbe la pena di far presidiare la valle di San Martino da qualche battaglione, nell’ambito della tattica di trasferimento dei contingenti dal campo di Becetto verso i teatri di operazione fra Dora e Chisone.
Infine il Papacino ritiene che la valle di San Martino debba essere sfruttata anche come base per le spedizioni di disturbo nel Queyras, passando per il colle dell’Isoard, quando i Francesi abbiano intrapreso l’invasione entrando per la valle Varaita[131].

Considerazioni sulle piazzeforti alpine
(20*)

Avviandosi verso le conclusioni il principe di Brunswick volge l’attenzione alle principali piazzeforti localizzate nelle valli di Stura, Dora e Chisone già nominate alla seconda premessa[132].
Egli sostiene che Demonte è ben fortificata tanto per arte quanto per natura ed è chiaro dal tenore del testo che il principe considera questo forte la migliore in assoluto delle piazze alpine sabaude. D’altro canto nel 1766 erano in fase di conclusione le ultime tranches dei lavori di ricostruzione del forte distrutto dai Gallispani nel 1744 e quindi il Brunswick potè vedere la maggior parte delle opere rimesse a nuovo o appena ultimate[133]. A questo proposito è interessante rilevare quanto si dice riguardo a Demonte nella Memoire del 1768, che passa in rassegna tutte le piazze nominate dal Brunswick. Il Papacino in quell’occasione dimostra apprezzamento e, dopo aver descritto sommariamente il forte, spiega che esso non è doppiabile e costringe il nemico proveniente dall’alta valle di Stura ad intraprendere un lungo assedio[134]. Le opi-nioni positive appena segnalate sono ribadite nelle Réflexions del 1770 e nel Projet de defensive il Papacino dice chiaramente che «la prise de Demont est un objet plus solide pour Les François que n’est celui d’Exilles»[135].
Il Brunswick cita in secondo luogo la Brunetta di Susa e sostiene che il fronte verso il Moncenisio ha le tenaglie e le controguardie troppo addossate l’una all’altra ed è dominata dalle alture circostanti, tuttavia l’arte fortificatoria ha saputo porre rimedio con le opere alla prova della bomba, i fossati e i muri a scarpa o, forse per meglio intendere il termine «escarpemens», i tagli ancor oggi visibili, che hanno sagomato la roccia e creato i profili di fondazione dei muri perimetrali della fortezza.
Nella recente bibliografia si segnala l’interesse che suscitò un’opera poderosa come la Brunetta in tutta Europa, stimolando le visite di personaggi illustri quali il Brunswick o l’imperatore d’Austria Giuseppe II, ma le opinioni non totalmente lusinghiere del principe mal si armonizzano con la fama della fortezza[136]. Certamente la complessità del fronte occidentale, dal forte dell’Aquila fino ai bastioni di Santo Stefano e San Pietro[137], è basata su un concetto di difesa scalare che articola bastioni e controguardie utilizzando in pianura aree di terreno ben più ampie che quelle a disposizione sulle alture prossime a Susa. Ma è proprio per l’abile mediazione fra le difficili caratteristiche geo-morfologiche del sito e la teoria architettonico-militare che la costru-zione della Brunetta rappresenta uno dei massimi sforzi ed esempi della tradizione fortificatoria sabauda, nata nella seconda metà del XVI secolo non solo con la cittadella di Torino, ma anche a Susa e a Demon-te con l’intervento e l’impegno di Gabriello Busca ed Ercole Negro di Sanfront[138].
D’altro canto anche nella Memoire del 1768 il Papacino fa notare che la fortezza di Susa è dominata da alcune alture, il forte principale è «un peu etroit» e le controguardie sono troppo anguste per utilizzarvi l’artiglieria, tuttavia, come dice il Brunswick, le opere in casamatta, al-la prova della bomba, sono numerose e l’«escarpement» dei perimetri rende assai difficile l’assalto nemico[139]. Detto ciò, nel 1770 l’ufficiale piemontese, nelle Réflexions, definisce comunque la piazzaforte «si respectable par son inacessibilitè, et par la qualitè de son enceinte, qu’on ne sauroit le redire par la force»[140].
La terza piazza considerata dal Brunswick è il forte di Exilles. Il principe riconosce che l’opera è stata realizzata sfruttando al meglio le condizioni geomorfologiche del sito, tuttavia egli ritiene che il forte sia troppo dominato dalle alture circostanti e soprattutto che l’angustia dell’area fortificata e dei luoghi sia d’ostacolo alla «guerre de campa-gne», ossia allo sfruttamento dinamico del rapporto fortezza - corpi d’armata in una prospettiva offensiva[141]. Infine il Brunswick aggiunge che la situazione strategica di Exilles implica sostanzialmente la destinazione dell’intero campo dell’Assietta al contrasto di un’iniziati-va d’assedio rivolta al forte, ribadendo l’importanza della ristruttura-zione delle fortificazioni del colle con le quattro ridotte in muratura.
È importante ricordare che il forte visitato dal Brunswick corrispon-de alla sesta fase costruttiva dell’opera, secondo la periodizzazione de-finita dalla recente critica[142]. Si tratta cioè della ristrutturazione attuata dall’ingegnere Pinto di Barri durante la seconda metà del XVIII secolo, fra il 1756 e il 1789, del più antico forte progettato e realizzato da Ignazio Bertola, protagonista dell’assedio francese del 1745[143]. Il Brunswick vide dunque una piazzaforte in ristrutturazione, dotata di nuova cisterna entro il 1753 ancora dal Bertola e dal medesimo delle prime trasformazioni in casamatta della Batteria Reale; in particolare nel 1766 si stava lavorando al fronte di Dora, ovvero al bastione della Chiesa e al fossato della prima tenaglia di Dora[144].
La Memoire del 1768[145], pur riconoscendo che il forte di Exilles può essere bloccato e un contingente d’invasione può tentare di scendere in Piemonte fino a Susa, partendo da Oulx, attraverso la dorsale dei Quattro Denti sulla sinistra della Dora, come fece il Rhebinder nel 1708[146], stima assai pregevole la posizione dominante della piazza nel-la strettoia della media valle di Susa e, anziché biasimare le ridotte dimensioni, come fa il Brunswick, dichiara che
[…] la construction des ouvrages est bonne en elle meme, quatre Bastions formant le Corps de la place, et une tenaille casamattée du coté du Dauphiné, les escarpements sont très considerables
In seguito, nelle Réflexions del 1770, il Papacino segnala soltanto la presenza del forte di Exilles come baluardo difensivo nella valle della Dora[147]. Nei Projets egli si dilunga maggiormente in merito alla posi-zione di Exilles nell’ambito della strategia difensiva globale del confine alpino. Si ricorda dapprima che sono posti importanti a copertura del forte la cima del Vallone e San Colombano, lungo la dorsale dei Quat-tro Denti[148], citata nella Memoire del 1768. Dopo di che l’ufficiale pie-montese dice che
Le siége d’Exilles est beaucoup plus commode aux François par La grande pro-ximité du Parc de Briançon, et il nous est plus difficile de L’empecher […],
potendo contare soltanto sul campo dell’Assietta come posizione sicu-ra. È probabile che i Francesi vogliano occupare Exilles per stabilire una testa di ponte in vista della campagna successiva e per l’investimento di Fenestrelle o Susa; bisogna dunque prolungare il più possibile l’assedio facendo affidamento su una buona guarnigione di soldati e ufficiali risoluti e sulle opere casamattate, sperando di protrarre la resistenza fino all’inizio della cattiva stagione e di far ritirare così il corpo d’invasione[149]. In queste considerazioni del Papacino ci pare di intravedere il superamento degli inconvenienti del forte segnalati dal Brunswick. Infatti l’ufficiale piemontese, contando soprattutto sulla posizione a sbarramento della valle, capovolge a favore dei difensori le debolezze della piazza. Certamente essa è di dimensioni ridotte, ma con le batterie in casamatta può resistere al tiro dalle alture dominanti, non può essere totalmente coperta dal solo campo dell’Assietta, ma sempre in virtù della sua posizione può tentare di resistere fino a quando la prudenza e la brutta stagione non inducano il nemico ad abbandonare la valle della Dora. Il Papacino fu impegnato ad Exilles nel 1745 con il grado di capitano nel Reggimento d’Artiglieria, durante l’assedio del conte di Lautrec, condotto alla fine della campagna e in-terrotto il 29 settembre proprio a causa della tenace resistenza sabauda e del preciso tiro di controbatteria diretto dallo stesso Papacino[150]. Evi-dentemente l’ufficiale piemontese, venticinque anni dopo e forte dell’esperienza personale, pensava che le nuove opere del Pinto potessero garantire una resistenza ancor più efficace fin dall’inizio della campa-gna e bloccare un’eventuale invasione della valle di Susa.
Chiudono le considerazioni del Brunswick sulle piazze alpine pie-montesi quelle relative alla fortezza di Fenestrelle, che laconicamente esprimono una critica uguale e contraria rispetto a quelle rivolte ad Exilles. Secondo il principe infatti la fortezza è inutilmente grande e sarebbe stato meglio ridurne fin da principio il corpo di piazza diminuendo le strutture difensive e le spese relative. Queste notazioni su Fenestrelle lasciano effettivamente stupiti, considerando la buona va-lutazione espressa nel 1773 dall’ingegnere Andrea Rana e quanto ancor oggi è possibile apprezzare della «grande muraglia alpina»[151].
Nel 1766 fervevano ancora i lavori di completamento del forte San Carlo, dotato nel 1761 di fossato antistante il fronte di Francia, ma la fortezza, iniziata nella prima metà dell’XVIII secolo all’indomani del-l’annessione dell’alta valle del Chisone agli Stati Sabaudi, si presentava ormai come un poderoso sbarramento che rendeva impraticabile la strada per Pinerolo ad un eventuale invasore proveniente dal Delfinato[152].
Si può ricordare tuttavia che il Papacino nelle Réflexions muove al-cune critiche alla piazza, le cui difese devono essere messe
[…] en etat de defense, et sour tout depuis les Trois dents jusqu’au fort de S.t Charles, où jusqu’à present la porte meme n’est pas couverte d’un revelin, et l’enceinte du Corps de la Place est sans fosse, et sans chemin couvert[153]
Dunque nel 1770 vi erano ancora molti lavori da svolgere e, forse per questo, quattro anni prima il Brunswick fu impressionato negativa-mente dal gigantismo del progetto troppo costoso. Ma ancor più pre-occupanti sono le critiche mosse alla fortezza nella Memoire del 1768, che non ci permettono di considerare quella del Brunswick una voce isolata. Se effettivamente l’autore della Memoire è il Papacino d’Antoni, è necessario rilevare che quest’ultimo, prima ancora di studiare com-plessivamente il sistema difensivo del confine alpino, segnalava la vul-nerabilità del settore alto della fortezza, ossia il forte delle Valli, a suo avviso facilmente vittima del tiro incrociato di due eventuali batterie d’assedio piazzate presso il villaggio di Pequerel, sul versante opposto, e al campo di Catinat, di fronte all’ingresso del forte. Un bombarda-mento simile, secondo la Memoire, potrebbe far tacere il fuoco di con-trobatteria in ventiquattro ore e l’autore conclude, in maniera un po’ dimessa, che
[…] le succés de la defense de cette place m’a paru toujours dépendre d’avanta-ge du genìe du Comandant, que de la position et construction des ouvrages […][154]

Valore dell’atteggiamento offensivo sulle Alpi
(21*)

La conclusione del progetto difensivo delle Alpi occidentali ribadi-sce la «maxime» cara al Brunswick di tentare continuamente iniziative offensive contro la Francia. Nel commento (8*) si sono prese in consi-derazione le motivazioni di tale impostazione strategica e si è anche rilevata la concordanza di massima con la visione del Papacino. Tut-tavia, riprendendo qui il tema della quinta premessa[155], il principe ag-giunge una considerazione di ordine psicologico ed etnografico a sostegno della sua strategia offensiva. Egli ritiene infatti che i Francesi siano assai sensibili al rischio di invasione del suolo nazionale, tanto che il loro corpo d’armata impegnato in Piemonte verrebbe indebolito per distaccare dei contingenti a protezione dei settori minacciati del re-gno, a tutto vantaggio dell’armata sabauda.
L’osservazione del Brunswick si fonda certamente sulle vicende belliche pregresse nei secoli XVII e XVIII. Basti pensare alla campagna del 1673, durante la Guerra d’Olanda, quando l’abile manovra sul Reno del Montecuccoli costrinse il Turenne ad abbandonare la Germania occidentale[156], oppure alle battaglie di Malplaquet, nel 1709, e di Denain, nel 1712, durante la Guerra di Successione Spagnola, allorché il maresciallo di Villars riusci a fermare nelle Fiandre, a pochi chiome-tri dal confine francese, l’avanzata degli alleati, olandesi, inglesi e imperiali, e ad impedire l’invasione del regno[157]. Ma ancor più suggestivo è ricordare che Karl Wilhelm di Brunswick ebbe modo di provare per-sonalmente la pervicacia dei Francesi, minacciati sul suolo nazionale, quando il 20 settembre 1792 a Valmy non ebbe l’animo di ordinare l’assalto davanti alle «Carmagnoles» di Kellermann, che minacciosi e tutti insieme gridavano «vive la Nation !». Forse un’infausta conver-genza di sentimenti, quali il disprezzo per le armate rivoluzionarie e la consapevolezza della determinazione francese a difendere il suolo nazionale, ben espressa già ventisei anni prima nel nostro testo, indusse il metodico principe ad abbandonare l’iniziativa e recedere dai suoi ben noti precetti offensivi, compromettendo così il successo dell’invasione[158].
In merito al tema dell’atteggiamento offensivo il Brunswick aggiun-ge ancora un’ultima proposta in relazione al particolare assetto del ter-reno alpino. Egli pensa che potrebbe essere proficuo fare delle incur-sioni in Francia anche durante l’inverno, perché ritiene che i Francesi siano assai disturbati dal non poter prendere riposo nella cattiva sta-gione. È interessante il fatto che, per attuare una simile strategia, si preveda la fortificazione leggera dei villaggi alpini prossimi alle testate delle valli e allo spartiacque principale, operando in autunno e usando trinceramenti in legno ricavato dai boschi limitrofi[159].
Rilevando a margine che l’idea di azioni invernali o di dare inizio alle ostilità prima dei tradizionali esordi primaverili erano caratteristiche della strategia di Federico II e quindi della scuola prussiana, da cui proveniva il Brunswick stesso[160], è significativo notare invece, riguardo ad azioni oltre frontiera, i richiami alla prudenza del Papacino d’An-toni, il quale nelle Réflexions del 1770 ricorda comunque che gli unici obiettivi validi per un’offensiva in Delfinato sono Guillestre, partendo dalle valli Maira e Varaita, e Sainte Catherine, alle spalle di Briançon, partendo dalla valle di San Martino. Tuttavia egli avverte che
[…] il est très facile aux ennemis de nous empêcher, puisque s’ils en sont avver-tis à tems, nos troupes risqueroient peut être de ne plus pouvoir meme de se retirer
D’altro canto l’ufficiale piemontese, come emerge già nel commento (8*), non disdegna assolutamente di passare all’offensiva, quando ve ne siano le possibilità e le convenienze, soprattutto perché è necessario disturbare i rifornimenti francesi e poiché tale prospettiva manifesta da parte delle forze sabaude costringe i Francesi «à tenir differens corps de troupes à portée de couvrir ses frontieres», senza poterle concentrare tutte nel corpo d’invasione[161].
Notiamo in conclusione che nell’estate del 1692, quando il duca di Savoia Vittorio Amedeo II condusse una campagna offensiva in Del-finato, durante la Guerra della Lega d’Augusta, le armate sabauda e imperiale, divise in tre colonne, invasero effettivamente il Regno di Francia attraverso le valli di Varaita, Lucerna e Barcellonette, ancora appartenente agli Stati Sabaudi, per convergere su Guillestre e diri-gersi da lì verso Embrum e Gap[162].

La difesa della contea di Nizza
(22*)

La parte del Projet dedicata alla difesa della contea di Nizza è decisamente minoritaria rispetto a quella del confine delfinale, tuttavia è degna di alcune considerazioni interessanti. Innanzitutto questa visione settoriale del fronte alpino sembra comparire nello scritto in esame per la prima volta, ma si riflette nella stessa divisione dei piani difensivi elaborati dal Papacino nel 1770, la cui trattazione, pur of-frendo un quadro d’insieme nelle Réflexions prèliminaires, separa di fat-to la parte dedicata alle Alpi cuneesi da quella della contea di Nizza e delle Alpi marittime. La recente critica storica ha messo bene in luce la grave conseguenza di questo atteggiamento tradizionale, che fatto proprio dall’alto comando sardo durante la campagna del 1793 contro l’aggressione della Francia repubblicana determinò la progettazione separata delle controffensive alpine e impedì così il congiungimento dei fronti dalla valle d’Aosta al mare. Nonché lo sfruttamento ade-guato dell’appoggio navale inglese, sebbene il re Vittorio Amedeo III avesse fortemente rimarcato l’importanza di tale collegamento[163].
Il principe di Brunswick sostiene che la contea di Nizza è indifen-dibile dal Varo fino alla Roia, poiché è totalmente aperta ad ovest lun-go il confine con la Provenza. Non solo, ma il pericolo d’invasione è addirittura maggiore d’inverno per il fatto che i posti vantaggiosi per la difesa, sulle montagne dell’alta contea, non possono essere presi-diati, mentre lungo la costa, grazie al clima mite e l’assenza di resi-stenza, il nemico può occupare agevolmente il territorio. Di conse-guenza il Brunswick giudica di poca utilità le fortificazioni campali di Mont Alban, realizzate nella primavera del 1744[164], ma individua piut-tosto una linea difensiva oltre la Roia con la destra appoggiata a Dolce-acqua e la sinistra a Breil-sur-Roya, poco a valle del forte di Saorgio.
Queste ultime considerazioni del principe sono meglio chiarite dal testo dei Riflessi, ai quali lasciamo la parola:
Nel giro poi che fece S.A.S.ma nel contado di Nizza, visitò primieramente li trincieramenti sopra Villafranca, e ne ritrovò il sito, per così dire inattaccabile, e vantaggiosissimo, nel caso, che vogliasi per qulche mottivo difendere il Porto di Villafranca; Perché se si trattasse solamente di rendere interotto al nemico la Strada della Riviera dalla Provenza ha creduto il sig.r Principe, che ottima fosse la sittuazione stata da S.M. scielta nell’ultima Guerra contro li Gallispani, e munita di trincèramenti sopra le alezze di Dolceaqua tra la Roya, e la Nervia. Questa catena di Monti, che sono scoscesi da ogni parte, e che sono per così dire inaccessibili somministrano un campo di tanto più favorevole, quanto che sostennendosi le altezze del Torquino, e Giaun potrebbero sempre le truppe di S.M. avere e mantenere una sicura Communicaz.ne con il forte di Saorgio[165]
A proposito della difesa della contea di Nizza il Papacino spiega che la conduzione della «grosse Artillerie» da Tolone negli Stati del Re Sardegna è agevole fino a Nizza, via Fréjus, Cannes e Saint-Laurent-du-Var, a riprova che la bassa contea risulta aperta alle possibili invasioni provenienti dalla Provenza. Oltre Villefranche è tuttavia impossibile procedere con l’artiglieria in direzione di Genova ed è neces-sario imbarcarla, se tale è la meta da raggiungere. Se invece si vuole salire in Piemonte, bisogna prendere la «grande route» che, passando da Sospel, lungo la valle della Roya giunge al colle di Tenda, ovvero si deve seguire l’itinerario governato dal forte di Saorgio[166]. Oltre, sem-pre nello stesso testo[167], il Papacino dice che la via d’invasione per il Piemonte attraverso la contea di Nizza è sbarrata lungo la strada suddetta dal «fort de Montalban» «près de Nice», da quello di Saorgio e dalla piazza di Cuneo allo sbocco della «grande route» nella pianura piemontese[168]. Secondo il Papacino, analogamente al pensiero del Brunswick, è l’alta contea che può offrire i migliori posti per la difesa nel comprensorio di Saorgio e del vallone di Cayrons; inoltre, quando anche l’invasore avesse occupato il colle di Tenda e la valle della Ver-megnana, le alte valli di Stura, Gesso, Pesio e Tanaro potrebbero servi-re da base per le incursioni sulle retrovie nemiche lungo la «grande route», da Limone fino a Nizza, così da obbligare l’armata d’invasione a distogliere parecchi contingenti per proteggere i rifornimenti. Ricorda infine il Papacino che la buona conoscenza del territorio della contea di Nizza non solo agevola la difesa della stessa, ma permette di portare soccorso a contingenti amici in difficoltà nel principato di Oneglia e nelle valli di Stura, Varaita o Tanaro, prendendo evidente-mente a rovescio o sul fianco l’invasore[169].

La contea di Nizza durante la successione d’Austria
(23*)

In seguito alle considerazioni precedenti, il Brunswick approfondi-sce il tema della difesa dell’alta contea di Nizza, facendo esplicitamen-te riferimento alle posizioni assunte dall’armata sabauda, comandata dal barone di Leutrum, fra il 1747 e il 1748. Il principe aveva ben chiara la funzione importante svolta dalla fortificazione campale in queste località negli anni della successione d’Austria e dà segno di aver sviluppato le sue considerazioni in occasione della visita a tali opere. Già nella sezione precedente il Papacino aveva registrato i cenni del Brunswick a proposito dei trinceramenti di Mont-Alban, edificati nel 1744 e non abbastanza efficaci per l’eccessiva distanza dalla linea principale di difesa fra Breil e Dolceacqua, immaginata dal principe stesso[170]. Tale strategia difensiva sembra suggerita piuttosto dalle disposizioni scelte dal Leutrum tre anni dopo nella valle del Nervia fino a Pigna[171], che tuttavia il Brunswick giudica un po’ troppo estese verso Breil e Saorgio; secondo il principe infatti l’asperità di tali montagne rende gli ac-cessi verso la Roya difficili naturalmente e facilmente difendibili con ridotte isolate, tornando a proporre soluzioni analoghe a quelle indivi-duate per il colle del Mulo e l’Assietta[172]. Si ribadisce così il concetto fondamentale di questo rapido piano di difesa, che consiste nel tenere la maggior parte del contingente sabaudo, operante nella contea di Nizza, nel comprensorio di Dolceacqua e mantenere il controllo del cammino principale che sale a Saorgio, curando le comunicazioni con le ridotte dell’interno e con la valle Roya.
Ultima notazione riguarda gli eventi storici svoltisi realmente nella contea di Nizza, sia nel 1744 sia nel 1792, che danno ragione alle con-siderazioni del Brunswick e del Papacino in merito alla debolezza strategica del settore costiero, occupato comunque prima dai Gal-lispani poi dall’armata repubblicana, sebbene nel primo caso venne opposta una decisa resistenza e nel secondo ci fu un abbandono troppo repentino[173]. Infine gli eventi della campagna del 1793 durante la Guerra delle Alpi e la riuscita difesa del massiccio dell’Authion da parte dell’armata sarda confermano l’efficacia della difesa della «gran-de route» lungo la valle della Roya fra Saorgio e il colle di Tenda[174].

Atteggiamento offensivo nel Ponente ligure
(24*)

Per concludere il progetto difensivo dei confini fra la contea di Nizza e il ponente ligure, il Brunswick nota la posizione strategica sfavore-vole del principato di Oneglia, separato dagli altri domini sabaudi e dalle posizioni fortificate sulla Roya da terre del Genovesato. Il prin-cipe propone come soluzione al problema, in caso di guerra con la Francia, l’occupazione preventiva del forte Priamar di Savona, così da assicurarsi la neutralità di Genova e controllare tutto il ponente fino ai valichi di collegamento con il basso Piemonte. Naturalmente l’occupazione deve essere giustificata per ragioni strettamente militari con la promessa della restituzione alla fine della guerra.
Le considerazioni del Brunswick tengono certamente conto degli eventi passati durante la Guerra di Successione Austriaca, quando nel 1746 un contingente sardo investì il castello di Savona[175], ma torna cer-tamente in questo caso la prospettiva offensiva della scuola federicia-na, che promuoveva l’iniziativa preventiva per garantire un sicuro vantaggio strategico ad inizio campagna.
La violazione della neutralità di Genova è un caso previsto anche dal Papacino d’Antoni, che sembra sposare le posizioni del Brunswick allorché nelle Reflexions préliminaires ritiene possibile la presenza di un contingente d’invasione nemico negli stati genovesi; non solo devono essere subito presi i magazzini dell’avversario in territorio ligure, ma anche
Il seroit même très utile de chercher par sourprise, ou par force à se saisir de quelque fort, ou ville importante des Gènois, parcequ’à l’heure qu’il est, on ne peut plus gueres s’assurer de leur neutralité[176]
Notiamo infine che queste riflessioni tanto del Brunswick quanto del Papacino, il quale si era anche preoccupato nei suoi studi di esami-nare in particolare la situazione strategico-difensiva dell’Appennino li-gure sul confine fra il basso Piemonte e la Repubblica di Genova[177], hanno qualcosa di profetico e divennero di grande attualità durante la Guerra delle Alpi. Fu allora infatti che, dopo il 1793 e il disastro del-l’Authion, i Francesi , fin dalla campagna del 1794, iniziarono a pensare di superare lo schieramento sardo attraversando i territori neutrali della Repubblica di Genova. D’altro canto il successo di Napoleone nel 1796 prese le mosse appunto dall’itinerario d’invasione appenninico a monte di Savona e, quand’anche il controllo sardo del Priamar non avesse potuto cambiare la sorte del nuovo astro militare nascente, la violazione della neutralità genovese, prima da parte sarda che francese, avrebbe forse offerto qualche opportunità migliore alla resistenza del Vecchio Piemonte[178].

La documentazione del duca
(25*)

La memoria del colloquio fra il Brunswick e il Papacino d’Antoni si conclude con una notazione di cronaca, in cui l’ufficiale piemontese ri-corda che il principe al termine dell’incontro ha consegnato un docu-mento scritto in italiano, intitolato Progetto per L’imminente Campagna del 1744 nelle Alpi, confessando la sua riserva sull’autenticità del documento. Il Brunswick sostiene infatti che la genericità delle indicazioni preliminari all’organizzazione della campagna e l’incosistenza delle possibili reazioni all’invasione impediscono di ricondurre la memoria italiana a qualsivoglia personalità dei vertici militari sabaudi.
Presso l’Archivio di Stato di Torino esiste un Piano per la campagna nell’anno 1744 in difesa del Piemonte contro li Gallispani, che non sembra identificabile con la memoria citata dal Brunswick, non solo in ragione delle diferenze nelle titolature, ma anche per il fatto che esso costituisce uno degli effettivi documenti preliminari alla campagna del 1744 e tradizionalmente attribuito ad Ignazio Bertola, allora primo ingegnere del Re di Sardegna[179].
Le ragioni di incredulità sul reale valore storico del Progetto per L’imminente Campagna sono d’altro canto rafforzate dallo stesso trinci-pe al momento in cui sostiene che la prima parte del testo non è che un commento alla «constitution des Alpes» secondo la carta del Jaillot. Questa notazione del Brunswick apre il problema dell’identificazione della carta da lui citata. Notando preliminarmente che sia il principe sia il Papacino danno segno di riferirsi ad un celebre documento carto-grafico relativo ai confini alpini fra i Regni di Francia e Sardegna e che presso gli archivi torinesi, pur in seguito ad una rapidissima ricognizione sui cataloghi, non sembra accertabile l’esistenza di una carta delle Alpi firmata da tale autore, sembra opportuno volgere lo sguardo agli enti di conservazione francesi. La Bibliothèque Nationale de Fran-ce, a Parigi, possiede numerose carte geografiche del XVII e XVIII seco-lo attribuite a diversi personaggi il cui cognome è Jaillot e la cui attività era quella di tipografi e geografi ordinari del re. In particolare il Jaillot più attivo e famoso, in base alle opere prodotte, risulta essere Alexis Hubert, vissuto fra il 1632 e il 1712; a lui sono riferite due carte, una di descrizione delle «Montagnes des Alpes», con i valichi fra il Regno di Francia e gli Stati del Duca di Savoia del 1690[180], e un’altra del Delfinato, datata al 1728, postuma e integrata con le variazioni turritoriali dopo il trattato di Utrecht del 1713[181]. Sembra possibile pensare che la prima delle carte citate sia quella meglio identificabile con il documento indicato dal nostro Projet, per quanto l’autore della stessa non sia il Jaillot, ma Nicolas Sanson, altro geografo del re che pubblicò l’opera «chez H. Jaillot»; la seconda carta, considerata la rappresenta-zione, potrebbe anche essere quella di cui parla il Brunswick, pur essendo priva di un titolo che fa esplicito riferimento alle Alpi, che nel testo del Projet sono chiaramente nominate.

Abbreviazioni delle fonti d’archivio e manoscritte


  • AS.TOCorte

Archivio di Stato di Torino, Sezione di Corte

  • AS.TORiunite

Archivio di Stato di Torino, Sezioni Riunite

  • BNF

Bibliothèque Nationale de France, Paris

  • BRT

Biblioteca Reale di Torino

Extrait s.d.
Extrait des reflections de S.A.S. Monseign.ur le Prince Hereditaire de Brunsvick, pendant son voyage dans l’été del 1766 par les vallées qui entourent le Piemont reduites en projet de défence contre la France, s.d. (BRT, Manoscritti Militari 130)

Jaillot 1728
A. H. Jaillot, Le Dauphiné devisé en ses principales parties Nouvellement Corrigé avec ses Limites Suivant le traitè de 1713. Dressée sur les Memoires les plus Nouveaux par H. Jaillot geographe du Roy 1728, Paris 1728 (BNF, Ge DD 2987 [622]B BNF Richelieu Carte et Plans Reprod. C 4388 et C 4392; Reprod. Sc. 87/321. Collection d’Anville; 00622 B).

Libro mastro 1744
Libro mastro fortificazioni 1744, 1744 (AS.TORiunite, Azienda Generale di Fabbriche e Fortificazioni, Libro mastro fortificazioni, 1744)

Memoire 1768
Memoire sur les débouchés du Dauphiné qui conduisent en Piemont ou en Savoye, 12 ottobre 1768 (AS.TOCorte, Materie Militari, Imprese Militari, Mazzo 9 d’addizione)

Papacino 1766
A. V. Papacino d’Antoni, Projet que S.A.S. Monseigneur Le Prince Ereditaire Charles Guigliaume Ferdinand de Brunsvick Volfembutel, a communiqué au Chevalier D’Antony Le 20 Aoust 1766 a Turin, 1766 (AS.TOCorte, Materie Militari, Imprese Militari, Mazzo 9 d’addizione , fasc. 29)

Papacino 1770a
A. V. Papacino d’Antoni, Réfléxions prèliminaires pour dresser un projet de défensive pour les Etats du Roi, qui confinent avec La Savoie, Le Dauphiné, La Provence, et La Riviére de Genes, depuis Ormée jusqu’à Novi, 1770 (AS.TOCorte, Materie Militari, Imprese Militari, Mazzo 10 d’addizione)

Papacino 1770b
A. V. Papacino d’Antoni, Projet de difensive pour nos frontieres depuis le Mont Genere jusqu’au Col de l’Argentiere, 1770 (AS.TOCorte, Materie Militari, Imprese Militari, Mazzo 10 d’addizione)

Piano per la campagna 1744
I. Bertola (?), Piano per la campagna nell’anno 1744 in difesa del Piemonte contro li Gallispani, 1744 (AS.TOCorte, Materie Militari, Imprese Militari, Mazzo 3 d’addizione, n. 3)

Projets 1771-1772
Projets pour S.A.R.le Monseign. Le Duc de Chablais pour visiter La Savoie, et Le Duché d’Aoste. Itineraire de Turin à Beaucaire, 1771-1772 (AS.TOCorte, Materie Militari, Imprese Militari, Mazzo 13, fasc. 12)

Riflessi s.d.
Riflessi di S.A.S. il Sig.r Principe Ereditario di Brunswick nel decorso del suo giro nell’Estate del 1766, per le diverse Valli, che circondano il Piemonte ridotte in idea di progetto di difesa di questo Principato contro la Francia (AS.TOCorte, Materie Militari, Imprese Militari, Mazzo 7 non inventariato)

Sanson 1690
N. Sanson, Les Montagnes des Alpes ou sont remarqués les passages de France en Italie. Le Duché de Milan et les Estats du Duc de Savoye. Dressé sur les Memoires les plus Nouveaux Par le S.r Sanson Geographe ordinaire du Roy a paris chez H. Jaillot 1690, Paris 1690 (BNF, Ge DD 2987 [5016, I-II] BNF Richelieu Cartes et Plans Reprod. Sc. 95/117-118. Collection d’Anville; 050161 I-II).

Sottomissione Anfosso-Mazzochetti-Romano 1744
Sottomiss.ne di Giaco Anfosso, Gioseppe Mazzochetti et Gio Tomaso Romano per formaz.e di una strada dal Luogo della Marmora sin sotto li colli del Pelvo e Bicocca esist.i nella Valle di Varayta, e Maijra, Torino, 21 aprile 1744 (AS.TORiunite, Azienda Generale di Fabbriche e Fortificazioni, Contratti fortficazioni, 1744, pp. 132-135)

Abbreviazioni bibliografiche


Amoretti 1997
G. Amoretti, Celebrazione di un anniversario, in Assietta 1997, pp. 11-47

Amoretti 2003
G. Amoretti, Le ostilità nella Valle della Dora nel 1745: un episodio della Guerra della Prammatica Sanzione, in Exilles 2003b, pp. 47-60

Amoretti-Sconfienza-Zannoni 1997
G. Amoretti, R. Sconfienza, F. Zannoni, Le vicende costruttive della “Butta” dei Granatieri, in Assietta 1997, pp. 199-241

Assietta 1997
G. Amoretti, M. F. Roggero, M. Viglino (a cura di), I trinceramenti dell’Assietta 1747-1997. A duecentocinquant’anni dalla battaglia, Torino 1997

AttiAM 2000
G. Amoretti, P. Petitti (a cura di), La scala di Pietro Micca. Atti del Congresso Internazionale di Archeologia, Storia e Architettura Militare, Torino 11-13 novembre 1998, Torino 2000

Barrera 2002
F. Barrera, I sette forti di Exilles, Torino 2002

Battaglie in Piemonte 1993
C. Bocca, M. Centini, M. Crema Giacomasso, M. Minola, Grandi battaglie in Piemonte da Annibale alla Seconda Guerra Mondiale. Gli eventi, i personaggi, la visita ai luoghi degli scontri, Cuneo 1993

Beltrutti 1975
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Illustrazioni


Fig. 1 Karl Wilhelm Ferdinand von Bruswick (da Mignet 1960)
Fig. 2 Alessandro Vittorio Papacino d’Antoni (da Patria 1972)
Fig. 3 Il campo di Gros Saint Jean nel manoscritto del Projet (Papacino 1766, p. 3 fronte)
Fig. 4 Il campo di Becetto nel manoscritto del Projet (Papacino 1766, p. 3 retro)
Fig. 5 Localizzazione dei campi di Gros Saint Jean e Becetto su carta moderna (Istituto Geografico Centrale, Monviso, Carta dei sentieri e dei rifugi, Carta Serie “Valli” n. 6, Torino s.d.)
Fig. 6 Localizzazione del comprensorio dell’Assietta su carta moderna (Istituto Geografico Centrale, Valli di Susa, Chisone e Germanasca, Carta dei sentieri e dei rifugi, Carta Serie “Valli” n. 1, Torino s.d.)

Note

[1] Sul proclama del duca di Brunswick, la sua partecipazione alla Guerra della Prima Coalizione e alla battaglia di Valmy vedere Mathiez-Lefebvre 1960, pp. 264-276; Mignet 1960, pp. 173-223; Grimberg 1986, pp. 209-214; Fremont Barnes 2001, pp. 25-28; ; Doyle 2004, p. 529; Furet-Richet 2004, pp. 171-172, 188-193.
[2] Sul personaggio Haythornthwaite 1985, p. 12; Duffy 1996, pp. 315-320. Carlo Gu-glielmo Ferdinando di Brunswick nacque a Ottensen nel 1735; in seno all’esercito prus-siano di Federico II passò la giovinezza e si formò nell’arte militare. Dopo la Guerra dei Sette Anni comandò un corpo d’armata prussiano durante la Guerra di Succes-sione di Baviera (1778-1779), fu poi impegnato nella Guerra della Prima Coalizione fin dal 1792. Mantenne il comando supremo dell’armata combinata di Austria e Prussia ancora nel 1793, ma diede le dimissioni nel 1794. Tornò sui campi di battaglia nel 1806 per fronteggiare Napoleone e la Francia imperiale in piena espansione, ma venne fe-rito gravemente ad Auerstädt il 14 ottobre dello stesso anno. Morì il 10 novembre 1806 in seguito alle lesioni riportate alla testa e agli occhi.
[3] Papacino 1766.
[4] Bianchi 1996; Bianchi 2002, pp. 116-117, 163.
[5] infra commento (1*).
[6] Projets 1771-1772; Corino 1997; Sconfienza 2005-2006
[7] Riflessi s.d., p. 1 fronte
[8] Riflessi s.d., pp. 1 retro - 3 fronte.
[9] Extrait s.d.
[10] Papacino 1770a.
[11] Papacino 1770b.
[12] Memoire 1768.
[13] Memoire 1768, p. 9 retro.
[14] Bianchi 2002, p. 163.
[15] Il testo è scritto a penna, con inchiostro bruno, piuttosto denso, ed è ordinato su un’unica colonna, le cui dimensioni sono in media cm. 25/26 di altezza × 9/11 di lar-ghezza; il foglio (cm. 27 × 19 ca.) è diviso a metà nel senso dell’altezza e la colonna scritta è sempre posta sulla destra. Il corsivo è regolare, inclinato verso destra, con let-tere alte mediamente fra i cm. 0,3 e 1,3.
[16] Prima dell’aggettivo «Ce» è cancellata la congiunzione «car» e «Ce» è stato corretto con la lettera maiuscola.
[17] Il numerale «cinq» è scritto nell’interlinea sopra alle parole «sudites» e «places».
[18] L’espressione «pour cett’effet» è scritta nell’interlinea sopra alle parole «un» e «Corps».
[19] L’aggettivo «son» è sovrascritto all’articolo «le».
[20] Il testo dalle parole «qu’il faut» fino a «Piemontoises» è sottolineato con tratteggio irregolare a penna e le parole «au commencement de la campagne» sono aggiunte fra «barrer» e «La Valee» nello spazio vuoto della colonna di sinistra.
[21] La congiunzione «si» è scritta nell’interlinea sopra alle parole «que» e «L’on».
[22] La parola «Lassoit» è corretta con sovrascrittura della desinenza «-oit».
[23] La parola «Piemont» è corretta e sovrascritta ad un’altra che potrebbe essere «pais».
[24] L’espressione «qu’il appelle» e sovrascritta nell’interlinea sopra alla parola «dite» cancellata con una riga.
[25] Il nome «Le Gros S.t Jean» è sottolineato con linea tratteggiata irregolare.
[26] Il testo dalle parole «qui ont» fino a «Tourretes» è aggiunto fra «ligne» e «ce plateau» nello spazio vuoto della colonna di sinistra; inoltre la parola «Tourretes» sovrascritta corregge una «Torretes» cancellata da riga netta.
[27] Il testo dopo «Tourretes;» è modificato con le seguenti correzioni: l’aggettivo «Ce» è sovrascritto a un articolo «Le» e segue la cancellatura con riga netta della congiunzione «et»; il sostantivo «plateau» è corretto con una grande «e» in sovrascrittura ad un errore non più riconoscibile; il verbo «est» è sovrascritto alla preposizione «in», pro-babile inizio errato della successiva parola «inaccessible».
[28] L’illustrazione è realizzata a penna sul foglio stesso del manoscritto (Papacino 1766, p. 3 fronte); Oltre ai toponimi si rilevano le didascalie «Plateau du Gros S.t Jean ou L’on peut camper 20 bataillons», «A retranchement sur la crete du Pelvo», «quelques uns appellent ce Plateau Brianzole» con il nome «Brianzole» sottolineato a tratteggio irregolare. Vedere infra Fig. 4.
[29] L’espressione «sont Liès avec le Camp» è scritta nell’interlinea sopra alla cancella-tura del verbo «vienent» e le parole «du bois de».
[30] Come la precedente anche questa illustrazione è prodotta a penna nella pagina in cui il testo riferisce sul campo di Becetto (Papacino 1766, p. 3 retro); accanto ai toponimi nello schizzo si leggono le didascalie «hauteurs rétranchées» e «Camp du Becé». Ve-dere infra Fig. 5.
[31] Il sostantivo «facilité» è sovrascritto alla cancellatura con riga netta ad una parola ri-conoscibile forse nel sostantivo «comodité».
[32] L’espressione «De plus» è sovrascritta nell’interlinea di una parola identificabile con la congiunzione «Puis» o con l’avverbio «Plus», cancellata con riga netta.
[33] L’espressione «et garnie […] de fer» è sovrascritta con richiamo ad asterisco ^ nel-l’interlinea sopra alle parole «hommes» e «pour obliger».
[34] Fra «qui» e «deminueroit» è stata cancellata con riga netta l’espressione «en même tems».
[35] L’espressione «car il voudroit» è sovrascritta nell’interlinea alle parole «Ces redou-tes», cancellate con linea netta; anche la virgola immediatamente precedente alle paro-le sovrascritte è probabilmente la trasformazione di un punto. Infatti la parte immedia-tamente seguente del testo, «placer 4 à 5 canons […] Ces redoutes» è scritta sulla co-lonna libera di sinistra come integrazione e continuazione della correzione «car il voudroit» e contiene il punto precedente a «Ces redoutes» trasformato sopra in virgola.
[36] La congiunzione «et» è cancellata con riga netta e poi sovrascritta tale e quale.
[37] Il verbo «aller» è sovrascritto nell’interlinea per correggere il sottostante verbo «pas-ser» cancellato con riga netta.
[38] Dopo il sostantivo «cas» è espunta con riga spessa e netta la congiunzione «puis».
[39] Il sostantivo «Le Prince», sovrascritto nell’interlinea, sostituisce il pronome persona-le «il» cancellato con riga netta.
[40] La lunga sezione di testo dall’inizio di capoverso «Enfin le Prince» fino a «La defensive» è aggiunto fra le parole conclusive della sezione precedente «au Camp du Becé» e l’inizio di quella successiva «Le Projet cy dessus». L’integrazione è tutta scritta nella colonna di sinistra, a fianco di quella principale, sullo stesso foglio ed è raccordata al corpo del testo da un asterisco di questa forma ?, capovolto all’inizio, vicino alla parola «Becé», riscritta accanto ad «Enfin» e così com’è rappresentato alla fine, vicino a «defensive» e a «Le Projet» nella ripresa del testo normale, con una / e la parola sottoscritta «Sout».
[41] La parola «avance» è corretta con sovrascrittura delle lettere «an».
[42] L’aggettivo «libre» è sovrascritto nell’intelinea sullo spazio fra il sostantivo «communication» e la preposizione «avec».
[43] L’espressione «Dans le cas», sovrascritta nell’interlinea, sostituisce «Au cas puis» cancellata con due righe spesse e nette.
[44] Il verbo «fut» è sovrascritto in interlinea al verbo «est», cancellato con riga spessa.
[45] L’avverbio di luogo «ou» è aggiunto nell’interlinea sopra al nome «Fenestrelle» e la preposizione «au».
[46] L’espressione «au commencement » è sovrascritta con richiamo ad asterisco ^ nell’interlinea sopra alle parole «placeroit» e «ces».
[47] L’espressione «ou pour proteger» è aggiunta fra il verbo «couvrir» e «Le Fort» e trascritta nella colonna di sinistra.
[48] Fra «a fait» e «au Camp» sono state cancellate con due righe nette parallele alcune lettere, «à La», che corrispondono all’inizio del nome «La Levee» trascritto poco dopo.
[49] Il pronome «se» è aggiunto nell’interlinea sopra ai verbi «sauroit» e «servir».
[50] L’espressione «qu’on n’y place» è sovrascritta in interlinea alla cancellatura con due tratti di linea retta dell’espressione «d’y placer».
[51] La «Q» di «que» sostituisce per correzione sovrascritta la «q» minuscola e l’ordinale «1e» è aggiunto fuori dal margine sinistro della colonna; sembra quindi che il Papaci-no durante la trascrizione abbia deciso di numerare le descrizioni delle piazzeforti dopo aver iniziato quella di Demonte, tornando così a correggere l’elenco dall’inizio.
[52] L’espressione «on y avoit paré» è sovrascritta in interlinea per sostituire una prima «p» cancellata e poi un’altra espressione «y paroit» espunta con linea continua.
[53] L’aggettivo «cet», trascritto in interlinea, sostituisce il verbo «c’est» cancellato con doppia linea retta.
[54] L’articolo «la» deriva dalla sovrascritura di una «a» su «es» di un articolo plurale «les» sostituito a causa dell’espunzione con linea netta del sostantivo «troupes» fra «la» e «guerre».
[55] La parte di testo da «croit qu’on» a «des pieces» è sottolineata con tratteggio irrego-lare a penna.
[56] Quest’ultima parte del testo, fino a «pendant L’hiver», dedicata ai confini fra il Monginevro e l’Argentera è scritta a pagina piena, estendendo il testo in unica colonna alla metà sinistra del foglio sopra non occupata.
[57] La preposizione «contre» è scritta in interlinea e sostituisce la sottostante preposi-zione «avec», espunta con due righe nette e parallele.
[58] La parte di testo «ce qui deminuerà son armee offensive » è sovrascritta con richia-mo ad asterisco ^ nell’interlinea sopra alle parole «de ses troupes» e «Ce Prince».
[59] L’espressione «avec des arbres» è aggiunta in interlinea sopra ai sostantivi «Autom» e «les villages».
[60] La «r» di «malvolontier» è correzione per sovrascrittura dell’ultima sillaba «re».
[61] L’iniziale «inf» di «inferieures» corregge per sovrascritura l’iniziale «sup» di «su-perieures».
[62] La parola «point» è correzione di una prima errata e sottoscritta non più compren-sibile.
[63] Il verbo «retrancheroit» è riscritto dopo l’espunzione tramite linea retta della mede-sima parola mal scritta ed errata subito dopo il pronome «les».
[64] «de la» è aggiunto in interlinea sopra lo spazio fra l’avverbio «là» e il nome «Roia».
[65] L’espressione «et il seroit» è soprascritta in interlinea per sostituire «Il seroit donc d’»; la sostituzione della maiuscola con la minuscola per «il» e l’aggiunta di «et» in-ducono a credere che anche la virgola dopo «redoutes» sia la correzione di un punto.
[66] La «s» di «sans» è correzione di una lettera errata non più leggibile.
[67] «Gennois» è correzione per sovrascrittura di «Gennes».
[68] Fra «aussi» e «librement» c’è un «avec» cancellato con riga netta e spessa.
[69] Il titolo è sottolineato a tratteggio discontinuo e irregolare a penna.
[70] La «m» di «m’a» è correzione sovrascritta di una lettera non più leggibile, mentre la «a» è aggiunta nella riga inferiore oltre il margine sinistro.
[71] La sillaba finale «er» di «Papier» corregge per sovrascrittura «Papir».
[72] La parola «ecrite» è sottolineata con tratteggio irregolare.
[73] L’espressione «de precis» è aggiunta per sovrascrittura in interlinea fra le parole «ri-en» e «ni pour».
[74] Il verbo «battre» sostituisce il verbo «repousser» immediatamente precedente ed e-spunto con doppia linea continua.
[75] Papacino 1770a, pp. 3 fronte - 4 fronte, 6 retro, 7 fronte. Sulle piazzeforti francesi ve-dere sommariamente Golaz 1981; Gariglio-Minola 1994, pp. 231-267; Gariglio-Mi-nola 1995, pp. 149-170; Vauban 1995; Routier 1997; Vauban 2001; Dallemagne-Mouly 2002
[76] Papacino 1770b, p. 5 fronte.
[77] Per informazioni più approfondite su queste piazzeforti vedere infra il commento (20*), che riprende l’argomento in relazione alle considerazioni formulate riguardo ad esse dal Brunswick. In merito alle nominate piazzeforti si indica la seguente bibliogra-fia, alla quale si rimanda per le notizie storiche e costruttive. Exilles: Sconfienza 1996, p. 106 con bibliografia precedente; Barrera 2002; Exilles 2003b; Viganò 2003, p. 47 con bibliografia precedente. Susa e Brunetta: Sconfienza 1996, p. 106 con bibliografia pre-cedente; Corino 1999; Viganò 2003, p. 47 con bibliografia precedente; Tonini 2004. Fenestrele: Sconfienza 1996, p. 108 e Viganò 2003, p. 47 con bibliografia precedente. Demonte: Viglino Davico 1989; Sconfienza 1996, pp. 106, 108 e Viganò 2003, p. 47 con bibliografia precedente. Cuneo: Beltrutti 1975; Casalegno 1975; Comoli Man-dracci 1975; Gariglio 1997, pp. 155-185; Bianchi-Merlotti 2002, pp. 319-351. Vedere infine il recentissimo e ricchissimo volume Viglino Davico 2005.
[78] Papacino 1770a, pp. 8 retro-10 fronte.
[79] supra nota n. 77; Ilari-Boeri-Paoletti 1997, pp. 138-139.
[80] infra commento (20*).
[81] Memoire 1768, pp. 3 retro - 4 fronte.
[82] Papacino 1770a, pp. 18 fronte - 18 retro; Papacino 1770b, pp. 12 fronte - 12 retro.
[83] Ancora sulla «petite guerre» Bianchi 2002, pp. 208, 279-280; Picaud 2005; Truppe Leg-gere 2005.
[84] Papacino 1770b, p. 12 retro.
[85] Bianchi 2002, pp. 38-41.
[86] Ilari-Boeri-Paoletti 1997, p. 139.
[87] infra commento (21*).
[88] Per gli eventi indicati Chomom Ruiz 1968; Chomon Ruiz 1971; Battaglie in Piemonte 1993, pp. 110-118; Sconfienza 1996, pp. 104-105, 121-122; Amoretti 1997, pp. 15-21; Assietta 1997 con bibliografia precedente; Gariglio 1997, pp. 77-80; Ilari-Boeri-Pao-letti 1997, pp. 120-125, 238-244; Minola 1998, pp. 101-106, 107-113; Gariglio 1999, pp. 91-108, 132-158; Gariglio 2000, pp. 214-244; Garellis 2001, pp. 119-147; Amoretti 2003, pp. 48-51.
[89] Symcox 1989, pp. 207-208; Ilari-Boeri-Paoletti 1996, pp. 206-208, 381-382, 390-397, 401-403; Gariglio 1997, pp. 72-76, 92-93, 137-149; Minola 1998, pp. 83-91; Gariglio 1999, pp. 64-88.
[90] Riflessi s.d., p. 2 fronte.
[91] Casali 1990, pp. 204-207, 258; Duffy 1996, p. 185; Luraghi 2000; Testa 2000, pp. 150-151.
[92] Chomom Ruiz 1968; Chomon Ruiz 1971; Battaglie in Piemonte 1993, pp. 110-118; Sconfienza 1996, pp. 104-105, 121-122; Ilari-Boeri-Paoletti 1997, pp. 120-125; Gariglio 1999, pp. 91-108; Garellis 2001, pp. 119-147.
[93] Papacino 1770b, p. 9 fronte.
[94] Duffy 1996, p. 221 in cui è citato Principes Generaux 1748, in Oeuvres de Frédéric le Grand, XXVIII, Berlin 1846-1867. Un ampio e dettagliato quadro delle campagne di Fe-derico II è offerto dal volume Casali 1990, agevole pubblicazione in italiano basata sull’ampia bibliografia federiciana di ambito germanico e anglosassone. A proposito della strategia offensiva di Federico II si possono dunque ricordare l’improvvia invasione della Slesia nell’inverno fra il 1740 e il 1741, all’inizio della Guerra di Successione Austriaca (Casali 1990, pp. 102-107), le invasioni della Moravia nel dicembre del 1741 e della Boemia nell’agosto del 1744 (Casali 1990, pp. 129-130, 137-141), l’attacco improvviso e preventivo in Sassonia alla fine di agosto del 1756, primo atto della Guerra dei Sette Anni (Casali 1990, pp. 194-198, 205-207), la seconda inva-sione della Boemia nella primavera del 1757 e la ripresa offensiva in Slesia nell’autun-no dello stesso anno (Casali 1990, pp. 216-220, 244-247), l’attacco in Moravia nell’esta-te del 1758 (Casali 1990, pp. 258-262). A partire dal 1759 la strategia offensiva della Prussia mutò in favore di un atteggiamento difensivo a causa del grande sforzo di mezzi umani e materiali portato avanti dal regno fin dall’inizio della Guerra dei Sette Anni; tuttavia nell’estate e nell’autunno del 1762 Federico II passò nuovamente all’of-fensiva per garantirsi il controllo della piazzaforte di Schweidnitz, chiave strategica della Slesia, e di Dresda, la capitale sassone fondamentale per le future trattative di pace (Casali 1990, pp. 289-292, 344-348).
[95] Duffy 1996, p. 221 in cui è citata Lettera al Duca Ereditario di Brunswick, 8 gennaio 1779, n. 27, 005, in Politiche Correspondenz Frederichs des Grossen, Berlin 1879-1939.
[96] Papacino 1770b, p. 6 fronte. Il Papacino colloca ben 36 battaglioni fra il colle d’Elva e il bosco de La Levée, contro una media di 15 battaglioni o meno per le altre valli (Pa-pacino 1770b, pp. 5 retro - 6 fronte, 7 retro, 8 retro).
[97] Papacino 1770a, pp. 9 fronte - 9 retro.
[98] Papacino 1770a, pp. 14 retro, 16 fronte.
[99] Papacino 1770b, p. 6 retro.
[100] supra nota n. 88.
[101] Riflessi s.d., pp. 1 retro - 2 fronte.
[102] Memoire 1768, pp. 7 retro - 8 fronte.
[103] Riflessi s.d., p. 2 fronte.
[104] Papacino 1770b, pp. 2 fronte, 6 fronte, 7 retro, 11 retro. Sulla funzione strategica del campo di Becetto nel 1744, all’indomani della battaglia di Monte Cavallo, vedere il commento (17*).
[105] Memoire 1768, pp. 8 fronte - 8 retro.
[106] È opportuno ricordare l’esistenza di una strada che risale agli anni della successione d’Austria per collegare le valli di Varaita e Stura. Sono noti due tratti: quella che dal colle di Sampeyre conduce al colle della Bicocca riconducibile al 1743 (Libro mastro 1744, Residuo spese fortificazioni, p. 73, in cui è registrato il pagamento alla comunità di Elva per tali lavori) e quello del 1744 che conduce dalla Bicocca a La Marmora in val Maira, meglio conosciuta come «Strada dei Cannoni» (Sottomissione Anfosso-Mazzo-chetti-Romano 1744; Buffa di Perrero 1887, pp. 30-31; Gariglio-Minola 1995, pp. 49-53; Boglione 2003, pp. 126-129. È opportuno indicare i recentissimi aggiornamenti sul tema di Marco Boglione e l’intervento di Giovanni Cerino Badone sul sito internet http://stradecannoni.altervista.org/index.html, con particolare attenzione alla pagina http://stradecannoni.altervista.org/StradaCannoniBertola.htm).
[107] Riflessi s.d., p. 2 fronte.
[108] Sconfienza 1996, pp. 121-122.
[109] Memoire 1768 p. 8 retro.
[110] Papacino 1770b, pp. 8 fronte - 8 retro, 9 retro - 10 fronte.
[111] Le denominazioni corrispondono a quelle definite nel più recente studio edito sui trinceramenti dell’Assietta nel 1997; in particolare vedere i contributi Massa 1997, pp. 76-77, 78-81, 84 e Amoretti-Sconfienza-Zannoni 1997.
[112] Extrait s.d., p. 5 fronte.
[113] Riflessi s.d., pp. 1 fronte - 1 retro.
[114] Sconfienza 2006, p. 138.
[115] In merito a tali tematiche Sconfienza 2006, pp. 133-134.
[116] supra note n. 112 e 113.
[117] Papacino 1782, p. 196; Sconfienza 2006, pp. 144-145.
[118] Papacino 1782, p. 338; Sconfienza 2006, pp. 147-151.
[119] Papacino 1770b, p. 11 fronte.
[120] Papacino 1770b, pp. 6 fronte, 11 retro - 12 fronte.
[121] Riflessi s.d., p. 1 retro.
[122] Papacino 1770b, p. 12 retro.
[123] Papacino 1770a, pp. 17 fronte - 17 retro; Papacino 1770b, pp. 6 fronte, 11 retro - 12 fronte.
[124] Ilari-Boeri-Paoletti 1997, pp. 138-141.
[125] Ilari-Boeri-Paoletti 1997, pp. 181-182, 238-244.
[126] supra nota 88.
[127] supra nota 93.
[128] Papacino 1782, pp. 339-341.
[129] Ilari-Boeri-Paoletti 1996, pp. 390-397; Gariglio 1997, pp. 142-149; Gariglio 1999, pp. 69-77.
[130] Papacino 1770b, p. 1 retro. Sul forte Mutin con altra bibliografia Gariglio 1997, pp. 133-154.
[131] Papacino 1770a, p. 10 fronte; Papacino 1770b, p. 3 fronte - 7 retro.
[132] supra commento (3*).
[133] Viglino Davico 1989, pp. 142-144.
[134] Memoire 1768, p. 3 retro.
[135] Papacino 1770a, p. 9 retro; Papacino 1770b, p. 6 retro.
[136] Corino 1999, pp. 67-70.
[137] Corino 1999, pp. 154-167.
[138] Viglino Davico 1989, pp. 20-23; Viglino Davico 1992, p. 54; Viglino Davico 2005, pp. 299-411.
[139] Memoire 1768, p. 2 retro.
[140] Papacino 1770a, p. 8 retro.
[141] supra nota 91.
[142] Barrera 2002, pp. 137-147.
[143] supra nota 88.
[144] Barrera 2002, pp. 137-138, 141-142.
[145] Memoire 1768, pp. 2 retro - 3 fronte.
[146] Ilari-Boeri-Paoletti 1996, pp. 393-395.
[147] Papacino 1770a, p. 9 fronte.
[148] Papacino 1770b, p. 1 retro.
[149] Papacino 1770b, pp. 6 retro - 7 fronte.
[150] Patria 1972.
[151] Bonnardel- Bossuto-Usseglio 1999, pp. 54-55.
[152] Contino 1993, pp. 15-23; Bonnardel- Bossuto Usseglio 1999, pp. 45-56.
[153] Papacino 1770a, p. 9 fronte.
[154] Memoire 1768, pp. 3 fronte - 3 retro.
[155] supra commento (6*).
[156] Luraghi 2000, pp. 140-141; Lynn 2002, pp. 40-48.
[157] Lesage 1992; Corvisier 1997.
[158] supra nota 1.
[159] Sul tema della fortificazione campale lungo il confine alpino del regno di sardegna nel XVIII secolo Sconfienza 2003.
[160] Duffy 1996, pp. 221-222; supra nota 94.
[161] Papacino 1770a, pp. 9 retro, 15 fronte.
[162] Olivero-Sterrantino 1992, p. 33; Paoletti 2001, pp. 111-115.
[163] Ilari-Crociani-Paoletti 2000, pp. 107-108.
[164] infra commento (23*).
[165] Riflessi s.d., p. 3 fronte.
[166] Papacino 1770a, p. 5 fronte.
[167] Papacino 1770a, pp. 10 fronte - 10 retro.
[168] Per Cuneo supra nota 77. Riguardo al forte di Mont-Alban e alla piazza di Villefranche vedere Boutefoy-Trubert 1996-1997; De Candido 1999; Sconfienza 2000, pp. 414-415 con bibliografia precedente. Per Saorgio Hildsheimer 1959; Diana 1976; Gariglio-Minola 1995, pp. 85-88.
[169] Papacino 1770a, p. 18 retro.
[170] Riguardo alle difese campali sabaude del 1744 nel comprensorio di Villefranche, estese sui monti Gros, Vinaigrier, Leuze, Bastide e Dréte fino alla zona di La Turbie e di Semboula, vedere Geist 1999-2000 e Geist 2000-2001; in particolare l’ultimo articolo citato nella parte introduttiva pubblica una carta antica francese, conservata negli archivi militari di Chateau de Vincennes, che illustra ampiamente e con precisione tut-ti i siti occupati dalle fortificazioni sarde, e approfondisce l’identificazione topografica delle opere.
[171] Riguardo ai trinceramenti e allo schieramento sardo del 1747 e del 1748 vedere Capaccio-Durante 1993.
[172] supra commenti (12*) e (13*).
[173] Per gli eventi specifici del 1744 e del 1792 vedere Ilari-Boeri-Paoletti 1997, pp. 132-136 e Ilari-Crociani-Paoletti 2000, pp. 30-34.
[174] Sull’Authion, le vicende belliche e le sue fortificazioni Ilari-Crociani-Paoletti 2000, pp. 108-119; Diana 2000; Sconfienza 2006, pp. 155-157 con bibliografia precedente.
[175] Sugli eventi della campagna del 1746 in Liguria vedere Ilari-Boeri-Paoletti 1997, pp. 213-224.
[176] Papacino 1770a, pp. 18 retro - 19 fronte.
[177] Settore territoriale che egli considerava fra i più delicati e tale da coinvolgere in me-rito alla sua difesa l’intera revisione delle piazze del Piemonte sud-orientale (Papacino 1770a, pp. 10 retro - 13 fronte).
[178] In merito alle campagne fra il 1794 e il 1796 vedere Ilari-Crociani-Paoletti 2000, pp. 147-160, 164-167, 180-192, 199-216, 221-233, 258-283, 287-300.
[179] Piano per la campagna 1744; in merito all’attribuzione della memoria al Bertola vedere Buffa di Perrero 1887, pp. 33-36.
[180] Sanson 1690.
[181] Jaillot 1728.


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