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La fortificazione campale nella seconda metà del XVIII secolo. Esperienze e studi fino alla Guerra delle Alpi

Pubblicazioni > Articoli e contributi > Età Moderna


da V. Barberis, D. Del Monte, R. Sconfienza (a cura di),
Le truppe leggere nella Guerra delle Alpi. Selezione, tattiche, armamento, vicende belliche, fortificazione campale, Atti della giornata di studi, 5 giugno 2004, presso la chiesa castrense del Forte San Carlo di Fenestrelle, Torino 2007, pp. 165-204

Roberto Sconfienza

LA FORTIFICAZIONE CAMPALE
NELLA SECONDA METÀ DEL XVIII SECOLO
ESPERIENZE E STUDI FINO ALLA GUERRA DELLE ALPI


ILLUSTRAZIONI

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TESTO


La fortificazione campale è stata uno dei settori di studio più sviluppati accanto a quello delle difese permanenti fin dal XVI secolo. Nel corso del XVII secolo e nella prima metà del XVIII l’attenzione era rivolta soprattutto alle opere d’investimento e assedio e alle difese degli accampamenti. Tuttavia proprio in seno agli Stati Sabaudi le operazioni militari svoltesi durante la Guerra di Successione Spagnola a Verrua (1704-1705), Chivasso (1705), Torino (1706), sulle Alpi delfinali (1707-1711) e durante la Guerra di Successione Austriaca sulle montagne delle valli di Stura e Varaita (1742-1744), Susa e Chisone (1745-1747) crearono le condizioni reali per lo sviluppo di studi relativi al trinceramento di montagna, tanto da inaugurare una scuola di ingegneri militari piemontesi particolarmente versati in materia e capaci di creare opere campali semipermanenti, funzionalmente fondamentali per l’integrazione della difesa attuata dal cordone di fortezze lungo il confine con il Regno di Francia[1].

Le esperienze della Guerra dei Sette Anni


La seconda metà del ’700 si aprì con il conflitto ricordato con il nome di Guerra dei Sette Anni, che vide opposte la Prussia e l’Inghilterra all’Austria, alla Francia e alla Spagna. In effetti le ostilità durate dal 1756 al 1763 si svilupparono in conseguenza ad alleanze inedite, come quella fra Asburgo e Borboni a causa dei rinnovati interessi politici, economici e strategici che contrapponevano l’espansionismo militare e territoriale prussiano all’egemonia austriaca in Germania o il colonialismo britannico a quello francese e spagnolo nelle Americhe. È proprio sullo scenario nordamericano di questa guerra che accanto ai contingenti regolari delle armate francese e inglese combatterono reparti leggeri e miliziani capaci di operare agevolmente e con maggior efficacia in ambienti silvestri e in condizioni di guerriglia.
Un riflesso di questo genere inedito di conflitto per gli eserciti europei riguarda anche le tecniche di difesa temporanea, dal momento che non sempre la fortificazione campale tradizionale poteva essere attuata con la rapidità richiesta dalle contingenze. Per esempio i Francesi nel 1758 realizzarono una linea di trinceramenti avanzati di fronte a Fort Carillon per sfruttare il favore del sito antistante l’opera principale e affrontare gli Inglesi in campo, utilizzando anche l’«abatis» dei tronchi di conifere come ostacolo[2].
D’altro canto nei territori lungo il confine fra la Nouvelle France e le colonie britanniche la realizzazione dei forti con doppia cortina in legname e terra rappresenta un compromesso locale fra la progettualità dell’architettura militare permanente e le tecniche costruttive del trinceramento campale europeo[3].
Pertanto dal nuovo mondo, dove le operazioni d’assedio condotte con successo fra il 1755 e il 1758 seguirono comunque le procedure tradizionali europee, è verosimile che giungessero già negli anni ’60 del XVIII secolo suggestioni e riscontri pratici per una migliore conoscenza delle tecniche fortificatorie temporanee e leggere.
Nondimeno in Europa, durante la Guerra dei Sette Anni, l’utilizzo delle fortificazioni campali ebbe una certa fortuna. In particolare lo sviluppo del conflitto nella Slesia, dove si fronteggiavano i Prussiani e gli Austro-Russi, fu condotto da Federico II di Prussia facendo affidamento su grandi campi trincerati che servivano sia d’appoggio alle manovre dell’armata in campagna sia come potenziali postazioni di combattimento o di resistenza[4].
Da parte loro i Russi e gli Austriaci seppero utilizzare i trinceramenti campali a difesa delle posizioni strategiche forse in maniera più tradizionale. Per esempio è degno di menzione il campo russo di Kunersdorf, realizzato nel 1759 sulla riva destra dell’Oder, davanti a Francoforte e già in territorio prussiano; esso si estendeva lungo la collina a tergo dell’agglomerato rurale con trinceramenti continui a frecce o profilo bastionato e caposaldi difensivi sul Mühl-Berge e sul Grosse Spitzberg[5].
Altrettanto famoso è il campo prussiano di Bunzelwitz del 1761[6], appoggiato alla fortezza di Schweidnitz, caduta in mano austriaca a fine estate dello stesso anno; il campo si estendeva fra i villaggi di Bunzelwitz e Neudorf, il bosco e il villaggio di Zedlitz, il bosco di Dorfer Holz e il villaggio di Tschechen, ed era limitato da dolci declivi lungo i margini dei quali furono realizzate successioni di frecce staccate o brevi fronti tanagliati che si coprivano reciprocamente ed erano predisposti per focate. A differenza del campo di Kunersdorf quello di Bunzelwitz evitava l’utilizzo del trinceramento continuo e chiudeva uno spazio maggiore sfruttando l’interazione difensiva di ridotte staccate e aperte alla gola.
Il principio dei forti staccati era già stato applicato per la ristrutturazione delle fortificazioni di Schweidnitz, al confine fra Slesia e Boemia, dove operarono gli ingegneri di Federico II fra il 1747 e il 1756, secondo questa nuova concezione della difesa per nuclei autonomi, elaborata dallo stesso Re di Prussia. Questo sistema fu tuttavia già sperimentato con successo da Pietro il Grande nel 1709 alla battaglia di Poltava e da Maurizio di Sassonia alla battaglia di Fontenoy nel 1745, occasioni in cui sia l’esercito russo, sia quello francese si trovarono su posizioni difensive e i loro comandanti pensarono con ragione che, a differenza del trinceramento campale continuo, le ridotte staccate, edificate lungo il fronte principale, potessero rompere la compattezza dell’attaccante in avanzata costringendolo a frammentare le forze per superare ostacoli separati[7].
Quando presero la piazzaforte di Schweidnitz nel 1761, gli Austriaci, non comprendendo l’innovazione prussiana, unirono tutti i forti a corona della città facendo di nuovo ricorso a un trinceramento continuo con frecce lungo i tratti di collegamento fra un forte e l’altro, secondo l’istruzione tradizionale delle difese campali[8].
Così infatti il feldmaresciallo imperiale Daun aveva concepito la difesa del campo trincerato di Burkersdorf nel 1762, dove si svolse l’omonima battaglia. L’area occupata era molto ampia alle spalle di Burkersdorf nella pianura di Weistritz, ed era racchiusa da una linea di cavalli di frisia che seguiva l’andamento del terreno e collegava alcune ridotte poste nei punti strategicamente importanti[9]; in particolare l’esercito austriaco era equipaggiato fin dal XVII secolo con forniture di spiedi (Schweinsfeder) per la realizzazione rapida in campo di linee di cavalli di frisia[10].

Il trattato di fortificazione campale del Cugnot


Le esperienze in campo durante la Guerra dei Sette Anni dunque influenzarono parecchio la riflessione teorica sulla fortificazione campale, tant’è che nel 1769 Nicolas Joseph Cugnot pubblicava a Parigi un trattato il cui titolo è illuminante per la comprensione delle nuove esigenze, ovvero La fortification de campagne théorique et pratique ou traité de la science, de la construction, de la défence et de l’attaque des retranchemens. L’opera del Cugnot dà per conosciuta la nozione di trinceramento fissata durante la prima metà del XVIII secolo, così come scrive per esempio Louis de Cormontaigne, maresciallo di campo e allievo del Vauban:
On nome en general retranchemens tous les ouvrages momentanés dont une armée fortifie les differens camps qu’elle est obligée d’occuper successivement […][11]
Il Cugnot codifica razionalmente la funzione del trinceramento campale dandone una giustificazione scientifica alla luce di quanto si è sperimentato nei decenni precedenti sui campi di battaglia. All’inizio dell’opera compare infatti quello che si potrebbe definire il «sillogismo del trinceramento», conforme al razionalismo francese di ascendenza cartesiana:
Les troupes qui ont à défendre un poste, ont deux choses à craindre, le feu & l’arme blanche. Les parapets les garantissent plus ou moins du feu de l’artillerie & de la mousqueterie. Les fossés, les puits, les palissades, & les autres obstacles empêchent qu’on ne les aborde. Plus elles sont inférieures à l’ennemi, en nombre ou en valeur, plus elles ont besoin d’être favorisées par les avantages du terrein, & par les ouvrages que l’on construit pour leur défense[12]
Ecco il sillogismo: le truppe in campo devono temere gli effetti del fuoco nemico e dell’arma bianca; dal fuoco ci si protegge con i parapetti del trinceramento e dall’arma bianca con fossati e palizzate; più diminuisce la capacità difensiva della truppa dal fuoco e dall’arma bianca a causa del numero ridotto, più è necessario sfruttare i vantaggi del terreno e soprattutto perfezionare il trinceramento di protezione. Da ciò consegue la definizione stessa dell’arte del trinceramento, come logica deduzione:
L’art consiste à regler tellement le plan et les profils, que l’on tire du terrein, des materiaux et des travailleurs, le meilleur parti qu’il est possible, pour la force du poste […][13],
rammentando ancora una volta la norma principale dell’adeguamento della fortificazione alla natura del sito professata e insegnata dal Vauban ai suoi allievi[14]. Per approfondimenti diretti sull’autore si rimanda al trattato stesso, ampio e concepito come quelli dedicati all’architettura militare permanente; basti dire che è diviso in tre parti: la prima è dedicata alle generalità e alla tipologia delle opere campali, la seconda alla normativa tecnica per la costruzione, la terza alle tattiche difensive e d’attacco dei trinceramenti.

Il cavalier Le Charron, trinceramenti e ufficiali di fanteria


A quasi vent’anni di distanza dalla pubblicazione del trattato del Cugnot fu prodotta un’altra opera, molto interessante per l’argomento trattato in questa sede, da parte di un luogotenente del Reggimento di Limousin, il cavaliere Le Charron, datata all’anno 1786. Il titolo, Petit traité de fortification de campagne, avec la méthode facile et abrégé de costruire les retranchements qui sont les plus nécessaires aux officiers d’infanterie, illuminante altrettanto quanto quello del trattato del Cugnot, propone un argomento che si colloca in prosecuzione, poiché tratta dell’istruzione pratica per gli ufficiali di fanteria nella costruzione dei trinceramenti[15].

La conoscenza della fortificazione campale


Le ragioni teoriche che hanno indotto l’autore a trattare lo specifico argomento della fortificazione campale sono illustrate nell’Avant-propos, in cui si sottolinea la scarsa conoscenza in materia da parte degli ufficiali di fanteria:
[…] En parcourant les différentes branches d’instruction qui sont nécessaires à un officier, pour en faire un bon militaire, j’ai été frappé de l’abandon et de l’ignorance dans la quelle nous vivons des fortifications de campagne, convaincu de l’utilité et de l’avantage que j’en retirerois en tems de guerre, je me suis occupé de cette partie, et j’en fais ici le sujet de ce petit manuscrit. D’apres cette réfléction, aidé de celles de plusieurs militaires éclairés, je vais entreprendre de faire voir d’une mannière sucsinte la necéssité urgente, dont il resulte pour nous en campagne, de savoir nous retrancher promptement dans les differents postes où nous sommes envoÿés journellement[16]
Evidentemente il trattato, che ha l’aspetto di un piccolo manuale tascabile manoscritto, rispondeva ad un’esigenza pratica sentita innanzitutto dall’autore, che serviva in un reggimento di fanteria e non era un ingegnere militare. Anzi Le Charron dice palesemente che gli ufficiali di fanteria devono sapersi trincerare con i loro uomini senza necessariamente far ricorso agli ingegneri, spesso lontani a causa della contingenza in campo:
C’est sans le secours d’un ingenieur qu’un officier doit savoir se retrancher dans les différents postes où il est envoijé, et pour cella il ya un moyen facil et abrégé qui ne comporte pas de grands calculs ni beaucoup de théorie géometrique: avec un peu de pratique on sera bientôt au fait[17].
È decisamente interessante soffermarsi sulle considerazioni espresse dall’autore per spiegare la necessità di autonomizzare l’ufficiale di fanteria nella creazione dei trinceramenti, almeno nei casi di necessità in campo, perché egli parte da un dato di fatto: sono inesistenti gli ufficiali che ai suoi tempi abbiano tali nozioni e pochissimi quelli che reduci dall’ultima guerra, quella dei Sette Anni, ne conservino memoria. Al contrario diffondere l’istruzione della difesa campale risulta fondamentale essendo una pratica che offre molte più scelte tattiche che la sola manovra libera di reparti e garantisce il controllo di quelle posizioni strategiche che possono essere decisive per una battaglia:
[...] il ne reste que très peu d’officiers dans les Corps qui aÿent faits la guerre, encore ont-ils perdus de vûe l’art de se retrancher et de se fortifier dans un poste, les autres l’ignorent totalement, beaucoup n’ont aucunes idées d’un Camp. Je me rappelle avec plaisir avoir campé en 1780 à St. Saveur-le vicomte, ce coup d’oeuil étoit neuf pour les trois quarts des troupes, j’ignorais absolument la maniere de faire un redan, j’etois étonné des détails qu’éxigoit notre position, je ne sortis de mon étonnement qu’en réfléchissant sur mon peu d’expérience et en faisant le projet de m’instruire de cette partie, qui est une des plus essentielles de notre metier. Il me sembleroit donc très avantageux de rendre les Camps plus frequents, car on sait que les travaux et les petites guerres qui en resultent sont les meilleures écoles pour former les troupes, et c’est que par ces moÿens que l’officier pourroit acquerir la vraie science militaire, qui consiste à discerner les positions les plus avantageuses, à savoir tirer parti du terrein, à s’y defendre et s’y fortifier selon les circostances et le local. La connaissance théorique et pratique des fortifications de campagne est si nécéssaire à tout officier d’infanterie que: tel retardera, en se couvrant de gloire, la marche de l’ennemi, retranché derriere un ravin, appuié à un bois, à un marais, dans une ferme, dans un moulin, dans un château, une eglise, un cimitiere, un village & a., où tel autre, faute en savoir tirer parti se rendra en se deshonorant. D’ailleurs l’importance de certains postes est souvent la cause de la perte ou du gain d’une battaille, et dans une circostance pareille, combien un officier plein de bravoure, n’auroit-il pas à se reprocher d’ignorer les ressources infinies que lui auroit procuré la connaissance des fortifications de campagne. Persuadé de ces vérités je me suis attaché a m’en instruire, et désirant que ce petit ouvrage puisse être de quelque utilités à mes jeunes Cammarades[18]

Tipologie di opere campali


Le Charron, prima di addentrarsi a fondo nell’istruzione della casistica costruttiva dei trinceramenti, informa il lettore sulle tipologie di opere campali che devono essere note all’ufficiale di fanteria per sapersi proteggere adeguatamente. Nell’elenco compaiono «les redans à flêche …, les simples retranchements ou epaulements, les redoutes quarées ou irregulieres, les têtes de pont et a.»[19]. L’autore fa riferimento a tipologie di opere campali ben note, basilari per la protezione all’aperto, entrate nel patrimonio delle conoscenze belliche generali e non soltanto particolari dell’ingegnere militare.

§ Le frecce

«Les redans à flèche» sono le cosiddette frecce, opere ad angolo ottuso o acuto, aperte alla gola e classificate dal de Cormontaigne come unità base dei «retranchemens continus», ma anche utilizzabili singolarmente[20]; esse vengono realizzate facilmente e rapidamente con il materiale che offre il sito stesso da difendere, legname e terra, e permettono la creazione di un fronte di fuoco diviso in due linee convergenti lungo le quali le truppe impegnate si proteggono reciprocamente il tergo.

§ Il trinceramento continuo

«Les simples retranchements ou epaulements» sono i predetti «retranchemens continus» costituiti da successivi «redans» che formano delle linee spezzate a salienti e rientranti in grado di creare un’area di tiro incrociato antistante il fronte d’attacco e la copertura reciproca delle parti[21]. Essi vengono definiti anche «epaulements» secondo la concezione classica del trinceramento antico, ovvero un’opera di protezione che si erge dal piano di campagna per fornire un riparo alla truppa. Nel termine che Le Charron aggiunge alla precedente definizione si coglie l’esigenza di specificare meglio la funzionalità immediata del trinceramento ad uso degli ufficiali di fanteria; si tratta cioè di un «appoggio» profilattico che può sostenere il reparto integrando le deficienze numeriche o la vulnerabilità in campo: la parola «epaulement» porta in sé il significato concreto di «supporto» del corpo per appoggiarsi e sparare e quello traslato di «sostegno» difensivo del reparto per far fronte al nemico.

§ Le ridotte quadrate

Maggior attenzione richiedono le «redoutes quarées ou irregulieres». È da notare subito che Le Charron implicitamente riconosce la differenza fra perimetri regolari e irregolari. Per l’ufficiale di fanteria che debba far costruire una ridotta la forma più conveniente è quella quadrata sempre in ragione della rapidità e semplicità di realizzazione; a ben vedere infatti questo tipo è costituito da due frecce ad angolo retto unite per la gola. Il perimetro quadrato fin dal XVI secolo è considerato funzionale per le fortificazioni d’altura e per i siti di piccole dimensioni areali, da difendere efficacemente con un numero ridotto di uomini[22]. Tuttavia nella seconda metà del XVIII secolo la «figura quadra» è di nuovo al centro dell’attenzione proprio nell’ambito delle difesa campale.
Un autore contemporaneo del Cugnot, il Trincano, nel suo trattato Elements de fortification et de l’attaque et de la defense des places, edito a Parigi nel 1768, sostiene che le ridotte quadrate sono preferibili a quelle stellari, perché determinano un tiro frontale unitario, al riparo dei parapetti, piuttosto che una difesa a rientranti e salienti, efficace nei primi, ma vulnerabile nei secondi[23].
Volgendo lo sguardo al Regno di Sardegna sono significativi i progetti di ristrutturazione dei trinceramenti dell’Assietta, elaborati nel 1766 dal principe di Brunswick, in visita d’istruzione in Piemonte, e presentati al Papacino d’Antoni, che prevedevano la realizzazione ex novo di ridotte quadrate staccate una dall’altra, secondo le norme della scuola prussiana messe in pratica, come si è detto, per esempio a Bunzelwitz e Schweidnitz[24]. Anche il conte Pinto di Barri nel suo trattato manoscritto, Elementi di fortificazione, descrive accuratamente la ridotta quadrata[25] e altri due autori italiani contemporanei, il Corsini e il Cossetti, toccano l’argomento in sezioni specifiche dei loro scritti dedicate alla fortificazione campale[26].

§ Le ridotte irregolari

Le «redoutes irregulieres» presentavano una casistica morfologica amplissima, per la quale vigeva un solo principio unitario che era l’adeguamento dell’opera al terreno; tuttavia il criterio costruttivo doveva conciliare lo sfruttamento favorevole della natura del sito con un altro principio basilare della fortificazione moderna, la copertura reciproca di ogni parte del trinceramento, così da creare lungo il fronte d’attacco un’area spazzata a tiro incrociato, nascente sempre da due punti simmetrici dell’opera difensiva. Talvolta le ridotte irregolari potevano assumere profili a stella, ma in generale erano composizioni di redans successivi a perimetro chiuso, che definivano un sistema tanagliato[27]. Sembra chiaro che nel pensiero di Le Charron risulti più importante per l’ufficiale di fanteria saper adattare al terreno il profilo della ridotta che conoscere la tipologia delle opere irregolari, ovvero dominare i principi basilari da applicare nella pratica campale.

Il metodo pratico per trincerarsi in campagna


Il cavalier Le Charron dunque sostiene che esiste un semplice metodo da seguire, grazie al quale l’ufficiale di fanteria è in grado di trincerarsi autonomamente in campagna e scrive
Ce moyen est simplement d’avoir la précaution de se munir d’un bon cordeau de 50 brasses, divisé en toises de douze pieds chacune, dont celle du bout sera encore divisée en pieds, de se munir de piquèts, et de compter promptement et avec précision la valeur de ses pas, qu’on sait être de deux pieds. Dans les différents ouvrages qu’on a à construire il faut eviter de tomber dans les extremes, en faisant les angles ou trop aigus ou trop obtus [...][28]
Emerge che la prima e buona norma è quella di muoversi con l’equipaggiamento minimo necessario, trasportabile personalmente e dai soldati del proprio reparto; sono strumenti fondamentali una corda con riferimenti metrici e i picchetti per fissare i punti sul terreno, ma anche una certa pratica a misurare con precisione le distanze contando i passi e sapendo empiricamente calcolare l’ampiezza del passo in due piedi. Segue poi una considerazione di buon senso che supera la precettistica teorica, ma si cala nel contesto umano delle operazioni militari in campagna, sottolineando il valore emotivo dell’incoraggiamento che può infondere l’ufficiale nei suoi uomini; egli deve sapersi trincerare in assenza dell’ingegnere, ma proprio perché non ha una mansione eminenemente tecnica il suo comportamento non può essere immemore della responsabilità di comando:
Un officier qui va se retrancher, doit encourager sa troupe, avoir l’air decidé, mantenir le bon ordre, savoir bien ce qu’il a à faire pour ne pas être embarassé dans ses operations, car elles se font presque toujours en présence de l’énnemi[29]
Al momento in cui si inizia a procedere con la realizzazione dell’opera bisogna tenere presenti alcune considerazioni:
Aprés être arrivé sur le térrein et avoir reconnu les parties fortes et foibles de sa position, il faut déterminer l’espece de retranchement qui convient le plus, calculer la quantitée de monde que l’on a pour faire l’etendue de son ouvrage a proportion; ce qui est facile, puis qu’on donnera à chaque ligne du retranchement qu’autant de pas qu’en aura le front du peloton ou de la division qui devra la déffendre. Par example, j’ai 40 hommes qui sur deux de hauteur font 20 files, je veux faire une flêche [...] je partage mes 20 files en deux pelotons et je donne dix pas de longueur à chaque branche de ma flêche. Dans les ouvrages où l’on veut placer du canon, il faut observer de laisser six pas pour l’éxercice de chaque pièce de campagne[30].
Le fasi principali della preparazione del trinceramento sono dunque tre; le prime due, studio rapido del terreno e scelta del tipo di trinceramento, sono complementari e richiedono soprattutto un occhio abituato alla campagna e una conoscenza basilare dei generi di fortificazione temporanea, già elencati nelle pagine precedenti. La terza fase, per quanto Le Charron dica ed esemplifichi che è possibile portarla facilmente a compimento, è fondamentale in quanto consiste nel calcolo della giusta proporzione fra dimensioni del trinceramento e numero di uomini impegnati nella difesa; si vedrà oltre che questo problema è posto dal Papacino d’Antoni come chiave di volta per l’efficacia o meno delle opere campali ed è chiaro che Le Charron enumera necessariamente questo precetto fra i pochi che l’ufficiale di fanteria deve ricordare dei tanti che appartengono al bagaglio culturale dell’ingegnere. Inoltre l’ufficiale di fanteria, che si trovi a creare un trinceramento e debba porre al coperto l’artiglieria, può operare come al solito, ma ricordando di lasciare uno spazio predefinito, necessario all’attività di ogni singolo pezzo.
Seguono poi indicazioni aggiunte alla fine della facciata-retro di pagina 7, con caratteri più piccoli, che evidentemente l’autore valutò degne di menzione in un secondo momento, ma, sempre alla luce di quanto si dirà relativamente alla manualistica piemontese, importanti per chiunque debba creare una fortificazione campale:
Il est très éssentiel de ne se pas laisser commander ou dominer par une hauteur voisine, car on sent que l’ennemi détruiroit facilement et sans risque tout vos ouvrages. L’art consiste a disputer le térrein pied à pied, à dégager tous les obstacles qui pourroient couvrir l’ennemi, à ne se pas laisser enffiler, de se soutenir dans son poste en multipliant les ressoruces de l’art, enfin de se menager une retraite, si on a pas eû d’ordre contraire[31].
Si nota pertanto che, sebbene un po’ rapidamente e quasi a corollario dei primi precetti per il riconoscimento del terreno, fanno la loro comparsa altre norme di valore tutt’altro che secondario:
- la scelta di un sito dominante e non viceversa governato da alture circostanti, condizione per cui l’intera opera fortificata viene a perdere ogni valore difensivo;
- l’applicazione alla fortificazione campale dello stesso principio, valido per l’architettura militare permanente, di ripulitura e controllo visuale del terreno antistante il diaframma difensivo;
- definire delle forme e dei perimetri che garantiscano la sicurezza di ogni parte della fortificazione dal fuoco d’infilata e più in generale capaci di moltiplicare le risorse difensive;
- la scelta infine di siti e tipi di opere che riescano anche a coprire una ritirata ordinata.
L’intero trattato è poi dedicato ai generi di opere realizzabili, quali cavalli di frisia, frecce, linee a redans, ridotte quadrate e tenagliate, isolate o collegate, e alla casistica puntuale delle diverse situazioni in campagna necessitanti di trinceramento e che possono capitare all’ufficiale di fanteria[32].
Ci sembra comunque di poter concludere che, a ben vedere, secondo Le Charron, l’istruzione dell’ufficiale di fanteria in materia di fortificazione campale è tutt’altro che una rapida integrazione della sua normale formazione, ma presuppone quanto meno la buona disposizione del medesimo a studiare le nozioni fondamentali di architettura militare, irregolare e campale, corroborata da una volontà d’osservazione tale da creare un’esperienza sul terreno non indifferente. A tal proposito sono illuminanti le concluioni dell’opera, che vale la pena riportare integralmente.
Je ne me suis attaché dans ce petit ouvrage qu’aux fortifications les plus nécéssaires en campagne, les personnes qui ont des connaissances sur cette partie, le trouveront bien exigu, mais mon but a été plutot de m’instruire moi-même en tachant d’eguilloner mes jeunes Cammarades, que de faire un ouvrage neuf et sisthematique. J’avourais que la pratique me manque, j’en sens le besoin pour déploÿer toutes mes idées à ce sujet et pour me fortifier dans cette partie essentielle du métier. L’indulgence que j’éspere qu’on voudra bien m’accorder en faveur de ma bonne volonté, me sera une raison pour continuer avec zele à m’instruire de toutes les branches d’instructions qui constituent le bon officier. Il se pouroit que j’aÿe omis quelques ouvrages éssentiels, et qu’on ne trouva pas mes détails asséz lumineux, en ce cas, on auroit la ressource de puiser dans les traités qui on été composés sur cette partie, j’en ai consulté quelques-uns, mais je les ai trouvé trop compliqués et beaucoup trop volumineux pour être engagents à les lire et faciles à porter avec soi. Il faudroit à chaque officier un espece de manuel qui lui rappelleroit sur le champ le genre de retranchement qui conviendroit à sa position. J’ai cru pouvoir me dispenser dans ce petit manuscrit, de faire mention de la constrution des mines et des fougasses, parceque dans les cas où ces ouvrages sont nécessaires ils ont toujours entrepris par des ingénieurs. Je me suis simplement borné au retranchements que tout officier doit savoir tracer et elever quand il est envoÿé avec un piquet ou un détachement pour se fortifier à la tête d’un camp, à une garde-avancée, à l’entrée d’un défilé, dessus une hauteur, deriere un ravin à la tête d’un pont & a. Mon intention en écrivant ce petit ouvrage, n’a été que d’encourager les jeunes officiers à s’instruire des moÿens qui facilitent la construction des fortifications passageres, et à demontrer leures nécessitées. Mais il reste encore beaucoup d’autres parties à savoir, pour qui qu’onque se destine à entrer dans l’etat-major de l’armée. Il faut premierement: lire et etudier les ouvrages militaires tant anciens que modernes, parmi les anciens on distingue les commentaires de César, la traduction de Végece, & parmi les modernes les memoires de Feuquieres, l’art de la guerre de M.al de Puïsegur, Folard, Clairac, le C.te de la Roche & a. Il fut savoir la trigonometrie-pratique, connoitre à fond la géographie, lever des plans a vûe, se former le coup d’oeuil, etudier les positions avantageuses, compter en parcourant rapidement, la valeur de ses pas, soit à pied, soit à cheval, l’etendue d’une plaine ou l’on veut assoire un camp. Enfin faire tout ce qui dépend de soi, et connoitre par theorie ce qui est nécessaire d’exécuter dans la pratique, qui devient malheuresement trop rare[33]


Papacino d’Antoni: la tradizione piemontese


Dirigendo ora l’attenzione ad un contesto più vicino alla Guerra delle Alpi, si può prendere in considerazione la trattatistica ufficiale elaborata nel Regno di Sardegna per le Regie Scuole d’Artiglieria e Fortificazione, da cui uscivano gli ingegneri militari incaricati di difendere i confini dello stato a partire dal 1739. Fra i libri sui quali studiò la generazione di ufficiali impegnata nella Guerra delle Alpi vi erano i sei volumi Dell’Architettura Militare per le Regie Scuole teoriche d’Artiglieria e Fortificazione, redatti fra il 1778 e il 1782 dal direttore dell’istituto, Alessandro Vittorio Papacino d’Antoni (1714-1786), allievo di Ignazio Bertola e veterano della Guerra di Successione Austriaca[34]. Egli rappresenta senza dubbio il massimo dell’ufficialità «savante» piemontese del XVIII secolo e la sua opera è la sintesi delle esperienze ingenieristico-militari accumulatesi in ambito sabaudo a partire dal regno di Vittorio Amedeo II e oltre, grazie alla memoria storica dei Bertola, fino al XVI secolo del Busca e del Paciotto.

La fortificazione campale nell’istruzione per le Regie Scuole


A differenza di Le Charron, il Papacino d’Antoni scrive per la formazione degli ingegneri militari, ma pone grande attenzione al tema della fortificazione campale, sicuramente in ragione della sua esperienza giovanile, ai tempi della battaglia dell’Assietta, e in base alla conoscenza dei sistemi difensivi alpini del Regno, che per il controllo della frontiera dalla Val d’Aosta alle Alpi Marittime integravano linee di trinceramenti d’altura in appoggio alle grandi fortezze situate nelle valli. Pertanto la Parte terza del sesto libro Dell’Architettura Militare è dedicata alle Regole e Indirizzi per ideare le Fortificazioni Campali, per attuarle e per difenderle; non solo, ma un intero e lungo capitolo, il Capo X, affronta precisamente il tema del trinceramento di montagna, Delle Fortificazioni Campali, che si fanno in luoghi alpestri, quanto mai attuale per le armi sabaude fra 1792 e 1796.
Ecco come il Papacino affronta il tema della fortificazione campale:
Le regole, delle quali si ragiona in questa terza parte, hanno per oggetto le principali disposizioni, ed operazioni miste di Tattica, e d’Architettura militare, cui divengono le armate nella guerra di campagna. Le fortificazioni campali sono di diferenti specie, e si costruiscono per fini diversi, dovendo le une servire di riparo agli interi eserciti e le altre di asilo a piccioli corpi d’armata, a fine di difendere posti importanti, chiudere passi, e con poca gente fare fronte a molti nella guerra di campagna: e giacché si hanno precetti, e regole generali, e particolari per disegnare ciascheduna specie di queste fortificazioni, per assalirle, e per difenderle, così cominceremo a ragionare dei preceti generali [...][35]
È evidente che l’autore considera la pratica della fortificazione campale calata in situazioni contingenti per cui non è possibile prendere in considerazione soltanto gli aspetti teorici, ma l’ingegnere deve essere partecipe della tattica generale dell’armata in campagna. A ben vedere si tratta di una prospettiva complementare a quella di Le Charron, infatti come l’ufficiale di fanteria deve sapersi trincerare senza l’aiuto costante dell’ingegnere, così l’ingegnere in campagna deve conoscere le direttive strategiche più propriamente militari per offrire il miglior contributo fortificatorio.
Quanto ai «precetti generali» il Papacino pone al centro dell’attenzione l’opportunità del sito, che deve sempre dare un vantaggio tattico al contingente che realizza il trinceramento o il campo, e più precisamente spiega che l’ingegnere deve operare una scelta di
siti o naturalmente forti, o ne’ quali possa facilmente trincerarsi in buona forma, e procura soprattutto, che questi siti siano idonei a coprire il proprio paese, e a tenere in soggezione l’avversario in modo, che non possa avanzarsi senza attaccare il campo fortificato, o volendo progredire senza essersi prima impossessato di questo campo, si trovi esposto a grandi inconvenienti [...][36]
Le parole dell’autore richiamano così alla mente esperienze passate, prima fra tutte quella delle fortificazioni dell’Assietta del 1747, poste a sbarramento della dorsale fra Fenestrelle ed Exilles lungo l’unica strada percorribile in quota per evitare i cannoni delle due fortezze, ma anche, ampliando la visuale, i succitati campi di Kunersdorf e di Bunzelwitz, realizzati rispettivamente da Russi e Prussiani per il controllo di settori e passi strategici fondamentali nelle operazioni di invasione e occupazione della Slesia.
Sempre nelle generalità compare la distinzione di due tipi di fortificazione campale, naturale o artificiale, a seconda del carattere fisico e dell’antropizzazione dei siti da difendere; è segnalata l’opportunità di utilizzare uno o due ordini di fuoco nella tipologia artificiale e due ordini nei «fortini», nei «gran ridotti» e in montagna, dove la natura del sito agevola l’innalzamento del secondo ordine[37]. Tirando le somme infine l’ingegnere avvisa che comunque ci si trovi ad operare è necessario mediare la progettazione dell’opera in riferimento alla sua forma e allo spazio interessato dalla stessa:
Qualunque sieno le fortificazioni campali, è sempre necessario nell’idearle, che si badi
1° alla figura del perimetro, ed alla mutua proporzione fra le parti.
2° Ai profili.
3° Allo spazio interno del campo.
4° Alla contigua campagna [...]
[38]

§ Forti e ridotte

Nell’opera del Papacino la realizzazione della fortificazione campale prevede la conoscenza dei perimetri più funzionali per produrre «fortini» e «ridotti», oltre alle solite linee semplici o a redans, ben note dalle testimonianze analizzate sopra. Sicuramente l’attenzione specifica per queste opere risente delle esperienze europee e americane della Guerra dei Sette Anni, ma d’altro canto l’ingegnere piemontese resta ben saldo sulla tradizione fortificatoria italiana. Egli rimanda infatti alle norme per la realizzazione di «fortini» e «ridotti» nelle sezioni dedicate all’argomento del libro quarto Dell’Architettura Militare per le Regie Scuole, in cui si tratta l’ampia tematica della fortificazione irregolare in seno all’architettura militare permanente, così come facevano gli autori italiani del XVII secolo, accanto alle opere d’assedio[39]. Spiega dunque il Papacino che
la figura del perimetro de’ trinceramenti, e la mutua proporzione fra le loro parti dee nelle fronti attaccabili accostarsi più che si può a quella della Real fortificazione spiegata nel libro quarto di quest’Architettura militare; percioché le parti difendenti non debbono essere distanti più di trabucchi 80 dalle parti difese, e fra queste le più esposte all’attacco debbono avere maggior difesa di fianco [...][40]
Aggiunge poi che il «fortino» deve avere la forma più vantaggiosa per il sito da difendere, negando implicitamente validità costante alla scelta di moda nella seconda metà del XVIII secolo delle ridotte quadrate, come aveva proposto nel 1766 il principe di Brunswick per l’Assietta; bisogna poi realizzare sempre due ordini di tiro, costituiti dal cammino coperto e dal parapetto o dal parapetto e da un’opera centrale superiore. I «ridotti» inoltre devono avere due ordini di fuoco interni, evitando di impegnare uomini sul cammino coperto, i quali possono essere presi sul fianco da una colonna nemica che attacchi il trinceramento lungo la linea capitale dell’angolo del ridotto[41].
È dunque opportuno prendere in considerazione le istruzioni pubblicate nel libro quarto Dell’Architettura Militare per le Regie Scuole che fanno capo al paragrafo Dei fortini e dei ridotti e parlano specificatamente di queste opere campali e del loro impiego:
[...] nella guerra di campagna i fortini, ed i ridotti sono sempre lavori occasionali di terra rivestiti con zolle, o con salsiccioni, ed i loro profili sono suscettibili di modificazioni molto diverse [...] i fortini, ed i ridotti, che si costruiscono nella guerra di campagna, hanno per oggetto o di trincerare un campo, o di assicurarsi un posto molto importante, o di procurarsi alcuni punti d’appoggio per le disposizioni, e per assicurare i ponti, e specialmente quelli, che colle barche si costruiscono sopra i fiumi navigabili. I profili di questi fortini si fanno colle stesse misure, che si usano nei permanenti, ognoraché si prevede, che potranno essere assaliti colle artiglierie di campagna, basterà, che il parapetto sia grosso piedi 9 in circa, e che l’altezza della cinta sia di trabucchi 2 ½ dovendosi poi al pié di questa piantare una palificata, o figgere a mezz’altezza una fresa inclinata, come già si disse nel libro 2° al Capo della circonvallazione. Quanto ai profili dei ridotti o si faranno come quelli de’ fortini, o pure saranno di minor conseguenza. Il profilo meno vataggioso, che si pratica, consiste in un parapetto alto piedi 3, e grosso altrettanto, formato con zolle, o con pietre. L’altro profilo più di questo vantaggioso consiste in un parapetto con la sua banchetta formato colle terre che si ricavano da un fosso largo piedi 4 in 5, e profondo piedi 2 circa, che si scava avanti il parapetto suddetto. Ambidue questi profili si assalgono sempre dalla fanteria alla scoperta; ma i due primi debbono essere rovinati dalle artiglierie prima, che siano assaliti dalla fanteria. Le figure quadrilatere, le pentagone e le esagone servono per li fortini, e per li ridotti, usandosi talora anche per questi il cerchio, ognoraché il ridotto si costruisce con muraglia [...][42]

§ Classificazione dei trinceramenti

Le informazioni che si ricavano dal testo appena riportato sono estese e completate dal Papacino nella trattazione sistematica sulla fortificazione campale in modo da produrre una classificazione dei trinceramenti secondo il «profilo», ovvero la sezione dell’opera completa.
Viene isolata una prima categoria di trinceramenti «insultabili», nell’ambito della quale «i più semplici» devono avere un parapetto alto 3 piedi (m. 1 ca.) e largo 2 (m. 0,70 ca.) e, se realizzati in montagna, una palizzata antistante; appartengono allo stesso gruppo anche i trinceramenti «più composti» con parapetto alto 4 o 5 piedi (m. 1,35-1,70 ca.), banchina larga 4 piedi e un fossato antistante largo 6 piedi (m. 2,05 ca.) e profondo 3.
La seconda categoria è quella dei trinceramenti «fuori d’insulto» che, dice il Papacino, resistono «ai sagri e ai quarti di cannone» e devono essere attaccati con l’appoggio di batterie d’artiglieria e lo scavo di trincee, essendo realizzati con parapetti di altezza e spessore varianti fra i 7 e i 9 piedi (m. 2,40-3,10 ca.), fossati antistanti profondi 5-7 piedi (m. 1,70-2,40 ca.) e larghi 12-15 (m. 4,10-5,15 ca.), palizzate piantate orizzontalmente al parapetto o al piede dello stesso[43].

Costruzione e tattica dei trinceramenti


L’autore si dilunga ulteriormente in una serie di norme pratiche per la realizzazione e la difesa dei trinceramenti e sottolinea la necessità di rispettare le proporzioni fra altezza e spessore dei parapetti, di risparmiare il fosso soltanto in montagna là dove sia possibile, ma di scavarlo sempre davanti ai settori attaccabili con violenza, di ripulire minuziosamente il terreno antistante l’opera da impedimenti al tiro della difesa o da ripari per gli assalitori, inglobandoli, se possibile, nel trinceramento o arretrando lo stesso alla distanza di un tiro di cannone[44]. A tal proposito compare una considerazione importante di ordine tattico, che assume un valore vincolante per l’intervento dell’ingegnere; dice infatti il Papacino che
[...] si ricava vantaggio massimo dai trinceramenti, allora quando l’assalitore non può investirli di primo lancio, ma trovasi necessitato di fermarsi a mezzo tiro di schioppo da questi [...][45];
perciò si devono creare ostacoli davanti alle opere difensive come canali d’acqua, tronchi piantati con inclinazione rivolta al nemico, oppure bocche di lupo con pali aguzzi sul fondo e richiama alla mente qui le esperienze americane della Guerra dei Sette Anni, come quella di Fort Carillon.
La serie di norme relative alla costruzione dei trinceramenti si conclude con un elenco di precetti minimi che sempre deve tener presenti l’ingegnere in campo e, aggiungiamo noi, ricordando Le Charron, qualunque ufficiale si trovi nella necessità di fortificarsi adeguatamente:

Finalmente nel disegnare le fortificazioni campali s’avrà per massima
1° Di far servire, finché si può, le fortificazioni naturali, che s’incontrano nel sito eletto, a fine di sparmiar fatica e spesa.
2° I fortini e le altre opere di conseguenza, che sono chiuse tutte d’intorno, debbono essere meglio fortificate dei semplici trinceramenti; perciocché non basta badare alla figura del loro perimetro, ma fa d’uopo ancora aver riguardo ai profili, cioé a dire che abbiano il fosso più largo o più profondo, un maggior comando tutto d’intorno ec.
3° Di schivare, finché si può, di fare parti troppo salienti, e quando non si possa a meno, si procuri di fortificarle maggiormente, o di renderne più difficoltoso l’accesso al nemico
[46]
Si passa così ad una sezione della Parte terza di eminente interesse tattico dedicata alla difesa e attacco dei trinceramenti. Concentrando ora l’attenzione sulle parti riguardanti la difesa, il Papacino definisce basilare la proporzione fra il numero di difensori e l’opera che l’ingegnere deve realizzare e, per rispettare tale equilibrio devono essere tenuti presenti questi parametri:
- estensione delle fronti attaccabili;
- robustezza dell’opera;
- numero degli assalitori;
- ostacoli e difficoltà che trova il nemico nell’approccio[47].
Da questo punto in avanti seguono i precetti per «difendere le fortificazioni campali a dovere»: assegnazione preventiva del posto a ciascun reparto e loro disposizione per attuare la difesa combattendo; sui fronti che il nemico può attaccare in colonna violentemente le truppe a difesa devono essere almeno su tre righe nelle parti assalite e in sei sulle parti fiancheggianti; se poi in un settore il nemico fa breccia, si devono disporre delle riserve in colonna per respingerlo con la baionetta; nei punti più protetti basta un presidio di guardia lungo il parapetto su una sola riga con 4 o 5 uomini ogni trabucco; creazione di alcuni corpi di riserva proporzionati al bisogno a tergo della fronte assalita; sistemazione dell’artiglieria nelle posizioni che permettono di prendere il nemico d’infilata e che da questo non sono attaccabili per assenza di ripari; disposizione della truppa in tre o più ranghi per difendere edifici o agglomerati, collocando nei posti più sicuri ed efficaci i difensori in azione[48].

I trinceramenti di montagna


Il nucleo principale della Parte terza si dilunga in un’analisi approfondita delle tipologie di campi trincerati che il Papacino distingue in tre gruppi: «campi trincerati, ne’ quali l’armata è attendata in fronte di bandiera», «campi ristretti, o all’antica», «trinceramenti, dietro cui l’esercito si accampa in una sola schiera»; affronta poi il tema dell’attacco ai campi trincerati e si sofferma sull’ampia materia delle «linee ossidionali». Si preferisce tuttavia rimandare alla lettura diretta del testo, se si vuole approfondire l’argomento, per concentrare l’attenzione finalmente sul Capo X, dedicato ai trinceramenti di montagna, assai rilevante per la tematica della fortificazione campale durante la Guerra delle Alpi.

§ La scelta del sito adatto

Il Papacino introduce l’argomento dicendo che, per utilizzare la fortificazione campale combattendo in montagna, bisogna ragionare su tre parametri:
- la scelta del sito in relazione alla geomorfologia e alla rilevanza strategica nell’ambito del territorio da difendere;
- la natura del sito in rapporto al corpo d’armata che si vuole impiegare;
- la forma e la qualità dei trinceramenti che si intende realizzare per difendere il sito scelto[49].
In merito al primo parametro l’ingegnere piemontese porta ovviamente il discorso su un piano tattico, ponendo la questione tradizionale se si debbano difendere i passi di un paese circondato dai monti, qualora esso sia assalito da un grande esercito invasore. La risposta è:
Se un solo è il luogo, per cui possa entrare l’inimico, ed in quello tu possa comodamente tenere tutte le forze, in tal caso hai da custodire l’ingresso del tuo paese, ma se oltre le consuete vie altre ancora ve ne siano nei monti, che possano dare adito al nemico, dannosissimo partito è quello di dividere le tue forze per aspettarlo in su i passi, perché, perdendo uno di questi, puoi essere facilmente circuito, e per la disfatta di pochi entra in tutti il terrore. Tu dei adunque in questo caso ire con tutte le tue forze ad incontrare l’inimico al di là de’ monti, o dentro ad essi aspettarlo in luogo confacente[50]
Commentando se stesso il Papacino nota subito che le circostanze momentanee impongono modifiche e adeguamenti alla norma generale, che deve essere presa in considerazione con «i seguenti riguardi»: è necessario scegliere un sito che governa un passaggio obbligato per il nemico, sulla sommità delle montagne a cavallo fra due o più valli e non aggirabile; bisogna impegnare un contingente di uomini utile alla difesa del sito, ma anche in grado di passare all’offensiva tenendo la posizione; il sito di alta montagna va generalmente scelto quando si opera a protezione di una fortezza e per impedirne o complicarne l’assedio, negli altri casi conviene concentrare la resistenza in luoghi più praticabili e che consentano l’intercettazione dei rifornimenti nemici così da costringerli al ripiegamento[51].
Nel caso in cui la strategia abbia optato a ragion veduta per una difesa di montagna, il Papacino passa ad esaminare le caratteristiche ideali che bisogna cercare di individuare nella realtà territoriale, per stabilire il sito in cui realizzare le fortificazioni e come progettare le stesse. Innanzitutto il luogo deve contenere il numero esatto di truppe destinate per non dover fortificare un’area né troppo stretta, né troppo dilatata; i trinceramenti, seguendo le norme e gli accorgimenti della fortificazione irregolare, devono occupare tutti i punti in cui l’assalitore può schierare adeguatamente i reparti all’assalto, conseguentemente il sito scelto deve governare tutte le alture circostanti e, se possibile, avere due ordini di tiro contemporaneo o il secondo a copertura del primo; le fortificzioni campali devono adeguarsi e sfruttare la natura orografica del sito contornando i precipizi e le sommità dei pendii, ma anche irrobustirsi nei settori avanzati creando più ostacoli lungo il fronte d’attacco; a tergo dei trinceramenti bisogna calcolare uno spazio sufficiente per le manovre dei reparti impegnati nella difesa e sarebbe utile fortificare le eminenze orografiche interne al perimetro trincerato con «qualche gran ridotto, o fortino» per disporre di un secondo ordine di tiro e di punti d’appoggio e resistenza qualora il nemico penetri oltre la prima linea difensiva[52].

§ La difesa dei trinceramenti di montagna

Come nelle pagine precedenti della Parte terza, l’autore lascia le generalità e passa ad approfondire i temi della difesa e dell’attacco dei trinceramenti di montagna, servendosi anche di esempi storici noti, tratti dalle vicende belliche della prima metà del secolo. L’argomento dell’attacco alle fortificazioni alpestri non verrà considerato in questa sede, dato il confronto con la realtà storica e la natura difensiva delle operazioni militari sabaude durante la Guerra delle Alpi. In merito alla difesa dei trinceramenti di montagna dunque il Papacino afferma che sono tre i motivi per cui essi vengono realizzati:
1°. Per avere un corpo d’armata, il quale, essendo assai inferiore al nemico, possa nulladimeno a favore de’ trinceramenti sostenere i suoi violenti attacchi, e mantenersi nel posto eletto.
2°. Per avere un campo trincerato, il quale cuopra, protegga, o renda all’inimico difficile, e lungo l’assedio di una fortezza.
3°. Per occupare alcuni piccioli posti molto importanti, i quali o servono d’antemurale a una Piazza, o a un gran campo, o pure assicurano la comunicazione con altri posti più avanzati, o colle valli laterali
[53]
Il primo caso, commenta l’autore, è quello dell’Assietta nel 1747, dove la combinazione delle «fortificazioni naturali colle artificiali» ha permesso di difendere con successo il sito scelto da tutti i lati attaccabili; d’altro canto anche i trinceramenti di Castagneto, realizzati nel 1705 a difesa di Chivasso, ma lungo una dorsale «insultabile» sul fianco destro hanno permesso di resistere finché l’artiglieria della piazza assediata non ha potuto ripiegare in salvo su Torino[54].
Il secondo caso è di particolare interesse, perché è quello del campo dell’Authion, che ovviamente il Papacino non poteva ancora prevedere entro il 1782, ma che effettivamente fu realizzato nella primavera del 1793 come difesa avanzata della fortezza di Saorgio sullo spartiacque fra le valli della Roya e della Vésubie, secondo i precetti del nostro autore, scomparso ormai da sette anni. Egli spiega infatti che:
Il campo trincerato che si fa nelle montagne, a fine di coprire una, o più fortezze, non è sempre necessario, che sia vicino a queste, ma basta, che sia più avanti verso il paese nemico, purché sia riparato tutto d’intorno, ed abbia le qualità descritte. Le truppe destinate per questo campo debbono pure essere numerose a segno di non poter essere circuite dall’inimico senza che questo s’esponga a qualche grave danno [...][55]
I trinceramenti del terzo caso devono essere elevati in siti facilmente fortificabili e difficilmente accessibili, poiché devono essere difesi da pochi uomini. Essi consistono generalmente «in fortini o ridotti spaziosi» a due ordini di tiro, ma anche a tre sui fronti d’attacco, e soprattutto mai isolati, ma collegati da linee di trinceramenti, cioé comunicazioni
le quali oltre la propria difesa debbono anche essere efficacemente protette dai fortini principali, o da qualche altro secondario, che si farà in mezzo della distanza fra due opere principali, ognoraché la communicazione fra queste riuscirà molto lunga[56]
A questo proposito l’autore porta come esempio negativo la ridotta di Monte Cavallo, realizzata nel 1744 sulla dorsale fra le valli di Varaita e Bellino, essendo essa isolata e fronteggiata da un terreno aperto, che permise alle colonne francesi di schierarsi adeguatamente per l’assalto, e aggiunge i trinceramenti francesi di Modane del 1708 e le Barricate di valle Stura del 1743-44, entrambi doppiati dal nemico essendo a fondo valle di catene montuose percorribili lungo altri itinerari[57].
Infine le istruzioni redatte dal Papacino per la difesa dei trinceramenti alpini echeggiano quelle generali indicate sopra, cercando di impegnare tre linee di fucilieri lungo le fronti attaccate e sei nei tratti di fiancheggiamento, di riservare reparti di supporto a tergo delle fortificazioni e guardie presso i luoghi inattaccabili; importante è l’insistenza sulla realizzazione di trinceramenti a due ordini di tiro che devono essere difesi secondo i criteri appena richiamati e tatticamente pensati per garantire una resistenza e un ripiegamento ordinati[58].

Il modello piemontese


È evidente che nel pensiero fortificatorio del Papacino, come già si è rilevato, non aveva attecchito la maniera «prussiana» dei forti isolati, che nella difesa campale alpina sembravano poco sicuri e inefficaci, se non potevano operare con altre strutture in un sistema unitario e chiuso. Siamo dunque di fronte alla formulazione specifica della difesa campale elaborata dalla scuola piemontese della seconda metà del XVIII secolo, in base agli studi teorici e all’esperienza reale delle campagne alpine svoltesi durante la Guerra di Successione Austriaca; essa prevede la fortificazione di punti strategicamente e tatticamente rilevanti tramite ridotte collegate fra loro da trinceramenti continui a linee spezzate o a redans secondo la natura del terreno.
La specificità di tale modello sta proprio nel rapporto reale che esso doveva creare con il territorio al momento in cui veniva messo in pratica; è inverosimile che un uomo come il Papacino d’Antoni non volesse tener conto di esperienze testimoniate da figure della statura di Pietro il Grande, Maurizio di Sassonia, Federico di Prussia, per i quali l’utilizzo delle ridotte staccate risultava migliore del trinceramento continuo. A ben vedere l’ingegnere piemontese non ignorava affatto tali pregressi, infatti le ridotte assumevano nel suo pensiero fortificatorio il ruolo fondamentale di salvaguardare tutti i punti principali sui quali si appoggia la difesa di un determinato settore. Tuttavia la natura dei siti di montagna, su cui si era esercitata l’esperienza piemontese, aveva costretto gli ingegneri a non dimenticare il trinceramento continuo che impediva al nemico l’aggiramento al coperto delle postazioni principali attraverso vallette, forre, canaloni. Evidentemente tale genere di trinceramento era l’unica struttura che permettesse di controllare la variabilità dell’efficacia difensiva delle opere in relazione alle differenziazioni simultanee e contigue del terreno montano, e inoltre dava la possibilità di circondare i nuclei difensivi in prossimità dei pendii, così da fornire sempre ai difensori posizioni dominanti.
Infine, quanto al vantaggio della frammentazione delle forze nemiche, in montagna non era la presenza delle ridotte staccate a determinarla, ma la natura stessa dei siti, tanto che, a differenza degli scontri campali in pianura, il nemico era costretto a condurre l’attacco per colonne fin dall’inizio e non a fronte di linea, come dimostrano i fatti per esempio nelle battaglie di Monte Cavallo in Val Varaita (1744) e dell’Assietta (1747) sulle montagne fra le Valli di Susa e del Chisone. Al contrario l’isolamento delle ridotte avrebbe permesso a contingenti delle colonne medesime o a colonne autonome di prendere a rovescio i caposaldi difensivi, manovra per altro riuscita, sempre a Monte Cavallo, da parte degli Svizzeri del reggimento Travers Grisons, guidati dal bravo signor de Salis, a causa dell’assenza di una buona difesa sabauda, lungo trinceramenti continui, sulla dorsale fra Monte Cavallo e la valle di Bellino[59].
Pertanto il modello reale piemontese è costituito dai trinceramenti dell’Assietta, che manterrà fino alla Guerra delle Alpi il suo aspetto di campo trincerato articolato sui tre capisaldi della testa e del colle dell’Assietta e del Gran Serin[60]. Non a caso infatti dodici anni prima della pubblicazione del libro sesto per le Regie Scuole, nel suo Projet de Defensive pour nos Frontieres, il Papacino scriveva a proposito:
[...] Il faut faire deux redoutes sur les butes principales de l’Assiette, et une autre à la Tete du Seran garnies avec du canon, et disposées de façòn qu’elles emprechent l’ennemi d’entrer dans les autres rétranchemens qui doivent aussi etre faits d’avance pour couvrir le Camp de l’Assiette [...][61]

Fortificazione campale e istruzione per gli ufficiali della fanteria piemontese


A completamento dell’excursus sul Papacino vale la pena notare che egli, sempre nell’ambito delle disposizioni per la difesa dei trinceramenti di montagna, sottolinea la necessità per cui «i comandanti» dei contingenti impegnati sappiano «ideare» le fortificazioni «più confacenti ed opportune al caso», a causa delle innumerevoli variazioni orografiche dei siti prescelti di volta in volta,
la qual cosa riuscirà loro facile, ognivoltaché delle regole fondamentali, e delle diverse maniere di disporre le truppe nella difesa de’ trinceramenti abbiano una sufficiente notizia, e siansi esercitati più volte a combinarli in casi supposti[62]
È chiaro dunque che secondo il Papacino d’Antoni la formazione degli ufficiali deve contemplare la conoscenza della fortificazione campale e del suo impiego tattico, richiamando così le osservazioni di Le Charron, che scrisse il suo manualetto quattro anni dopo la pubblicazione del volume sesto per le Regie Scuole.

La questione durante la seconda metà del ‘700


D’altro canto un’esigenza simile a quella del Papacino venne già espressa da Casimiro Gabaleone di Salmour, quando nel 1755 proponeva l’apertura di una scuola per l’istruzione degli ufficiali dei reggimenti di fanteria, in cui accanto ad elementi di tattica e artiglieria essi apprendessero i rudimenti di architettura militare e fortificazione. Così pure nel 1757 l’autore anonimo di una relazione alla Regia Segreteria di Guerra caldeggiava la diffusione dell’istruzione militare impartita nelle Regie Scuole, inviando presso i reggimenti e le piazze artiglieri-istruttori di scienza delle fortificazioni, investimento e difesa delle fortezze, geometria e «figure e costruzioni dei diversi trinceramenti di campagna»[63].
A questo proposito è opportuno ricordare che già nel biennio 1740-1741 Ignazio Bertola insegnò architettura militare presso l’Accademia Reale di Torino e che nel 1759 il programma di corso triennale per gli allievi del secondo e terzo appartamento della stessa Accademia prevedeva lo studio della fortificazione regolare, irregolare, dell’attacco e difesa delle piazze. Nel 1769, poco prima che iniziasse il quarto corso delle Regie Scuole d’Artiglieria e Genio, si aprì la possibilità di frequenza agli allievi del secondo appartamento, così da creare un rapporto diretto fra i due istituti d’istruzione militare migliorando la programmazione del 1759. Nel 1778 infine, a dimostrazione dell’esigenza di istruire i futuri ufficiali dell’armata in materia di fortificazioni, fu adottato come libro di testo nell’Accademia Reale Dell’Architettura Militare del Papacino, pur essendo ancora in corso di composizione e stampa[64].
Per contro poteva accadere che alcuni diplomati delle Regie Scuole fossero impiegati come ufficiali di fanteria, dopo l’assegnazione di tutti i posti necessari all’artiglieria e al corpo degli ingegneri, secondo le istruzioni redatte nel 1764 dallo stesso Papacino, che rivendicava comunque la preminenza della destinazione dei nuovi ufficiali alle «armi colte». Tuttavia è molto significativo in questa sede segnalare che un certo numero di allievi delle Regie Scuole, usciti dal corso 1787-1792, furono destinati a zone di presidio, a reggimenti provinciali e alla Legione delle Truppe Leggere, dove evidentemente sembrava opportuno poter contare su ufficiali preparati tecnicamente per l’impiego dell’artiglieria e della fortificazione durante le azioni campali[65].

Il trattato di Giuseppe Ogliani


Suggella il tema dell’istruzione degli ufficiali di fanteria in materia di fortificazione campale l’opera dell’architetto Giuseppe Ogliani, pubblicata a Torino nel 1795, quasi alla fine della Guerra delle Alpi. Il titolo è decisamente indicativo, in quanto fa esplicito riferimento ai destinatari dell’opera, appunto gli ufficiali di fanteria, ma sembra ancor più significativo l’anno di edizione, sia come punto conclusivo di un iter culturale sviluppatosi in seno al gruppo di «officiers savants» succitati e agli organi di formazione dell’ufficialità piemontese del XVIII secolo, sia come momento culminante di un conflitto in cui furono numerose le occasioni che determinarono l’impellente necessità dell’adozione del trinceramento campale da parte di reparti di fanteria, in assenza di ingegneri militari[66].
L’opera richiama l’impostazione tradizionale dei trattati del Cugnot, Le Charron, Papacino d’Antoni. Sono illustrate le forme tradizionali dei trinceramenti a freccia, delle ridotte quadrate, a tenaglia, a stella, delle linee continue, delle teste di ponte[67]. Si impartiscono le istruzioni per tracciare sul terreno i perimetri o per reperire il materiale necessario, calcolandone la quantità esatta, e le modalità varie di costruzione delle opere in terra, delle palizzate e delle difese ipogee. Infine, come nel trattato di Le Charron si studiano alcuni casi esemplari per la difesa di posti strategicamente importanti in relazione alla loro tipologia costruttiva, quali castelli, chiese, villaggi, case isolate[68].
Ciò che tuttavia in questa sede pare più interessante è che l’Ogliani si pone fin da principio il problema di sensibilizzare l’ufficiale di fanteria, che non è necessariamente indotto per formazione, come un ingegnere, all’equazione sito = difesa, all’osservazione e comprensione del terreno in cui sta operando. Infatti il Capo I, Cognizione del terreno[69], costituisce la disamina preliminare del rapporto che intercorre fra «Tattica» e «Architettura militare» in relazione al contesto territoriale in cui agisce un reparto, ma il tutto trae la sua ragion d’essere nelle parole che troviamo nell’Introduzione:
Un militare dunque, e specialmente un ufficiale di fanteria con qualche cognizione di geometria, e di geografia potrà imparare nella guerra di campagna a conoscere i mezzi di metter in istato di difesa una casa, un castello, ed un villaggio […] e nel medesimo tempo a far costrurre ridotte, fortini, teste di ponti, ed altre opere della stessa natura, ma principalmente dovrà sapere alla prima occhiata, mettere a profitto con tutta prestezza i vantaggi che può somministrare il terreno.
Il tutto dipende dunque nelle spedizioni militari dalla cognizione del terreno, cioè dalle carte topografiche, o dai piani, ne’ quali si descrive la situazione di un paese […] e quantunque non faccia d’uopo al militare di saper levare una tal situazione, e disegnarla, tuttavia sarà cosa ottima, che il medesimo intenda un piano, e lo sappia paragonare col terreno, di cui ne dimostra la figura
[70]
Tale principio è indirettamente ripreso nel Capo VIII, Regole generali per i trincieramenti di campagna, quando l’Ogliani avverte che
Nella costruzione de’ trincieramenti è cosa impossibile di prescriverne la loro figura, dipendendo sempre dal terreno, e per conseguenza i trincieramenti regolari saranno sicuramente sempre difettosi, cangiando il terreno in ogni sito, spetterà perciò al medesimo fissare le linee e gl’angoli de’ trincieramenti[71]
Secondo l’Ogliani infine un qualunque ufficiale di fanteria è in grado di realizzare un buon trinceramento, se tiene conto di alcune regole generali, quali il temperamento delle misure dei salienti rispetto alle linee, la copertura reciproca fra le opere, il dominio del terreno antistante siti d’altura, l’appoggio delle testate dei trinceramenti a siti ben sicuri, l’irrobustimento dei fronti d’attacco meglio praticabili dal nemico, la sistemazione di difese a saliente sulle eminenze e a rientrante nei valloni, la creazione di più ridotte associate e reciprocamente difese, la scelta di siti non dominati da alture, la previsione di punti protetti dai quali attuare le sortite e la cura di percorsi stradali agevoli alle spalle dei trinceramenti in previsione di una possibile ritirata[72]. Le norme segnalate sembrano comunque molte e frutto di un’istruzione dottrinale e teorica, ma pare evidente che l’autore procede ad un elenco per cui ogni singola voce acquista validità quando ci si cali nella realtà dell’azione in campo, lontani dalla teoria del trattato.
In chiusura è invece piuttosto indicativo della coltivazione di un sapere teorico militare da parte di una certa ufficialità «savante» nel Piemonte settecentesco il fatto che l’Ogliani, al termine dell’Introduzione, si preoccupi di fornire un elenco bibliografico d’autori, utilizzati per la composizione del trattato e soprattutto cronologicamente non risalenti oltre il Vauban e il Folard, ma concentrati tutti fra gli anni trenta e settanta del XVIII secolo e prevalentemente di ambiente francese:

Véritable manière de fortifier de Mr. Vauban, 8° Amsterdam 1726.
Folard sur Polibe, 4° Paris 1727.
Attaque, et défense des places, par Mr. Vauban, 4° à La Haye 1737.
Réflexions militaries, et polytiques de S. Crux, 8° à La Haye 1739.
L’art de la guerre par Quincy, 8° à La Haye 1741.
La science militaire de Bardet de Villeneuve. T. 9. 8° à La Haye 1742.
La science de la guerre (par le comte de Robilant) 8° Turin 1744.
Ingénieur de campagne par Clairac, 4° Paris 1749.
Essai sur l’art de la guerre par Turpin, 4° Paris 1754.
Essai sur la grande guerre par d’Espagnac, 8° Paris 1755.
Mémoires sur l’art de la guerre du Maréchal de Saxe, 8° Dresde 1757.
L’art d’attaquer, et de défendre les places par la Fébure, 4° Berlin 1757.
Le parfait Ingénieur par l’Abbé Deidier, 4° Paris 1757.
L’Artillerie raisonnée par le Blond, 8° Paris 1761.
Traité de l’attaque des places par le Blond, 8° Paris 1762.
Mémoires pour l’attaque, et la défense d’une place par Goulon 8° Amsterdam, et Leipzig 1764.
Dictionnaire portatif de l’Ingénieur par Charle Antoine Jombert, 8° Paris 1768.
Régles, et principes de l’art de la guerre par G. R. Faesch, 8° Leipzig 1771.
Traité des ponts par le sieur Gautier, 8° Paris 1765.
Istruzioni pratiche per l’Ingegnere di G. A. Alberti, 4° Venezia 1774.


I trinceramenti dell’Authion


Le fortificazioni


Si giunge così a parlare delle opere campali più note della Guerra delle Alpi, i trinceramenti dell’Authion, realizzati dall’armata del Re di Sardegna, come già si è anticipato, a partire dal 10 maggio 1793, per sbarrare l’accesso della valle Roya e del forte di Saorgio. Non si ritiene opportuno in questa sede presentare uno studio approfondito di tali opere, per quanto la sua realizzazione sia auspicabile in base ai moderni criteri di ricognizione archeologica e rilevamento delle strutture in situ, tuttavia la documentazione bibliografica e l’iconografia storica[73] consentono di proporre alcune osservazioni in rapporto alla manualistica finora presa in considerazione. Si concentrerà inoltre l’attenzione soltanto sulle fortificazioni del perno centrale della difesa, l’altopiano dell’Authion, escludendo le opere estreme del sistema di dorsale comprese fra il monte Capelet-colle di Raus e il campo del Brouis-colle di Perus, che in un prossimo futuro si spera di studiare a fondo con quelle dell’Authion[74].

§ L’Authion nel 1793

Il nucleo centrale dei trinceramenti, realizzati in pietre a secco e terrapienati, si sviluppava lungo l’avancorpo dell’altopiano digradante verso la cima di Tueis ed era costituito da una grande ridotta con fronte saliente a foderatura del declivio e reni quasi parallele, denominata «Butta» o «Castello dell’Authion», fornita di cavalli di frisia anteriormente al fronte d’attacco principale All’esterno della ridotta esistevano tre frecce avanzate in successione lungo la dorsale davanti al Tueis, mentre all’interno del fronte di gola sorgeva un trinceramento a tagliata per il secondo ordine di tiro ed erano state predisposte ancora più indietro due postazioni d’artiglieria, separate dalla tagliata tramite cavalli di frisia. Il fianco settentrionale, verso il vallone del Praï, seguiva un andamento spezzato a cremagliera, adeguandosi alla natura del sito per favorire il fiancheggiamento.
Alle spalle delle batterie della butta iniziava la linea di trinceramenti che difendeva il fronte settentrionale dell’altopiano, essa si spingeva fino alle falde della punta dei Trois Communes e alla cresta dell’Ortiguier ed era costituita da successivi tratti a salienti e rientranti irregolari, ma pensati sempre in adeguamento all’orografia e alla copertura reciproca. Nella parte centrale del trinceramento fu inoltre preparata un’altra batteria d’artiglieria ad angolo, operante cioè verso la gola della butta e il fronte nord.
Presso il limite orientale del fianco sud della butta dell’Authion si raccordavano ad essa i trinceramenti che con andamento nord-sud difendevano il lungo fronte del vallone della Bevéra. La testata settentrionale di questa linea era di nuovo armata con una batteria d’artiglieria e i trinceramenti scendevano fino all’altura della Forca, dove si raddoppiavano nuovamente in due ordini di tiro, chiudendo sulla cima un’area maggiormente munita, predisposta per una batteria di due cannoni e denominata «Ridotta della Forca». Anche in questo settore, come sopra, i trinceramenti avevano andamenti irregolari a salienti e rientranti sui margini dei pendii. Era stato realizzato un secondo ordine di tiro presso la testata nord, poco sotto la batteria, così da creare una piccola ridotta, e ne risultavano ancora altri due prima dell’altura della Forca.
Scendendo ancora più a sud la depressione fra la Forca e l’altura di Mille Fourches fu difesa da un trinceramento staccato, predisposto per l’utilizzo di un pezzo d’artiglieria. Un trinceramento analogo ai precedenti coronava l’ampia sommità delle Mille Fourches, che a sua volta dominava la punta di Ventabren, poco più bassa e localizzata a sud-est della prima.
Quest’ultima postazione presentava di nuovo una successione complessa di livelli difensivi, infatti il fronte d’attacco principale era difeso, salendo in successione, da una freccia avanzata lungo il pendio dalla parte del vallone dell’Arp, da un primo trinceramento irregolare che foderava il pendio, da un trinceramento sommitale con andamento a cremagliera e doppio ordine di tiro dalla parte delle opere sottostanti; l’altura era così difesa lungo il margine sud-est, mentre nella parte centrale si ergeva un’altra ridotta, staccata, a forma di bastione con saliente rivolto a sud.

§ Il campo dell’Authion e l’istruzione teorica

Come si è già segnalato precedentemente le fortificazioni dell’Authion rispondono ad un tipo teorico di campo trincerato, studiato dal Papacino d’Antoni in posizione avanzata rispetto ad una fortezza, nella fattispecie quella di Saorgio[75]. Tuttavia non si tratta della semplice applicazione pratica di una tipologia manualistica, ma la posizione dell’Authion risponde innanzitutto alla norma preliminare della rilevanza strategica di un sito montano per la difesa dei confini [76]: l’altopiano si trova effettivamente a cavallo della strada ripristinata da Vittorio Amedeo III nel 1782 che, oltrepassato il colle di Tenda venendo da Cuneo, portava dalla valle Roya a quella della Vésubie per scendere su Nizza[77], ovvero era l’unico sito sulle Alpi Marittime che doveva essere difeso per impedire in posizione avanzata l’accesso agli «Stati al di qua dei monti» e alla pianura piemontese, ad esclusione ovviamente degli accessi vallivi di confine con la Repubblica di Genova.
Se poi si osserva la realizzazione delle fortificazioni, tenendo sempre presente il Papacino, emerge innanzitutto il rispetto della norma per lo sfruttamento della difesa naturale offerta dai siti e dalla sistemazione dei trinceramenti marginale ai pianori, come d’altro canto insegnava già l’esperienza pratica della fortificazione campale piemontese, a partire dall’inizio del XVIII secolo e culminate nel caso dell’Assietta[78].
Le ridotte e i punti chiave della difesa sono tutti rinforzati, compaiono i doppi e tripli ordini di tiro, tanto raccomandati dal Papacino, ma anche la disposizione dei settori di fiancheggiamento in appoggio ai fronti di attacco principali, come dimostra l’aspetto delle reni della butta, un settore fortemente avanzato che deve essere supportato sia all’esterno, sia all’interno dai ridotti a cavaliere e dalle batterie d’artiglieria. Inoltre non compaiono mai opere autonome, se non quella di Ventabren, in obbedienza alla norma, ormai tradizionale della difesa campale piemontese, che raccomanda di collegare sempre i capisaldi con trinceramenti ordinari a sbarramento[79].
Infine fanno la loro comparsa le opere avanzate e staccate, sempre nei settori più a rischio, per creare quegli ostacoli che, come diceva il Papacino, potevano fermare il nemico a mezzo tiro di fucile dall’opera principale, determinandone grave danno[80].

Il capitano de la Motte


La battaglia dell’Authion ha offerto lo scenario ad un episodio di singolare valore per gli argomenti trattati in questo contributo e nel contesto di studi sulle truppe leggere durante la Guerra delle Alpi.
Il Merla, a proposito di quegli eventi, pubblicava alcune parti in traduzione italiana di una lettera scritta il 19 giugno 1793 da un capitano in forza ad una compagnia cacciatora[81]. L’ufficiale in questione era ascritto dal suddetto autore al reggimento d’Aosta, ma è stato possibile chiarire la sua appartenenza al reggimento Guardie, come dimostra una Nota degli ufficiali morti, feriti e prigionieri ne’ fatti d’armi degli 8 e 12 giugno 1793, conservata nella Biblioteca Reale di Torino[82], in cui si legge «cav.e della Motta – capitano de’ Cacciatori del reg.to delle Guardie»; subito dopo è nominato in elenco Filippo del Carretto, allora comandante del Corpo Franco, ferito al petto e ad una coscia l’11 giugno. Il capitano de la Motte riferisce pertanto nella sua lettera di essere stato contuso al collo da una palla di fucile, senza riportarne fortunatamente grave danno, dopo essere stato tuttavia sfiorato altre due volte[83]. Ma c’è di più; grazie ai Regi Viglietti assenti per gli ufficiali di fanteria del 1793, il nostro uomo, finora conosciuto soltanto per grado e casato, assume una fisionomia completa nella persona del cavalier Clemente Morand de la Motte de Saint Sulpice, un gentiluomo savoiardo con il grado di capitano nel reggimento Guardie fino al 1792 e promosso capitano dei cacciatori nello stesso reggimento l’1 marzo 1793, tre mesi e mezzo prima della battaglia dell’Authion[84].
La lettera redatta dal capitano de la Motte è una lunga relazione dei fatti intercorsi fra il 7 e il 12 giugno nel settore compreso fra il villaggio di Moulinet e la zona Mille Fourches-Ventabren, ma un passo riveste un interesse eccezionale. Dopo aver descritto la difesa del villaggio di Moulinet, a cui partecipa con la sua compagnia di cinquanta uomini, de la Motte riferisce in merito alla ritirata sarda verso le Fourches, sotto il comando del marchese Filippo del Carretto, e prosegue
[…] Arrivé au pree du Camp des fourches nous eumes ordres d’occuper le bois qui est au prée de Ventabren. Le chev.r Canal s’etablit sur la crete du Valon dit de la Giandola et m’envoya, avec le corp franc, un gros detachement du Rgt. de Verceil commandé par le comte Vialardi […] et ma comp.e, occuper le sommet de la forête du coté du Molinet. D’apres l’avis qu’il m’en donna je fis faire des abatis d’arbres que je fis ranger en forme de fléche pour en cas d’attaque avoir un abri pour resister. Nous bivaquàmes tous sur cette montagne […][85].
Ecco che il capitano de la Motte si comporta come Le Charron avrebbe voluto che facessero i bravi ufficiali di fanteria: mandato a presidiare il limite del bosco di Ventabren, in posizione avanzata, abbatte le piante, aprendo la visuale e l’area di tiro per una difesa efficace e utilizza i tronchi per creare una freccia, la figura più semplice e funzionale per un trinceramento da realizzare con rapidità e in assenza degli ingegneri. Egli agisce con grande senso di responsabilità, ma anche con perizia, infatti deve aver calcolato a colpo d’occhio le dimensioni dell’opera, in relazione al numero di uomini a sua disposizione per la difesa del posto che si apprestava a tenere fino a nuovo ordine; quindi è presumibile che l’ufficiale avesse una certa qual conoscenza dei problemi connessi alla difesa campale, forse non sistematica come appare nei manuali per le Regie Scuole, ma sicuramente ne dominava la sostanza.
La prosecuzione della lettera ci conferma in tali sentimenti, infatti, dopo aver riferito sul tentativo di occupare le alture del Mangiabot il 9 giugno[86], il capitano de la Motte aggiunge
[…] le 10 n’eu rien de particulier. le 11 nous creumes d’étre attaqué […] les français vinrent faire quelques coup de fusil mais je crois que leur intention n’etant que de reconnaitre le terrein, la journeé fut employeé a faire un parapet en forme de retranchement sur une hauteur nommeé Buffabren et qui devenait un des points d’attaque des Ennemis. Des le matin nous avions fait couper par ordre de Mr. De Reinbach les arbres les plus prés du retranchement qui pouvoient servir d’abri aux ennemis: j’employés a cette besogne mes chasseurs qui quoique avec de petites haches, en couperent un grand nombre […][87].
Il giorno 11 è quindi dedicato al rafforzamento delle difese campali; de la Motte riceve ordine di trincerare un rilievo dominante la sua prima freccia e a procedere con un secondo «abatis», come già aveva fatto davanti al bosco l’8 giugno. È presumibile che il trinceramento fosse in pietre a secco, infatti l’ufficiale precisa «un parapet en forme de retranchement», come se volesse distinguere il genere di costruzione rispetto alla freccia inferiore, realizzata con i tronchi abbattuti. Dunque, stando così le cose, appare ancor più suggestivo ipotizzare che de la Motte non avesse solo una nozione sommaria della difesa campale, ma una competenza, se non progettuale, certamente pratica di buon livello, capace di organizzare e dirigere in campo aperto le azioni di soldati abituati a improvvisare rapidamente un piccolo cantiere per un’opera a secco.
A questo punto entrano in gioco i cacciatori comandati dal valente capitano, che dimostrano attraverso le parole del loro stesso ufficiale di saper agire nell’apprestramento delle difese campali facendosi carico dell’abbattimento degli alberi più vicini al trinceramento con le piccole asce in loro possesso. La preziosissima notazione del de la Motte, oltre a permetterci di presumere che i suoi cacciatori fossero abbastanza esperti nei lavori di fortificazione, documenta la dotazione d’ordinanza di questi reparti speciali pensata in vista di svariate attività in campo, fra cui la realizzazione di trinceramenti temporanei e rapidi da costruire. L’ufficiale sembra quindi soddisfatto dell’equipaggiamento dei suoi uomini e implicitamente valorizza l’impiego dei cacciatori a livello tecnico; pur essendo molto più espliciti gli elogi per il valore dimostrato in battaglia, è comunque tangibile la percezione di fiducia che il de la Motte nutre nei confronti della compagnia. Siamo in presenza di un esempio incarnato di quanto teorizzavano Gabaleone di Salmour, l’anonimo della relazione alla Segreteria di Guerra del 1757 e il commendatore di Châtillon, ovvero una sorta di «officier savant», forse non profondamente versato nelle scienze delle Regie Scuole, ma in grado di operare efficacemente con uomini ben preparati e alieno a quella valorizzazione dell’ignoranza propria di certa aristocrazia militare piemontese del ‘700[88].
In conclusione varrebbe la pena localizzare le opere che furono realizzate dal capitano de la Motte e dai suoi uomini, ma purtroppo la carta dell’Authion conservata all’Archivio di Stato di Torino[89] non si estende fino alla montagna di Ventabren. Tuttavia le carte di ricostruzione presenti in bibliografia[90] raffigurano poco a valle dei trinceramenti superiori di Ventabren una freccia e un trinceramento che la governa a forma trapezia, foderante la dorsale: sono probabilmente i lavori finali dell’8 e 11 giugno di cui parla il de la Motte e le cui tracce, forse appena conservate dalla terra, attendono di essere meglio rilevate e studiate.

Bibliografia


Documentazione d’archivio e manoscritta

§ Enti di conservazione

  • ADep.AM

Archives Departementailes des Alpes Maritimes, Nice.

  • AS.TOCorte

Archivio di Stato di Torino, Sezione di Corte.

  • AS.TORiunite

Archivio di Stato di Torino, Sezioni Riunite.

  • BRT

Biblioteca Reale di Torino.

§ Abbreviazioni delle fonti d’archivio e manoscritte

Album 1794
Anonimo, Album di figurini militari, 1794.
BRT, Manoscritti Militari 29.

Anonimo 1697
Anonimo, Trattato di fortificatione, 1697.
BRT, Manoscritti Saluzzo 480.

Benevello
ADep.AM, Fondo Mattone di Benevello, C33-C39.

Brunswick 1766a
C. G. F. von Brunswick, Project que S.A.S. Monseigneur Le Prince Ereditaire Charles Guigliaume Ferdinand de Brunsvick Volfembutel a communiqué au Chevalier D’Antonij Le 20 Aoust 1766 a Turin. La conference a duré deux heures et trois quarts, Torino 1766.
AS.TOCorte, Materie Militari, Imprese militari, Mazzo 9 d’addizione, n. 29.

Brunswick 1766b
C. G. F. von Brunswick, Extraits des reflections de S.A.S. Monseigneur le Prince Hereditaire de Brunsvick, pendant son voyage dans l’été de 1766 par les valées qui entourent le Piemont reduites en project de défence contre la France, 1766.
BRT, Manoscritti Militari 130.

Corsini s.d.
R. G. Corsini, Trattato dell’architettura militare irregolare aggiuntovi un piccolo trattato di levare la pianta, s.d.
BRT, Manoscritti Saluzzo 731.

Cossetti 1794
D. Cossetti, Trattato di fortificazione dedicato a Sua Altezza Reale Don Ferdinando Borbone Infante di Spagna Duca di Parma, Piacenza e Guastalla ecc. del Cav. Domenico Cossetti Accad. professore e Consigliere con voto della Reale Accademia delle Belle Arti di Parma, 1794.
BRT, Manoscritti Saluzzo 442.

Costa 1795
Capitano Costa, Copie de relation du Chevalier Costa capitaine de Chasseurs du Regiment de Genevois, et commandant à Oulx à M. le Chevalier de Revel du 21 juin 1795, Oulx 1795.
AS.TOCorte, Materie Militari, Imprese militari, Mazzo 11 d’addizione.

d’Albion 1795
Maggiore d’Albion, Copie de Rapport de M.r d’Albion, Major du Régiment d’Oneille à Mons. le Baron Streng Commandant les Troupes dans la Vallée de Sture de l’expedition du 29 au 30 juillet faite contre l’Ennemi au Camp de S.te Anne. Datée Vinay le 30 juillet 1795, Vinadio 1795.
AS.TOCorte, Materie Militari, Imprese miltari, Mazzo 11 d’addizione.

Dati s.d.
A. M. Dati, Trattato di fortificazione italiana, s.d.
BRT, Manoscritti Saluzzo 310.

de la Motte 1793
C. Morand de la Motte de Saint Sulpice, Lettera dal campo dell’Aïné, 19 giugno 1793.
AS.TOCorte, Materie Militari, Imprese militari, Mazzo 11 d’addizione, n. 6.

di Quinto s.d.
Cavalier di Quinto, Supplica del cavalier di Quinto, s.d.
AS.TOCorte, Materie Militari, Imprese militari, Mazzo 10 da inventariare.

di Sommariva 1795
Marchese di Sommariva, Copia della relazione del Sig. Marchese di Sommariva in data di Susa li 27 agosto 1795, Susa 1795.
AS.TOCorte, Materie Militari, Imprese militari, Mazzo 11 d’addizione.

Etat-Regiment 1790
Etat d’un Regiment d’Ordonnance de la Nation, le 5 juin 1790, 1790
AS.TORiunite, Azienda Generale d’Artiglieria, Carte antiche d’Artiglieria, Volume XVI.

Etat-Vaudoises 1705
Etat des Compagnies Vaudoises du 17 avril 1705, 1705
AS.TOCorte, Materie Militari, Imprese militari, Mazzo 10.

Le Charron 1786
A. le Charron, Petit traité de fortification de campagne, avec la méthode facile et abrégé de costruire les retranchements qui sont les plus nécessaires aux officiers d’infanterie. Par le Ch.r Le Charron, Lieutenant Fn. Premier au Regiment de Limosin, à l’Agayola en Corse, Agayola 1786.
BRT, Manoscritti Saluzzo 425.

Léon 1795
F. Léon, Rapport du Capitain Léon au Gen. Vital, 4 vendémiaire Anno IV, (26-9-1795), in Canestrier 1931, pp. 60-63.

Magnelli 1694
B. Magnelli, Trattato di fortificazioni, 1694.
BRT, Manoscritti Saluzzo 774.

Malaussena
ADep.AM, Fondo Alziari di Malaussena, E69/142-143-144-145.

Minutoli s.d.
D. Minutoli, Relation des Campagnes faites par S.M. et par ses Généraux avec des Corps Séparés dans les années 1742 et 1748, s.d.
BRT, Manoscritti Militari 111.

Molza 1691
L. M. Molza, Tractatus de architectura militaris, 1691.
BRT, Manoscritti Saluzzo 464.

Nota-Ufficiali 1793
Nota degli ufficiali morti, feriti e prigionieri ne’ fatti d’armi degli 8 e 12 giugno 1793, 1793.
BRT, Manoscritti Militari 128, n. 9

Papacino d’Antoni 1770
A. V. Papacino d’Antoni, Reflexions préliminaires de M.r le Commendeur D’Antoni pour dresser un Projet de Defence. Projet de Defensive pour nos Frontieres depuis Le Mont Genevre au Col de L’Argentiere, 1770.
AS.TOCorte, Materie Militari, Imprese militari, Mazzo 10 d’addizione, n. 1.

Papacino d’Antoni 1782a
A. V. Papacino d’Antoni, Conoissances pour faire la guerre en Lombardie avec des Remarques Politico-militaires sur la Guerre de 1733 faites par le Commendeur Papacin d’Antony Major General d’Infanterie, Adjutant General de l’Armée et Directeur General des Ecoles d’artillerie et de Fortification. Turin l’an 1782, Torino 1782.
AS.TOCorte, Materie Militari, Imprese militari, Mazzo 10 d’addizione.

Pinto s.d.
L. B. Pinto di Barri, Elementi di fortificazione, s.d.
BRT, Manoscritti Mlitari 324.

Precis des attaques 1795
Precis des Attaques faites le 25, et le 27 juin 1795 par les Troupes aux ordres de S.M. le Lieutenant Général Baron Colli, 1795.
AS.TOCorte, Materie Militari, Imprese militari, Mazzo 11 d’addizione.

Reflexions de defensive s.d.
Rèfléxions prèliminaires pour dresser un projet de difensive pour les Etats du Roi, qui confinent avec La Savoie, Le Dauphiné, La Provence, et la Riviére de Genes, depuis Ormée jusqu’à Novi, s.d.
AS.TOCorte, Materie Militari, Imprese militari, Mazzo 10 d’addizione.

Regi Viglietti 1730-1746
AS.TORiunite, Azienda Generale d’Artiglieria, Regi Viglietti e Dispacci, 3, 1730-1746.

Regi Viglietti assenti 1793
AS.TORiunite, Ufficio Generale del Soldo, Dipartimento di Fanteria, Registrazione, Regi Biglietti assenti,Ufficiali Arma di Fanteria, Volume 69, 1793.

Regio Viglietto 1786a
Regio Viglietto, 22 giugno 1786.
AS.TORiunite, Azienda Generale d’Artiglieria, Carte Antiche d’Artiglieria, Volume XXI, p. 474.

Regio Viglietto 1786b
Regio Viglietto, 29 giugno 1786.
AS.TORiunite, Regia Segreteria di Guerra, Regi Viglietti e Dispacci 1786.

Rouzier 1749
J. B. Rouzier, Description des passages qui se trouvent dans les Alpes qui séparent le Piémont de la France, divise en deux traittés, dont le premier renferme le sols par lesquels on va en France et le second contient les passages par lesquels les vallés de Piémont communiquent entr’elles et avec la Provence et le Dauphiné, par Jean Baptiste Rouzier, capitaine au Régiment de Monfort, 1749, 1749.
AS.TOCorte, Carte dell’Archivio Segreto, 7 F I.

Ruta s.d.
G. Ruta, L’arte del fortificare, s.d.
BRT, Manoscritti Saluzzo 465.

Sérurier 1795
F. Sérurier, Rapport de l’affaire de Saint-Martin-Vesubie, in «Gazette historique et politique de la France et de l’Europe», 18 fructidor Anno III, (4-9-1795).
ADep.AM, doc. N. L 00087

Stagnon 1795
M. Stagnon, Uniformes des troupes de S. M. le Roi de Sardaigne, 1795
BRT, Manoscritti Saluzzo 341

Bibliografia edita e abbreviazioni


Ales 1989
S. Ales, Le Regie Truppe Sarde (1773-1814), Roma 1989.

Assietta 1997
G. Amoretti, R. Sconfienza, F. Zannoni, Le vicende costruttive della “Butta” dei Granatieri, in G. Amoretti, M. F. Roggero, M. Viglino Davico (a cura di), I trinceramenti dell’Assietta 1747-1997, Torino 1997, pp. 199-241.

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F. Amato C. Duboin, Raccolta per ordine di Materie delle Leggi cioè Editti, Patenti, manifesti, Ecc. emanate negli stati di terraferma sino all’8 dicembre 1798 dai Sovrani della Real Casa di Savoia dai loro Ministri, Magistrati, Ecc. compilata dagli Avvocati Felice Amato e Camillo Duboin proseguita dall’Avvocato Alessandro Muzio colla direzione dell’intendente Giacinto Cottin. Tomo Ventesimosesto, Volume Ventesimo ottavo, Torino 1863.
- Lettera della regia segreteria di guerra che partecipa le sovrane determinazioni per servizio dei corni da caccia, 19 settembre 1786, pp. 2324-2325.

Amato-Duboin 1863b
Idem, Torino 1863.
- Regio Viglietto, 28 ottobre 1792, pp. 323-326.

Amato-Duboin 1863c
Idem, Torino 1863.
- Regio Viglietto, 9 marzo 1793, pp. 332-333.

Amato-Duboin 1863d
Idem, Torino 1863.
- Regio Viglietto, 21 dicembre 1793, pp. 343-344.

Amato-Duboin 1863e
Idem, Torino 1863.
- Regio Viglietto, 30 gennaio 1794, pp. 349-351.

Amato-Duboin 1863f
Idem, Torino 1863.
- Regi Viglietti aprile-luglio 1794, pp. 357-358, 359-361, 366-368.

Amato-Duboin 1863g
Idem, Torino 1863.
- Regio Viglietto, 25 luglio 1794, pp. 369-371.

Amato-Duboin 1863h
Idem, Torino 1863.
- Regio Viglietto, 7 febbraio 1795, pp. 385-386.

Amato-Duboin 1865a
F. Amato C. Duboin, Raccolta per ordine di Materie delle Leggi cioè Editti, Patenti, manifesti, Ecc. emanate negli stati di terraferma sino all’8 dicembre 1798 dai Sovrani della Real Casa di Savoia dai loro Ministri, Magistrati, Ecc. compilata dagli Avvocati Felice Amato e Camillo Duboin proseguita dall’Avvocato Alessandro Muzio colla direzione dell’intendente Giacinto Cottin. Tomo Ventisettesimo, Volume Ventesimonono, Torino 1865.
- Lettera dell’Intendente Generale del Ducato di Savoia, Giuseppe Enrico Fava, pp. 621-622.

Amato-Duboin 1865b
Idem, Torino 1865.
- Regio Viglietto, 22 giugno 1786, pp. 1647-1654.

Amato-Duboin 1865c
Idem, Torino 1865.
- Regio Biglietto, 24 agosto 1786, pp. 1659-1660.

Amato-Duboin 1865d
Idem, Torino 1865.
- Stato delle paghe fissate da S.M. per li bass’ufficiali e soldati del reggimento di fanteria di Ciablese, p. 1672.

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W. Barberis, Le armi del Principe. La tradizione militare sabauda, Torino 1988.

Barberis-Bertolotto 1995
A. Barberis, L. Bertolotto, 1795. La Battaglia di Loano, Albenga 1995.

Barroul 1928
J. Barroul, La contre révolution en Provence et dans le Comtat Venaissin, Cavaillon 1928.

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P. Bianchi, Onore e mestiere. Le riforme militari nel Piemonte del Settecento, Torino 2002.

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J. P. Bois, Fontenoy 1745. Louis XV, arbitre de l’Europe, Paris 1996.

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N. Brancaccio, L’Esercito del Vecchio Piemonte (1560-1859). Sunto dei principali Corpi, Roma 1922.

Brancaccio 1923
N. Brancaccio, L’Esercito del Vecchio Piemonte dal 1540 al 1861. Gli Ordinamenti, Roma 1923.

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Cerino Badone 1998
G. Cerino Badone, La Battaglia di Bassignana, in «Valenza di una Volta», 13, 1998, pp. 33-51.

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Chiappa 1967
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Illustrazioni


Fig. 1. Fort Carillon 1758, Canada (da Hermann 1992)
Fig. 2. Campo russo di Kunersdorf 1759, Slesia (da Dorn-Engelmann 1997)
Fig. 3. Campo prussiano di Bunzelwitz 1761, Slesia (da Dorn-Engelmann 1997)
Fig. 4. Piazzaforte di Schweidnitz 1761, Slesia (da Dorn-Engelmann 1997)
Fig. 5. Campo austriaco di Burkersdorf 1762, Slesia (da Dorn-Engelmann 1997)
Fig. 6. Trinceramenti dell’Authion 1793, Regno di Sardegna. Carta moderna dell’area
Fig. 7. Trinceramenti dell’Authion 1793, Regno di Sardegna.Carta storica (AS.TOCorte, Carte topografiche segrete, Aution, 13 A I Rosso)
Fig. 8. Trinceramenti dell’Authion 1793, Regno di Sardegna. Carta moderna di ricostruzione (da Gariglio 1999)
Fig. 9. Trinceramenti dell’Authion 1793, Regno di Sardegna. Carta storica. Particolare della Butta dell’Authion con le frecce avanzate, i cavalli di frisia, i doppi ordini di tiro e le due batterie (AS.TOCorte, Carte topografiche segrete, Aution, 13 A I Rosso)
Fig. 10. Trinceramenti dell’Authion 1793, Regno di Sardegna. Carta storica. Particolare del fronte nord con le opere dalla Butta alla punta dei Trois Communes e le due batterie (AS.TOCorte, Carte topografiche segrete, Aution, 13 A I Rosso)
Fig. 11. Trinceramenti dell’Authion 1793, Regno di Sardegna. Carta storica. Particolare del fronte ovest con le opere dalla Butta al campo di Mille Fourches; linea di trinceramenti con la batteria sulla testata nord e tre successivi doppi ordini di tiro fino alla ridotta della Forca; gola fra la Forca e Mille Fourches con trinceramento; campo di Mille Fourches a sud con trinceramenti a salienti e rientranti marginali al pianoro (AS.TOCorte, Carte topografiche segrete, Aution, 13 A I Rosso)
Fig. 12. Trinceramenti dell’Authion 1793, Regno di Sardegna. Carta moderna di ricostruzione. Particolare della montagna di Ventabren con la freccia avanzata e il primo trinceramento identificabili forse con le opere realizzate dagli uomini del capitano de La Motte nel giugno 1793 (da Gariglio 1999)


Avvertenza

La pubblicazione della carta dei trinceramenti dell’Authion, corrispondente alle figure 9, 10, 11, è stata autorizzata in data 18 maggio 2005 dalla direzione dell’Archivio di Stato di Torino, con lettera protocollata n. 3373/IX:4:1.

Note


[1] In merito a tale argomento, alle esemplificazioni e allo sviluppo degli studi sulla fortificazione campale entro la metà del XVIII secolo si veda Sconfienza 1996. A proposito delle difese degli accampamenti si possono reperire notizie ed esempi in Ponzio 2003.
[2] Pell 1951; Duffy 1996a, p. 80; Martson 2002, p. 44.
[3] Sull’argomento delle opere difensive francesi e britanniche in Nord America si può consultare Hermann 1992, pp. 84-92; Martson 2002, pp. 28-72; Chartrand 2003, pp. 47-56.
[4] Duffy 1996b, pp. 216-219.
[5] Duffy 1996b, pp. 287-290; Dorn-Engelmann 1997, pp. 120-127.
[6] Duffy 1996b, pp. 305-306; Dorn-Engelmann 1997, pp. 150-155.
[7] Bois 1996, pp. 74-77.
[8] Duffy 1996a, pp. 79-80; Duffy 1996b, pp. 187-190; Dorn-Engelmann 1997, p. 156.
[9] Duffy 1996b, p. 307; Dorn-Engelmann 1997, pp. 157-165.
[10] Duffy 1996a, p. 81.
[11] de Cormontaigne 1809, p. 367.
[12] Cugnot 1769, p. 5.
[13] Cugnot 1769, p. 5.
[14] Secondo il celebre maresciallo «l’art de fortifier ne consiste pas dans des règles et des systèmes, mais uniquement dans le bon sens et dans l’expérience», poiché soltanto questa capacità costante di rapportarsi al terreno poteva permettere di adeguare alle località il sistema difensivo più adatto, per «tirer tous les avantages de la situation» (Faucherre 1991, pp. 56-58; Blanchard 1996, pp. 387-396).
[15] L’opera del luogotenente Le Charron è dedicata al Maresciallo de Ségur ed ha per fine ultimo la dimostrazione di capacità intellettive e di dedizione al lavoro degne della richiesta di ammissione nello Stato Maggiore dell’Armée Royale:
A monsieur Le Maréchal de Ségur Ministre et Sécrétaire d’Etat, au département de La Guerre

Monseigneur

J’ai l’honneur de vous présenter ce manuscrit comme une marque de mon zele et de mon travail pour une des parties essentielles de l’art de la guerre. Ayant infiniment à coeur de mériter vos bontés et votre suffrage, j’ai cru ne pouvoir mieux faire que de m’attacher à cette branche d’instruction, utile et en general si peu cultivée par les Officiers. J’ôse vous promettre, Monseigneur, que si le Roi daignois me donner une place dans son Etat-major de l’Armée, je ne tarderois pas à m’y distinguer, me sentant des impulsions et des élans réitérès vers cette carriere. Les temoignages de mes Chefs que j’ai eû le bonnheur de reunir, joints à l’approbation de M.r Le M.is d’Aguessau, me font désirer plus vivemente d’avoir votre sanction. J’ôse tous espérer de l’esprit de justice qui vous anime et des dispositions vraiment grandes où vous êtes, Monseigneur, d’accorder les graces et les faveurs militaires aux Officiers qu’une noble émulation entraine vers le travail. Encouragé par la recompense dont sa Majesté voudroit bien m’honorer, mon zéle n’aurois plus de bornes pour son service, et je me ferois un scrupuleux devoir de justifier le choix que vous auriez fait, Monseigneur, en me donnant une place dans l’Etat-major de l’Armée. Je suis avec le plus profond respect, Monseigneur, votre très Humble et très Obeissant Serviteur
Le ch.r Le Charron
(Le Charron 1786, pp. 2-3).
[16] Le Charron 1786, p. 4.
[17] Le Charron 1786, p. 6r.
[18] Le Charron 1786, pp. 5-6.
[19] Le Charron 1786, p. 6r.
[20] de Cormontaigne 1809, pp. 367-368.
[21] Si tratta della tipologia più diffusa di trinceramento campale del XVIII secolo, già presente nell’opera teorica e pratica del Vauban (Sconfienza 1996, pp. 94-105).
[22] Sconfienza 2000, pp. 409-411.
[23] Trincano 1768, pp. 347, 353.
[24] Brunswick 1766a; Brunswick 1766b. Il Papacino da parte sua nel 1770 progettò una ristrutturazione di queste fortificazioni che comportava il rifacimento delle due ridotte alla testa e al colle dell’Assietta e di quella del Gran Serin, mantenendo tuttavia i trinceramenti di collegamento (Papacino d’Antoni 1770); vedere inoltre Assietta 1997, p. 210.
[25] Pinto s.d., p. 126.
[26] Corsini, s.d.pp. 35-36; Cossetti 1794, pp. 45-45r.
[27] Questo sistema è proprio dell’architettura militare permanente; affonda le sue radici nella tradizione cinquecentesca italiana per poi passare in Germania ed essere il nucleo fondamentale del sistema di Fançois Blondel, elaborato nel 1683 contemporaneamente al primo di Vauban (Fara 1993, p. 91). Evidentemente la grande fortuna di quest’ultimo non ha concesso ampia fama ai sistemi tanagliati, per quanto la norma dell’adeguamento alla natura del sito, fondamentale in Vauban, determini frequentemente la scelta di composizioni tanagliate per la fortificazione di siti d’altura, come dimostrano quasi tutte le fortezze sabaude, realizzate lungo il confine con il Regno di Francia fra il XVI e il XVIII secolo, e le istruzioni per la fortificazione irregolare nel quarto libro Dell’Architettura Militare per le Regie Scuole (1780) redatto dal Papacino d’Antoni (Sconfienza 1996, pp. 106-109).
[28] Le Charron 1786, p. 7.
[29] Le Charron 1786, pp. 7-7r.
[30] Le Charron 1786, p. 7r.
[31] Le Charron 1786, p. 7r.
[32] L’attraversamento di un fiume, la difesa di un mulino, di una fattoria o castello, di una chiesa con cimitero, di un intero villagio, di un passo obbligato e di un ponte (Le Charron 1786, pp. 8-21).
[33] Le Charron 1786, pp. 22-23.
[34] Patria 1972; Ilari-Paoletti-Crociani 2000, pp. 41-43, 84-85. Si ricorda inoltre che il libro secondo Dell’Architettura Militare per le Regie Scuole (Attacco e difesa delle piazze regolari, 1779) è opera del capitano Ignazio Bozzolino.
[35] Papacino d’Antoni 1782b, p. 191.
[36] Papacino d’Antoni 1782 b, p. 192.
[37] Papacino d’Antoni 1782b, pp. 192-195.
[38] Papacino d’Antoni 1782b, p. 195.
[39] Basti citare gli scritti conservati alla Bibliotaca Reale di Torino appartenenti in gran parte al fondo Saluzzo: Porroni 1676; Molza 1691; Magnelli 1694; Anonimo 1697; Dati s.d. Ruta s.d.. Giova inoltre ricordare che il Papacino era allievo di Ignazio Bertola, il cui celebre tutore Antonio Bertola nel 1701 a colloquio con due ingegneri militari francesi, che celebravano le soluzioni architettoniche del Vauban, esibì testi e scritti di ingegneri della scuola italiana rinascimentale che già avevano affrontato le stesse problematiche proponendo soluzioni analoghe (Fara 1989, p. 119; Fara 1993, p. 96). Sulla scuola bertoliana Ilari-Paoletti-Crociani 2000, pp. 41-42.
[40] Papacino d’Antoni 1782b, p. 195.
[41] Papacino d’Antoni 1782b, p. 196.
[42] Papacino d’Antoni 1780, pp. 64-66.
[43] Papacino d’Antoni 1782b, pp. 200-201. Per la conversione delle misure nel sistema metrico decimale si è fatto riferimento al piede da costruzione piemontese stimato m. 0,343 (Ferrero 1907).
[44] Papacino d’Antoni 1782b, pp. 202-204.
[45] Papacino d’Antoni 1782b, p. 205.
[46] Papacino d’Antoni 1782b, pp. 206-207.
[47] Papacino d’Antoni 1782b, pp. 207-208.
[48] Papacino d’Antoni 1782b, p. 210.
[49] Papacino d’Antoni 1782b, p. 324.
[50] Papacino d’Antoni 1782b, pp. 325-326.
[51] Papacino d’Antoni 1782b, pp. 326-328.
[52] Papacino d’Antoni 1782b, pp. 328-332.
[53] Papacino d’Antoni 1782b, p. 333.
[54] Papacino d’Antoni 1782b, pp. 333-336.
[55] Papacino d’Antoni 1782b, p. 336.
[56] Papacino d’Antoni 1782b, p. 338.
[57] Papacino d’Antoni 1782b, pp. 339-341.
[58] Papacino d’Antoni 1782b, pp. 341-343.
[59] Chomon Ruiz 1971, p. 316; Gariglio 1999, pp. 124-126.
[60] Assietta 1997, pp. 208-213.
[61] Papacino d’Antoni 1770, p. 6/2.
[62] Papacino d’Antoni 1782b, pp. 344.
[63] Bianchi 2002, pp. 166-167.
[64] Bianchi 2002, pp. 163, 197, 199.
[65] Bianchi 2002, pp. 163-164, 182, 185-186. A proposito degli impieghi nella fanteria leggera è bene ricordare che già nel 1778 Maurizio di Challant commendatore di Châtillon caldeggiava per gli ufficiali di questa specialità un’ampia preparazione teorica e tecnica che comprendesse anche la conoscenza della fortificazione campale e della topografia (Pinelli 1854, pp. 40-41; Bianchi 2002, pp. 275-276).
[66] Basti ricordare il caso del capitano de la Motte, di cui si riferirà oltre.
[67] Ogliani 1795, pp. 71-115.
[68] Ogliani 1795, pp. 160-179.
[69] Ogliani 1795, pp. 1-20.
[70] Ogliani 1795, pp. X-XII.
[71] Ogliani 1795, p. 116.
[72] Ogliani 1795, pp. 116-119.
[73] AS.TOCorte, Carte topografiche segrete, Aution, 13 A I Rosso.
[74] Bibliografia sommaria sulle fortificazioni e battaglie dell’Authion: Pinelli 1854, pp. 177-220; De Antonio 1911; Merla 1988, pp. 163-174; Gariglio-Minola 1995, pp. 215-223; Gariglio 1999, pp. 232-253; Ilari-Crociani-Paoletti 2000, pp. 107-119.
[75] supra nota n. 53.
[76] supra nota n. 50.
[77] Merla 1988, p. 124.
[78] supra note n. 35, 36, 44.
[79] supra note n. 37, 41, 56, 57, 60, 61. Una ricognizione sul terreno effettuata con cura potrebbe inoltre rivelare la presenza del fossato anteriormente alla butta, così come prescriveva il Papacino (supra note n. 43-44).
[80] supra nota n. 45.
[81] Merla 1988, pp. 167-171, 427.
[82] Nota-Ufficiali 1793.
[83] de la Motte 1793, facciata 6.
[84] Riportiamo per intero il testo del Regio Viglietto:
Cav . e della Motta Cap.no de’ Cacciatori
Il Re all’Uff. gen.le del Soldo
Li saggi d’attività capacità e zelo, che il Cav. Clemente Morand della Motta di S. Sulpizio ha fin ora dati a divedere nell’esercizio de’ carichi da lui sostenuti nel Regg.o delle Guardie, dove copre attualmente il posto di Capitano, facendolo ravvisare atto a ben disimpegnarsi dalle incombenze, annesse a quelle di Capitano de’ Cacciatori d’esso Regg.o ci siamo determinati a conferirglielo con tutti gli onori autorità ecc. Vi ordiniamo pertanto di assentarlo in essa qualità, e di farlo goder dell’annua paga, e vantaggi siffatti dallo stabilimento nostro de’ 22 giugno 1786. Cominciando dal giorno del suo asserto, e continuando in avvenire durante la di Lui servitù ed il nostro beneplacito che tale è nostra mente.
Dati in Torino li p.mo marzo 1793
firmato V. Amedeo controf. Di Cravanzana assentato all’uff.o gen.le del soldo Li 27 maggio 1793
(Regi Viglietti assenti 1793).
[85] de la Motte 1793, facciata 3.
[86] de la Motte 1793, facciate 3-4.
[87] de la Motte 1793, facciata 4.
[88] Contro la quale tanto si scagliava il Brezé già regnante Vittorio Amedeo III (Barberis 1988, pp. 196-203).
[89] supra nota n. 66.
[90] De Antonio 1911; Gariglio-Minola 1995; Gariglio 1999.

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