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Introduzione alla guerra d'assedio in età ellenistica

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da "Armi Antiche. Bollettino dell'Accademia di San Marciano", 1995 (1998), pp. 41-74

Fabrizio Zannoni, Roberto Sconfienza


INTRODUZIONE ALLA GUERRA D'ASSEDIO IN ETÀ ELLENISTICA

ILLUSTRAZIONI

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TESTO


Il quadro storico


Il periodo storico che va dalla morte di Alessandro Magno (323 a.C.) alla battaglia di Azio (31 a.C.) è tradizionalmente definito Ellenismo. Si tratta di circa tre secoli di storia, nei quali la diffusione della civiltà greca nelle regioni dell’Asia, conquistate da Alessandro, e in Egitto determina numerose nuove forme culturali, fondendo alle civiltà preesistenti i proprii tratti caratteristici. L’Ellenismo è dunque un modo di essere e di vivere proprio di svariate etnie abitanti la costa mediterranea e il vicino Oriente: ellenìzein, a quel tempo, significava infatti assumere i modelli culturali del mondo greco, diffusi dai Macedoni[1]. I generali di Alessandro (i Diadochi) si spartirono il vasto impero conquistato dal giovane sovrano, dando così origine ai regni di Macedonia (dinastia degli Antigonidi), Siria (dinastia seleucide), Egitto (dinastia tolemaica). Alla fine del IV sec.a.C. nacque infine il regno di Pergamo, governato dalla dinastia attalide, in Anatolia presso i confini settentrionali del regno seleucide.
I rapporti fra questi Stati furono generalmente orientati verso una dialettica di tipo bellico, per ragioni soprattutto territoriali e dinastiche. Si possono distinguere:
· la fase di formazione dei regni dei Diadochi, dal 323 a.C. alla battaglia di Ipso del 301 a.C., dove morì Antigono Monoftalmo, ultimo ad incarnare l’istanza dell’impero universale di Alessandro;
· una lunga fase di assestamento delle dinastie, in cui i costanti scontri per ragioni dinastico-territoriali non compromisero mai l’esistenza dei regni, dalla fine del IV sec.a.C. alla pace di Apamea del 188 a.C., anno della conclusione della guerra siriaca, fra i Seleucidi e Roma;
· la fase di crisi e progressiva capitolazione dei regni ellenistici di fronte alla potenza romana.
Nel 31 a.C., dopo la battaglia di Azio, si è soliti situare la conclusione di questo periodo storico, con la sconfitta definitiva del regno tolemaico l’ultimo rimasto ancora autonomo.
In un contesto politico internazionale simile[2], la gestione dello stato di guerra era affidata a poderosi eserciti, organizzati per affrontare sia confronti campali sia investimenti o difese di piazzeforti. E’ caratteristico dell’epoca il notevole sviluppo dell’applicazione della ricerca scientifica teorica alla pratica militare; i frutti di tali interventi contribuirono pesantemente a distinguere le varie specializzazioni militari, interne a ciascuna armata, al punto che nacque una nuova disciplina scientifica, codificatrice delle attività belliche in generale e antenata dell’arte militare moderna. In epoca ellenistica, inoltre, furono rare le grandi battaglie campali, anche al momento dello scontro con Roma; la difesa dei regni ellenistici fu strategicamente basata sulla costruzione di reti di piazzeforti, sia fortezze, sia città murate, che si estendevano dai confini all’interno di tutto il territorio dello Stato, cosicché, generalmente, i grandi eserciti dei dinasti si bloccavano in lunghe operazioni ossidionali: l’alto numero di punti fortificati avrebbe reso assai pericolosa la penetrazione all’interno del territorio nemico e avrebbe sempre determinato possibili capisaldi di resistenza e una sicura minaccia per i rifornimenti. In breve la guerra ellenistica si configura, in gran parte, come una successione sistematica di operazioni d’assedio[3].
La complessità di tale argomento impone di articolare l’analisi per punti essenziali che illustrino il comportamento dell’assediante e dell’assediato, quali la concezione dell’assedio e la sua evoluzione dall’epoca arcaica a quella ellenistica, l’organizzazione e i corpi delle armate impegnate negli assedi, le armi e le macchine da guerra, la loro struttura e il loro impiego durante le operazioni ossidionali, i vincoli reciproci che sussistono fra le artiglierie antiche e la struttura delle fortificazioni e quindi il genere d’uso delle macchine da parte degli assediati, i lavori di mina, gli stratagemmi difensivi degli assediati e, infine, l’evoluzione architettonica e strategica delle fortificazioni e delle strutture difensive dal IV sec. a.C. fino al I sec. a.C.

L’evoluzione dell’assedio nel mondo greco


La pratica dell’assedio di una piazzaforte è nata in conseguenza all’uso di proteggere e fortificare gli insediamenti. Se il nemico si ritira in centri protetti da strutture difensive, si annullano le condizioni dello scontro campale, di conseguenza è necessario snidarlo o costringerlo alla resa, ponendolo in condizioni tali da impedirgli di combattere ancora[4].
Escludendo l’epoca neolitica, in cui la disposizione delle abitazioni tendeva a seguire la linea perimetrale dell’insediamento, a creare assi viari stretti e tortuosi e a sfruttare le mura esterne delle abitazioni come elementi difensivi, i centri urbani, già nel II millenio a.C., vengono dotati di cinte murarie. Esse erano realizzate in grandi blocchi lapidei, spesso assemblati a secco, come nel caso delle cittadelle micenee[5]. Queste grandi mura, grazie alla loro imponenza, vanificavano ogni tentativo d’assalto e gli unici punti deboli della cinta, le porte, erano realizzati in maniera che il nemico porgesse il fianco destro, non protetto dallo scudo, ai colpi dei difensori (tipo di porta detta “Scea”). A tali condizioni, la strategia d’assedio, il cui fine è la capitolazione della città nemica, non poteva che attuarsi in un blocco dall’esterno, finalizzato a tagliare i rifornimenti nemici ed eventuali interventi d’aiuto. E’ una gestione statica delle operazioni che mira all’esaurimento fisico dell’assediato e che rimane in pratica fino a tutto il V sec.a.C.
Nel V sec.a.C. il sistema a blocco raggiunge il massimo sviluppo con i lavori di sterro e i muri di circonvallazione e controvallazione[6]. E’ una strategia che si allinea perfettamente con le condizioni economiche, politiche e sociali del mondo arcaico e classico della polis (poliV): da un lato, l’assedio a blocco mira al controllo del territorio della città nemica, che, così privata della sua base di sostentamento, deve per forza arrendersi[7], dall’altro le poleis erano in grado di mettere in campo soltanto eserciti di cittadini, perciò di fanti valorosi, ben addestrati nel combattimento oplitico campale, ma privi di ogni capacità tecnica utile allo sviluppo di sistemi d’attacco più dinamici del semplice blocco[8].
La Grande Guerra del Peloponneso (431-404 a.C.) può rappresentare il punto di svolta fra la strategia ossidionale classica e quella ellenistica[9]. Si verificarono due eventi di fondamentale importanza che denunciano i segni di un cambiamento: l’abbandono dell’Attica, all’inizio della fase archidamica della guerra, e l’assedio ateniese di Siracusa (autunno del 415-estate del 413 a.C.) .
Il primo caso rappresenta il superamento della concezione antica del binomio città-territorio; Pericle, già interpretando l’intera Attica come una grande fortezza il cui ridotto centrale era Atene, (situazione corrente poi durante il IV sec.a.C.), preferì abbandonare la difesa avanzata della penisola per proteggere la città e garantirsi il predominio sui mari. Fu un sacrificio incredibile per l’epoca e la sua entità denuncia, comunque, una volta di più, il valore che il territorio rappresentava per una città antica di fine V sec.a.C. . La scelta è certamente giustificata dal fatto che il controllo dei mari permetteva ad Atene di rifornirsi presso gli alleati della Lega di Delo, ma d’altro canto Pericle era ben consapevole che l’esercito ateniese non avrebbe potuto difendere a lungo l’Attica dalla macchina militare spartana[10].
L’assedio di Siracusa è di per sé un’azione condotta secondo le regole tradizionali, ma è nello sviluppo storico degli eventi che si individuano le novità. Rientrano nella tradizione le fasi preliminari di isolamento diplomatico di Siracusa da parte dei comandanti ateniesi, il blocco navale del porto, il taglio degli acquedotti e la costruzione del muro di circonvallazione sull’Epipole, per chiudere il blocco da terra, l’attacco condotto da Gilippo, comandante dei Siracusani, alle spalle degli Ateniesi, per forzarne il blocco; ma, quando si iniziò a combattere violentemente sull’Epipole, già attaccata dagli assediati prima che gli Ateniesi terminassero la circonvallazione, per tentare di impedire il definitivo isolamento, Gilippo condusse sempre tutte le sortite sulla medesima altura, trasformando l’atteggiamento passivo dell’assediato in attivo e cercando di allontanare il più possibile il luogo degli scontri dall’abitato e dalle mura. Per la prima volta, a causa dell’attivismo dei difensori, due eserciti vanno all’assalto di strutture fortificate, che assumono proprio in quel momento, sia per l’una sia per l’altra parte, il ruolo di fulcro della difesa della città e perdono quello di semplice paratia protettiva. I Siracusani riuscirono così a sfiancare l’armata ateniese e a rivolgere sull’assediante gli effetti che la strategia tradizionale prevedeva per l’assediato, tanto che al momento della terribile ritirata verso la Sicilia occidentale, gli Ateniesi non furono più in grado di tener testa agli assalitori e capitolarono presso il fiume Assinaro[11].
Il IV sec.a.C. elabora la strategia periclea del 431 a.C., trasformando veramente la città in perno della difesa territoriale e il territorio, continuando a produrre per il fabbisogno urbano, si riveste di strutture fortificate, collegate o avanzate rispetto alla città, divenendo materialmente la fortezza ideale che Pericle concepiva per l’Attica[12].
In epoca ellenistica, nuove condizioni politiche rompono l’antico rapporto città-territorio. Nel mondo orientale e in Egitto le città dei dinasti non sono, né nascono, più indipendenti: sono punti forti nell’ambito del regno e concorrono ad un piano di difesa nazionale, non sono più esse stesse “nazioni”, ma un membro vincolato alle sorti politiche ed economiche dell’organismo di appartenenza, perciò ormai poco importa la difesa di un territorio urbano che non può più garantire il carattere di autonomia e autarchia. Anche in Grecia, Magna Grecia e Sicilia tale autonomia è assai ridotta dai vincoli delle leghe e delle alleanze che consentono o impongono alle città di continuare la lotta fino all’estremo e decidono se salvare o sacrificare un determinato settore strategico. Conseguentemente il territorio perde la sua primaria caratteristica di fonte di sostentamento ed è trasformato in ampia sede di difesa per l’incolumità militare della città; pertanto se la città è l’elemento fondamentale della strategia bellica, l’assedio diviene una delle operazioni militari più importanti. In questa prospettiva nasce la poliorcetica[13], l’arte di assediare le città (poliorkein), come una specializzazione dell’arte militare antica, finalizzata alla difesa e alla conquista di una piazzaforte e caratterizzata da principi prevalentemente tecnici, tanto quanto tecnicamente era concepito il ruolo della città nella strategia globale di uno Stato.
In questo periodo l’inizio di una produzione su vasta scala di materiali da costruzione e manufatti per attività lavorative e domestiche permise lo sviluppo di ceti artigianali sempre più specializzati nell’applicazione di varie tecnologie, dai quali furono reclutati i corpi militari impiegati nell’uso delle macchine da guerra, come ingegneri e architetti e, più in generale, tutti gli individui disposti a trasformarsi in professionisti dell’arte militare. Questi uomini culturalmente erano dotati di una disposizione d’animo, nei confronti della guerra e della propria patria, assai diversa dagli antichi opliti, d’atro canto riuscivano a concepire per la prima volta l’idea dell’assalto ad una piazzaforte. Inoltre l’inadeguatezza per i grandi organismi statali e federali dei sistemi agricoli produttivi, ancora legati a quelli dei secoli precedenti, l’accaparramento di grandi proprietà terriere nelle mani di ristretti ceti dominanti, lo sviluppo dei commerci e soprattutto di quello degli schiavi nel nord dell’Egeo e nel Ponto Eusino contribuirono certamente a creare notevoli divari sociali e grandi masse di individui diseredati che sceglievano il mercenariato, come scampo ad una vita di stenti[14]. Contò molto anche il cambiamento della gestione politica dello Stato, che si manifestò con la nascita di governi autoritari o tirannici o l’ordinamento di molte città nell’ambito di poteri monarchici: si crearono le condizioni favorevoli ad un inquadramento delle nuove classi sociali nei ranghi delle grandi armate, in grado di attuare la strategia dell’assalto, elemento centrale della poliorcetica[15].

Organizzazione dell’armata d’assedio


Gli uomini


La pratica dell’assalto ebbe importanti conseguenze sul piano umano e psicologico fra i ranghi degli assedianti. L’assalto alla fortezza permetteva di mettere in mostra le proprie doti di individuo e soldato e i comandanti esaltavano la tensione al protagonismo fra i proprii uomini, mettendo anche in palio premi in denaro per coloro che, per primi, si fossero attestati sulle difese nemiche[16]. Questo atteggiamento dimostra la diversità fra il soldato ellenistico e l’oplita classico: egli non è un braccio armato della pòlis, ma un individuo a sé, un professionista valido, pagato per le sue capacità e premiato per il suo valore; al contrario l’oplita non riceve altro premio che il riconoscimento glorioso da parte della sua cittadinanza[17]. E’ chiaro, inoltre, quanto in epoca ellenistica assuma importanza la fama che un’armata riusciva a procurarsi in combattimento; essa era costruita man mano dal valore dei soldati e dei vari corpi, dall’azione del singolo in singole circostanze derivava un comune profitto, utile per il futuro: in ciò risiede un’ulteriore ragione del conferimento di premi straordinari, per mantenere alto il numero di coloro che arrischiavano imprese audaci.
Infine il mercenariato e il professionismo aprirono gli arruolamenti alle più svariate etnie che abitavano il mondo ellenistico. Le grandi armate annoverarono fra le proprie file elementi greci, fino al III sec. a.C., moltissimi Macedoni e Semiti e, a partire dalla fine del IV-inizio del III sec.a.C., una buona quantità di Celti e Galati[18].

I corpi


Un’armata che si apprestava ad assediare una piazzaforte era costituita innanzitutto, secondo l’ordinamento macedeone, dalla fanteria pesante di linea delle falangi e delle guardie del corpo; essa avanzava per ondate successive, divisa in colonne di compagnie[19]. Accanto alla fanteria entravano in combattimento truppe leggere d’appoggio, arcieri, frombolieri, peltasti e lanciatori di giavellotti; la fanteria leggera era anche impiegata da sola là dove quella pesante rischiava di rimanere intrappolata, non potendo più manovrare, oppure, soprattutto gli arcieri, come copertura massiccia sulle torri d’assalto.
Con lo sviluppo delle grandi artiglierie a torsione nacquero i corpi specializzati, facenti spesso capo agli ingegneri militari e composti da serventi ai pezzi, artigiani per le riparazioni, specialisti della posa in batteria delle macchine; il corpo degli ingegneri militari era articolato secondo vari gradi e specializzazioni in architettura o artiglieria. Le denominazioni proprie di questo antico corpo del genio non sono fissate in maniera precisa per ogni grado e ogni specialità, ma vanno da appellativi generici, come technìtai e demiourgòi, a forme più specifiche, come mechanopoiòi, organopoiòi e architéktones[20].
Accanto agli ingegneri militari professionisti vi erano anche ingegneri civili che si dilettavano di poliorcetica e i più famosi sono sovrani come Demetrio Poliorcete e Pirro, il cui “hobby” era naturalmente legato ad interessi contingenti; altri “dilettanti” progettarono macchine da guerra dalla straordinaria complicazione o dimensione ed erano molto cari ai sovrani coevi: ricordiamo per esempio Egetore di Bisanzio, Dionigi di Alessandria, Carone di Magnesia, Ninfodoro, Difilo, Democle, Abdarasso, Dorione. La posizione gerarchica degli ingegneri militari nell’armata e nella società era piuttosto alta, essi erano spesso annoverati fra gli “amici del re” e le cittadinanze li tenevano in gran considerazione, pagandoli profumatamente, per potersi garantire il loro aiuto[21]. Quanto agli operai specializzati, assai ricercati per i quadri inferiori del genio, si sa che i migliori provenivano dal vicino Oriente, Fenicia e Cipro, a causa del precoce sviluppo in quest’area della poliorcetica e della secolare tradizione tecnico-scientifica dell’ingegneria civile cananea e greco-ionica.
In ultimo furono anche costituiti corpi sperimentali d’assedio, soprattutto all’inizio dell’epoca ellenistica, come le truppe da scalata e i reparti montati su elefanti. I “commandos” da scalata erano composti di soldati scelti in tutta l’armata che già avessero avuto precedentemente un’esperienza di scalata alle mura, combattendo nel loro reparto ordinario[22]. L’impiego degli elefanti negli assalti alle fortezze ebbe poca fortuna, poiché reparti simili erano facilmente imbottigliati davanti alle mura o nei corridoi delle porte prese d’assalto, abbattendo i pachidermi in testa e in coda alla colonna avanzante; inoltre gli animali, impazzendo di paura o dolore facevano strage di nemici e amici con esiti disastrosi, cosicché dalla prima metà del III sec.a.C. questi reparti non vennero più impiegati nelle operazioni ossidionali.

Armi e macchine da assedio


Il fuoco


Fin dai tempi più antichi, un’arma molto usata durante gli assedi era il fuoco. Esso intacca le parti lignee delle abitazioni, distugge le coperture e i camminamenti di cortine e torri e soprattutto può compromettere la stabilità delle palizzate e permettere il sorpasso dei primi ostacoli difensivi. Originariamente gli assedianti accendevano grandi roghi davanti alle mura nemiche, confidando poi nel vento, per causare incendi nella città assediata; i roghi erano alimentati con pece e zolfo, mentre le mura e soprattutto le porte erano protette con pelli bagnate.
Le tecniche incendiarie furono poi affinate e, passando attraverso l’uso delle frecce infiammate durante le Guerre Persiane, si giunge alla Grande Guerra del Peloponneso, quando fu probabilmente realizzato il primo apparecchio lanciafiamme della storia[23]. Dal IV sec.a.C. anche gli assediati fecero uso del fuoco, per distruggere le macchine da guerra dei nemici[24], ma è in età ellenistica che furono compiuti studi sulle miscele incendiarie, prodotte con pece, zolfo, stoppa, segatura di pino, malthé e nafta, provenienti dall’Oriente, dopo le campagne di Alessandro. Uno studioso, Giulio l’Africano, inventò il cosiddetto “fuoco automatico”, composto da polvere di zolfo, salgemma, cenere, pietra di folgore e pirite, il tutto pestato in mortai; la miscela, sotto la luce del sole, con l’aggiunta di asfalto liquido di Zante e calce viva, si incendiava spontaneamente[25].
Infine possiamo ancora ricordare gli specchi di Archimede, che incendiavano le navi romane nel mare di Siracusa[26].

Le macchine d’assalto


Le vere e proprie macchine d’assedio erano realizzate in legno e si possono distinguere quelle d’assalto dalle artiglierie; queste ultime avevano sovente un impiego campale, accanto a quello ossidionale.
La principale macchina d’assalto è l’ariete e la tradizione vuole che sia stata inventata da un ingegnere greco, Artemone di Clazomene, all’assedio di Samo del 440-439 a.C.[27]. Il primo documento archeologico riferibile ad un ordigno simile, proveniente dal mondo greco, è la testa bronzea d’ariete rinvenuta negli scavi d’Olimpia e datata alla seconda metà del V sec.a.C. . Essa ha forma di parallelepipedo, con grande spigolo dentato sulla fronte. Si tratta probabilmente di un tipo montato su pali di legno, a trasporto e propulsione manuale, per svellere cardini di porte o abbattere postierle, ma non certamente per aprire brecce nelle cortine[28].
Un secondo tipo di ariete, chiamato “testuggine”, è quello sospeso, cioé costruito in maniera che il palo fosse collegato con un sistema di corde alla parte superiore dell’armatura lignea della macchina, definita appunto “testuggine”; il movimento del palo era conferito dall’interno, altri meccanismi, collegati alle ruote erano mossi da alcuni serventi. Un esempio tipico dell’età ellenistica è l’ariete a testuggine di Egetore di Bisanzio (fig. 1), una macchina di grandi dimensioni in grado di aggredire la fortificazione nemica e provocare brecce nelle cortine[29]; questo tipo di macchina fu il preferito durante le operazioni ossidionali fino alla Tarda Antichità, senza subire variazioni rilevanti.
Furono di notevole importanza, durante gli assedi, anche le grandi torri d’assalto[30], poiché proteggevano l’attacco delle fanterie e degli arieti e, portate presso le mura nemiche, permettevano agli assalitori di accedere agli spalti con una certa sicurezza, salendo tramite le scalinate interne. Come per gli arieti, in età ellenistica queste macchine raggiunsero dimensioni eccezionali, ma il modello di riferimento fu l’helépolis di Posidonio, costruita su commissione di Alessandro Magno[31] (fig. 2); la torre, a quattro piani più la piattaforma di manovra, era alta 50 piedi (ca. m. 15) e realizzata in legno di pino e abete, di quercia e frassino per le strutture portanti, era inoltre dotata di ponte levatoio d’assalto al penultimo piano. Metteva in movimento la macchina un sistema di grandi ruote a gabbia di scoiattolo, azionate all’interno dai soldati e collegate con cinghie di trasmissione alle ruote motrici[32]. L’ingegnere Epimaco, all’assedio di Rodi del 305-304 a.C., costruì per Demetrio Poliorcete un’ helépolis di nove piani, con camere al piano di manovra per i soldati che muovevano la macchina[33], e commutatori di movimento, per le manovre; tre lati della torre erano coperti con lastre di ferro e il lato rivolto verso la direzione d’assalto era dotato di finestrelle di tiro con protezione di tende in cuoio e lana. Esistevano due rampe di scale distinte, per l’ascesa ai piani di assalto e per la discesa, in maniera da evitare intasamenti e garantire la massima efficienza[34].

Le artiglierie


E’ necessario porre le preliminari distinzioni fra armi ad arco e a torsione e fra macchine da frecce e petroboli; pertanto si isolano innanzitutto i tipi “balestra” e “catapulta”, essendo il primo un congegno ad arco per lancio di frecce, il secondo a torsione per lancio sia di frecce sia di pietre[35].
La balestra presenta numerose varianti dimensionali: lo skorpìos di piccole dimensioni, usata da un balestriere, e la grande gastraphétes (fig. 4), un pezzo realizzato con l’arco composito, il palìntonon tòxon fig. 3)[36]. Nell’ambito dei congegni ad arco esistevano anche alcuni esemplari petroboli, come il lanciapietre di Carone di Magnesia[37] (fig. 5).
La catapulta, katapéltes, era costituita da due bracci impegnati in matasse di tendini, i tònoi, montate ortogonalmente ad essi. Quando i bracci venivano tratti all’interno della macchina, le matasse si torcevano e si caricavano di un potenziale di forza, che si liberava al momento dello svincolo dei bracci, imponendo ad essi un istantaneo movimento di ritorno alla posizione di riposo; una forza di intensità pari a quella delle matasse veniva applicata al proiettile, che partiva nella direzione di puntamento dell’arma. I tipi di catapulta si distinguono a seconda dei generi di proiettille e di sistema di lancio[38]. Esisteva l’oxybelés euthýtonos (fig. 6), cioé “dai tendini diritti”, poiché, guardandola dall’alto il culmine delle matasse dei tendini e i diametri del loro montante forato (il perìtreton) si allineavano lungo una retta; inoltre, la definizione può anche essere determinata dal fatto che i bracci e le matasse in torsione disegnavano il profilo di un arco semplice, chiamato appunto euthýtonon tòxon. La grande catapulta petrobola era invece denominata oxybelés palìntonos (fig. 7), perché i bracci alle due estremità e le matasse di tendini, con i diametri del montante forato al centro, disegnavano il profilo del palintonon toxon, l’arco composito; si comprende dunque l’uso di quest’arma per scagliare proiettili lapidei, che richiedevano un impulso assai intenso, conferibile soltanto con l’aplicazione dell’arco composito; logicamente, più si aumentavano le dimensioni delle matasse di tendini, maggiore era la forza applicabile e maggiori le dimensioni dei proiettili lanciabili. Concludono la serie delle macchine da lancio i monagkònes o onagri (l’onager romano), grandi petroboli d’assedio che, dotati di un braccio mobile vincolato a sistemi a torsione, scagliavano grandi proiettili lapidei[39].
Durante i secoli dell’Antichità classica queste macchine da lancio ebbero fortuna alterna. In età ellenistica furono realizzati pezzi di grandissime dimensioni, mai più raggiunte in seguito; esistevano balestre e catapulte che lanciavano dardi lunghi 4 cubiti (m. 1,85) e palle lapidee di 3 talenti (kg. 78) a distanze fra m. 100 e 300 e furono numerose anche le sperimentazioni[40]. Successivamente, soprattutto grazie ai genieri e agli artiglieri dell’esercito imperiale romano, furono apportate modifiche di precisione e di calibratura dei pezzi a scapito dell’ingrandimento dimensionale; i tipi di artiglieria romana dunque rispecchiano e specializzano perfettamente quelli delle armate ellenistiche, ma dal III sec.d.C. iniziarono ad avere impieghi campali assai limitati e i grandi pezzi rimanevano inattivi nelle piazzeforti, a causa della progressiva scomparsa di serventi specializzati. Questo fatto ebbe una ripercussione diretta in età medioevale, quando, pur tornando ad essere prodotte in quantità, le artiglierie da lancio furono usate solo praticamente in operazioni d’assedio e non più in battaglie campali[41].

Rampe, trincee, opere di mina


Attività fondamentale nelle operazioni d’assedio erano i lavori di sterro. L’esercito romano fu maestro in questo campo, mentre nel mondo greco si fece assai più affidamento alle capacità inventive degli ingegneri militari e alle dimensioni delle macchine da guerra. Le opere più usate erano le rampe d’assalto, ma non si tratta di un’invenzione greca, bensì del vicino Oriente[42]; esse erano realizzate con terra, detriti, materiali di scarico, cenere dei fuochi e legname bruciato, materiale proveniente da costruzioni vicine alla zona d’operzione, qualsiasi cosa radunabile velocemente e in gran quantità, addirittura le armi che giacevano al suolo dopo gli scontri[43].
Le mine erano scavate sia dagli assedianti sia dagli assediati, gli uni per penetrare nella città nemica o per farne crollare le mura, e aprire delle brecce, gli altri per sottrarre materiale alle rampe in costruzione, o farle crollare completamente, vanificando l’opera dei nemici[44]. Quando la mina raggiungeva l’obiettivo veniva puntellata da pali lignei, cosparsi di resina e pece, a grande distanza fra loro, ed era riempita da materiale incendiario, al quale si dava fuoco; il collasso dei pali determinava il crollo della volta della galleria e quanto si appoggiava su di essa in superficie[45] (fig. 8).
Le prime applicazioni di queste tecniche risalgono, per il mondo greco, già all’inizio del V sec. a.C.; fu poi durante il periodo ellenistico che si perfezionarono gli scavi di mine e trincee, con le opere di circonvallazione e controvallazione, sperimentate in maniera massiccia durante la Grande Guerra del Peloponneso. I maestri di quest’arte furono tuttavia i Romani.

(Fabrizio Zannoni)


L’attività difensiva


Le “antimacchine”


Analizzando l’attività di difesa, merita uno spazio a sé l’illustrazione delle ingegnose reazioni attuate dagli assediati[46].
Finché fu in uso la tattica dell’assedio a blocco, le reazioni furono minime e limitate alle opere di sterro, ma con l’Ellenismo e la stagione delle grandi artiglierie, degli arieti e delle torri, i difensori non poterono più permettersi un atteggiamento passivo. La strategia difensiva sviluppò due linee d’azione parallele: l’intervento di reazione immediata al momento dell’attacco alle mura da parte delle macchine d’assalto nemiche e la craezione di strutture fortificate permanenti, preventivamente alle azioni belliche, che si sviluppassero secondo ampliamenti topografici e architettonici per l’impiego delle artiglierie in sede difensiva; è la prima volta che l’aspetto architettonico di una piazzaforte si conforma alle caratteristiche del proprio armamento. L’analisi delle trasformazioni dell’architettura militare ellenistica saranno trattate più avanti, basti ora soltanto notare che, come prima reazione all’attacco nemico viene aumentato il numero di fossati e le loro ampiezze, si introducono vari generi di trabocchetti e soprattutto sistemi di ammortizzazione degli urti dei proiettili, scagliati contro le cortine, e schermi anti incendio.
Le cosiddette antimacchine rappresentano, certamente con le artiglierie, l’aspetto offensivo della strategia difensiva; spesso erano realizzazioni adeguate alla singola circostanza, là dove un particolare ordigno avrebbe risposto meglio alla minaccia nemica. Uno studioso ellenistico di poliorcetica, Filone di Bisanzio (fine III-inizio II sec.a.C.), presenta tuttavia una casistica di attacchi e tecniche di assalto, per ciascuna delle quali propone l’uso di specifiche antimacchine, quali le gronde per la pioggia di pietre, il contro-ariete, vari generi di trappole, reti e armi d’asta a barbette[47]. Prima di Filone, un altro studioso, Enea Tattico, autore di un trattato sulla difesa delle piazzeforti, si occupò dell’argomento, ma consigliava soprattutto l’uso del fuoco e delle cortine fumogene contro macchine e fanterie assalitrici. Illustrò anche il tentativo di sollevare dall’alto delle mura la testa degli arieti, per mandare i colpi a vuoto, esaltò l’impiego del contro-ariete e studiò sistemi difensivi per gli attacchi agli spalti[48].
Infine una reazione alternativa alla difesa sugli spalti, che assume pieno valore strategico in età ellenistica, è la sortita. Essa veniva attuata uscendo dalle postierle e rappresenta un elemento essenziale della difesa attiva, perché sposta lo scontro in campo aperto, nell’area controllata dall’assediante[49].

L’artiglieria nella difesa delle piazzeforti


Le artiglierie ad arco e a torsione non furono soltanto impiegate dalle armate assedianti, ma erano parte integrante e attiva della difesa di una piazzaforte. Il problema relativo alla ricostruzione del posizionamento dell’artiglieria lungo le mura è stato affrontato analizzando quanto ancora di significativo in merito si è conservato nei resti delle cinte urbane e delle fortezze, presenti in tutta l’area geografica investita dalla koiné ellenistica; risulta in generale che le macchine da lancio erano sistemate sia lungo le cortine, sia all’interno delle torri[50].
Un valido appoggio alla ricerca archeologica proviene dinuovo dall’analisi degli scritti di Filone di Bisanzio. Egli consiglia di piazzare, in punti particolarmente importanti, diversi pezzi anche lungo difese esterne avanzate, costituite da piattaforme molto ampie ed elevate assai poco dal piano di campagna, di fronte alle cortine; il tiro dalle posizioni avanzate, di natura radente e non piombante, consentiva di integrare quello dei pezzi posti sulle cortine e nelle torri, dove inoltre lo spazio limitato impediva la posa in batteria di un numero elevato di macchine. Le artiglierie sistemate all’interno delle difese architettoniche non potevano certo raggiungere le dimensioni e la potenza di tiro dei grandi pezzi da assedio e per colpire bersagli prossimi alle cortine avrebbero dovuto ridurre le distanze ed ulteriormente la potenza a scapito dell’effetto dirompente dei proiettili; di conseguenza l’integrazione delle macchine sugli antemurali era indispensabile anche nello scontro ravvicinato. Filone avvisa comunque che le piattaforme mantengono la loro piena efficacia solo se costruite presso torri o bastioni, potendo fare affidamento sul tiro di copertura delle fortificazioni alte. Lungo i tratti di cortina ordinari, intervallati da torri, secondo Filone, bastavano le artiglierie piazzate lungo i camminamenti e nelle camere delle torri, essendo comunque assai efficace l’arrangiamento del tiro dall’alto. In questo caso il problema dello spazio non coperto dal tiro dei pezzi della cortina era in parte risolto con lo scavo di un fossato , che avrebbe bloccato l’avanzata nemica nel raggio di tiro dei difensori, e in parte con il tiro di fiancheggiamento radente la cortina, attuato dai lati ritirati delle torri.
Lungo le cortine potevano anche essere realizzate delle casematte, ma sono piuttosto rare; la soluzione prevalente è quella adottata nelle mura di Perge e Sidé, in Anatolia. A Perge[51] (fig. 9) il cammino di ronda è sorretto da arcate che isolano cameroni aperti adibiti a sedi d’artiglieria e forniti di finestre per il tiro verso l’esterno. A Sidé[52] (fig. 10) un camminamento inferiore al cammino di ronda sostiene una successione di pilastrini, che sottomurano il cammino stesso e alternano le sedi d’artiglieria a postazioni per il tiro con armi più leggere. In generale le macchine usate in queste strutture erano pezzi di dimensioni ridotte, sul tipo delle gastraphétai o delle catapulte eutitoni a dardo. A Rodi infine le mura avevano due tipi di casematte, uno a livello terra per alloggiare i corpi di guardia e un altro sopra al primo come sede di catapulte da dardi, lunghi 2 cubiti (m. 0,89). Il motivo per cui, in epoca ellenistica viene introdotto il sistema di due camminamenti sovrapposti è legato all’incremento del volume di lancio; fu tuttavia adottato abbastanza tardi e mai su vasta scala, per il fatto che simili cortine erano assai costose, e, inoltre, la fronte del camminamento inferiore, traforata com’era dalle feritoie, era facilmente vittima delle grandi arieti semoventi.

L’architettura militare ellenistica


L’età delle innovazioni: il IV sec.a.C.


Il IV sec.a.C. è un momento fondamentale nella storia della fortificazione ellenica[53]: si passa, infatti da una architettura difensiva statica ad una dinamica e più leggera, che riflette le nuove concezioni della guerra d’assedio. Ora gli eserciti si scontrano sulle strutture fortificate, come in un campo di battaglia aperto, e i territori circostanti le città, un tempo teatri di scontri campali, vengono fortificati con strutture difensive molto articolate[54]. La ragione contingente principale delle trasformazioni architettoniche è la necessità di dare una risposta adeguata all’aumento numerico delle macchine d’assedio e delle loro capacità offensive. Nel caso specifico del IV sec.a.C., la minaccia maggiore era causata innanzitutto dalgli arieti e dalle torri d’assalto, mentre le artiglierie erano ancora nella fase di pretorsione e non esistevano i grandi petroboli.
Riguardo alle cinte murarie si rileva che, in questo periodo, la regola costruttiva è quella dell’adeguamento alla natura orografica del sito, sfruttandone al massimo le caratteristiche per finalità difensive. Esse venivano realizzate spesso lungo i bordi delle alture su cui sorgevano le città, in modo da impedire l’avvicinamento delle macchine da guerra; il perimetro murario, di conseguenza, era assai ampio e difficilmente poteva essere controllato in ogni punto. Il problema fu risolto con la frequente realizzazione di bretelle che univano due punti distanti del perimetro totale, tagliando fuori un intero settore che rimaneva comunque cintato; si tratta dei diateichìsmata, in genere realizzati nei punti strategicamente più vulnerabili o importanti del circuito murario[55].
I fossati[56], all’inizio del IV sec.a.C., sono scavati più sistematicamente, come ostacolo alternativo a quelli naturali. Tuttavia, là dove Enea Tattico rileva che la validità del fossto è direttamente proporzionale alla sua profondità, perché riesce così ad intercettare il più alto numero di mine nemiche, pare già di rilevare considerazioni di difesa attiva, proprie certamente dei secoli successivi. Inoltre non è ancora chiara la distinzione del fossato-ostacolo, con valore tattico, sviluppato poi nel corso del secolo e durante il seguente, dal fossato-cava tipico del V sec.a.C., generato dall’estrazione del materiale lapideo per la costruzione delle cortine, lungo tutto il perimetro esterno delle mura.
La diffusione delle nuove tecniche ossidionali e lo sviluppo dinamico della difesa determinarono, inoltre, il notevole aumento delle postierle, utili per le sortite. Questi varchi nelle mura erano studiati in modo da salvaguardare il fianco destro dei soldati in uscita[57].
I modelli di torre più diffusi all’inizio del secolo[58] sono quelli circolare e semicircolare, il numero di esemplari viene notevolmente aumentato lungo le cortine per moltiplicare le postazioni di difesa[59]. Strutturalmente iniziano le ricerche per rendere più autonoma la torre dalla cortina, in modo che il crollo di un elemento o dell’altro non comprometta la difesa di un intero settore[60]. Queste modificazioni formali e strutturali sono determinate, in origine, dalla naturale evoluzione delle costruzioni del secolo precedente, ma l’impulso proviene comunque dalle innovazioni introdotte nelle tecniche d’assalto. Per esempio la costruzione dei muri non più pieni, ma con la tecnica detta ad émplekton, cioé con la realizzazione di due filari di blocchi lapidei paralleli, il cui spazio interno viene riempito con materiale eterogeneo, è una conseguenza diretta della cultura costruttiva del V sec.a.C., ma anche una soluzione più adatta ad ammortizzare l’urto degli arieti e ad ampliare lo spessore del diaframma difensivo.
Le trasformazioni strutturali delle torri, però, sono soprattutto motivate dall’alloggiamento dei primi pezzi d’artiglieria. A Messene esistevano due tipi di torri; il primo (fig. 11), del fronte occidentale[61], è datato al 369 a.C.: sporge dalla cortina con merlatura rampante, è dotato di una camera inferiore con pavimento alla quota del cammino di ronda e di una superiore a cielo aperto con merli. Le aperture della camera inferiore sono abbastanza ampie, probabilmente studiate per il tiro con pezzi a pretorsione, ma ancora concepite come semplice dilatazione delle feritoie per arcieri. Il secondo tipo di torre (fig. 12) è meno antico e presenta caratteri più evoluti[62]; è a due piani, il primo con quattro feritoie per arcieri, il secondo con vere e proprie finestrone da tiro, le thyrìdes, assai più pratiche per l’uso delle macchine da lancio; la copertura è realizzata con un tetto a doppio spiovente. Le aperture della camera superiore sono più ampie delle feritoie di quella inferiore. Un’altra torre simile al secondo tipo di Messene è la n. 6 del lato nord delle mura di Paestum; viene datata intorno al 330-300 a.C. ed era dotata di un piano a livello dei camminamenti per gli arcieri e di un secondo per il tiro con le artiglierie; esso si articolava sui tre lati esterni, tramite l’apertura su ciascuno di una coppia di thyrìdes[63]. In sintesi queste torri rappresentano la prima risposta alla necessità di incrementare il tiro della difesa dall’alto; perciò non solo è significativa l’introduzione di nuovi tipi di aperture, per nuove macchine da guerra, ma anche il raddoppiamento in altezza delle camere di tiro, che potevano anche superare il numero di due. Talvolta compaiono camere anche al di sotto del livello del cammino di ronda, sempre comunque adatte per macchine da frecce[64].
Le porte, infine, rappresentano nelle cinte fortificate di V sec.a.C. l’unico vero punto debole; il loro sistema di fortificazione fu concepito per costringere il nemico ad offrire il fianco destro durante l’attacco. Nacquero così nel IV sec. a.C. i tipi di porta “a copertura”, evoluzione del tipo “sceo”, e quello “a corridoio”[65]. Ma già a partire dalla prima metà del IV sec.a.C. e durante tutto il periodo ellenistico si assiste all’ulteriore perfezionamento del tipo a coperura, come nel caso di tutte le porte di Mantinea[66](fig. 13), ad esclusione di quella principale, che rappresenta invece il tipo “a tenaglia”, evoluzione del tipo a corridoio[67](fig. 14); la strategia difensiva di tutte queste opere consisteva nel bloccare gli assalitori all’interno del corridoio precedente il varco[68]. Conclude la tipologia delle porte ellenistiche quella cosiddetta “a cortile”, che presenta la stessa struttura di quella a tenaglia, ma è più serrata sulla fronte e lo spazio davanti al varco d’ingresso si trasforma in una camera intermedia (il cortile), il cui accesso si trova fra le due torri esterne ravvicinate[69].

La stagione delle grandi piazzeforti: III-I sec. a.C.


Il confine fra l’età delle sperimentazioni e il grande sviluppo dell’architettura militare ellenistica è assai labile, tanto che possono essere già considerate parte integrante di quest’ultima molte opere della seconda metà del IV sec.a.C.[70] .
La maturità raggiunta è subito chiara nelle novità dei tracciati delle cinte; si raggiunge un connubbio perfetto fra l’adeguamento all’orografia del sito e la geometrizzazione del circuito fortificato, ottenendo spesso l’effetto di un ottimo fiancheggiamento reciproco fra i successivi tratti di cortina. Esistevano due profili di percorso diversi che rispecchiano due diverse soluzioni di copertura[71]; il tipo “a denti di sega”[72] (fig. 15), presente a Mileto, non segue un rigido schema a zig-zag, ma si adegua ancora notevolmente all’andamento del terreno e le cortine si coprono reciprocamente facendo riferimento agli angoli salienti, che talvolta sono muniti di torri e postierle. Il tipo “a cremagliera” (fig. 16) crea una successione di salienti costituiti da lunghi tratti di cortina, collegati da corti fianchi praticamente ortogonali, dai quali era possibile governare d’infilata l’intero tratto lungo precedente; le cremagliere, assai diffuse in Grecia settentrionale e in Asia Minore, sono probabilmente di origine macedone, un buon esempio è offerto dalle mura di Samico di Trifilia ed è stato proposto un preciso periodo di vita, dal 340 a.C. al 260 a.C.[73] . Fin dall’ultimo quarto di IV sec.a.C. il tipo a cremagliera evolve in quello “a cremagliera bastionata” (figg. 17 e 18), come a Mileto o Apollonia di Cirenaica, con l’aggiunta cioé di torri quadrangolari sugli angoli salienti o anche al centro della cortina, per aumentare il volume di tiro lungo l’intera difesa; infatti il difetto principale delle cremagliere semplici è la mancanza di spazio soddisfacente per il posizionamento di un numero adeguato di pezzi d’artiglieria, quando ormai il loro impiego era indispensabile[74]. Alla fine del III sec.a.C. Filone descrisse altri singolari tracciati in uso, frutto di esperienze degli anni precedenti. Si tratta dei tipi “a semicerchio”[75], a “meandro”, a cortina doppia (fig. 19). Il primo era costituito da tratti di cortina semicircolari con la concavità rivolta verso l’esterno, e congiunti da torri dotate di postierle in posizioni ritirate. Il tracciato a meandro compare in forme poco regolari, ma lo schema ideale era quello di una successione regolare di avancorpi, fortificati sugli angoli da torri, che fiancheggiassero i tratti di cortina ritirata e spezzassero in più parti il fronte d’attacco nemico[76]. Concepito per garantire un notevole volume di tiro è il tipo a cortina doppia; la cortina viene raddoppiata con una seconda ribassata e aggiunta verso l’esterno, alla distanza di circa m. 4, e lo spazio intermedio è coperto con un cammino di ronda, costituito da una soletta di assi; questo sistema permetteva di portare in avanti la difesa leggera, mentre il settore di cortina retrostante poteva essere sopraelevato e casamattato, per l’alloggiamento di pezzi d’artiglieria, che praticamente determinavano l’armamento di una seconda linea. La cortina doppia, inoltre, faceva sistema con torri a successione regolare, dotate di postierle. Le cortine, infine, erano talvolta dotate di copertura, per proteggere la sommità della struttura muraria e il cammino di ronda[77].
Il fossato in età ellenistica divenne definitivamente un elemento d’ostacolo nell’economia della difesa avanzata[78]. L’utilità consisteva, sia nel prevenire le mura dai colpi dei petroboli sia nel tenere lontane gli arieti e le torri, nonché ad intercettare le mine nemiche: a prevenire cioé tutti gli strumenti vincenti dell’assalto. Il loro numero si moltiplica in ottemperanza alle teorizzazioni degli architetti[79]; l’esempio più significativo è quello dei tre fossati sul fronte d’attacco Nord del Castello Eurialo di Siracusa, ciascuno dotato di opere avanzate per la difesa extra moenia e di gallerie per il collegamento con l’interno della fortezza[80].
Compare in questi secoli il termine, protéichisma, che viene usato per definire le più svariate opere difensive poste davanti alla cortina, adottate sempre in ordine ad una strategia che punta a distanziare il più possibile il primo approccio del nemico e a moltiplicare gli ostacoli in avvicinamento; possono essere proteichìsmata le palizzate, le palificazioni interne ai fossati , le strutture antemurali (fig. 20) portate a strapiombo sulla scarpa dei fossati e anche le piattaforme per le artiglierie a tiro radente, citate precedentemente[81]. La condizione fondamentale per il funzionamento efficace di questi antemurali era il collegamento diretto, ma sicuro con l’interno della città: è in questa occasione che iniziano ad essere scavate le prime gallerie dall’interno della piazzaforte verso l’esterno[82], estendendone poi l’uso alla difesa preventiva dalle mine nemiche. Le postierle si moltiplicano notevolmente e sono corredate di spallette difensive in muratura, che facilitano la sortita, come a Demetriade di Tessalia.
Le torri[83] aumentano di numero, per limitare i settori di cortina facilmente vittima dell’ariete. Si mantiene la forma quadrangolare, ma si cerca di disporre obliquamente la struttura rispetto all’andamento delle cortine, per offrire un angolo saliente, e non una faccia piana, sul fronte d’attacco[84]. La torre è, inoltre, resa ormai indipendente dalla tessitura muraria delle cortine, come la torre B di Halos[85] (fig. 21), che è strutturalmente autonoma. Viene sviluppato il tipo semicircolare e poi “a ferro di cavallo” di Eraclea del Latmos[86] (fig. 22), che risolve il problema del raccordo con le cortine proprio della torre circolare, sopravanzando la struttura tramite un corpo rettangolare, sulla fronte del quale si imposta la faccia semicircolare. Sono presenti anche le forme poligonali, il pentagono per esempio a Paestum e l’esagono ad Argo e nella porta dei Leoni a Mileto (fig. 23), che permettono il superamento della debolezza degli angoli retti, facili vittime di petroboli e arieti, e ampliano l’arco di tiro delle artiglierie[87].
Il grande sviluppo tecnico e dimensionale delle artiglierie d’assedio determina a livello strutturale nelle torri, nonché nelle cortine, l’inspessimento della muratura, sia per assorbire meglio l’urto dei proiettili, sia in ragione all’aumento dei piani per l’alloggiamento di un numero maggiore di pezzi. Inoltre anche a livello difensivo si introducono macchine petrobole, assai più pesanti di quelle a dardi. L’esempio più calzante è quello di una torre di Perge[88] (fig. 24), nella quale varia lo spessore dei muri in ragione del passaggio fra primo e secondo piano, la cui muratura è di spessore dimezzato rispetto a quella inferiore; la soletta del piano superiore poggia così sulla sommità delle pareti della camera sottostante.Le thyrìdes del secondo piano sono alte circa 5 piedi (m. 2,22), adatte cioé per l’impiego di catapulte petrobole, ben sostenute dall’appoggio perimetrale della soletta. Infine la torre semicircolare del lato nord delle mura di Hipponion[89] presenta uno spessore di addirittura 8 piedi (m. 3,55 ca.) per un elevato di cinque filari di blocchi lapidei, tanto che si ipotizza la presenza in antico di tre piani con muri il cui spessore si riduce progressivamente, per l’appoggio delle solette.
Per quanto riguarda infine le porte si assiste non solo al mantenimento, ma anche ad ulteriori sviluppi dei tipi visti precedentemente: la grande porta dell’Eurialo a Siracusa (fig. 25) rappresenta il massimo sviluppo del tipo a tenaglia, mentre la porta Sud di Pergamo (fig. 26), per esempio, è un perfezionamento della porta a cortile, che impone un percorso a doppia squadra all’interno del corpo fortificato[90].

Considerazioni critiche conclusive


Al termine della trattazione analitica è necessario proporre alcune considerazioni importanti, determinate dal mutamento della strategia a blocco nella pratica dell’investimento di una piazzaforte. Innanzitutto bisognerebbe affrontare una revisione di quanto la tradizionale interpretazione dell’architettura militare antica professa in relazione alla difesa passiva e piombante.
A partire dalla seconda metà del IV sec.a.C., veramente, le strutture difensive di una città o di una piazzaforte sono concepite in maniera tale da portare lo scontro il più lontano possibile dall’insediamento, come se le antiche difese delle grandi e alte mura in opera isodoma o poligonale venissero ribaltate sul territorio circostante: esse non sono più concepite come un unico ostacolo insormontabile, ma attivamente, come una successione di elementi difensivi su un campo di battaglia.
L’opinione comune, per sottolineare la grande innovazione determinata dalla nascita del profilo del bastione come prodotto dell’incrocio delle linee di tiro dei cannoni, tende a porre la salomonica distinzione fra moderno ed antico, generalizzando nel termine “antico” tutte le esperienze del mondo classico e medioevale, precedenti l’introduzione della polvere da sparo, e impersonando “l’antico” nella figura di Vitruvio[91]. Molto probabilmente l’origine di tale opinione risiede nella lettura del Capitolo V del Libro I del De Architectura, dedicato allo studio delle fortificazioni, sottovalutando il contesto storico nel quale l’autore scrive. Innanzitutto Vitruvio, architetto civile, esperto, ma non esclusivamente, di poliorcetica, essendosi posto il problema della difesa urbana, al momento in cui il mondo mediterraneo fu completamente pacificato da Roma, e la vicenda delle lotte endemiche fra i regni ellenistici si era conclusa definitivamente, non si trovò nella necessità contingente di escogitare sistemi difensivi di particolare elaborazione sia a livello progettuale, sia a livello costruttivo, mentre si profilava piuttosto l’utilità di concepire fortificazioni che riproducessero per altezza e monumentalità la potenza di Roma[92]. Inoltre in questo periodo le artiglierie gigantesche dei tempi di Demetrio Poliorcete non esistevano più, ma gli artiglieri romani stessi si dedicarono al perfezionamento tecnico di macchine di medio calibro, utili anche in campo aperto.
In secondo luogo Roma tardo-repubblicana entrò in contatto con la grande tradizione architettonico-militare greca, quando già il nerbo della sua potenza militare risiedeva nella mobilità e nell’eterogeneità delle specializzazioni della legione, non nelle piazzeforti; furono proprio gli scontri campali che permisero ai Romani di aver ragione dei grandi eserciti ellenistici, lenti nelle manovre e ormai inesorabilmente legati ad una logica bellica di tipo ossidionale[93]. Cosicché nel testo di Vitruvio non si reperiranno mai le considerazioni relative alla difesa attiva e radente propria della tradizione militare ellenistica. Tuttavia nel Capitolo V emergono talvolta elementi che evocano sommariamente principi della poliorcetica ellenistica: per esempio il fiancheggiamento fra una torre e l’altra[94], per proteggere le cortine, l’indipendenza strutturale della torre dalla cortina[95], il tracciato a denti di sega[96], non proposto però per gli elevati delle cortine, ma come andamento dei giunti fra le fondazioni del muro di cinta e del retrostante muro di contenimento dell’agger, quindi con funzione architettonico strutturale piuttosto che strategico difensiva.
Un autore, che pur non godendo della fortuna di Vitruvio, documenta invece l’alto livello raggiunto dall’impegno attivo nella difesa di una piazzaforte è il già più volte citato Filone di Bisanzio. Egli, innanzitutto dimostra di essere consapevole della cesura esistente fra il nuovo modo di fortificare e quello antico, quando in contrasto con i vari sistemi difensivi da lui elaborati o prodotti dalle esperienze contemporanee, compare di frequente la significativa definizione di teichopoiìa archàia, in relazione alla tradizione difensiva dei secoli precedenti.
Ma il concetto dominante che emerge dalle pagine del V Libro della “Sintassi Meccanica” di Filone[97] è che la nuova fortificazione basa il proprio punto di forza sulla difesa avanzata, ottenuta con la creazione di almeno tre fossati profondi[98], l’erezione di palizzate davanti alle cortine e fra i fossati[99], la realizzazione di strutture antemurali alle cortine per il tiro radente e la difesa ravvicinata[100]. In ordine al principio di difesa per ostacoli successivi, l’autore sottolinea l’utilità di aprire fossati anche alle spalle delle mura, davanti ai primi isolati urbani, di fortificare con merlature le case di questi isolati e quelle affacciate lungo gli spazi aperti, di studiare trappole all’interno dell’abitato, per oppore una vigorosa resistenza ai nemici che fossero riusciti ad entrare in città[101]. Conclude poi la descrizione di questi sistemi raccomandandone per l’ennesima volta l’applicazione ai fini di una buona difesa[102].
Accanto al principio della difesa avanzata emerge con pari importanza quello del fiancheggiamento: Filone, parlando del sistema difensivo a doppia cortina, dichiara espressamente l’utilità delle strutture salienti per colpire il nemico sul fianco, prossimo alle mura[103], oppure raccomanda altrove che nessun punto della fortificazione sia mai esposto al tiro dell’assediante da due punti diversi[104]. Da questa idea della difesa reciproca fra le strutture derivano le descrizioni e le proposte dei vari modelli di fortificazione, che sono i già citati sistemi a doppia cortina[105], a denti di sega, a cremagliera, a tratti di cortina semicircolari[106], nonché la disposizione della torre quadrangolare, con un angolo saliente esposto verso il fronte d’attacco, per ammodernare le fortificazioni “all’antica”, garantendo il fiancheggiamento reciproco delle strutture[107]. E’ essenziale notare però che Filone insiste sulla preliminare valutazione del terreno, per scegliere il modello adatto, confermando così, anche in questa occasione, il principio, ricorrente nella storia dell’arte fortificatoria, dell’adeguamento alla natura fisica e orografica del suolo[108].
Si è detto che la difesa delle piazzeforti in epoca ellenistica abbandona la tradizionale passività di epoca arcaica e classica in conseguenza al totale mutamento della strategia e delle tecniche belliche. Esaminando pertanto particolari elementi superstiti dei tracciati fortificati di quest’epoca è possibile verificare sul terreno l’esistenza di strutture che corrispondono sia al testo di Filone di Bisanzio sia ai due principi fondamentali della difesa attiva: il fiancheggiamento e il tiro radente.
Per quanto concerne il fiancheggiamento è possibile distinguere, come per l’architettura militare moderna, sia quello attuato dalle strutture salienti sulla cortina, sia quello opposto dalla cortina sulle strutture salienti[109]; nel primo caso rappresentano un buon esempio le cinte murarie di Messene, Mantinea, Phigalia, Eleusi, Capo Sounion, Aigosthena, Pleuron, Kydna di Licia, Efeso, Priene, Mileto, Eraclea del Latmos, Perge, Sidé, Paestum, Velia, Castiglione di Paludi, Hipponion, Locri Epizephyri[110], dove le successioni di torri circolari, quadrangolari, poligonali, permettono la copertura totale dei tratti di mura contigui. Nel secondo caso sono significative le sistemazioni delle torri quadrangolari inserite nella cinta muraria con uno spigolo rivolto verso il fronte d’attacco, come per esempio a Messene, Kydna di Licia, Aigosthena, Priene, che permettono la copertura dei lati esterni della torre da parte delle macchine piazzate lungo le cortine. Rappresentano poi un esempio classico di fiancheggiamento reciproco fra differenti tratti di cortina i tracciati “a denti di sega” e “a cremagliera” per esempio di Mileto, Samico di Triphylia, Efeso, Iasos, Dema d’Attica, Gortina d’Arcadia; spesso i due sistemi compaiono combinati nella stessa cinta e nei casi di Mileto e Samico ogni saliente della cremagliera è fortificato da una torre che aumenta la potenza di tiro del fianco ortogonale alla cortina ed è coperta sul fianco esposto al fronte d’attacco dalla torre precedente lungo lo sviluppo del sistema. Ma l’esempio più illustre è certamente la grande porta a tenaglia del Castello Eurialo di Siracusa: il Trpylon. Il rientrante della tenaglia, all’interno del quale si aprono i tre varchi d’ingresso, presenta un sistema di tiro incrociato fra le due facce oblique opposte; i corni della tenaglia si allacciano ai tratti di cortina più esterni, facendo emergere il proprio spigolo verso il fronte d’attacco, per creare una specie di saliente che permette il fiancheggiamento verso nord e sud. Il corno nord della tenaglia si conclude con una torre quadrangolare che governa sia la cortina settentrionale, con andamento a denti di sega, sia il settore settentrionale della spianata antistante il Tripylon; a sud la tenaglia si allaccia al grande avancorpo trapezoidale del Castello che copre i settori centrale e meridionale della spianata[111].
Infine i tipi di porta “a copertura” e “a corridoio” per esempio di Mantinea, oppure quello “a tenaglia” di Leontini, del Pireo e la A di Mantinea, o il tipo “a cortile” di Messene (Porta d’Arcadia), Kastraki nel Peloponneso, Tasos, Pergamo (Porta Sud), prevedono la combinazione dei due sistemi di fiancheggiamento, cioé da parte delle torri sul varco d’ingresso e i tratti di cortina limitrofi, e da parte delle cortine sulle torri e su eventuali strutture salienti, proprie del complesso fortificato della porta.
In ultima analisi restano da definire i termini del problema sostanziale relativo alla sistematicità dell’architettura militare ellenistica. E’ possibile o no definire “sistemi” le cinte fortificate delle grandi città d’Asia, della Grecia continentale o delle colonie d’Occidente?
La nozione di sistema fortificato è propria dell’architettura militare moderna; esso viene definito come metodo di costruzione delle strutture difensive non più isolate, ma in relazione l’una con l’altra e finalizzate ad un obiettivo unitario. La chiave di volta in seno agli studi di architettura militare nel sec. XV fu certamente la scoperta delle norme geometriche che regolano la rappresentazione prospettica, applicate allo studio delle traiettorie di tiro incrociato e dei loro esiti in relazione alla copertura totale delle strutture fortificate. Partendo dalle stesse linee di tiro si sviluppava il calcolo degli elevati ed era possibile coordinare sistematicamente l’altezza di una fortificazione alle sue dimensioni piane di larghezza e lunghezza[112]. Nel mondo ellenistico non si può certamente parlare di sistema fortificato in senso moderno, ma neppure le testimonianze architettoniche del tempo devono essere considerate parte integrante di quel concetto di “fortificazione antica” di cui si è detto precedentemente.
In realtà esiste una sistematicità compositiva nell’architettura militare ellenistica e l’elemento portante dei sistemi è anche in questo caso lo studio prospettico delle linee di tiro per la definizione dei tracciati sul terreno: contrariamente si vanificherebbe la natura attiva della strategia difensiva dell’epoca. Ma il punto chiave sta nel chiarire quale fosse il tipo di prospettiva adottato a quei tempi, che non è monofocale, come quello del sec. XV, ma multifocale e presente frequentemente in numerose opere d’arte d’età ellenistica[113]. Anche in ambito urbanistico, le grandi vie cittadine che collegavano le porte alle agorai per esempio di Mileto, Efeso, Corinto, o che univano sistematicamente a varie quote le porte, le agorai, le acropoli di Pergamo, Priene, Alicarnasso, Velia rappresentavano linee direzionali prospettiche che guidavano il visitatore allo scenario della piazza o del santuario, e poi riprendevano per condurre ad un’altra area pubblica o religiosa di particolare importanza, permettendo realmente l’attraversamento della città lungo una teoria di punti di fuga successivi.
Lo stesso principio è valido per le strutture fortificate di quest’epoca, infatti i salienti delle cremagliere o dei traciati a denti di sega, i bastioni per le batterie da difesa (pyrgoi, purgoi), le torri e i tracciati più esterni degli antemurali si presentano in ritmica successione e ciascuno di essi rappresenta un punto di fuga che si coglie simultaneamente agli altri e l’esito delle linee di tiro che disegnano i profili o, quanto meno, l’area d’ingombro di ciascuna struttura. La localizzazione poi di tutti gli elementi lungo la cinta fortificata, in ordine ad un principio di copertura reciproca, chiude in un sistema unitario tutte le componenti della fortificazione.
Infine, al termine di questa rapida trattazione, conforta citare le parole del Generale Rocchi, che nel 1908, a proposito del Castello Eurialo, scriveva:
[…] Nel castello Eurialo si trovano largamente applicati i principi dell’arte difensiva di tutti i tempi. Le opere avanzate, costituite da tre fossati, disposti trasversalmente alla dorsale, ed il duplice recinto del corpo principale, dimostrano che il concetto della resistenza successiva o scalare, del quale si fece un’applicazione eccessiva dagli ingegneri militari del secolo XVII, era ben noto nell’antichità. ... In quelle disposizioni che la tecnica costruttoria, assai progredita degli architetti militari greci riescì a rendere perfettamente corrispondenti allo scopo, mercé il copioso sviluppo delle comunicazioni sotterranee, si rivela al più alto grado il concetto della difesa attiva. Il principio della massa inerte e della difesa passiva, il quale, rappresentato dalle gigantesche muraglie, potrebbe credersi la caratteristica dell’architettura militare dell’antichità, cede il posto, nella fortezza siracusana, alla mobilità, alla elasticità ed alla attività della resistenza […][114].

(Roberto Sconfienza)


Abbreviazioni bibliografiche


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Illustrazioni

Fig. 1, Ricostruzione della “testuggine” di Egetore.
da: Garlan Y., Guerra e società nel mondo antico, Bologna 1985
Fig. 2, Ricostruzione della helepolis di Posidonio.
da: Garlan Y., Guerra e società nel mondo antico, Bologna 1985
Fig. 3, L’arco composito (palintonon toxon).
da: Marsden E. W., Greek and roman artillery, Oxford 1969
Fig. 4, Ricostruzione di gastraphetes.
da: Marsden E. W., Greek and roman artillery, Oxford 1969
Fig. 5, Ricostruzione del lanciapietre di Carone di Magnesia.
da: Marsden E. W., Greek and roman artillery, Oxford 1969
Fig. 6, Ricostruzione di catapulta eutitone (oxybeles euthytonos).
da: Marsden E. W., Greek and roman artillery, Oxford 1969
Fig. 7, Ricostruzione di catapulta palintone (oxybeles palintonos).
da: Marsden E. W., Greek and roman artillery, Oxford 1969
Fig. 8, Rampa d’assalto e mine all’assedio di Palaepaphos (498 a.C.).
da: Garlan Y., Guerra e società nel mondo antico, Bologna 1985
Fig. 9, Ricostruzione della cortina casamattata di Perge.
da: Marsden E. W., Greek and roman artillery, Oxford 1969
Fig. 10, Ricostruzione della cortina casamattata di Sidé.
da: Marsden E. W., Greek and roman artillery, Oxford 1969
Fig. 11, Ricostruzione della torre 12 del fronte occidentale delle mura di Messene.
da: Garlan Y., Recherches de poliorcetique greque, Paris 1974
Fig. 12, Ricostruzione della torre ad est della Porta d’Arcadia delle mura di Messene.
da: Marsden E. W., Greek and roman artillery, Oxford 1969
Fig. 13, Planimetria della porta D di Mantinea.
da: Garlan Y., Recherches de poliorcetique greque, Paris 1974
Fig. 14, Planimetria della porta principale (A) di Mantinea.
da: Garlan Y., Recherches de poliorcetique greque, Paris 1974
Fig. 15, Tracciato a denti di sega; settore sud-est delle mura di Mileto.
da: Garlan Y., Recherches de poliorcetique greque, Paris 1974
Fig. 16, Tracciato a cremagliera; fronte sud dell’acropoli di Samico di Triphylia.
da: Garlan Y., Recherches de poliorcetique greque, Paris 1974
Fig. 17, Tracciato a cremagliera “bastionata” con torri in corrispondenza dei salienti; settore del fronte sud delle mura di Mileto.
da: Garlan Y., Recherches de poliorcetique greque, Paris 1974
Fig. 18, Tracciato a cremagliera “bastionata” con torri al centro dei tratti di cortina; campo di Iasos.
da: Garlan Y., Recherches de poliorcetique greque, Paris 1974
Fig. 19, Ricostruzioni ipotetiche dei tracciati a semi cerchi, doppio, a meandro, secondo le descrizioni di Filone di Bisanzio.
da: Garlan Y., Recherches de poliorcetique greque, Paris 1974
Fig. 20, Ricostruzione del tratto di cortina con proteichisma e fossato delle mura d’Atene presso il Dipylon.da: Garlan Y., Recherches de poliorcetique greque, Paris 1974
Fig. 21, Planimetria della torre B di Halos di Tessaglia.
da: Garlan Y., Recherches de poliorcetique greque, Paris 1974
Fig. 22, Planimetria di un tratto delle mura di Eraclea del Latmos con le torri n. 1 e n. 4 a ferro di cavallo.
da: Garlan Y., Recherches de poliorcetique greque, Paris 1974
Fig. 23, Planimetria della porta dei Leoni a Mileto.
da: Garlan Y., Recherches de poliorcetique greque, Paris 1974
Fig. 24, Ricostruzione della torre di III sec. d.C. del fronte est delle mura di Perge.
da: Marsden E. W., Greek and roman artillery, Oxford 1969
Fig. 25, Planimetria delle fortificazioni del Castello Eurialo di Siracusa.
da: Adam J. P., L’architecture militaire grecque, Paris 1982
Fig. 26, Planimetria della porta sud delle mura di Pergamo.
da: Adam J. P., L’architecture militaire grecque, Paris 1982

Note


[1]Riguardo alla diffusione culturale dei modelli greci: Walbank 1983, pp.63-82.
[2]In questi tre secoli di storia la guerra assume la fisionomia di realtà onnipresente che cesserà di esistere solo con la fine del I sec.a.C. e la Pax Augusta (Leveque 1968, pp.282-287, pp.276-281).
[3]Per un’introduzione storica esauriente sugli eventi dell’epoca e sulla struttura politica degli stati ellenistici: Walbank 1983, pp.47-61, pp.83-167; Bengston 1988-89 Vol.II, pp.135-343.
[4]Per un rapido inquadramento del problema: Garlan 1985, pp.164-170.
[5]Per esempio Micene, Argo, Tirinto; sulle cittadelle micenee: Garlan 1968, pp.247-248; Winter 1971, pp.47-49; Biernacka-Lubanska M., The Water Supply of the Mycenean Citadels and its relations wiith the Near East, in: Interaction and acculturation in the Mediterranean, Amsterdam 1980, pp.181-189; sulla guerra in epoca micenea: Lejeune M., La civilisation mycenienne et la guerre, in: Vernant P. (a cura di), Problemes de la guerre en Grece ancienne, Paris 1968, pp.31-51; Garlan 1985, pp.126-132 e pp.164-165.
[6]Garlan 1974, pp.108-113.
[7]La prima operazione compiuta dall’assediante era l’individuazione e il taglio degli acquedotti che rifornivano la città di acqua corrente pulita. Per questo motivo, generalmente, nel mondo greco arcaico, classico ed ellenistico, l’acquedotto veniva costruito con percorso ipogeo, tentando di mimetizzarlo nell’ambiente circostante l’insediamento urbano (Robinson D. M., Graham J. W., Excavations at Olynthus, 8. Domestic and Public Architecture, Baltimore 1946, p.103; Winter 1971, p.51; Burns A., Ancient Greek Water Supply and City Planning. A study of Syracuse and Akragas, in: “Technology and Culture” XV, 1974, p.405 ). Riguardo alla difesa del territorio in età classica: Garlan Y., La defence du territoire à l’epoque classique, in: Problemes de la terre en Grece ancienne, Paris 1973, pp.149-160.
[8]Sulla strategia tradizonale antica: Garlan 1974, pp.20-44, e più in generale: Harmand J., L’arte della guerra nel mondo antico, Perugia 1981; Snodgrass A., The historical significance of fortifications in Arcaic Greece, in: La fortification dans l’histoire du monde grec. Actes du colloque international CNRS 614, Valbonne 1982, Valbonne 1982, pp.125-131. Per un inquadramento generale sulla concezione della fortificazione greca non solo in età ellenistica: Scranton R. L., Greek walls, Cambridge 1941; Rachet G., L’architecture militaire dans le mond grec, in: “Archaeologia Paris” 34, 1970, pp.16-25; Ducrey P., Les fortifications grecques: role, fonctions, efficacitè, in: La fortification dans l’histoire du monde grec. Actes du colloque international CNRS 614, Valbonne 1982, Valbonne 1982, pp.113-142; Treziny H., Les fortifications grecques, in: “Les dossiers d’archeologie” 179, 1993, pp.22-31, pp. 32-41, pp. 42-49.
[9]Sull’investimento delle piazzeforti durante questa guerra: Garlan 1974, pp.106-125.
[10]Bengston 1988-89 Vol.I, pp.373-375; Garlan 1974, pp.44-65.
[11]Bengston 1988-89 Vol.II, pp.390-395.
[12]Sulla nuova strategia: Garlan 1974, pp.66-86, pp.155-163, pp.169-173.
[13]Sul tema della poliorcetica: Mc Nicoll A., Some developments in hellenistic siege warfare with special reference to Asia Minor, in: The proceedings of 10th International Congress of classical Archaeology, Ankara-Izmir 1973, Ankara 1978, pp.406-419; Mc Nicoll A., Developements in tecniques of siegecraft and fortifications in the greek world ca. 400-100 B.C., in: La fortification dans l’histoire du monde grec. Actes du colloque international CNRS 614, Valbonne 1982, Valbonne 1982, pp.305-313; Schürmann A., Griechische Mechanik und antike Gesellschaft. Studien zur staatlischen Förderung einer technischen Wissenschaft, Stuttgart 1991; Blyth P. H., Apollodorus of Damascus and the “Poliorcetica”, in: “Greek Roman and Byzantine Studies” 33, 1992, pp.127-158, Garlan Y., La poliorcetique, in : “Les dossiers d’archeologie” 172, 1992, pp.28-35; Garlan Y., Textes et fortifications, in: “Les dossiers d’archeologie” 172, 1992, pp.52-57.
[14]Riguardo alle trasformazioni sociali e la crisi dell’assetto di età classica: Walbank 1983, pp.169-183. In generale per un inquadramento storico sociale del mondo ellenistico: Rostotzeff M. I., Social and economic history of hellenistic world, Oxford 1953 (trad .italiana: La Nuova Italia 1966-1973). Per i risvolti economici della guerra nel mondo ellenico: Garlan Y., Guerre et economie en Grece ancienne, Paris 1989.
[15]Sull’assalto: Garlan 1974, pp.125-134, pp.178-184, pp.203-204, pp.271-278. Sul tema dell’assedio e delle procedure adottate in età ellenistica e romana esiste una rapida, ma completa trattazione in: Rocchi 1908, pp.45-58.
[16]Il primo ad innaugurare questa tradizione fu lo stesso Alessandro Magno all’assalto della Rocca di Sogdiana.
[17]Per un’introduzione rapida sulla guerra e sulla falange oplitiche: Courbin P., La guerre en Grece à l’haute epoque, d’apres les documents archeologiques, in: Vernant P. (a cura di), Problemes de la guerre en Grece ancienne, Paris 1968, pp.69-91; Finley M. J., Sparta, in: Vernant P. (a cura di), Problemes de la guerre en Grece ancienne, Paris 1968, pp.143-160; Vidal Naquet P. V. N. La tradition de l’oplite athenien, in: Vernant P. (a cura di), Problemes de la guerre en Grece ancienne, Paris 1968, pp.161-181; Detienne M., La phalange. Problemes et controverses, in: Vernant P. (a cura di), Problemes de la guerre en Grece ancienne, Paris 1968, pp.119-142; Hanson V. D., L’arte occidentale della guerra. Descrizione di una battaglia nella Grecia classica, Milano 1990. Per il passaggio da oplita classico a soldato professionista: Marinovic L. P., Polis et civitas. De la milice citoyenne à l’armeé professionale, in : “Index. Quaderni camerti di studi romanistici” 20, 1992, pp.103-108.
[18]Riguardo agli aspetti culturali, etnici, sociali del mondo militare ellenistico: Leveque 1968, pp.262-266; in particolare per l’Egitto tolemaico: Van’t Dack E., L’armeé de terre lagide. Reflet d’un monde multiculturel ?, in: Life in a multicultural society. Egypt from Cambyses to Constantine and beyond. Chicago 1990, Chicago 1992, pp.327-341.
[19]Sulla falange macedone: Tarn W. W., Hellenistic military and naval developement, London 1930, Momigliano A., Re e popolo in Macedonia prima di Alessandro Magno, in: “Athenaeum” 13, 1935, pp.3-21, Adcock F. E., Greek and macedonian kingship, in: “Proceedings of British Academy” 39, 1953, pp.163-180, Adcock F. E., The greek and macedonian art of warfare, London 1957, Andronikos M., Sarissa, in: “Bullettin de correspondence hellenique” 94, 1970, pp.91-107. Sull’organizzazione delle armate ellenistiche: Leveque 1968, pp.266-275; Garlan 1974, pp.204-207.
[20]Il corpo del genio fu istituito inizialmente nell’esercito macedone di Filippo II (382-336 a.C.), sviluppato dal figlio Alessandro, grazie alla presenza di ingegneri come Diade e Posidonio, e in età ellenistica ebbe anche una scuola di ricerca ed applicazione, voluta dai Tolomei ad Alessandria (Garlan 1974, pp.207-211).
[21]Si può ricordare l’episodio in cui l’ingegnere Diogneto di Rodi venne implorato dalle giovani donne e dagli efebi della città d’origine di riprender servizio, per mettere fuori combattimento la terribile helepolis (elepoliV) una gigantesca torre d’assalto di Demetrio Poliorcete, allora appunto impegnato nell’assedio di Rodi (305-304 a.C.). Diogneto, tornato in servizio, ebbe successo e catturò l’helepolis, che volle porre nell’agorà, come dono alla cittadinanza.
[22]Furono impiegati per la prima volta, con lo stesso sistema di reclutamento, da Alessandro all’assalto della Rocca di Sogdiana (Garlan 1974, p.205).
[23]All’assedio di Delio del 424-423 a.C. gli assedianti realizzarono un marchingegno con un grande tronco cavo svuotato: ad un estremo fu posto un calderone con carboni e pece ardente e all’altro, quello dalla parte degli assalitori, dei grandi mantici. Avvicinado la macchina alle mura e soffiandovi dentro l’aria, il fuoco si sprigionava contro gli assediati (Garlan 1985, p.171). Per altre notizie su macchine incendiarie durante la Guerra del Peloponneso: Garlan 1974, pp.140-141.
[24]Venivano realizzate delle barre di ferro con punte grandi e piccole alle estremità e tutt’intorno cinte da involucri con sostanze altamente incendiarie. Enea Tattico prescrive di scagliarle contro le macchine nemiche, assicurandosi che esse si conficchino nelle stesse e che il fuoco non venga meno (Garlan 1985, p.171).
[25]Questa miscela anticipa il famoso “fuoco greco” inventato nella seconda metà del VII sec.d.C. (Garlan 1985, pp.171-172).
[26]Riguardo a questa tradizione sussistono alcuni dubbi, poiché le fonti contemporanee non riferiscono di tali macchine, ma i primi a parlare in maniera generica di specchi ustori sono Luciano di Samosata e Galeno nel II sec.d.C. e più ci si allontana nel tempo, più ci si imbatte nella citazione della vicenda, tanto da far pensare veramente che si tratti soltanto di una leggenda.
[27]Sicuramente il tipo di macchina fu inventato assai prima nel vicino Oriente, dove, nell’VIII sec.a.C., le armate assire facevano uso di arieti, macchine da guerra e strutture ossidionali e quindi mettevano già in pratica la stategia dell’assalto. Provengono, infatti, da Nimrud, prima capitale dell’impero neoassiro, i rilievi del palazzo centrale, che celebrando le imprese del re Tiglat-Pileser III (745-727 a.C.) presentano l’assedio di una città; si possono individuare, sul lato sinistro della città, alcuni fanti che salendo una scala attaccano una torre della cinta muraria e sul lato destro un’ariete, montata su ruote e protetta da un rivestimento, forse di pelli, che sale la collina, su cui si arrocca il nemico. Alle spalle della macchina si vedono gli arcieri, la cui seconda fila è protetta da un’opera effimera di graticci: essi creano un tiro di copertura per l’assalto della fanteria. In un altro rilievo, sebbene l’attenzione sia catturata maggiormente dalla gran vivacità del combattimento sulle mura, si può notare che non solo la macchina è costituita dal connubio di un’ariete, come la precedente, e una torre d’assalto, su cui è posto un arciere, ma anche che essa poggia le ruote su una rampa, verosimilmente in terra battuta e arrestata presso il ciglione del fossato della città assediata.
[28]Garlan 1985, p.172. Sugli arieti di fine V sec.a.C.: Garlan 1974, pp.137-140; su quelle successive: Garlan 1974, pp.236-239.
[29]Macchine simili furono usate dagli Spartani già all’assedio di Platea del 429 a.C. e da Demetrio Poliorcete, il quale, stando a Diodoro Siculo (XX, 95, 1), possedeva arieti di dimensioni colossali, in grado di muovere travi da 120 cubiti (m. 53,28; Garlan 1985, p.173).
[30]Garlan 1974, pp.225-234.
[31]E’ noto che, già nel 397 a.C., il tiranno di Siracusa Dionisio I attaccò la colonia punica di Motya con torri a sei piani dotate di ponti, per accedere agli spalti, e alte quanto le case della città nemica, per averne il pieno dominio dall’alto. Quanto ad Alessandro, si deve a lui l’introduzione delle dimensioni gigantesche per questo tipo di macchina d’assalto: agli assedi di Alicarnasso (334 a.C.) e Tiro (332 a.C.) mise in campo torri alte 100 cubiti (m. 44,40; Marsden 1969, p.100; Garlan 1985, pp.173-176).
[32]A tale proposito è necessario distinguere che i movimenti su lunghi tratti di terreno erano attuati trascinando a braccia le torri sotto le mura nemiche, mentre quelli di messa a punto erano conferiti tramite i meccanismi interni; infatti l’avvicinamento doveva essere relativamente veloce, per evitare la reazione del nemico, mentre l’approccio della macchina alle mura, operazione di precisione e naturalmente più lenta, se attuato dall’esterno, avrebbe esposto notevolmente gli assalitori ai colpi dei difensori.
[33]Sempre Diodoro racconta che gli uomini necessari a muovere l’helepolis dovevano essere 3400, sistemati, parte all’esterno, parte ai lati e parte sul retro.
[34]Garlan 1985, pp.175-176.
[35]Garlan 1974, pp.164-169, pp.212-225; Garlan 1985, pp.176-178.
[36]E’ necessario chiarire che la forza sviluppata nella tensione dei bracci di un arco composito è assai più intensa di quella di un arco semplice, poiché la naturale tendenza dei bracci dell’arco è verso l’esterno, mentre il tendine li costringe a flettersi in direzione opposta. In Greco questo arco si definivava palintonon cioé “ritorto” (Marsden 1969, pp.5-12).
[37]Era costituito da un arco composito, collegato al corpo della macchina, che sosteneva a sua volta un’assicella mobile scanalata, su cui prendeva posizione il proiettile. Quando il tendine veniva liberato l’assicella partiva rapidamente in avanti e, arrestata al limite del montante, forniva l’impulso di lancio al proiettile (Marsden 1969, p.15 e p.59).
[38]Per una trattazione approfondita, attenta all’analisi delle forze fisiche in azione nelle macchine da lancio: Marsden 1969, pp.16-47.
[39]I primi esemplari di questi pezzi sono ricondotti al III e II sec.a.C., in ambito punico, ma già con probabili precedenti in IV sec.a.C. (Marsden 1969, p.80).
[40]Per esempio la catapulta ad aria compressa di Ctesibio (270 a.C.), la catapulta rodia a ripetizione di Dionigi di Alessandria, la catapulta a molla bronzea di Filone di Bisanzio della fine del III sec.a.C. (Garlan 1985, p.177).
[41]Per uno studio diacronico delle artiglierie ellenistiche: Marsden 1969, pp.48-85. L’impiego delle artiglierie durante gli assedi è stata oggetto di studio sempre da parte del Marsden (1969, pp.101-113), il quale riconosce come primi episodi di impiego di macchine a pretorsione e gastraphetai gli assedi di Motya (397 a.C.) e di Perinto (340 a.C.), ad opera rispettivamente di Dionisio di Siracusa e di Filippo II di Macedonia, invece gli assedi di Alicarnasso (334 a.C.) e Tiro (332 a.C.), da parte di Alessandro Magno, come due momenti di svolta per l’impiego di nuove artiglierie pesanti, usate contro le mura nemiche, l’assedio macedone di Megalopoli (penultimo decenio del IV sec.a.C.), come occasione del primo impiego di reparti di elefanti, affiancati da torri d’assalto e artiglierie. Seguono poi gli assedi più famosi attuati secondo la miglior tecnica d’assalto ellenistica: Munychia d’Atene (307 a.C.), Salamina di Cipro (l’assedio delle macchine giganti, 306 a.C.), Rodi (305-304 a.C.), tutti ad opera di Demetrio Poliorcete, Siracusa (213-211 a.C.), arresasi ai Romani, Echino nel golfo di Mallia (210 a.C.), ad opera di Filippo V di Macedonia, Cartagine (147-146 a.C.), diretto da Scipione Emiliano, Pireo d’Atene (87-86 a.C., Silla), Massalia (49 a.C., Cesare).
[42]Ricordiamo le rampe visibili nei rilievi assiri di Nimrud, citati precedentemente (supra nota n.27), e che all’assedio di Smirne del 600 a.C. i Lidi ne realizzarono una con materiale di scarico e così pure i Persiani, durante l’assedio di Palaepaphos di Cipro, nel 498 a.C. (Garlan 1985, p.178). Sulle rampe e le mine durante la Guerra del Peloponneso: Garlan 1974, pp.142-145.
[43]Sia in fase di costruzione sia in fase d’uso la preoccupazione maggiore era quella di assicurare alla rampa un assetto statico affidabile; le sollecitazioni che essa doveva sopportare erano decisamente notevoli, essendo provocate non solo dal peso delle fanterie avanzanti, ma anche dalle grandi macchine d’assalto. Venivano così realizzate opere di sostegno e strutture di puntellamento, come per esempio le opere in legno del Citerone, realizzate dai Peloponnesiaci, come rinforzo alla rampa d’assalto, già durante l’assedio di Platea del 429 a.C. (Garlan 1985, p.179).
[44]Così agirono i Greci a Palaepaphos, quando con tre mine riuscirono a determinare il collasso della rampa apprestata dai Persiani per l’assalto (Garlan 1985, pp.178-181).
[45]Esempi di mine sono numerosi negli assedi citati precedentemente (supra nota n.41). Una trattazione esauriente sulla guerra sotterranea antica è presente in: Rocchi 1908, pp.56-58.
[46]Garlan 1974, pp.145-147, pp.173-178, pp.239-244.
[47]Filone propone, contro mine e macchine d’assalto, l’uso di grandi gronde lignee con bocca di ferro, chiusa da due sportelli, caricate con pietre; sporgendo dalle mura e dalle torri, rovesciavano sui nemici il loro contenuto e potevano essere facilmente spostate dove se ne presentasse la necessità. Parla di una macchina, detta contro-ariete, che ben fissato su una piattaforma interna alle mura, per assicurare stabilità ai serventi, colpiva le macchine d’assalto nemiche, passando attraverso fori praticati nella muratura delle cortine. Quando il settore di attacco sia in pendenza consiglia di gettare contro il nemico grandi pietre sbozzate a ruota, per causare vuoti nello schieramento della fanteria assalitrice. Contro gli attacchi dal mare immagina l’apprestamento di pannelli chiodati, nascosti sotto la sabbia, di trappole in ferro e palizzate, per rallentare l’avanzata e prendere meglio di mira i nemici. Studia, infine, contro gli attacchi condotti al livello dei cammini di ronda, l’uso di reti in lino da gettare sui nemici in cima alle scale o sui ponti levatoi delle torri d’assalto, le cui armature possono essere divelte da picche ad amo, scagliate e recuperate con vigore (Garlan 1985, p.182).
[48]Immaginò dispositivi a corde che spostassero dal baricentro le scale d’assalto dei nemici (per notizie su Enea Tattico e Filone di Bisanzio: Garlan 1968, p.246).
[49]Garlan 1985, p.182.
[50]Per una trattazione completa riguardo all’argomento: Marsden 1969, pp.116-163; Adam 1982, pp.105-111.
[51]Marsden 1969, p.122.
[52]Marsden 1969, pp.122-124.
[53]Per un inquadramento storico critico: Garlan 1968, pp.248-260; Garlan 1974, pp.148-153; Garlan 1985, pp.183-190.
[54]Esempi possono essere il noto Castello Eurialo di Siracusa oppure la fortezza di Moio della Civitella, a difesa del territorio di Velia, in Campania (Greco E., Schnapp A., Fortification et emprise du territoire: le cas de Velia, in: La fortification dans l’histoire du monde grec. Actes du colloque international CNRS 614, Valbonne 1982, Valbonne 1982, pp.209.212; Greco E., Schnapp A., Moio della Civitella et le territoire de Velia. Les fortresses et l’histoire de la Lucanie, in: “Melanges de l’Ecole francaise de Rome” 95, 1983, pp.381-415).
[55]Garlan 1974, pp.189-190. Enea Tattico descrive un tipo di diateichisma, concepito come sopraelevazione di tutti i punti di facile accesso della cinta; il nemico, scalandoli facilmente dall’esterno, si sarebbe poi trovato all’interno ad un’altezza considerevole sul piano della città e, divenendo facile bersaglio dei difensori, sarebbe stato costretto a ritirarsi.
[56]Garlan 1974, pp.190-191; Adam 1982, pp.112-115.
[57]Per esempio, a Mantinea le torri sono dotate di una postierla sul lato destro (guardando dall’interno): i soldati, radunatisi nella camera interna, uscivano uno dopo l’altro coprendosi il fianco sinistro con lo scudo, ma con quello destro protetto dalle mura (Garlan 1974, p.191; Adam 1982, pp.93-97).
[58]Per una presentazione dei modelli di torre ellenistica: Winter 1971, pp.152-204, Garlan 1974, pp.193-196; Adam 1982, pp.46-63.
[59]Gli esempi di torri semicircolare e circolare più importanti provengono dal Peloponneso: Messene, Mantinea, Phigalia (Adam 1982, pp.62-65).
[60]A questo proposito abbiamo l’esempio della porta D di Mantinea, le cui torri, nell’eventualità di un crollo, non solo non avrebbero danneggiato le cortine essendo sopravanzate tramite un tratto di antemurale, ma avrebbero ostruito il corridoio esterno al varco d’ingresso.
[61]Marsden 1969, pp.127-129; Adam 1982, pp.46-48. Per un quadro cronologico evolutivo dei tipi di torre per l’artiglieria: Ober J., Towards a tipology of greek artillery-towers. the first and second generation, c. 375-275 B.C., in: Fortificationes antiquae, Amsterdam 1992, pp.147-169.
[62]Si tratta della torre est della Porta d’Arcadia (Marsden 1969, pp.129-133; Adam 1982, p.50).
[63]L’aspetto esterno attuale del secondo piano è però quello del I sec.a.C., in seguito alla ristrutturazione di età sillana (Marsden 1969, p.133); per notizie sulle mura di Paestum: Blum I., Le mura, in: Poseidonia-Paestum. Atti del ventesimo Convegno di Studi sulla Magna Grecia. Taranto-Paestum, 9-15 Ottobre 1987, Taranto 1988, pp.575-589.
[64]Altri esempi proposti dal Marsden (1969, pp.133-135) sono due torri a Tithorea di Focide, una a Lilaea di Focide, la torre A di Aigosthena (per questa vd. anche Adam 1982, p.50).
[65]Il tipo a copertura prevede un corridoio antistante il varco d’accesso parallelo alle mura e il varco nello spazio fra le due cortine sfalsate alla maniera del tipo sceo; il tipo a corridoio è caratterizzato da un percorso ortogonale alla linea della cinta, fiancheggiato dai tratti di cortina che, avendo ripiegato ad angolo retto, procedono paralleli e si richiudono al fondo presso il varco. In generale riguardo al tema dell’attacco e della difesa delle porte nel mondo ellenico: Adam J. P., Approche et defence des portes dans le monde hellenisé, in: Fortificationes antiquae, Amsterdam 1992, pp.5-43.
[66]Il varco del tipo “sceo” preesistente viene dotato di torre circolare all’estremo della cortina più esterna, di rimpetto alla quale si stacca, dalla cortina ritirata, una seconda torre, a sbarramento del corridoio che conduce al varco (Adam 1982, p.83).
[67]Gli estremi presso cui si interrompe la cortina per l’apertura del corridoio, vengono fortificati ciascuno con una torre circolare, e il corridoio è caratterizzato da due fianchi paralleli concavi (Adam 1982, pp.85-89).
[68]Si sfruttava l’istante di smarrimento del nemico: a tal scopo furono alloggiate nella tessitura muraria degli stipiti dei varchi le saracinesche metalliche o lignee, che tenute sollevate con i battenti aperti erano istantaneamente abbassate, quando gli assalitori, ingannati dal varco aperto, erano penetrati in massa nel corridoio esterno. La saracinesca più antica, individuata per via di tracce sicure nella struttura interna della porta, pare si trovi nella seconda cinta di Gioia del Colle, in Lucania, datata alla seconda metà del IV sec.a.C. .
[69]Adam 1982, pp.90-92. La strategia difensiva del tipo a cortile è la stessa di quello a tenaglia, ma tende a dissimulare l’ostacolo a prima vista. Sulle porte di questo periodo, inoltre: Garlan 1974, pp.196-198.
[70]Esistono studi specifici che trattano dell’evoluzione storica della fortificazione greca ed ellenistica e delle loro componenti nel mondo mediterraneo ellenizzato: Wasowicz A., Le systeme de defence des cites grecques sur les cotes septentrionales de la Mer Noire, in: La fortification dans l’histoire du monde grec. Actes du colloque international CNRS 614, Valbonne 1982, Valbonne 1982, pp.79-93 e Lordkipanidze O., Les fortifications de l’ancienne Colchide (littoral oriental de la Mer Noire), in: La fortification dans l’histoire du monde grec. Actes du colloque international CNRS 614, Valbonne 1982, Valbonne 1982, pp.179-184 per l’area del Mar Nero; Winter F. E., Hellenistic fortifications in South Italy, Sicily and Asia Minor, in: “The American Philosophical Society Yearbook” 1958, pp.388-393, Adamesteanu D., Quadro storico delle fortificazioni greche della Sicilia e della Magna Grecia, in: La fortification dans l’histoire du monde grec. Actes du colloque international CNRS 614, Valbonne 1982, Valbonne 1982, pp.105-110, Guzzo P. G., Fortificazioni della Calabria settentrionale, in: La fortification dans l’histoire du monde grec. Actes du colloque international CNRS 614, Valbonne 1982, Valbonne 1982, pp.201-207, Somà M., Fortificazioni e strategia di difesa in Magna Grecia, Torino 1988-89, Tesi di Laurea inedita, Treziny H., Les techniques grecques de fortification et leur diffusion à la peripherie du monde grec d’Occident, in: La fortification dans l’histoire du monde grec. Actes du colloque international CNRS 614, Valbonne 1982, Valbonne 1982, pp.185-200, Treziny H., Mains d’oeuvre indigene et hellenisations. Le probleme des fortifications lucaniennes, in: Architecture et societé du l’Archaisme grecque a la fin de la Republique romaine, Rome 1983, pp. 105-118, Treziny H., Trousset P., Les fortifications de Marseille grecque, in: Marseille grecque et la Gaulle. Marseille 1990, Lattes 1992, pp.89-107, Lo Porto F. G., Ricerche sulle antiche mura di Taranto, in: ”Taras” 12, 1992, pp.7-27, Barra Bagnasco M., Fortificazioni e città a Locri Epizefiri, alla luce delle più recenti scoperte, in: “Römische Mitteilungen” 103, 1996, pp.129-154 per la Magna Grecia e colonie d’Occidente; Martin R., Problemes d’urbanisme dans les cités grecques de la Sicile, in: “Kokalos” XVII-XIX, 1972-73, pp. 348-365, Bonacasa Carra R. M., Le fortificazioni ad aggere della Sicilia, in: “Kokalos” XX, 1974, pp.92-118, Karlsson L., Fortifications towers and masonry techniques in the hegemony of Syracuse (405-211 B.C.), Stockolm 1992; Mertens D., Le fortificazioni di Selinunte. Rapporto preliminare fino al 1988, in: “Kokalos” 34-35, 1988-89, pp.573-594, Mertens D., Die Befestigungen von Selinunt und Syrakus, in: Akten des 13 Internationalen Kongresses für Klassische Archäologie. Berlin West 1988, Mainz 1990, pp.475-478 per la Sicilia; Ducrey P., Favrod J., Les fortifications grecques d’Asie Mineure, in: “Les dossiers d’archeologie” 179, 1993, pp.52-64 per l’Asia Minore; Leriche P., Les fortifications grecques et romaines en Syrie, in: Archeologie et histoire de la Syrie 2, Saarbrücken 1989, pp.267-282 e Leriche P., Les ouvrages fortifiés grecs au Proche Orient, in: “Les dossiers d’archeologie” 179, 1993, pp.65-74 per la Siria ed il Vicino Oriente; Hallier G., Pierre de taille et mesures normalisees: les enceintes hellenistiques d’Apollonia de Cyrenaique et de Massalia, in: La fortification dans l’histoire du monde grec. Actes du colloque international CNRS 614, Valbonne 1982, Valbonne 1982, pp.251-271 e Garlan Y., L’enceinte hellenistique d’Apollonia, in: “Les dossiers d’archeologie” 167, 1992, pp.64-69 per la Cirenaica; Sadr K., Qalch Abraq. Eine ptolemaische Festung in der Ostwüste Ägyptens, in “Beiträge zur Sudanforschung” 5, 1992, pp.141-150.
[71]Una trattazione approfondita relativamente alle cortine è reperibile in: Winter 1971, pp.116-150. Per i generi di cortine tipici dell’età ellenistica esiste una documentazione sul terreno in numerose città della Grecia, Magna Grecia e Sicilia, e dell’Asia Minore (p.es. Gortina d’Arcadia, Figalia d’Arcadia, Samico di Trifilia, Asine, Ramnunte, Oiniadai, Stratos d’Acarnania, Mileto, Efeso, Priene, Eraclea del Latmos, Perge, Siracusa: Adam 1982, p.179, p.180, p.185, p.188, p.211, p.217, p.226, p.228, p.230, p.232, p.235, p.244, pp.248-251; per Gortina anche: Allegro N., Ricciardi M., Le fortificazioni di Gortina in età ellenistica, in: “Cretan Studies” 1, 1988, pp.1-16, e per Asine: Wells B., The walls of Asine, in: “Opuscula Atheniensia” 19, 1992, pp.135-142); esse sono inoltre oggetto degli studi teorici di Filone di Bisanzio, che analizza l’argomento a livello tecnico-compositivo e strategico-difensivo.
[72]Garlan 1974, pp.244-246; Adam 1982, pp.68-71.
[73]Garlan 1974, pp.246-250; Adam 1982, pp.66-67.
[74]Adam 1982, p.66.
[75]Garlan 1974, p.357.
[76]Un esempio riscontrato nella realtà di tali salienti è quello del fronte Nord delle mura di Kydna di Licia (Garlan 1974, p.366; Adam 1982, p.69).
[77]Garlan 1974, pp.359.
[78]Sono noti i fossati del Dipylon ad Atene, già datati all’anno della battaglia di Cheronea (338 a.C.), colmi presumibilmente d’acqua, quelli di Paestum, a sezione trapezoidale, con una piccola terrazza a mezza scarpa e allagati. Ad Eloro, in Sicilia, nella seconda metà del IV sec.a.C., fu scavato un fossato davanti alla porta di nord-ovest e poi i Cartaginesi, nel 276 a.C., proseguirono lo scavo tutto intorno alla città.
[79]Per esempio Filone teorizza una successione di tre fossati, separati da due linee di terreno irte di palizzate e terminanti presso un’opera avanzata rispetto alla cortina, in modo da ritardare il più possibile l’approccio del nemico alla fortificazione (Adam 1982 , pp.113-114).
[80]Adam 1982, p.113.
[81]Riguardo a queste opere avanzate: Garlan 1974, pp.250-257.
[82]Un esempio eccezionale è la galleria che collega il Castello Eurialo a Siracusa con la grande porta a tenaglia del Tripylon sull’Epipole.
[83]Garlan 1974, pp.257-268.
[84]Vi sono esempi significativi a Kydna di Licia, ad Alinda, a Oiniadai e Aigosthene (Adam 1982, pp.50-52).
[85]Adam 1982, p.58.
[86]Marsden 1969, p.152.
[87]Per la genesi delle torri poligonali: Adam 1982, pp.58-60; per la torre pentagonale: Marsden 1969, pp.148-149; per quella esagonale: Marsden 1969, pp.147-148.
[88]Si tratta di una costruzione già del III sec.d.C., ma in perfetta coerenza con la tradizione culturale ellenistica d’Asia Minore (Marsden 1969, pp.151-152).
[89]Marsden 1969, p.154.
[90]Adam 1982, pp.85-86 e pp.90-92. Un’ampia trattazione sulle porte è presente in: Winter 1971, pp.205-233; per le postierle lungo i tracciati fortificati: Winter 1971, pp.234-268.
[91]Si tratta di una eredità umanistica del sec. XV forse ancora imperante che considera l’autore romano come il modello di riferimento per tutta l’esperienza antica quasi in ottemperanza alla vecchia norma della citazione dei modelli classici.
[92]In relazione a questo problema il Luttwak (La grande strategia dell’Impero romano. L’apparato militare come forza di dissuasione, Milano 1993) spiega che tutta la strategia di difesa e controllo dell’impero romano durante il I sec.d.C., si basa sulla immagine di potenza che Roma era riuscita a costruire in tutto l’orbe pacificato, sia a livello militare, sia a livello politico e culturale.
[93]Sul valore dato alle piazzeforti nel mondo romano repubblicano ed imperiale fino alla fine del I sec.d.C.: J. Lander, Roman Stone Fortifications. Variation and Change from the First Century A.D. to the Fourth, Oxford 1984, pp.5-11.
[94]De Architectura I,V,2: “Item turres sunt proiciendae in exterriorem partem uti, cum ad murum hostis impetu velit adpropinquare, a turribus dextra ac sinistra lateribus apertis telis vulnerentur. Curandumque maxima videtur ut non facilis aditus sit ad oppugnandum murum, sed ita circumdandum ad loca praecipitia et excogitandum uti portarum itinera non sint directa sed sceva ...”. De Architectura I,V,4: “Intervalla autem turrium ita sunt facienda ut ne longius sit alia ab alia sagittae missionis, uti, si qua oppugnetur, tum a turribus, quae erunt dextra sinistra, scorpionibus reliquisque telorum missionibus hostes reiciantur ...” (Vitruve, De l’Architecture, Livre I, texte établi, traduit et commenté par Philipe Fleury, Paris, Les Belles Lettres 1990, p.28, p.29).
[95]De Architectura I,V,4: ”... Etiamque contra inferiores partes turrium dividendus est murus intervallis tam magnis quam erunt turres, ut itinera sint interioribus partibus turrium contignata neque ea ferro fixa; hostis enim si quam partem muri occupaverit, qui repugnabunt rescindent et, si celeriter administraverint, non patientur reliquas partes turrium murique hostem penetrare, nisi se voluerit precipitare” (Vitruve, De l’Architecture, Livre I, texte établi, traduit et commenté par Philipe Fleury, Paris, Les Belles Lettres 1990, p.29).
[96]De Architectura I,V,7: “... Cum autem fundamenta ita distantia inter se fuerint constituta, tunc inter ea alia transuersa, coniuncta exteriori et interiori fundamento, pectinatim disposita, quemadmodum serrae dentes solent esse, conlocetur; ...” (Vitruve, De l’Architecture, Livre I, texte établi, traduit et commenté par Philipe Fleury, Paris, Les Belles Lettres 1990, pp.30-31).
[97]Per le citazioni del testo di Filone si è utilizzata l’edizione filologica contenuta in Garlan 1974, pp.279-404: Le Livre “V” de la Syntaxe Mécanique de Philon de Byzance, texte, traduction et commentaire.
[98]Utili ad intercettare le mine nemiche e ad impedire la rapida sistemazione dei grandi petroboli d’assedio(Mechaniké Syntaxis V, A, 36, 69-70). La realizzazione di tali principi è evidente nei tre fossati del Castello Eurialo di Siracusa, dotati di gallerie di difesa e anteposti al fronte d’attacco di sud-ovest, per tagliare il passo lungo la rastremazione della dorsale dell’Epipole.
[99]Mechaniké Syntaxis V, A, 37, 69-70.
[100]Filone, come si è detto, parla di batterie antemurali a livello terra, ma addirittura anche in trincea (ypogeioi, upogeioi; Mechaniké Syntaxis V, A, 32), di frecce, o sorte di piccoli rivellini, eretti davanti agli angoli salienti delle torri, per la difesa radente (Mechaniké Syntaxis V, A, 67), di torri triangolari da edificarsi, come protezione dai petroboli, davanti all’angolo saliente delle torri quadrangolari (Mechaniké Syntaxis V, A, 61). Raccomanda, infine, di scavare un fossato anche fra le cortine e gli antemurali, sempre per intercettare le mine nemiche (Mechaniké Syntaxis V, C, 7).
[101]Mechaniké Syntaxis V, C, 10, 23, 32.
[102]Mechaniké Syntaxis V, A, 82-83: ... (82) E’ necessario impegnarsi il più possibile riguardo agli antemurali, ai fossati e alle palizzate; infatti le mura sono facilmemte vittima dei litoboli e delle mine. Dunque, riguardo a tali situazioni, bisogna impegnarsi ardentemente affinché gli antemurali siano i più robusti possibile e altrettanto le palizzate, i fossati siano i più numerosi e profondi possibile; infatti, essendo state ben coordinate queste disposizioni, la città non dovrebbe patire nulla di terribile …
[103]Mechaniké Syntaxis V, A, 52: ... (52) Colpiranno coloro i quali avanzano verso il muro sui fianchi scoperti ed essi medesimi faranno sortite facilmente e a loro volta attueranno i ripiegamenti con sicurezza senza offrire i fianchi scoperti al nemico …
[104]Mechaniké Syntaxis V, A, 85: ... (85) Bisogna preoccuparsi in tutti i sistemi di fortificazione, affinché il muro non sia costruito in relazione a nessun doppio punto di tiro …
[105]Mechaniké Syntaxis V, A, 45-54.
[106]Mechaniké Syntaxis V, A, 44; V, A, 55-58; V, A, 39-43.
[107]Mechaniké Syntaxis V, A, 59.
[108]Mechaniké Syntaxis V, A, 84: ... (84) E’ giusto costruire i sistemi di fortificazione conoscendo prima i luoghi; infatti un sistema si adatta ad un luogo un altro ad un altro luogo,come per esmpio il sistema a meandro in pianura; poi il sistema a semicerchi e quello a denti di sega quando sia sinuoso il luogo che si deve circondare all’esterno, il sistema a doppia cortina, quando il luogo dove deve essere fondata la piazzaforte presenti prominenze e rientranze; il sistema caratterizzato da cortine oblique [cremagliere] nei luoghi di forma triangolare; il sistema antico nelle piazze circolari …
[109]A. Fara, La città da guerra, Torino 1993, pp.14-15.
[110]Per questi esempi e i successivi citati vedere: Adam 1982, passim; Winter 1971, passim; Barra Bagnasco M., Fortificazioni e città a Locri Epizefiri, alla luce delle più recenti scoperte, in: “Römische Mitteilungen” 103, 1996, pp.129-154.
[111]Per il Castello Eurialo di Siracusa: Cavallari C., Cavallari S., Holm A., Topografia archeologica di Siracusa, Palermo 1883; Rocchi 1908, pp.35-44; Mauceri L., Il Castello Eurialo nella storia e nell’arte, Roma 1928-1956; Gentili G. V., Castello Eurialo e mura dionigiane sottostanti, in:”Fasti Archeologici” 14, 1959, p.173; Garlan 1974, pp.186-188; Winter E. F., The chronology of the Eurialos fortress at Syracuse, in: “American Journal of Archaeology” 67, 1963, pp.363-387; Tréziny H., L’architettura militare greca in Occidente, in: Pugliese Carratelli (a cura di), I Greci in Occidente, Monza 1996, pp.347-352.
[112]Tzonis A., Lefaivre L., Il bastione come mentalità, in: De Seta C., Le Goff J. (a cura di), La città e le mura, Roma-Bari 1989, p.323; Fara A., Il sistema e la città. Architettura fortificata dell’Europa moderna dai trattati alle realizzazioni 1464-1794, Genova 1989, pp.81-82; Fara A., La città da guerra, Torino 1993, p.5, pp.15-19.
[113]Basti ricordare il fregio di Telefo proveniente dal grande altare di Pergamo (fine II sec.a.C.), oppure numerosissimi dipinti di paesaggio pompeiani ed ercolanesi di fine II o inizio I sec.a.C., in cui la multifocalità della prospetiva permette nel primo esempio la distinzione dei vari episodi della storia di Telefo e negli altri la simultaneità di più visioni prospettiche racchiuse in un’unica rappresentazione. Per un rapido inquadrameto: Charbonneaux J., Scultura. I fregi dell’Altare di Pergamo, in: Charbonneaux J., Martin R., Vilard F., La Grecia Ellenistica (330-50 a.C.), Milano 1971, pp.265-285; Villard F., Pittura, in: Charbonneaux J., Matin R., Vilard F., La Grecia Ellenistica (330-50 a.C.), Milano 1971, pp.97-198; Martin R., La Grecia e il Mondo Greco. Dall’Età Classica all’Ellenismo, Torino 1984, pp.18-29, pp.46-53.
[114]Rocchi 1908, pp.41-42.

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