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L’Egitto Tolemaico e la guerra. Parte prima, 323-246 a.C. Dalla strategia difensiva al primato mediterraneo

Pubblicazioni > Articoli e contributi > Età Classica e Medievale


da «Armi Antiche. Bollettino dell’Accademia di San Marciano», 2009 (2011), pp. 187-228


Roberto Sconfienza

L’EGITTO TOLEMAICO E LA GUERRA
PARTE PRIMA, 323 - 246 a.C.
DALLA STRATEGIA DIFENSIVA AL PRIMATO MEDITERRANEO


ILLUSTRAZIONI

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TESTO


Il 323 a.C. segnò nel corso della storia antica un traguardo epocale. Il 13 giugno di quell’anno Alessandro il Grande morì a Babilonia lasciando la corona del più vasto impero del mondo ad una successione incerta che avrebbe dovuto essere garantita dai suoi fedeli generali e compagni d’arme, d’allora in poi ricordati con il nome di Diàdochoi, i «Successori». I legittimi eredi del grande Macedone erano il fratellastro, Filippo Arrideo, figlio di Filippo II e di una danzatrice tessala, Euridice, e il nascituro figlio di Rossane, la sposa battriana di Alessandro.
Prevalse in seno all’assemblea dell’esercito macedone l’idea di non abbandonare a se stesso il destino dell’impero, rientrando semplicemente in Macedonia con i ricchi bottini delle conquiste, ma di riconoscere la successione di entrambi i futuri sovrani, affidando la reggenza (prostátes tès basileías) a Cratero, già in marcia verso la Macedonia con i veterani. Antipatro, che aveva mantenuto il governo del regno per conto di Alessandro durante la sua assenza, rimase stratego d’Europa, e Perdicca, il generale che aveva ricevuto dal re in punto di morte l’anello con il sigillo argeade, assunse la funzione di primo ministro (chilìarchos) e di fatto la reggenza dell’intera porzione asiatica dell’impero.
Le province, ovvero le antiche satrapie persiane, vennero suddivise fra i restanti generali macedoni sotto la supervisione di Perdicca, cosicché Lisimaco ricevette la Tracia, Leonnato la Frigia Ellespontica, Antigono Monoftalmo la Panfilia, la Licia e la Grande Frigia, Eumene di Cardia, segretario di Alessandro, i territori ancora da conquistare di Paflagonia e Cappadocia fino al Mar Nero, Filota la Cilicia, Asandro la Caria, Menandro la Lidia, Laomedonte la Siria, Tolomeo l’Egitto[1].

Il regno di Tolomeo I Sotér


Tolomeo, figlio del nobile Lago (da cui sarebbe venuto il nome a tutta la dinastia dei Lagidi) e di Arsinoe, cugina di Filippo II, nacque intorno al 367 a.C., fece parte fin dalla giovinezza del gruppo degli hetaíroi (“compagni”) di Alessandro e partecipò con il sovrano macedone a tutte le campagne di conquista in Oriente. Nel giugno del 323 a.C. Tolomeo propose di istituire un collegio degli amici del re per governare la Macedonia e l’impero, ma la sua idea fu bocciata. Egli si preoccupò pertanto di ottenere la satrapia d’Egitto con notevole lungimiranza, prevedendo fin dall’inizio la corsa al conseguimento del primato da parte dei suoi vecchi compagni d’arme e preferendo astenersi da tale competizione, in vista della creazione di un dominio stabile e prospero in una regione del Mediterraneo altrettanto sicura e ricca.

Dall’insediamento alla battaglia di Gaza (312 a.C.)


In Egitto governava dal 331 a.C. Cleomene di Naukratis che, nominato satrapo da Alessandro Magno, mal sopportava l’idea della venuta di Tolomeo, al quale egli doveva passare in subordine. Il Macedone seppe liberarsi di Cleomene quasi subito, fra il 323 e il 322 a.C., ma ancor meglio fu capace di ingerirsi nelle lotte intestine di Cirene e annettere la pólis alla sua satrapia, completando la conquista dell’intera Cirenaica entro il 321 a.C. per mano del valente generale Ofella. Nello stesso 321 a.C. Tolomeo strinse poi un’alleanza con Nicocreonte di Salamina, uno dei sovrani di Cipro, per porre le prime basi della presenza egiziana nel Mediterraneo orientale. Contemporaneamente fu in grado di dirottare in Egitto con astuzia le spoglie mortali di Alessandro che, secondo le disposizioni di Perdicca, avrebbero dovuto essere condotte in Macedonia per essere cremate e deposte nelle tombe reali di Aigai, l’attuale Vergina. Furono celebrati solenni e fastosi riti funebri a Menfi e poi il corpo di Alessandro fu traslato ad Alessandria e ivi tumulato, in modo che Tolomeo potesse presentarsi come custode del defunto sovrano presso i Macedoni, ma soprattutto presso gli Egiziani come legittimo successore del faraone.
Nel 320 a.C. non tardò a giungere la reazione di Perdicca, che, appoggiato da Eumene, marciò sull’Egitto. Tolomeo, alleatosi con Antipatro e Cratero, affrontò il chiliarca nel Delta del Nilo, probabilmente presso Pelusio, e riuscì a sconfiggere gli invasori in un lasso di tempo che va dal 21 maggio al 19 giugno del 320 a.C. Dopo altri due tentativi falliti di varcare il confine orientale egiziano, Perdicca fu assassinato nella tenda da alcuni suoi cavalieri e Tolomeo rifiutò prontamente l’offerta di assumere a sua volta il titolo di chiliarca.

Il primo assestamento dei poteri


Nel frattempo Cratero era stato battuto e ucciso da Eumene sui confini della Cappadocia; si rese dunque necessario un nuovo incontro fra i Diadochi per ridistribuire i domini e prendere i provvedimenti necessari nei confronti di Eumene. Quest’ultimo era un fedele sostenitore dell’unità imperiale in onore della memoria di Alessandro, tuttavia gli interessi personali degli altri Successori segnarono la sua condanna. Nel luglio del 320 a.C. a Triparadiso in Siria il vecchio Antipatro fu nominato epimeletés, fiduciario dell’impero, e Antigono Monoftalmo fu incaricato di catturare Eumene. La redistribuzione degli incarichi prevedeva varie assegnazioni per i domini dell’Asia occidentale e centrale, puntualmente elencati da Arriano, il quale riferisce che anche Tolomeo ebbe la possibilità di ingrandire i suoi domini verso Occidente[2].
La morte di Antipatro, nell’estate del 319 a.C., causò un nuovo conflitto allorché il successore designato dallo stesso epimelete, Poliperconte, fu osteggiato da un’alleanza costituitasi fra Lisimaco, Antigono, Tolomeo e Cassandro, figlio del defunto Antipatro. È in occasione di questo conflitto che Tolomeo mosse i primi passi per assicurarsi il controllo della costa sud-orientale del Mediterraneo, la cosiddetta Celesiria, o il Retenu dei Faraoni del Nuovo Regno, che per lungo tempo rappresentò il fondamentale obiettivo della politica estera e della strategia difensiva tolemaica. La guerra finì nel 317 a.C. con la destituzione di Poliperconte e l’assunzione della reggenza macedone da parte di Cassandro. Nello stesso anno morì Filippo III Arrideo per mano di Olimpiade, la madre di Alessandro Magno, a sua volta uccisa da Cassandro. La crisi finale della casa argeade era iniziata e il figlio di Rossane, Alessandro IV, perse nel 316 a.C. l’ultimo suo possibile difensore, Eumene di Cardia, che fu sconfitto in Asia centrale, nella Paretacene, da Antigono e infine giustiziato in Gabiene.
La guerra appena ricordata aveva dato modo ad Antigono Monoftalmo di proporsi come unico signore d’Asia, a scapito della legittima successione argeade, ma in vista comunque del mantenimento dell’unità imperiale. Questa posizione di forza preoccupò gli altri Diadochi, primo fra tutti Tolomeo, che vedeva minacciata al contrario la sua indipendenza. La conquista antigonide della Mesopotamia e la fuga del satrapo Seleuco presso il vecchio compagno Tolomeo nel 315 a.C., dette il via alla formazione di un’alleanza fra quest’ultimo, Lisimaco e Cassandro e ad un’ennesima guerra che vide protagonista di primo piano l’Egitto. Antigono aveva infatti compreso che la roccaforte egizia di Tolomeo costituiva il baluardo più forte della coalizione, cosicché fin dal 315 a.C. avanzò in Siria e poi in Fenicia prendendo il controllo di Tripoli, Biblo e Sidone e contemporaneamente della costa cilicia. Il Monoftalmo strinse d’assedio e prese Tiro, la cui cittadella era difesa da una guarnigione tolemaica, conquistò Joppa e Gaza, sancì alleanze con altri sovrani ciprioti per contrastare Nicocreonte, alleato di Tolomeo, e, forte di una flotta che contava 240 navi da guerra, promosse la Lega degli Isolani (koinón tôn nesiotôn) riunendo a Delo le principali póleis insulari delle Cicladi e dell’Egeo. Tolomeo intervenne personalmente a Cipro, domando l’opposizione dei sovrani appoggiati da Antigono e nominando Nicocreonte stratego dell’isola, e occupando Mallo in Cilicia. Tuttavia la morsa antigonide sull’Egitto si manteneva stretta, sia per terra in prossimità del confine orientale sia per mare; pertanto nel 312 a.C., dopo aver sedato una rivolta a Cirene, Tolomeo decise di affrontare in Siria l’armata nemica comandata da Demetrio, il futuro Poliorcete, figlio di Antigono.

La battaglia di Gaza


L’esercito egiziano, forte di 18000 fanti e 4000 cavalieri, al comando di Tolomeo e Seleuco, si accampò presso Gaza, dove Demetrio era avanzato in attesa di dare battaglia. Sebbene fosse stato sconsigliato di affrontare in campo aperto due esperti veterani delle campagne di Alessandro, il giovane generale schierò l’armata nella pianura di Gaza ponendo all’ala sinistra, da lui stesso comandata, un contingente di cavalleria, con avanguardia e difesa al fianco, e trenta elefanti intercalati da truppe leggere, al centro la falange della fanteria pesante e all’ala destra il maggior contingente di cavalleria, destinato a operare in riserva.
Tolomeo e Seleuco, di conseguenza, rinforzarono la loro ala destra con 3000 cavalieri e con i reparti specializzati nell’arrestare le cariche degli elefanti, mentre mantennero al centro il tradizionale schieramento a falange della fanteria macedone. Inizialmente la cavalleria di Demetrio tenne in scacco l’ala destra tolemaica, tuttavia fallì l’assalto degli elefanti, i cui conduttori furono uccisi. La cattura di tutti i pachidermi causò il panico fra le file della cavalleria antigonide, che si volse subito in fuga trascinando con sé il resto dell’esercito e lo stesso Demetrio, rimasto solo davanti al nemico.
La rotta si spinse oltre Gaza, ma il tentativo di rifugiarsi in città da parte di alcuni reparti antigonidi e il tempestivo inseguimento dei soldati di Tolomeo determinarono la caduta della città, le cui porte non furono chiuse in tempo. Alla fine della giornata Demetrio aveva perso 13000 uomini, 5000 uccisi e 8000 prigionieri[3].

La guerra in epoca ellenistica


La descrizione della battaglia di Gaza, il primo grande scontro campale al quale abbia preso parte un’armata tolemaica, richiede l’apertura di una breve parentesi storico-militare di contesto, in merito alla natura e composizione degli eserciti ellenistici, nonché alla concezione della guerra in quel periodo. Riguardo a tale argomento esistono studi autorevoli e una ricchissima bibliografia, tuttavia in questa sede è opportuno illustrare sinteticamente la materia al fine di offrire un quadro di riferimento valido per lo sviluppo delle tematiche affrontate di seguito[4].

Le fanterie ellenistiche


Il nerbo di un’armata di età ellenistica era sicuramente la fanteria pesante, costituita dalla falange, originaria dell’esercito macedone della seconda metà del IV secolo a.C. e creata da Filippo II. Questa formazione, che tanto successo ebbe durante le campagne di Alessandro il Grande e nei secoli di nostro interesse, aveva per unità base la speíra o più tardi il sýntagma, la compagnia di 256 soldati, pezétairoi, schierati a formare un quadrato di sedici uomini per lato. Ognuna delle sedici file, formata da sedici uomini, prendeva l’antico nome di dekás, precedente all’assunzione dei multipli di otto, caratteristici dell’ordinamento militare ellenico; ogni dekás era comandata da un dekádarchos, che aveva come subalterni un dimoirítes e due dekastatéroi.
L’armamento individuale constava di spada corta e scudo, l’aspís macedone dotato di bracciale, il pórpax, e di maniglia, l’antilabé, per poterlo manovrare, e della famosa lancia lunga, o sárisa, variante fra i 5,30 e i 7 metri, che costituiva la grande novità rispetto all’armamento oplitico tradizionale e il motivo tecnico del successo della Macedonia. Gli uomini di ogni sýntagma venivano suddivisi in due gruppi di otto file da sedici: mentre il primo gruppo costituiva una retroguardia, pronta a intervenire e le cui sarisse erano tenute in appoggio sulle spalle degli uomini della fila antistante, il secondo era ulteriormente suddiviso in cinque prime file che si schieravano con le sarisse abbassate, parallele al terreno e sporgenti per circa quattro metri dagli spazi vuoti fra un uomo e l’altro, e in tre file posteriori con le sarisse alzate a 45° a copertura dei ranghi anteriori.
Il sýntagma, per quanto diviso in due sezioni, operava compatto, mantenendo l’unità del quadrato e, grazie a un addestramento di alta qualità, costituiva una forza d’urto decisamente dirompente, se messa in condizione di operare di fronte al nemico. Tale caratteristica si moltiplicava quando i syntágmata andavano a costituire l’unità superiore, la táxis formata di norma da sei syntágmata, per un totale circa di 1500-1530 uomini.
È opportuno ricordare che in origine il termine táxis indicava un’unità minima di 120-130 uomini, che raddoppiata determinava una speíra; ovviamente la descrizione teorica di queste unità deve essere vista in una prospettiva diacronica ed è chiaro soprattutto che nel corso dei secoli ogni esercito fu soggetto a variazioni di ordinamento o di parametri numerici. Il termine phálanx designava il contingente unitario di sei táxeis, che ammontava circa a 9000-9200 soldati, operanti all’unisono secondo lo schema suddetto di ogni singolo sýntagma.
Nel corso del periodo ellenistico infine comparvero anche nuove forme di accorpamento dei reparti come la chiliarchía di 1000 pezétairoi, composta da quattro syntágmata e comandata da un chilíarchos o hegemón, e la strategía di quattro chiliarchíai, per un totale di circa 4000 uomini al comando di uno strategós.
In seno alla fanteria pesante si distinguevano dai reparti della falange quelli degli hypaspistaí, corrispondenti a corpi o agémata d’élite, su una forza di 3000 uomini divisi in due táxeis, generalmente posizionate all’estremità destra della falange. La caratteristica fondamentale degli hypaspistaí, che li distingueva dai pezétairoi, era quella di portare l’antico armamento oplitico con la lancia corta e l’hóplon, cioè il grande scudo rotondo della tradizione militare ellenica; la loro specializzazione dunque consisteva nel saper manovrare in campo più rapidamente rispetto alla falange, cambiando direzione con facilità e governando la tattica dell’intera ala destra[5].
Appare evidente che il punto debole di questa travolgente macchina umana, che era la falange macedone, stava nei fianchi a causa dell’impossibilità di procedere in obliquo oppure di operare delle conversioni sulle ali: la falange poteva solo procedere in linea retta, puntando al cuore dello schieramento nemico. Fu chiaro fin dall’inizio che i fianchi della fanteria pesante dovevano essere protetti da reparti leggeri o in primis dalla cavalleria. Esistevano varie specialità di fanteria leggera, sempre impiegate con funzione di disturbo e di ingaggio durante le prime fasi dei combattimenti o in tutte quelle occasioni in cui il terreno sfavoriva l’azione della falange a ranghi serrati. Accanto al possibile impiego di pezétairoi o hypaspistaí in ordini aperti, le truppe leggere vere e proprie erano costituite soprattutto dai peltastaí, in particolare quelli di provenienza tracia, favoriti di Alessandro Magno. Essi erano dotati di giavellotti, armi in asta da lancio, e della pélte, il tipico scudo a forma di crescente lunare originario della Tracia.
Esistevano infine svariati generi di arcieri che operavano a copertura dei reparti in azione, sia di fanteria sia di cavalleria. L’arma utilizzata da questi guerrieri specializzati, presenti sullo scenario del mondo mediterraneo e orientale fin dal II millennio a.C., era l’arco riflesso (tóxon palíntonon), inventato secondo la tradizione dagli Sciti, che quando era armato, cioè coi bracci in tensione, aveva una curvatura opposta a quella naturale a riposo, cosa che permetteva di imprimere alla freccia un impulso quasi doppio rispetto a quello generato da un arco semplice.

Cavalleria e corpi speciali


La cavalleria di epoca ellenistica, come la fanteria, era costituita sul modello delle truppe montate dell’esercito macedone di Filippo II e Alessandro Magno. Sempre analogamente alla fanteria, la specialità più importante di cavalleria era quella pesante, i cosiddetti «Amici del Re» o hetaìroi, in conseguenza all’origine aristocratico-feudale dell’arma nella Macedonia del V e IV secolo a.C. I cavalieri erano ordinati per squadroni di circa 200-220 uomini, le ílai, fra le quali emergeva un reparto d’élite di 300 hetaíroi, lo «Squadrone Reale», comandato personalmente dal sovrano. Tutti i cavalieri erano generalmente armati di lancia e spada a un solo taglio e dorso ad andamento convesso, da fendente, detta kopís.
Accanto alla cavalleria pesante esisteva inoltre quella leggera che svolgeva soprattutto funzioni di fiancheggiamento dello schieramento principale. Originariamente l’esercito macedone degli Argeadi reclutava queste unità presso le popolazioni vassalle, Tessali o Traci, tradizionalmente note come stirpi di abili cavalieri, armati di giavellotti. I nuovi orizzonti geografici aperti dalla spedizione di Alessandro in Oriente permisero fin dagli ultimi anni del IV secolo a.C. di aggiungere fra le specialità della cavalleria leggera gli arcieri montati, originari delle steppe eurasiatiche a nord della Mesopotamia e della Persia, ma anche di impiegare in piena epoca ellenistica in seno alla cavalleria pesante, in particolare quella seleucide, le unità catafratte con pesante armatura di derivazione persiana.
Un’ultima novità per l’Occidente mediterraneo, nel panorama delle specializzazioni militari derivanti da usi orientali, fu l’introduzione degli squadroni di elefanti da guerra, comandati da un elephantárches. I Macedoni di Alessandro Magno conobbero queste unità nel 326 a.C. alla battaglia dell’Idaspe, combattendo contro gli Indiani del re Poro. In seguito l’impiego degli elefanti si diffuse in tutte le armate ellenistiche fino a raggiungere Cartagine, non tanto per il vantaggio dato dal peso e dalla mole dei pachidermi contro la fanteria falangita, quanto piuttosto per la possibilità di dominare dall’alto il nemico e colpirlo con armi da getto di vario genere. Inoltre si trattava di animali assai versatili, resistenti e capaci di muoversi su qualunque terreno; quindi essi potevano essere utilizzati analogamente alle truppe leggere, ma forti della loro pesantezza, là dove la fanteria di linea era difficilmente manovrabile. Gli elefanti da guerra erano governati dalle loro guide, denominate indoí anche se uomo e animale non provenivano necessariamente dal subcontinente indiano, e portavano sul dorso una torretta o thorákion che alloggiava almeno due uomini, un arciere e un lanciere, in modo da poter operare sia da lontano con armi da lancio, quali frecce e giavellotti, sia in scontri ravvicinati con le sarisse. La specializzazione cartaginese non prevedeva infine lo thorákion, ma soltanto la guida armata di pungolo, che lanciava alla carica il proprio animale con gli altri della formazione per schiacciare i nemici.
Durante l’età ellenistica furono inizialmente e ovunque utilizzati gli elefanti indiani, ritenuti i migliori per l’impiego bellico, ma nella seconda metà del III secolo a.C., in conseguenza all’interruzione dei contatti egiziani con l’India ad opera dei Seleucidi, l’esercito tolemaico impiegò elefanti provenienti dal corno d’Africa, mentre i Cartaginesi si rifornirono nelle foreste dell’Africa nord-occidentale. Generalmente gli elefanti indiani avevano un migliore approccio nei contesti bellici, mentre gli africani tendevano maggiormente ad essere preda del panico, soprattutto, come accadde alla battaglia di Raphia nel 217 a.C., quando i pachidermi tolemaici dovettero confrontarsi con i barriti e l’atteggiamento aggressivo dei loro simili indiani, in servizio presso l’armata seleucide.

La tattica campale


La battaglia di Gaza è ancora spunto per considerare in ultima analisi lo schieramento tradizionale di un’armata ellenistica in campo aperto. Entrambi i contendenti disposero le loro armate in modo piuttosto tradizionale, seguendo quella che fu la tattica di Alessandro il Grande e che tale rimase sostanzialmente per tutta l’età ellenistica.
Il centro della formazione era tenuto dalla grande falange dei pezétairoi con gli hypaspistaí sulla destra. La debolezza dei fianchi della falange era coperto dalle due ali di cavalleria pesante, mentre quella leggera poteva operare con i peltasti sulla fronte dello schieramento o a copertura ulteriore delle ali di cavalleria.
Quando la fanteria pesante iniziava la sua avanzata a passo di battaglia, una delle due ali di cavalleria restava in riserva, l’altra sferrava una carica in obliquo sull’ala opposta della formazione nemica per sconvolgerne i ranghi e permettere il contatto della falange con tutto il suo impeto.
I Diadochi e i loro successori aggiunsero l’impiego degli squadroni di elefanti di fronte alla falange in avanzata, così da poter contrastare eventuali azioni di risposta della cavalleria nemica o per supportare la carica della propria, dirigendosi sui primi ranghi della fanteria avversaria. Spesso l’azione degli elefanti era combinata a quella delle truppe leggere, che proteggevano i pachidermi dai reparti specializzati nel fermarne l’avanzata con spiedi e ostacoli.

L’armata tolemaica


L’armata tolemaica fra la fine del IV e la prima metà del II secolo a.C. era organizzata, secondo quanto finora detto, analogamente agli altri eserciti ellenistici e tale rimase fino alla riforma di Tolomeo VI Filometore.
La fanteria era suddivisa in chiliarchíai, a loro volta divise ciascuna in due pentakosiarchíai, comandate da un pentakosiárchos. Affidate alla guida di un taxíarchos esistevano anche le táxeis, in quanto unità di compagnia, probabilmente corrispondenti alle speírai o ai syntágmata o alla metà di essi. La linea tradizionale di sedici uomini alla base della compagnia era definita dekanía e il suo comandante era chiamato non già dekádarchos, ma dekanikós, affiancato soltanto da due dimoirítai. La cavalleria era strutturata su squadroni, le ílai, da 250 uomini circa, divisi in due sezioni minori, le hipparchíai, la cui linea base prendeva, analogamente alla fanteria, il nome di dekanía. Gli effettivi ammontavano a numerose migliaia di uomini, come d’altro canto avveniva in tutte le armate di età ellenistica, e il culmine fu raggiunto durante il regno di Tolomeo II Filadelfo per un totale di 240000 individui circa.
La caratteristica più particolare dell’esercito tolemaico era la suddivisione in armata regolare e armata territoriale, o epigoné. La prima era costituita da reparti sempre in armi, corrispondenti alle guardie reali e alle guarnigioni delle diverse piazzeforti sul suolo egizio o dei domini esterni. L’accantonamento di queste truppe era particolarmente gravoso per le popolazioni locali, in quanto secondo un uso presente in tutti i regni ellenistici e detto stathmós, i soldati venivano alloggiati nelle case private di città e villaggi per un principio di ospitalità coatta che determinava spesso abusi e ricorsi dei civili presso le autorità.
L’epigoné era invece un’invenzione tutta tolemaica, risalente già al fondatore della dinastia, ed era strettamente connessa con il sistema di controllo territoriale del regno. Se infatti l’élite ellenica in Egitto volle sempre mantenersi distinta dalla popolazione indigena, la corona, anziché fondare nuove città o agglomerati rurali di coloni greci, secondo i criteri adottati in tutte le regioni asiatiche per esempio dai Seleucidi, preferiva stanziare nelle proprie terre, distribuiti fra la gente locale, i veterani dell’armata, dotandoli di appezzamenti di terreno, i klêroi, sottratti temporaneamente al patrimonio immobiliare reale. I kleroûchoi, ossia i coloni militari, entravano così a far parte del tessuto sociale più ampio della popolazione e garantivano su tutto il territorio del regno una presenza fedele alla corona, anche perché la mancanza degli adempimenti, quali la coltivazione delle terre, il servizio di mobilitazione e il pagamento delle tasse, determinava la sanzione di revoca del kléros.
Questi lotti militari erano localizzati lungo il corso del Nilo, soprattutto nel Medio Egitto, intorno al lago Moéris e nel Delta, presso i nomi (circoscrizioni amministrative) di Ossirinco, Pathiris, Eracleopolis, Ermopolis e Arsinoe, ma con il passare del tempo la corona ne perse il controllo, poiché dalla fine del III secolo a.C., per poter contare su un sicuro pagamento delle tasse, i kléroi furono riconosciuti come ereditari e alienabili, purché il nuovo proprietario garantisse l’assolvimento degli obblighi connaturati al possesso del lotto. Sta di fatto che grandi quantità di terra appartenenti al patrimonio reale non tornavano più alla corona al momento della morte del cleruco, secondo la norma stabilita da Tolomeo I, ma o per eredità o per vendita passavano ad un altro privato.

Il mercenariato


Nell’Egitto tolemaico il sistema delle cleruchie (ossia dei klêroi) rispondeva a un’esigenza assai importante del mondo ellenistico, il pagamento dei mercenari e la loro sistemazione nell’ambito di una struttura sociale. Si trattava effettivamente di un sistema che non solo garantiva un processo di colonizzazione del territorio del regno, da parte di uomini fedeli e militarmente preparati, ma risolveva anche la questione di immediata rilevanza che era rappresentata dal pagamento di interi reparti mercenari alla conclusione del loro servizio o in corso d’opera.
Gli effettivi succitati dell’armata tolemaica e di gran parte degli eserciti dei regni ellenistici erano infatti costituiti in prevalenza da soldati di mestiere, che fra i secoli III e I a.C. fecero del mercenariato una vera e propria professione diffusa in tutto il Mediterraneo. Essa era caratterizzata da una natura apolide, spesso di medio-alta specializzazione e in genere di cattiva reputazione, in quanto sovente i mercenari erano al centro di atti di brigantaggio, razzie, vessazioni, o apparivano come millantatori di glorie inesistenti alla maniera dei milites gloriosi del teatro greco e romano. L’origine di questo fenomeno è stata identificata in una serie di concause, che non approfondiremo in questa sede, ma che sono riconducibili soprattutto alla crisi socio-politica della pólis greca durante il IV secolo a.C., allo sviluppo demografico del tempo e all’ampliamento degli orizzonti geografici, attuato proprio da quei soldati di Alessandro Magno e dei Diadochi, il cui riassorbimento nella società civile appariva decisamente problematico.
Fino a tutto il III secolo a.C. la paga del mercenario era di buon livello grazie alla necessità di uomini in armi manifestata sia dalle monarchie sia dalle città autonome, mentre dal II secolo a.C. la professione iniziò a inflazionarsi. I mercati più fiorenti di mercenari si trovavano fin dalla fine del IV secolo a.C. a capo Tenaro nel Peloponneso e ad Efeso; l’arruolamento era curato da militari di professione che stipulavano gli ingaggi con i singoli per conto di una pólis o di un sovrano, presso il quale erano in servizio, oppure il contratto veniva stipulato da un’intera compagnia costituita intorno alla figura di un hegemón o «condottiere», per usare un termine rinascimentale.
Le regioni originarie dei mercenari spesso corrispondevano ad aree del mondo ellenizzato meno ricche rispetto ad altre: infatti entro la fine del III secolo a.C. gran parte di questi effettivi proveniva dal Peloponneso o dalla Grecia centrale, mentre il primato tocco sempre, anche nei periodi successivi, ai Macedoni. A partire dalla fine del III secolo a.C. e durante il II fecero la loro comparsa, specialmente nell’armata tolemaica, i Semiti e gli Ebrei, accanto ai Cretesi e agli Etoli, presenti in tutti gli eserciti ellenistici. Ultimi nel tempo, ma per nulla meno combattivi e ricercati, erano i mercenari galati. Le specializzazioni d’arma infine erano una caratteristica più specifica del mercenariato arcaico e classico, mentre in epoca ellenistica si assiste ad una generale standardizzazione dell’addestramento e delle tecniche di combattimento; in genere i mercenari costituivano unità di fanteria pesante o di cavalleria secondo l’ordinanza delle falangi o delle ílai e, se una specializzazione poteva essere identificata, era quella dei peltasti o quella dei cavalieri leggeri tessali.

Il significato storico della guerra in età ellenistica


È opportuno considerare, quale premessa all’intero sviluppo del presente lavoro, che nel mondo ellenistico la guerra assume un significato centrale sia per i destini dei sovrani e dei poteri politici sia per le popolazioni. Questa tematica ampia e approfondita in ambito storico fin dagli anni ’60 del secolo scorso esula dalla materia qui trattata, tuttavia è necessario richiamarla sommariamente poiché il regno dei Tolomei fu parte integrante dello scenario politico del Mediterraneo fino alla seconda metà del I secolo a.C. e obbedì a quella logica dei rapporti internazionali che poneva la guerra alla stessa stregua della diplomazia, delle alleanze e dei matrimoni fra membri delle dinastie.
La guerra, come si è potuto notare dal comportamento dei Diadochi già nel 323 a.C. e dalle prime azioni politiche di Tolomeo I, dopo l’occupazione della satrapia d’Egitto, sta all’origine stessa della nascita dei regni ellenistici e ne regola le dinamiche territoriali per tutto il corso di questo periodo storico. Essa è in ultima analisi anche la condizione attraverso la quale passano le vicende del tramonto dei regni, sia in Oriente sia in Occidente, e dell’indipendenza dei Greci per convergere nel mondo dell’Impero Romano, finalmente pacificato dopo la battaglia di Azio[6].
La dimensione bellica della storia ellenistica trova la sua manifestazione ufficiale nella cosiddetta «teologia della vittoria» che lega la devozione e la fedeltà alla corona con l’adorazione del sovrano vincitore. Il re viene eroizzato da un lato secondo l’antica visione epica del guerriero coronato di gloria, derivante dalle imprese belliche, e dall’altro secondo la nuova interpretazione del basileús poimén, pastore e padre dei suoi popoli e datore di pace e benessere[7]. Paradossalmente, secondo questa prospettiva, la guerra assume una dimensione praticamente endemica, poiché è soltanto con essa che il re manifesta le sue virtù e predispone la pace, momento nel quale trionfano le grandi parate militari ad Alessandria o ad Antiochia[8], o i poeti come Callimaco e Teocrito celebrano le vittorie e l’estensione dei domini tolemaici[9].
D’altro canto la guerra è fonte di risorse economiche, bottini e beni sottratti ai nemici sconfitti, con cui è possibile pagare le armate. Le terre sottomesse e incamerate nei domini del regno offrono nuovi introiti tramite le tassazioni, cosicché la conquista finanzia altre conquiste a fronte del fatto che ogni guerra e ogni sua preparazione tocca livelli di costo esorbitanti, capaci di prosciugare le casse dello stato appena rimpinguate dalle nuove acquisizioni territoriali. In ultima analisi non bisogna dimenticare i capitoli di spesa attinenti allo sfarzo di corte, che non risponde esclusivamente ad un’istanza edonistica, ma è fondamentale per l’autorappresentazione della monarchia, del suo potere e del suo splendore. Analogamente l’evergetismo dei sovrani, all’interno e all’esterno dei confini dei loro domini, assolve all’esigenza del consenso e alla necessità di presentare ciascuno dei re nella veste di campione dell’ellenicità in un mondo ormai vastissimo, che vive sul vizio di fondo dell’esiguità numerica degli individui dominanti di stirpe greca rispetto alle altre etnie.
Infine non deve passare inosservato l’assetto organizzativo e territoriale dei regni ellenistici, che, pur offrendo diverse versioni di Stato unitario accentrato, dall’Egitto alla Siria, all’Asia Minore e Centrale, è sempre improntato a un’organizzazione di natura eminentemente militare, dovendo far fronte innanzitutto a contingenze di carattere bellico. Infatti la presenza nelle diverse province dei regni di un governatore militare, lo strategós, rappresentante del re e dotato di tutti i suoi poteri, garantisce il funzionamento interno della provincia, il suo legame con la capitale e con il cuore politico del regno, ma d’altro canto la stessa figura fa sì che l’intera provincia, o strategía, costituisca un organo operativo in caso di guerra, in termini sia offensivi sia difensivi, e che le città della stessa, in genere armate di mura o rifortificate, divengano le membra vive di questo organismo militare territoriale. Da una situazione tale derivano l’importanza di alcune regioni del comprensorio mediterraneo, nella loro fattispecie di province contese fra i regni, quali per esempio la Celesiria o la Tracia e la regione degli stretti, e la caratteristica natura ossidionale della guerra e delle operazioni militari in epoca ellenistica, il cui sviluppo verrà affrontato più avanti.

La questione della sicurezza e la contesa per il Mediterraneo orientale


Gli eventi del 312 a.C. dimostrarono a Tolomeo che nei frangenti storici in cui egli si trovava ad operare il problema della sicurezza del regno doveva costituire il fulcro di tutta la sua politica, sia estera sia interna, per quanto la posizione geografica eccentrica e chiusa fra il deserto Libico ad ovest e quello del Sinai a est rendesse l’Egitto meno esposto alle invasioni. L’assunzione di un atteggiamento passivo o d’attesa non risultava conveniente, poiché le dinamiche internazionali delle alleanze non permettevano a nessuno dei Diadochi di astenersi dalla partita, pena l’eliminazione dallo scenario politico. Dunque era necessario individuare una linea strategica d’azione di respiro mediterraneo, in seno alla quale operare per la conservazione del dominio egiziano. È nell’ambito di queste condizioni che già con Tolomeo I prende avvio l’impegno dei Lagidi per la conquista di domini esterni territoriali e d’oltremare o il controllo di più o meno vaste aree di influenza, localizzate in regioni costiere dell’Asia Minore.

Monarchia e domini esterni


A proposito dell’impegno politico fuori dai confini dell’Egitto il Walbank ha magistralmente illustrato le esigenze e le conseguenti soluzioni adottate dai Tolomei[10], sostenendo che la sola prospettiva strategico-difensiva quale giustificazione per l’occupazione della Celesiria, cuscinetto territoriale avanzato rispetto al confine orientale egiziano, e la conquista di tutti gli altri domini esterni, comprese Cirene e la Cirenaica, non è sufficiente a spiegare la pervicacia con cui Tolomeo I e tutti i suoi successori si ostinarono a prender parte alla politica internazionale e a conservare i propri possedimenti.
In realtà, riportando alla memoria quanto detto precedentemente riguardo alla relazione che intercorre fra monarchia e guerra in età ellenistica e anche in merito al problema degli alti costi derivanti sia dal mantenimento della corte e dello sfarzo reale sia dal finanziamento delle forze armate, è facile capire che i domini esterni tolemaici potevano rifornire l’Egitto di tutto quanto la fertile valle del Nilo non era in grado di dare a una monarchia di quel tempo, l’oro in primis.
La posizione geografica protetta del regno, d’altro canto, era un vantaggio per la sicurezza militare, ma, in vista della creazione di una rete commerciale mediterranea fiorente, il porto di Alessandria doveva costituire il centro di coordinamento di altri scali egei insulari e costieri, appartenenti al regno, come fu Cipro, o suoi corrispondenti, come furono per lungo tempo l’isola di Rodi e la Lega degli Isolani. Non bisogna pertanto dimenticare che la prospettiva commerciale marittima, se apriva nuovi orizzonti di guadagno, moltiplicava i capitoli di spesa relativi alla costituzione delle flotte, fossero esse mercantili o militari. In questa prospettiva l’occupazione della Celesiria, già d’attualità al momento della battaglia di Gaza, non perdeva il suo significato strategico-difensivo, ma ne acquistava anche uno economico-territoriale, in quanto la regione, che comprendeva sia la Giordania e l’attuale Stato d’Israele sia la Fenicia, poteva rifornire le casse tolemaiche di ricchi tributi, sempre necessari per il mantenimento di tutti gli apparati di difesa. La stessa regione era anche in grado di offrire ai Tolomei le navi, che fino a qualche decennio prima costituivano la forza marittima del Gran Re di Persia, o piuttosto la materia prima per la loro costruzione, così come accadeva con i cedri del Libano per i Faraoni del Nuovo Regno. Completano questo quadro la diffusione ai domini esterni del sistema delle cleruchie e la creazione di una burocrazia capillare, la più efficiente del mondo ellenistico, per riuscire ad estendere la tassazione alle contrade più recondite dei domini reali.

Il controllo di Cipro e la talassocrazia macedone


L’anno dopo Gaza fu stipulata una pace effimera che riconduceva la situazione politica internazionale all’assetto del 315 a.C.; Seleuco poteva tornare a Babilonia e Antigono manteneva il primato in Asia e il controllo della Celesiria. Il 311 a.C. fu anche l’anno in cui il destino della casa argeade venne definitivamente segnato con l’uccisione del piccolo Alessandro VI di Macedonia, figlio di Alessandro Magno, e di sua madre Rossane ad opera di Cassandro, che seppe approfittare del momento in cui gli interessi erano piuttosto rivolti alla situazione politica al di fuori dei confini del regno e assumerne il controllo.
Fra il 310 e il 308 a.C. Tolomeo dovette far fronte alla ribellione di Ofella a Cirene, che rese indipendente la città per questo breve periodo di tempo. Nel 309 a.C., mentre Antigono era impegnato contro Seleuco nelle satrapie orientali, il Lagide occupò Faselide e Xantos in Licia, Cauno in Caria e stabilì una base strategica nell’isola di Cos per far fronte alla questione principale del controllo di Siria e Fenicia, dove al tempo Demetrio aveva ripreso il dominio del territorio. Tolomeo accusò inoltre Antigono di attentare all’autonomia delle libere città greche della Cilicia; su questa linea politica egli trovò un valido alleato in Cassandro e nel 308 a.C. portò a parziale compimento l’unica operazione militare che i Lagidi tentarono in terra greca, ovvero l’invasione del Peloponneso, con la sola occupazione di Corinto, Sicione e Megara. La reazione di Antigono tuttavia si fece attendere fino al 307 a.C., quando con suo figlio Demetrio occupò il Pireo e Atene, scacciando il tiranno Demetrio Falereo e assestando un duro colpo al potere di Cassandro; nel 306 a.C., sebbene l’Egitto riuscisse a stringere un’alleanza con Agatocle di Siracusa, l’offensiva degli Antigonidi mirò al cuore del sistema difensivo tolemaico attaccando Cipro e riportando una grande vittoria navale nella battaglia di Salamina.
La battaglia di Salamina di Cipro, l’attuale Famagosta, rappresenta il primo grande scontro navale della storia ellenistica e garantì agli Antigonidi il controllo dell’isola e del Mediterraneo orientale per i successivi vent’anni.
In verità prima del confronto marittimo Demetrio sbarcò al comando di 15000 uomini sulla costa settentrionale dell’isola e marciò via terra su Salamina. Il governatore della città, Menelao, fratello di Tolomeo, affrontò l’esercito antigonide in campo aperto con 12000 fanti e 800 cavalieri, ma fu battutto e costretto a ripiegare sulla città, dopo aver perso 4000 uomini fra morti e prigionieri.
Demetrio, padrone del campo, iniziò dunque l’investimento della piazzaforte cingendola d’assedio secondo le moderne tecniche poliorcetiche, mentre Tolomeo, ricevuta la notizia della sconfitta di Menelao, salpò da Alessandria con una grande flotta da guerra e raggiunse rapidamente Paphos, sulla costa sud-occidentale di Cipro. In quel porto confluirono altre unità, sicché la flotta tolemaica raggiunse il totale di 140 navi da guerra, fra pentere e tetrere, e di 200 onerarie con un contingente imbarcato di 10000 uomini. Demetrio non perse tempo e si diresse incontro a Tolomeo nelle acque di Salamina con 180 unità da guerra, di cui 53 pesanti, dopo averne inviate altre dieci all’imbocco del porto della città per impedire a 60 navi comandate da Menelao, di uscire in aiuto del fratello. Sia la flotta antigonide sia quella tolemaica furono rinforzate all’ala sinistra, ma Demetrio ebbe maggior successo nell’attacco all’ala destra egiziana tanto da annientarla e compromettere definitivamente la tenuta dello schieramento centrale, al momento in cui Tolomeo, volta in fuga la destra antigonide tentò di attaccarne il centro. Il cedimento dello schieramento egiziano lasciò Tolomeo in balia delle navi di Demetrio e le 10 unità a guardia del porto impedirono a Menelao di portare tempestivamente un aiuto che avrebbe ancora potuto cambiare le sorti della battaglia. La flotta tolemaica, composta ormai da sole otto navi superstiti al comando di Tolomeo, abbandonò la contesa, perdendo inoltre più di 100 unità onerarie e lasciando nelle acque di Salamina 8000 morti[11].

Le forze navali in età ellenistica


In un contesto politico e strategico come quello del Mediterraneo orientale e dell’Egeo, in cui Tolomeo I capì fin dai suoi primi anni di governo che si decidevano i destini del regno d’Egitto, la creazione di una potente flotta militare e mercantile era una necessità certamente fondamentale, se non esiziale.
Alla fine del IV secolo a.C. la marineria ellenica aveva compiuto notevoli progressi tecnici ed è noto che i secoli V e IV a.C. rappresentano nella storia dell’arte navale l’era della trireme, la robusta e veloce nave da guerra a tre ordini di rematori, con cui gli Ateniesi nel 480 a.C. a Salamina distrussero la flotta di Serse e sventarono il secondo tentativo persiano di conquistare la Grecia.

Le forze di marina


In epoca ellenistica l’arte navale, come quella delle fortificazioni e dell’ingegneria militare, visse una grande stagione di studi e innovazioni che portarono alla creazione di grandi flotte, composte da altrettanto grandi e potenti navi da guerra[12]. I nuovi organismi politici, come i regni o le leghe, potevano contare su fonti di finanziamento ben maggiori rispetto alle più antiche póleis, che dovevano far riferimento soltanto alle simmorie dei proprii cittadini. Inoltre una maggiore disponibilità finanziaria permetteva un agevole pagamento dei rematori, che raramente erano di condizione servile, ma spesso sudditi retribuiti dei regni o addirittura esperti marinai, provenienti dalle regioni mediterranee dall’Egeo alla Fenicia, ingaggiati e pagati come i mercenari delle armate terrestri. D’altro canto lo sviluppo dimensionale e tecnologico delle navi da guerra e dei loro sistemi di propulsione a remi richiedevano personale specializzato e ben addestrato, non certamente coatto.
Gli equipaggi erano poi composti da soldati della fanteria di marina, che riproducevano le specialità della fanteria di terra con sarisse e, in particolare, quella degli arcieri e dei serventi ai pezzi d’artiglieria per il combattimento da lontano. Esisteva anche per ogni unità una squadra di tecnici, specializzati nell’arte navale, come carpentieri, timonieri, legatori e ungitori per la manutenzione delle protezioni in cuoio e dei fori per i remi, e con questi interagivano anche alcuni marinai, guidati da un loro capo, una sorta di nostromo, per operare gli ormeggi, il governo delle vele e le attività ordinarie sul ponte.
Infine, in varia misura e probabilmente con appellativi diversi, le navi ellenistiche erano dirette da uno stato maggiore di ufficiali, corrispondenti ai gradi tradizionali della marina ateniese, ovvero il trierárches, comandante dell’unità, il kubernétes, timoniere e ufficiale in seconda, il proreús, l’ufficiale di vedetta responsabile della prua, dell’intera carena e dell’attrezzatura, il pentekontarchés, assistente del trierarco e responsabile dell’amministrazione, il keleustés, l’antico «ufficiale di macchina» che si occupava dei rematori in ogni loro necessità e compito.

Tipologie di navi da guerra


Durante l’età ellenistica le novità maggiori quanto all’arte della marineria stanno soprattutto nel perfezionamento e nell’invenzione di nuove tipologie di vascelli, individuate secondo le caratteristiche del sistema propulsivo a remi.
La regina dei mari, che soppiantò dal IV secolo a.C. la triremi, era la pentéres, la quinqueremi a tre ordini, due dei quali erano occupati da due rematori per ogni remo, veloce, ma più massiccia della triremi, frutto dell’ingegno siracusano, che inventò questo tipo di nave da guerra nel 399 a.C., quando Dionisio I stava per fronteggiare nuovamente i Cartaginesi.
Verso la fine del regno di Dionisio I, sempre a Siracusa, fu inventato un tipo che perfezionava la pentera, l’hexéres con tre ordini di due rematori per ogni remo; dieci unità di questo tipo erano presenti nella flotta di Demetrio a Salamina di Cipro.
Fu invece un’invenzione cartaginese, risalente agli anni successivi al 350 a.C., la tetréres, una nave da guerra robusta, ma altrettanto veloce trattandosi di una biremi con due rematori per ogni remo; la flotta di Antigono Monoftalmo, costituita nel 315 a.C. contava 90 unità di questo genere.
Durante tutta l’età ellenistica le flotte ordinarie da guerra erano composte dai tre tipi appena illustrati; a Salamina di Cipro la squadra di navi pesanti della flotta tolemaica era unicamente costituita da pentere e tetrere, mentre quella di Demetrio insieme a 10 hexere, 45 pentere e 30 tetrere ateniesi, schierava anche 7 heptere fenicie. L’heptéres, inventata probabilmente ai tempi di Alessandro Magno dopo la conquista macedone della Fenicia, era un’hexera con l’aggiunta di un rematore e di un remo in corrispondenza di ogni ordine inferiore dei tre regolari, che univa all’agilità la pesantezza di una grande nave da guerra.
Il III secolo a.C. rappresenta un periodo particolarmente florido per l’ingegneria navale ellenica: infatti vennero realizzate navi da guerra ancor più grandi e pesanti delle heptere, come le ottoremi, le noveremi e le dekérai, delle vere e proprie fortezze galleggianti, armate di torrette e numerosi pezzi d’artiglieria. Il sistema propulsivo di queste navi, costituito da grandi e pesanti remi, era caratterizzato da due o tre ordini di rematori, impiegati in squadre di tre uomini per ogni remo e con eventuali aggiunte di rematori singoli ad ogni terzina, come nella decera. Si trattava di invenzioni già sperimentate probabilmente nel IV secolo a.C., ma realizzate su larga scala nel secolo successivo, quando, sull’onda delle produzioni pesanti, iniziò una tendenza al gigantismo analogo a quello che si riscontra nella storia delle artiglierie neurobalistiche. Le flotte di Demetrio Poliorcete contavano navi da undici, tredici, quattordici, quindici e sedici ordini di rematori, ma non vi è testimonianza che esse siano state usate in battaglia.
La presenza di eikosérai e di triakontérai, con venti o trenta ordini di rematori, è comunque documentata nel III secolo a.C. e rappresenta l’apice del gigantismo navale, che tecnicamente in queste unità si concretizzava nella realizzazione di enormi scafi con due livelli di rematori, impiegati in grandi squadre di tanti uomini quanti ne richiedeva la proporzione di venti o trenta ordini, per azionare remi di dimensioni eccezionali.
Chiudono il quadro delle tipologie navali di età ellenistica le unità leggere, spesso tipiche degli equipaggi di pirati, provenienti dall’Egeo o dall’Adriatico, come le veloci hemiolíai, con una fila e mezza di rematori, inventate sulle coste della Caria all’inizio del IV secolo a.C., i lémboi (cioè le liburnae dei Romani) a due ordini di remi usate dai pirati illirici, o le kelétes, analoghe alle precedenti. Infine nella prima metà del III secolo a.C., probabilmente a Rodi fu inventata la triemiolía, a tre ordini di rematori, ma con due file complete e la terza dimezzata.

La marina tolemaica


La marina tolemaica, come si è detto, fin dalla nascita del regno fu una delle cure principali dei sovrani. Tolomeo I non appena giunse in Egitto si accaparrò il contingente navale fenicio della vecchia flotta di Dario III di Persia, che si trovava nelle acque egiziane, potendo contare in tal modo subito su un buon numero di navi moderne ed efficienti, capaci di difendere il Delta e la costa fino al confine di Pelusio.
Le vicende storiche riferite precedentemente e di seguito furono naturalmente una ragione essenziale per il potenziamento della flotta, e questa stessa necessità una delle motivazioni per cui Tolomeo I si impegnò con determinazione nell’annessione della Celesiria e della Fenicia. Alla fine del suo regno Tolomeo I poté aggiungere alla sua flotta le navi di Demetrio Poliorcete, morto nel 283 a.C., e lasciò a Tolomeo II la più potente forza marittima del tempo.
Il nuovo sovrano fu quello che maggiormente si dedicò al potenziamento della flotta tolemaica, le cui unità erano tutte adorne con la raffigurazione di due coccodrilli simmetrici sulle terminazioni delle murate presso la prua, al di sopra del rostro. Abbiamo notizia dell’organico della flotta di Tolomeo II nella prima metà del III secolo a.C., allorché il re fece realizzare a Cipro dall’ingegnere Pyrgotelés due tetracontere e un’eikosera, i giganti del mare tolemaici, corrispondenti alle unità di comando delle forze navali egiziane. Le altre navi da guerra di questo periodo corrispondevano a 4 unità da 13 ordini di rematori, 2 da 12, 14 da 11, 30 da 9; erano assenti le decere, ma in compenso si contavano 30 navi da 9 ordini, 37 heptere, 5 hexere e 17 pentere.
Tutte queste navi da guerra pesanti erano verosimilmente distribuite fra i porti di Alessandria, dell’Egeo, di Cipro e della Fenicia, ma il loro numero era raddoppiato dalle unità di tonnellaggio inferiore, fondamentali per la navigazione veloce e il controllo delle acque fra un dominio e l’altro. Esse costituivano, magari con qualche pentéra o hexéra, le squadre più comunemente attive fra l’Egitto e l’Egeo e corrispondevano in genere a tipi quali le tradizionali triremi o le triemiolie.
Non può infine non essere ricordato il gigante di Tolomeo IV, la nave descritta dalle fonti con 40 ordini di rematori, ricca di ogni ornamento e realizzata verso la fine del III secolo a.C., probabilmente su due scafi in parallelo uniti a prua da sette rostri; essa era una sorta di prestigioso sfizio che il sovrano volle veder navigare per celebrare la sua grandezza e quella della marina tolemaica.

Tattiche navali


Le tattiche navali tradizionali consistevano in due diversi generi di utilizzo delle navi da guerra, in manovra o in abbordaggio. Secondo la tradizione ellenica più consolidata e sperimentata a Salamina nel 480 a.C., si sceglieva la tattica della manovra per sfruttare l’intera nave come strumento operante nell’organismo della flotta, mirando a speronare le unità avversarie con l’utilizzo della prua armata di rostro bronzeo, capace di aprire vasti squarci sotto la linea di galleggiamento.
Nell’ambito delle tattiche di manovra esistevano il períplous e il diékplous. Entrambe partivano da un fronte di navi schierate in linea, la prima aveva come obiettivo quello di portare le proprie navi di prua sui fianchi di quelle avversarie, facendole virare in tondo progressivamente a partire dalle ali, la seconda consisteva invece in uno scontro frontale mirato ad insinuarsi fra una nave avversaria e l’altra per distruggerne i remi, in modo da poterle poi attaccare di fianco o di poppa, dopo averle rese ingovernabili.
Fra il VI e il V secolo a.C. la manovra ebbe maggior successo, mentre la tattica dell’abbordaggio, che riproduceva in mare i criteri degli scontri terrestri, fu quella più utilizzata in epoca ellenistica. Le battaglie di Salamina di Cipro e di Azio, per esempio, dimostrano quanto la pesantezza delle grandi navi, armate di artiglierie e dotate di numerosi contingenti di fanteria di marina, fosse destinata ad uno scontro che conservava del diékplous l’avanzata a fronte di battaglia e l’impatto di prua, ma che mutuava dalla tattica campale la decisione dello scontro nell’urto e nel combattimento corpo a corpo, che si generava fra gli equipaggi delle navi incastrate l’una nell’altra. È chiaro che maggiori erano il dislocamento e la velocità delle navi da guerra, altrettanto maggiori erano le possibilità di successo al momento dello scontro; così come per la falange di pezeteri, che quanto più era compatta e determinata nell’avanzata tanto più aumentava le possibilità di sfondare lo schieramento avversario. In tali contesti il cedimento delle ali, come a Salamina di Cipro, o l’avvolgimento, come ad Azio, segnavano la vittoria o la sconfitta dei contendenti, esattamente come negli scontri fra le falangi e le ali di cavalleria. Non solo, ma una tale conduzione delle battaglie navali durante l’Ellenismo permette di comprendere le ragioni della corsa al gigantismo e delle sempre più sofisticate scelte tecniche che dovevano far coesistere in un solo natante la pesantezza delle corazzature e la potenza dei sistemi propulsivi.

La nascita della monarchia tolemaica


La vittoria di Salamina di Cipro offrì nello stesso anno ad Antigono Monoftalmo l’occasione per compiere un passo decisivo, ovvero l’assunzione del titolo regale, nominando se stesso basileús ed estendendo il titolo a suo figlio Demetrio. In tal modo egli non solo si considerava e voleva presentarsi come successore diretto di Alessandro dopo l’estinzione della casa argeade, ma affermava la successione dinastica e la nascita della monarchia antigonide. Il primo atto del nuovo sovrano, ultimo a rievocare l’istanza dell’impero unitario, fu il tentativo di cogliere il vantaggio del successo di Salamina per attaccare l’Egitto e colpire al cuore il primo dei domini a lui ostili e rappresentativo dell’autonomia dei Diadochi, ma la spedizione fallì, come già quella di Perdicca, alle porte di Pelusio, pur essendo stata condotta sul fronte marino e su quello terrestre.

Tolomeo I re d’Egitto


La fortunata resistenza egiziana del 306 a.C. permise a Tolomeo I di cogliere, nel 305 a.C., il momento opportuno per rendere pubblica la sua dichiarazione di basileía (o, per così dire, di «regalità»), così come fecero contestualmente Lisimaco, Seleuco e Cassandro. Il titolo regale, secondo gli stessi presupposti sostenuti da Antigono, garantiva la successione dinastica, ma assumeva un significato storico e politico del tutto diverso, in quanto rappresentava la palese misconoscenza del primato degli Antigonidi e di conseguenza era un’affermazione perentoria di sovranità rispetto alle mire antigonidi. Di fatto nel 305 a.C. le successive dichiarazioni di basileíai, in risposta alla volontà egemonica di Antigono, sancirono la morte definitiva dell’aspirazione unitaria che Alessandro Magno aveva inaugurato con una visione di respiro universale e che i Diadochi avevano ridotto a un’esigenza vitale di primato, per sancirne poi la definitiva estinzione sul campo di Ipso nel 301 a.C.
Era dunque chiaro ad Antigono e Demetrio che la guerra sul fronte del Mediterraneo orientale doveva essere condotta con ogni sforzo per colpire un nemico tanto pericoloso quant’era Tolomeo I, cosicché presero la decisione di privare l’Egitto di un’altra importante base navale, l’isola di Rodi, essendo già padroni di Cipro e della costa fenicia. La città di Rodi sorgeva sulla punta settentrionale dell’isola omonima ed era stata fondata alla fine del V secolo a.C.; durante gli anni delle guerre dei Diadochi i Rodii tentarono sempre di mantenere un equilibrio neutrale stipulando trattati di amicizia e intessendo rapporti commerciali con tutte le regioni del Mediterraneo orientale.
Nel 306 a.C., in nome di questa politica dell’equidistanza, Rodi rifiutò l’alleanza con gli Antigonidi per sostenere l’offensiva su Cipro e tale comportamento fece sì che Antigono e Demetrio iniziassero a considerare la città un ostacolo per il controllo dell’Asia e una virtuale alleata di Tolomeo I. Dunque, allorché Antigono nel 305 a.C. richiese loro l’ingresso in porto per la flotta di Demetrio e la consegna di un centinaio d’ostaggi, i Rodii rifiutarono la perdita dell’autonomia e si trovarono automaticamente sullo stesso fronte di Tolomeo. Quest’ultimo rimase ad assistere allo sviluppo degli eventi, pronto a portare tutto l’aiuto necessario alla città amica, ormai vista come l’ultimo baluardo mediterraneo per l’Egitto.

L’assedio di Rodi


Intorno alla metà del 305 a.C. Demetrio iniziò le operazioni d’assedio dirigendo sull’isola con 200 navi da guerra e 170 onerarie, senza contare le varie unità di pirati che pensavano di riportare notevoli vantaggi in seguito alla distruzione della potenza navale rodia. Il contingente militare antigonide raggiungeva la riguardevole cifra di 40000 uomini fra fanteria e cavalleria, ma faceva seguito all’armata anche un migliaio circa di imbarcazioni mercantili, pronte ad intrattenere rapporti commerciali con Demetrio e soddisfarne le necessità contingenti durante le operazioni.
Innanzitutto Demetrio fece sbarcare i suoi uomini probabilmente a sud-ovest della città e li installò in un campo fortificato, prossimo a un approdo artificiale per la flotta. Per i mesi restanti del 305 a.C. l’esercito antigonide si impegnò nella conquista del grande porto mercantile di Rodi, probabilmente esterno alle mura di cinta. I combattimenti, favorevoli in definitiva ai Rodii, furono caratterizzati da veri e propri duelli d’artiglieria fra i grandi litoboli di Demetrio, capaci di scagliare pietre da tre talenti (circa 78-79 chili) e montati sulle navi da carico in azione nel bacino portuale, e le catapulte rodie che, piazzate in batteria sui moli e sulle mura, comprendevano sia litoboli sia ossibeli armati con dardi lunghi fra 0,70 e 1,85 metri.
Sebbene fosse riuscito a conquistare l’estremità del molo principale e alcuni tratti di cortina muraria, giudicando un inutile dispendio di forze l’ostinazione nella conquista del porto mercantile, all’inizio del 304 a.C. Demetrio decise di investire da terra la città e concentrò gli assalti lungo il fronte fortificato meridionale, in un settore specifico presso il teatro urbano. È questa la fase più famosa dell’assedio dove si confrontarono i più valenti ingegneri militari del tempo, Epimaco d’Atene nel campo antigonide e da parte rodia Diogneto, originario della stessa città, Callia di Arado e Dionisio di Alessandria.
Demetrio, sperando evidentemente di schiacciare la resistenza rodia con un grande impiego di forze terrestri, utilizzò tutto il suo parco d’artiglieria e i reparti di fanteria secondo la pratica dell’assalto continuo, appoggiato da azioni sotterranee di mina e dalla presenza di grandi macchine d’assedio quali le arieti e la famosa, gigantesca torre mobile, denominata helépolis, la macchina «che prende le città». È durante l’assedio di Rodi e per questa conduzione delle operazioni che Demetrio fu soprannominato Poliorketés , «l’espugnatore di città».
La resistenza della città di Rodi fu disperata, ma efficace, tanto da riuscire a far impantanare davanti alle mura l’helépolis, grazie ad uno strattagemma di Callia. I difensori, che ammontavano appena a 6000 uomini in totale, furono supportati in questa fase culminante dell’assedio da Tolomeo I, che inviò 500 mercenari, al comando di Atenagora di Mileto, e la sua flotta per sbarcare in città 300000 artabi di grano (circa 12000 tonnellate).
La riuscita difesa dei porti garantì dunque la salvezza di Rodi, quando anche Cassandro e Lisimaco seguirono l’esempio di Tolomeo e rifornirono di viveri gli assediati, così da indurre Demetrio a trattare la pace. Tolomeo I a questo punto poté trarre i maggiori vantaggi dal supporto militare e logistico dato ai Rodii, poiché i medesimi accettarono l’alleanza con Antigono, mantenendo integra la libertà della loro città, ma esclusero ogni impegno con il Diadoco che fosse rivolto contro l’Egitto o i domini tolemaici. Non solo in tal modo i porti di Rodi rimasero aperti alla flotta egiziana, ma in seguito all’impegno decisivo i Rodii acclamarono Tolomeo I con l’appellativo di Sotér, «Salvatore», tributandogli onori divini in un témenos urbano porticato, denominato Ptolemaíon[13].

La poliorcetica in epoca ellenistica


Le vicende dell’assedio di Rodi sono le più confacenti per l’esemplificazione di una branca della scienza militare durante l’Ellenismo, la poliorcetica, ovvero l’arte di prendere le città.
Nei paragrafi precedenti si è rivolta l’attenzione alla strutturazione tipica delle armate ellenistiche e va detto certamente che durante il periodo storico di nostro interesse lo scontro campale, accanto a quello navale, assunse in genere un valore decisivo, come dimostrano per esempio nella storia dello stesso regno tolemaico le battaglie di Gaza, Raphia, Panion. Tuttavia la conquista di città e fortezze ha caratterizzato la conduzione ordinaria delle operazioni militari durante le guerre combattute in tutti i comprensori strategici del mondo ellenistico.
Il controllo di determinati territori, come per esempio la tanto contesa Celesiria, consisteva appunto nel possesso di città strategicamente importanti o rilevanti dal punto di vista storico e culturale: chi teneva Gaza, stando nell’esempio citato, aveva la chiave della strada per Pelusio e per il confine orientale egiziano; ma anche il dominio su Gerusalemme o Damasco garantiva quello sulle regioni storiche di loro appartenenza, quali la Palestina e la Giudea o la valle dell’Oronte, e il controllo delle vie carovaniere provenienti dalla Mesopotamia. D’altro canto si è messo in luce precedentemente che le città appartenenti alle province dei regni ellenistici o alle federazioni elleniche costituivano le membra vitali di un organismo che operava all’unisono in caso di guerra o di invasione. Erano dunque le città i centri di coordinamento della difesa territoriale, in modo tale che non risultava possibile pensare realisticamente di avere ragione su un nemico invadendone il territorio, se non ci si impadroniva delle sue città.
Si pensi infine che, per ridimensionare anche soltanto il potere egemonico di un avversario al di fuori dei confini del suo territorio, l’obiettivo da raggiungere era sottrargli i centri urbani appartenenti ai suoi domini o rientranti nell’orbita delle sue alleanze e dei suoi traffici commerciali. Il caso di Rodi e dell’assedio del 305-304 a.C., nell’ottica di una politica di espansione antigonide a scapito di quella tolemaica, è esemplare, così come decine di eventi ossidionali o conquiste di città da parte di questo o quell’altro sovrano nell’Egeo, in Asia Minore o nella regione degli stretti.

L’arte dell’assedio


L’arte di assediare e conquistare le città fu dunque in epoca ellenistica una conoscenza insostituibile per sovrani e generali che si trovarono ad operare nel comprensorio di tutto il Mediterraneo, dato che il significato strategico suddetto, assunto da città e territorio a partire dal IV secolo a.C., era valido non solo nelle regioni della Grecia e del mondo orientale ellenizzato, ma anche nell’Occidente, fosse esso ellenico, italico o punico.
I fondamenti storici che legano l’evoluzione della strategia difensiva delle póleis greche al rapporto delle stesse con le loro chórai (regioni) è stato magistralmente illustrato dal Garlan, che ha fondato i presupposti di una nuova interpretazione della storia militare ellenica alla luce dei suoi rapporti con la società e le realtà territoriali delle città. La cosiddetta stratégie nouvelle, individuata dal Garlan a partire dal IV secolo a.C. nell’ambito delle vicende storiche della penisola ellenica, consisteva nello sfruttamento di gran parte della chóra urbana come terreno su cui articolare progressivi nuclei di resistenza all’invasione nemica, per poi continuare a fronteggiare l’avversario davanti alle mura della città e ancora a lungo sulle medesime. Derivò da questa nuova interpretazione della difesa, che portava con sé innovazioni notevoli anche in ambito architettonico militare, una contestuale e rinnovata concezione dell’assedio, non più limitabile a una semplice azione di blocco della città nemica, ma trasformabile in un’operazione militare altrettanto attiva quant’era divenuta la difesa[14].
Durante l’alto Ellenismo dunque vennero a convergere in un’unica realtà la nuova concezione della città, quale organo strategico di uno stato territoriale più grande dell’antico modello greco pólis-chóra, l’altrettanto nuova, ma ben sperimentata nel IV secolo a.C., concezione difensiva dei centri urbani, ora estesa ad organismi politici maggiori, e infine la nuova pratica ossidionale, conseguente alle due prime componenti. Quel termine, poliorkía, che per Tucidide indicava ancora l’investimento a blocco di una città, aveva ormai assunto un significato ben diverso e riassumeva sia le attività degli assedianti sia quelle dei difensori, che venivano messe in pratica ogni volta che un esercito assediava una città o una fortezza. Non trattandosi più dunque di un singolo atto di natura militare, ma di un complesso di operazioni, si diffuse l’espressione da cui deriva il termine «poliorcetica», ossia tá poliorketiká, che essendo al plurale rendeva meglio l’idea delle numerose attività necessarie per iniziare l’investimento, stabilire i campi, approcciare le fortificazioni nemiche, porre in batteria le artiglierie, scavare le mine, costruire e muovere le macchine d’attacco, condurre gli assalti generali, ma anche apprestare le mura per la difesa, scavare le contromine, predisporre le artiglierie sulle cortine e sulle torri, preparare le contromacchine, colmare le brecce.

L’assalto continuo


Certamente la scelta tattica più innovativa rispetto alla tradizione del passato fu l’assalto alle mura della città assediata, pratica che venne sperimentata per la prima volta all’assedio di Siracusa del 415-414 a.C., quando sulla collina dell’Epipole Ateniesi e Siracusani si scontrarono per mesi davanti e sulle mura della città.
L’assalto divenne poi una pratica diffusa nella conduzione degli assedi sia nella parte finale della Seconda Guerra del Peloponneso sia per tutto il IV secolo a.C., tanto da costituire il momento culminante di tutta la preparazione ossidionale. In seguito alle campagne di Alessandro e, primo fra tutti, all’assedio di Tiro del 332 a.C., la pratica dell’assedio attivo e dell’assalto divenne assolutamente consolidata presso i Diadochi e i loro successori.
Fu l’introduzione del cosiddetto «assalto continuo», un’innovazione importante non solo sul piano militare, ma anche culturale e sociale, che razionalizzò la gestione delle operazioni d’attacco. Questa pratica, nata in Sicilia all’inizio del IV secolo a.C., ai tempi delle guerre fra Dionisio I di Siracusa e Cartagine, e diffusasi poi nel mondo antico ad opera di Filippo di Macedonia e di Alessandro Magno, costituì l’ordinanza tattica comune delle armate d’assedio per tutta l’età ellenistica. Essa consisteva nella suddivisione dell’intero corpo d’armata in almeno tre sezioni, impiegate singolarmente durante l’assalto ad una porzione delle fortificazioni nemiche, in modo da permettere ai reparti disimpegnati di recuperare le forze, ricostituendo gli effettivi, e di tenere sotto costante pressione, senza un attimo di requie, gli assediati impegnati nella difesa del settore sotto attacco.
I reparti impegnati negli assalti erano gli stessi che costituivano la fanteria pesante e leggera. I primi, con armamenti meno ingombranti delle sarisse, costituivano le colonne di compagnie, gli órthioi lókoi già descritti da Senofonte nell’Anabasi[15], che venivano lanciati all’attacco a ondate successive per scalare le mura sulle rampe o sulle torri d’assalto; i secondi, organizzati in reparti d’appoggio, soprattutto di arcieri, fornivano una copertura mobile alla fanteria pesante.
È importante ricordare infine che la pratica dell’assalto ebbe anche una ricaduta di carattere culturale, in quanto sostituì al valore dell’oplita, esistente nella misura dello sforzo corale che si esauriva nell’unico scontro fra due eserciti cittadini in campo aperto, quello del soldato coraggioso, capace di salire per primo sulle mura nemiche e di tenere la posizione conquistata in un’impresa eminentemente individuale, che lo coronava di gloria e lo distingueva fra i suoi compagni. Si tratta di una rivalutazione dell’individualità, tipica del mondo ellenistico, che emerge nella letteratura e nelle arti, ma che il contesto militare ci offre in una delle sue manifestazioni più concrete e diffuse in proporzione alla frequenza degli eventi bellici e ossidionali. Sul valore dei singoli si fondava poi la reputazione delle armate, che più era alta più determinava delle condizioni favorevoli alla riuscita dell’assedio.
Dunque sovrani e strateghi erano propensi a premiare i soldati valorosi innanzitutto con elargizioni in denaro, ma talvolta offrendo anche un particolare riconoscimento sociale o di carriera.

I parchi d’assedio


La tattica dell’assalto era possibile grazie alla presenza di un parco d’assedio, costituito da artiglierie e macchine, come torri e arieti, capaci di fornire la copertura e l’appoggio necessari agli uomini della fanteria, che venivano impiegati nell’approccio alle mura.
La presenza delle grandi torri d’assalto, come durante l’assedio di Rodi, forniva uno strumento utilissimo per contenere al massimo le perdite nella scalata alle mura e avere una copertura ravvicinata grazie alle artiglierie collocate nella loro struttura. Le arieti, di dimensioni sempre maggiori almeno in epoca altoellenistica, rappresentavano poi il fulcro della tattica d’assalto, quando accanto alla scalata l’impiego di queste macchine permetteva l’apertura di brecce attraverso le mura della città assediata e portava a concentrare in quel punto gli sforzi della fanteria pesante e leggera.
L’azione dell’artiglieria era fondamentale, perché la nuova concezione delle fortificazioni in epoca ellenistica si basava sulla possibilità d’impiego di macchine simili in difesa, sfruttando sia il principio del fiancheggiamento fra un’opera sporgente e l’altra, sia quello del tiro radente il terreno di fronte alle opere difensive. Gli uomini che prendevano d’assalto una porzione di fortificazioni erano così bersagliati su due lati dalle artiglierie di fiancheggiamento e di fronte da quelle operanti sulle cortine e sugli antemurali. L’unico modo per alleggerire l’effetto dell’artiglieria difensiva sui reparti d’assalto stava nell’impiego di un altrettanto valido parco d’assedio, capace di contrastare le macchine nemiche in supporto alla fanteria pesante.
Le prime artiglierie nacquero probabilmente in Magna Grecia e Sicilia nella prima metà del IV secolo a.C., erano costruite con l’utilizzo dell’arco composito e denominate gastraphétai. Dalla metà del IV secolo a.C. comparvero i primi esemplari di artiglierie neurobalistiche, il cui sistema propulsivo era costituito da matasse di tendini, che imbrigliavano i bracci e permettevano di scagliare proiettili di varie forme e pesi.
Le macchine da lancio a torsione, denominate katapéltai, si diffusero contestualmente all’assalto continuo all’epoca di Filippo e Alessandro di Macedonia e furono al centro di approfondite ricerche di scienza applicata fra la fine del IV secolo a.C. e la metà del III secolo a.C., con una caratteristica tendenza al gigantismo nel periodo dominato dalla figura di Demetrio Poliorcete. Di queste catapulte le oxybelaí (poi ancora distinte in due varietà: eutitoni o palintoni) lanciavano grandi frecce, mentre i lithobóloi scagliavano proiettili lapidei. Le oxybelaí costituivano le migliori artiglierie d’appoggio agli assalti, così come avevano notevole efficacia in difesa sulle torri e sugli antemurali; i lithobóloi corrispondevano ai calibri pesanti ed erano in grado di raggiungere dimensioni adeguate al lancio di palle di pietra di almeno 80 chilogrammi alla distanza di 300 metri. Fra i lithobóloi esisteva infine il monánkon, probabilmente inventato dai Cartaginesi e corrispondente all’onager dell’artiglieria romana, una grande catapulta a torsione, comparsa fra la fine del IV secolo e il III secolo a.C. e caratterizzata da un solo braccio mosso da una matassa di nervi, il cui asse era parallelo al terreno.

Dal 305 a.C. al 283 a.C., gli ultimi anni di Tolomeo I


Dopo il fallimento dell’assedio di Rodi, Demetrio si volse ancora nel 304 a.C. verso la Grecia e contro Cassandro, riuscendo fra l’altro a conquistare Sicione nel Peloponneso, difesa da una guarnigione tolemaica, e Corinto dove fu insediata una guarnigione antigonide fino al 234 a.C.

La rivincita sugli Antigonidi


L’aggressione di Demetrio indusse Cassandro a rinnovare l’alleanza con Tolomeo I e a cercarne di nuove con Lisimaco e Seleuco, concludendo le trattative entro il 302 a.C. L’anno successivo i quattro Diadochi lanciarono un’offensiva a tenaglia in Asia contro Antigono Monoftalmo e i suoi domini, marciando sulla Frigia con un’armata costituita dai contingenti di Lisimaco, Cassandro e Seleuco, mentre a sud Tolomeo invadeva la Siria, occupando la Palestina e la Fenicia. Nell’estate del 301 a.C. a Ipso, presso la città frigia di Sinnada, Demetrio e Antigono affrontarono in campo aperto l’armata combinata, ma ebbero la peggio e il Diadoco ormai ottantenne trovò la morte combattendo. Demetrio non poté far altro che fuggire a Efeso e fare affidamento sui suoi limitati domini ciprioti, nonché sulla potente flotta, rimasta integra.
Al momento della spartizione del primo regno antigonide, mentre Cassandro riotteneva il primato in Grecia e Lisimaco si assicurava gran parte dell’Asia Minore fino al Tauro, nacque l’annosa questione della Celesiria che per i secoli successivi avrebbe contrapposto le case di Seleuco e Tolomeo. Quest’ultimo non volle cedere i territori di Palestina e Fenicia, corrispondenti appunto alla Celesiria, sebbene negli accordi di pace si fosse stabilito che tutta la Siria, compresa la parte meridionale occupata allora dall’armata tolemaica, fosse annessa al regno di Seleuco, dato che Tolomeo non aveva svolto un ruolo attivo nella campagna di Ipso. Seleuco non volle intervenire militarmente e per il momento la regione contesa entrò a far parte dei domini egiziani.
Alla fine del IV secolo a.C. dunque il regno di Tolomeo I Sotér comprendeva una vasta area di continuità territoriale che andava dalla Cirenaica alla Fenicia estendendo il suo potere a tutta la valle del Nilo fino alla Nubia, alla Palestina, Giudea e Idumea, ai territori asiatici d’oltremare di Caria, Licia, Pamfilia, Pisidia e alle isole di Cos e Samo. Erano inoltre importanti basi navali l’isola di Thera, Methana sul golfo saronico, isola di Keos presso la costa attica e Maronea nel nord della Grecia. Durante la campagna del 302 a.C. Tolomeo occupò stabilmente Damasco e Gerusalemme, che rimase sotto controllo egiziano fino alla battaglia di Panion nel 201 a.C., in Fenicia prese Arado, mentre le altre città costiere restavano sotto il controllo di Demetrio. A tutte queste regioni fu esteso il sistema di governo istituzionalizzato in Egitto, il territorio venne amministrato da governatori militari con guarnigioni stanziate nei principali centri urbani, e fu sottoposto alla distribuzione delle cleruchie come lungo la valle del Nilo, a riprova della grande importanza che assumeva l’aspetto difensivo in seno alla politica tolemaica.

La stabilizzazione dei domini mediorientali


La sconfitta di Demetrio e la riduzione del suo potere non impedirono all’Antigonide di concentrare i suoi sforzi per la rivincita. Dopo il fallimento di una breve alleanza con Seleuco in occasione della disputa con Tolomeo per la Celesiria, il Poliorcete iniziò a volgere i suoi interessi verso la Grecia e la Macedonia. La pericolosità di un rinnovato potere territoriale antigonide era ovviamente percepita da Tolomeo I e resa più grave dal neonato contrasto con Seleuco. Il sovrano lagide procedette quindi con una politica di alleanze matrimoniali fra la sua casa e quelle di Lisimaco e Cassandro, acquistando inoltre notevole prestigio in Grecia, ma si impegnò anche nella restaurazione sul trono d’Epiro del giovane Pirro, dopo la morte di Cassandro nel 298 a.C., per poter contare su un regno alleato capace di limitare il potere della Macedonia.
Nel 297 a.C. infatti Demetrio, dopo la morte prematura di Filippo IV, figlio di Cassandro, si ingerì nelle lotte di successione fra i due pretendenti, Antipatro e Alessandro, prendendo le parti di quest’ultimo. Il Poliorcete agì nel 295 a.C. in Celesiria facendo occupare Samaria dalle sue forze, mentre in Grecia riportò il duplice successo di occupare Atene e, bloccandone il Pireo, di prevenire Tolomeo, che tentò invano di portare soccorso alla città. Il fallimento del Lagide fu un duro colpo per il suo prestigio e la dimostrazione che non aveva ancora un sicuro controllo dei mari. Tolomeo I tuttavia, facendo sì che Pirro minacciasse da ovest la Macedonia, era riuscito a riconquistare Cipro prima della resa di Atene, recuperando anche il primato presso la Lega degli Isolani. Nel 294 a.C., dopo l’uccisione di Alessandro, Demetrio fu acclamato re di Macedonia dall’assemblea dell’esercito, ridando così alla sua corona senza terra un prestigioso regno.
La sovranità di Demetrio sulla penisola ellenica preoccupava notevolmente i Diadochi, quindi per iniziativa di Lisimaco, intorno al 290 a.C., fu ricostituita la coalizione del 302 a.C., con la variante di Pirro al posto di Cassandro. Da tali eventi scaturì una guerra, l’ultima per il Poliorcete, combattuta su suolo greco e nel Mediterraneo orientale, in occasione della quale la Macedonia fu invasa da Pirro e Lisimaco, e nel 287 a.C. Atene insorse grazie all’aiuto della flotta tolemaica. Nello stesso anno Demetrio stabilì un accordo di pace con l’Egitto, conservando alcune fortezze in Grecia, riconoscendo la libertà ad Atene e la sovranità di Tolomeo sulla Lega degli Isolani e sulla base navale di Andros. Nel 286 a.C. il Lagide riuscì infine a conquistare i porti fenici di Tiro e Sidone che insieme ad Arado, Berito e alle altre città costiere della Celesiria costituivano l’ultimo tassello per l’affermazione della talassocrazia tolemaica, tanto importante in vista della difesa e della prosperità del regno.
Tolomeo I si disinteressò quindi del destino di Demetrio, che nel 286 a.C. tentò di portare la guerra in Asia per colpire Lisimaco e Seleuco, ma fu quest’ultimo che nel 285 a.C. riuscì a catturarlo e a ridurlo in una dorata prigionia ad Apamea di Siria. Nell’estate del 283 a.C. il Poliorcete morì di malattia e il principe fenicio Filocle, comandante delle sue poderose squadre navali nel Mediterraneo orientale, si consegnò a Tolomeo I, confermando la sovranità egiziana su Tiro e Sidone.
Nel 283 a.C. Tolomeo I dunque senza colpo ferire poté aggiungere la flotta che era stata degli Antigonidi alle sue già consistenti forze navali, ma morì in quell’anno stesso mentre si accingeva ad assistere allo scontro decisivo che si profilava all’orizzonte fra Seleuco e Lisimaco. Tolomeo I lasciava così a suo figlio Tolomeo II un reame prospero, con 14800 talenti in attivo nelle casse dello stato e due città di nuova fondazione, Tolemaide nella regione di Tebe e Tolemaide di Cirenaica, ma soprattutto ben difeso sia dal punto di vista militare sia da quello strategico-territoriale.

La potenza mediterranea di Tolomeo II Filadelfo


Nel 285 a.C. il vecchio Tolomeo I aveva associato al trono il figlio natogli dal matrimonio con Berenice, l’ultima delle sue tre mogli. Il giovane, poco portato per l’arte militare, era in compenso un abilissimo affarista e soprattutto coltissimo, in seguito all’educazione di prim’ordine ricevuta ad Alessandria per volontà del padre. Fu infatti Tolomeo II che durante i suoi quarant’anni di regno dette il maggior impulso allo sviluppo internazionale degli studi coltivati presso la Biblioteca e il Museo di Alessandria, ornando così la memoria della casa dei Lagidi non solo con il prestigio politico, ma anche con la gloria del sapere e della trasmissione della tradizione culturale ellenica.

Il primo decennio di regno e la talassocrazia lagide


Coerentemente con le proprie inclinazioni, Tolomeo II inaugurò il suo lungo regno con un periodo di pace e, come già aveva fatto suo padre, stette in vigile osservazione degli eventi internazionali. La contesa fra Lisimaco e Seleuco infatti giunse a conclusione nel 281 a.C., quando il secondo riuscì a sconfiggere il primo nell’ultima grande battaglia dell’età dei Diadochi, sulla piana di Curupedion, in Siria a nord di Magnesia sul Sipilo.
Lo sviluppo degli eventi tenne ancora più all’erta il nuovo sovrano d’Egitto, allorché il fratellastro, Tolomeo Cerauno, figlio del Sotere e della seconda moglie Euridice, privato della successione al trono lagide, si mise al servizio di Lisimaco. Dopo Curupedion riuscì con l’inganno a ottenere prima la fiducia di Seleuco e poi, nel 280 a.C., uccidendo quest’ultimo, ebbe il trono di Macedonia per acclamazione dell’armata. Così, in breve tempo un Lagide dalle virtù machiavelliche seppe espellere dalla scena politica internazionale l’ultimo degli etaíroi di Alessandro Magno e a cingerne la corona, escludendo anche dalla successione il giovane Antigono Gonata, figlio di Demetrio Poliorcete.
La minaccia che si profilava all’orizzonte per l’Egitto al momento in cui Tolomeo Cerauno esiliò la sorellastra Arsinoe, già moglie di Lisimaco, batté per mare Antigono e strinse alleanze con Pirro e col successore di Seleuco, Antioco I, fu sventata dalla morte prematura del re di Macedonia nel 279 a.C., durante una campagna sul confine settentrionale del regno per contrastare un’invasione di tribù celtiche. Nello stesso anno, mentre veniva stabilita una testa di ponte tolemaica a Mileto, Arsinoe tornò in Egitto presso il fratello Tolomeo II e, riuscendo a far esiliare la prima moglie di questo, Arsinoe I figlia di Lisimaco, sposò il sovrano d’Egitto, alla maniera degli antichi Faraoni, salendo al trono con il nome di Arsinoe II nel 278 a.C.; in occasione di queste nozze entrambi i sovrani assunsero l’appellativo di Philádelphos.
La politica estera di Tolomeo II mirò alla conservazione dell’assetto stabilito fin dai tempi degli accordi di Triparadiso, conservando ben inteso il controllo della Siria meridionale e di tutti i domini d’oltremare conquistati dal Sotér. Il Lagide inoltre mantenne sempre un atteggiamento filoepirota e condusse in Grecia un’attività diplomatica antimacedone, per contenere l’espansionismo di un trono per ora vacante, ma comunque sempre pericoloso per l’Egitto. Artefice di questa politica egemonica fu anche e soprattutto Arsinoe II, che seppe materialmente operare in tutto il Mediterraneo orientale espandendo e portando al massimo sviluppo la talassocrazia egiziana, mentre i Greci prima e Antioco di Siria poi dovevano far fronte all’invasione dei Celti, responsabili della morte del Cerauno e sconfitti infine nel 274 a.C. dallo stesso Antioco I nella cosiddetta battaglia degli elefanti.
Nel 276 a.C. ebbe fine il vuoto di potere in Macedonia e, fra lotte per la successione e sforzi per contenere l’invasione celtica, Antigono II Gonata riuscì a cingere la corona che era stata di suo padre. Aveva così inizio una nuova fase della storia ellenistica, in cui non solo era definitivamente scomparsa l’idea di unità imperiale, ma erano anche scomparsi tutti i protagonisti delle lotte di spartizione. Il secondo quarto del III secolo a.C. vedeva profilarsi a poco a poco una tendenza all’equilibrio dei poteri e dei domini delle monarchie, ma anche l’attività di una nuova generazione di sovrani che in un modo o nell’altro erano il frutto di una formazione culturale rinnovata e particolarmente indirizzata all’educazione di chi un giorno avrebbe dovuto prendere le redini di un regno. Non a caso Teocrito nel 270 a.C., alla fine della Prima Guerra Siriaca, con l’Idillio XVII cantava la grandezza di Tolomeo II, frutto della benedizione di Zeus e di Apollo, e ne enumerava i possedimenti[16]

La questione siriaca


Una politica internazionale di equilibrio in questo periodo non significava una politica di pace. Fin dal 280 a.C., quando Antioco I salì al trono, la rivalità fra Seleucidi e Tolomei si manifestò nella cosiddetta Guerra di Caria, un conflitto scoppiato per la successione al trono di Seleuco che ne contrappose il figlio ad una coalizione costituita da Tolomeo II, Antigono Gonata, le póleis della Propontide e del Ponto Eusino, i regni di Bitinia e Cappadocia, resisi autonomi all’inizio del secolo. Le notizie su questa guerra sono frammentarie, tuttavia essa si concluse nel 279 a.C., lasciando evidentemente Antioco I sul trono, senza un nulla di fatto per i coalizzati.
Il primo grande scontro fra Antioco I e Tolomeo II si aprì nel 274 a.C. a causa della questione ormai endemica della Celesiria, sebbene il Lagide dovesse anche tener d’occhio Antigono Gonata che, con il possesso di Corinto, Calcide e Demetriade di Tessaglia, rappresentava una virtuale concorrenza egea alla talassocrazia tolemaica. La Prima Guerra Siriaca tuttavia rappresenta l’esito di un problema vitale per la politica di confine fra il regno seleucide e quello tolemaico, in quanto la Celesiria era una regione fondamentale per il regno d’Egitto, come si è già detto, non solo in termini di strategia territoriale, ma anche in ragione delle sue ricchezze e potenzialità commerciali e navali. Le stesse ragioni muovevano Antioco I alla riconquista di un territorio tanto importante e considerato seleucide per diritto fin dai tempi di Ipso[17].
Il conflitto si protrasse fino al 270 a.C., ma dei territori tolemaici di Siria e Fenicia, Antioco I riuscì a conquistare solo la città di Marato a causa del controllo assoluto dei mari da parte egiziana, che si manifestò in particolare con una grande spedizione navale nel Ponto.
Il Seleucide infine costrinse Tolomeo II alla pace, dopo averlo colpito in uno dei suoi domini esterni prossimi all’Egitto, appoggiando cioè nel 272 a.C. l’insurrezione del governatore di Cirene, Magas figliastro di Tolomeo I. Durante la guerra fu attivissima Arsinoe II, che morì un anno dopo la pace, tuttavia nel 270 a.C. la regina e il suo sposo-fratello furono celebrati come theoì sotêres, divini protettori dell’Egitto, e soprattutto come vincitori in occasione della grande pompé militare di Alessandria, per cui Teocrito compose il già citato Idillio XVII.

Il confronto con la Macedonia


L’altro comprensorio caldo per la politica tolemaica corrispondeva alla Grecia e all’Egeo. Il virtuale contrasto con Antigono Gonata ben presto divenne reale allorché il sovrano macedone, tentando di ricostituire il potere navale di suo padre Demetrio, entrò in conflitto con la Lega degli Isolani, perno della talassocrazia tolemaica. Nei due anni che separano la fine della Prima Guerra Siriaca da quella detta Cremonidea, Tolomeo II operò con la sua diplomazia in Grecia per far insorgere le póleis legate alla Macedonia da tirannidi sostenute dall’Antigonide e riuscì nel 268 a.C. a far dichiarare guerra ad Antigono da parte di numerosi suoi alleati peloponnesiaci, fra cui anche Areo, re di Sparta. Alla coalizione si aggiunse Atene, spinta dalle parole di un magistrato, Cremonide, che diede nome al conflitto.
Tolomeo II da parte sua inviò fin dal 267 a.C. le squadre navali egiziane nelle acque greche, limitando parecchio la strategia macedone con il blocco del golfo Saronico, e in Attica furono stabiliti numerosi punti fortificati dall’armata tolemaica. Tuttavia due anni dopo la superiorità dell’esercito macedone di Antigono Gonata si manifestò in campo alla battaglia di Corinto, in occasione della quale cadde combattendo Areo di Sparta nel tentativo di forzare il blocco del Peloponneso e privare il nemico della chiave corinzia che lo separava da Atene. Una ragione decisiva per il fallimento spartano fu anche la lentezza di Patroclo, il comandante della flotta tolemaica, che non sbarcò in tempo un contingente peloponnesiaco in Attica per poter attaccare i Macedoni su due fronti.
Nello stesso 265 a.C. Antigono, dopo aver battuto una parte della coalizione si volse verso Atene e la pose sotto assedio, senza che Tolomeo II intervenisse con la flotta per forzare il blocco. La stretta macedone durò circa tre anni e nel 262 a.C., quando la flotta tolemaica era impegnata nell’occupazione di Efeso, Atene capitolò e passò sotto il dominio di un governatore macedone con due guarnigioni stanziate rispettivamente al Pireo e sulla collina delle Muse.
Ultimo atto della Guerra Cremonidea, condotta da Tolomeo II senza grandi dispendi di forze su suolo greco, fu la sconfitta della flotta egiziana alla battaglia navale di Cos, combattuta probabilmente nel 261 a.C. e conseguente alla poca lungimiranza del Lagide nell’abbandonare a se stessi gli alleati greci durante le operazioni terrestri, che permisero ad Antigono Gonata non solo di mantenere il controllo della penisola ellenica, ma anche di rafforzare quello sull’Egeo[18].
Risale al periodo della Guerra Cremonidea l’occupazione tolemaica di Itanos, nella parte orientale dell’isola di Creta, e la creazione in tal modo di una nuova base navale fra le acque dell’Egeo e del Mediterraneo orientale. Nella stessa isola infine la città di Gortina e numerosi altri centri erano legati ad Alessandria da vincoli diplomatici e di alleanza.

La Seconda Guerra Siriaca


Il successo alla fine della guerra cremonidea permise ad Antigono Gonata di concepire una strategia internazionale che mirasse al cuore della talassocrazia tolemaica. Innanzitutto potenziò la sua flotta per assumere il controllo dell’Egeo, poi strinse un’alleanza con Antioco II Théos, salito sul trono seleucide nel 261 a.C., dopo la morte del padre Antioco I. I programmi dell’Antigonide e del Seleucide convergevano sul comune interesse del ridimensionamento della forza egiziana, quindi, mentre Antigono si impegnava nell’Egeo, Antioco nel 260 a.C. lanciò un’offensiva nella Siria meridionale, tentando di rioccupare la solita area di confine fra i due regni. Gli alleati riuscirono inoltre ad attuare un’altra classica componente delle aggressioni esterne all’Egitto, ossia l’insurrezione di Cirene, ancora sotto il controllo di Magas, insurrezione che fu sedata soltanto nel 246 a.C.
Gli eventi della guerra sono poco documentati, tuttavia è noto che l’impegno marittimo della Macedonia costò a Tolomeo II la perdita del primato presso la Lega degli Isolani nel 255 a.C. e il controllo di parecchi territori d’oltremare in Ionia, Pamfilia e Cilicia, per il fatto che la lotta sul fronte siriaco costringeva le forze terrestri e navali tolemaiche a frammentarsi su più fronti.
Antioco II seppe sfruttare la debolezza egiziana in Asia e nel 258 a.C. riconquistò Efeso e Mileto, tuttavia Tolomeo, da abile diplomatico qual era, concluse una pace separata con Antigono Gonata nel 255 a.C., infrangendo l’alleanza fra l’Antigonide e il Seleucide e potendo rivolgere tutte le sue forze contro quest’ultimo. La guerra proseguì ancora per due anni, ma alla fine Antioco II e Tolomeo II decisero di cessare le ostilità e nel 252 a.C. consolidarono il nuovo equilibrio con il matrimonio fra Berenice Syra, figlia di Tolomeo II, e lo stesso Antioco II. La soluzione di compromesso tentò di definire l’annosa questione della Celesiria, poiché la ricca dote portata in pegno da Berenice Syra consisteva evidentemente in gran parte delle rendite della regione, pur rimanendo la stessa in possesso tolemaico.

Dal 253 a.C. al 246 a.C.


Gli ultimi anni del regno di Tolomeo II furono caratterizzati da un grande incremento degli studi e delle arti ad Alessandria grazie alla volontà del sovrano di mantenere comunque la pace. Egli tuttavia, in vista sempre di futuri sviluppi bellici, promosse nel 250 a.C. una spedizione in Africa orientale per il reperimento di elefanti da guerra e soprattutto perseguì una politica di contenimento della Macedonia.
Il duro colpo nel Mediterraneo orientale fece comprendere a Tolomeo che il poco interesse da lui dimostrato per l’area durante gli anni giovanili aveva indebolito comunque la strategia difensiva tolemaica e le fonti di approvvigionamento esterne al regno. Il sovrano iniziò quindi, fin dal 253 a.C., a pace già conclusa con Antigono, a riconoscere l’indipendenza di Corinto, insorta in quell’anno sotto la guida di Alessandro, nipote del re di Macedonia, che sottrasse allo zio anche la Calcide e l’Eubea. Nel 251 a.C. l’Egitto iniziò poi a finanziare la Lega Achea, nata nel 280 a.C. e ostile all’Antigonide, quindi con l’anno successivo Tolomeo II recuperò il controllo navale dell’Egeo.
Nel gennaio del 246 il re morì ad Alessandria lasciando il trono al figlio Tolomeo III Evergete e nell’agosto dello stesso anno venne meno anche Antioco II.

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Note


[1] Arriano (1993), p. 112 = F. Gr. Hist. n. 156, Phot. Bibl. 92 p. 69 a 1, (5). Per l’illustrazione delle vicende storiche dell’età ellenistica, ampia e ricca di notizie fra le quali si possono reperire tutte quelle relative al regno tolemaico dal 323 a.C. al 31 a.C., Bevan 1934; Arborio Mella 1976, pp. 293-381; Will 1982; Walbank 1983, pp. 47-61, 105-128, 241-266; Bengston 1989, pp. 137-343; Green 1990, pp. 1-51, 80-91, 119-154, 187-200, 248-265, 286-311, 336-361, 414-452, 497-565, 647-682; Montevecchi 1997, pp. 413-462; Shipley 2000, pp. 33-58, 192-234, 368-399; Hölbl 2001; Grainger 2002; Musti 2004, pp. 489-603.
[2] Arriano (1993), p. 116 = F. Gr. Hist. n. 156, Phot. Bibl. 92 p. 69 b 34, (34). Per le assegnazioni di Triparadiso Arriano (1993), p. 30.
[3] Montagu 2000, p. 111.
[4] Si indicano i riferimenti bibliografici più significativi in merito all’argomento e alle varietà di fanteria, cavalleria e corpi specializzati, descritte di seguito, con referenze anche all’armata tolemaica, illustrate oltre nello stesso paragrafo. Lesquier 1911; Tam 1930; Griffith 1935; Momigliano 1935; Bikerman 1938; Preaux 1939; Adcock 1957; Andronikos 1970; Garlan 1974, pp. 204-207; Bar Kochva 1976; Warry 1980, pp. 68-108; Leveque 1985; Launey 1987; Lissarrague 1990; Sekunda 1994; Sekunda 1995; Ashley 1998; Bettalli 1998; Warry 1998, pp. 90-143; Garlan 1999, pp. 96-98, 106-114; Hanson 1999, pp. 165-203; Markle 1999a; Markle 1999b; Le Bohec Bouhet 2000; De Bono 2001, pp. 49-67; Anglim e A. 2002, pp. 28-41, 46-54, 125-132, 150-156; Brizzi 2002, pp. 18-24, 99-107; Legras 2004, pp. 81-96; Musti 2004, pp. 546-552; Sekunda-Warry 2004; Warry 2004; Chaniotis 2005; Todd Carey 2005, pp. 64-89.
[5] Sulla falange e l’armamento oplitico Warry 1980, pp. 34-39, 46-47, 67; Courbin 1985; Detienne 1985; Finley 1985; Mossé 1985; Vidal Naquet 1985; Hanson 1990; Marinovic 1992; Bettalli 1998; Warry 1998, pp. 46-49, 60-63, 80-85; Anderson 1999; Garlan 1999, pp. 93-96; Hanson 1999, pp. 48-79; Krentz 1999; Ducat 2000; Prost 2000a; Sekunda 2000; Anglim e A. 2002, pp. 17-28, 32; Brizzi 2002, pp. 14-18, 99-107; Sekunda-Hook 2002; Frediani 2005, pp. 37-69; Todd Carey 2005, pp. 37-63.
[6] Sul significato e il valore della guerra in età ellenistica si veda Boffo 2008, fondamentale studio dal punto di vista critico già edito in Greci 1998.
[7] Sul tema della figura del re in epoca ellenistica si veda Virgilio 2008, già pubblicato in Greci 1998, che affronta ampiamente tutte le caratteristiche della regalità di quel tempo.
[8] Sekunda 1994, p. 12, Sekunda 1995, p. 72.
[9] Callimaco (1993), Ad Apollo, vv. 25 sgg, p. 14; Teocrito (1992), xvii , Encomio di Tolemeo, vv. 77 sgg., pp. 208-210.
[10] Walbank 1983, pp. 105-118; sull’argomento vedere anche Shipley 2000, pp. 205-207.
[11] Montagu 2000, pp. 113-114.
[12] Sulla marineria ellenica e in particolare su quella dell’età ellenistica danno ampie informazioni, con bibliografia esaustiva, Taillardat 1985; Coates 1994; Morrison 1995, pp. 66-77; Montevecchi 1997, pp. 455-462; Garlan 1999, pp. 138-155.
[13] Sull’assedio di Rodi e sul ruolo di Tolomeo I nella vicenda Garlan 1992 e Bentley Kern 1999, pp. 237-248, in cui è raccolta la bibliografia precedente.
[14] La tematica trattata in modo estremamente sommario in questo paragrafo è stata sintetizzata in ogni suo aspetto, sia poliorcetico sia architettonico militare, in Sconfienza 1999, Sconfienza 2005, pp. 3-19, a cui si rimanda per l’acquisizione della bibliografia completa. Quanto alla bibliografia più significativa vedere Marsden 1969, Garlan 1974, Bentley Kern 1999, Russo 2002, Russo 2004, Campbell-Hook 2005.
[15] Nel Libro V, 4, 22 dell’Anabasi, Senofonte (1993), pp. 281-283, per esempio, viene descritto l’inizio dell’assalto da parte dei mercenari greci alla cosiddetta Metropoli dei Mossineci:
[…] L’indomani celebrarono un sacrificio che diede responso favorevole. Quindi, dopo aver fatto colazione, si schierarono incolonnati e disposero sulla sinistra i barbari con lo stesso assetto, S’incamminarono, tenendo gli arcieri all’interno delle schiere [incolonnate], un po’ arretrati rispetto alla linea degli opliti
(trad. A. Barabino)
[16] Teocrito (1992), xvii, Encomio di Tolemeo, vv. 73-116, pp. 208-210:
[…] a Zeus Cronide / stanno a cuore i sovrani di rispetto /ed eccelle tra tutti chi gli è caro / fin dal primo momento della nascita. / Molti beni possiede, molte terre / e molti mari sotto il suo dominio. / Territori a migliaia ed a migliaia / esseri umani fanno prosperare, / con la pioggia benefica di Zeus, / i seminati, ma nessuna terra / tanto produce quanto il pianeggiante / suolo d’Egitto, quando straripando / l’arida zolla ammorbidisce il Nilo, / e nessuna possiede un tale numero / di città dove gli uomini son abili / nel compiere il lavoro. Son trecento / le città edificate e poi tremila, / oltre le trentamila, e poi due triadi / e poi ancora tre enneadi e Tolemeo / sopra tutte governa da sovrano. / E dei Fenici e dell’Arabia ha parte / e inoltre della Siria e della Libia / e degli Etiopi ed impone / il suo volere a tutta la Panfilia / e ai guerrieri Cilici e ai Lici e ai Cari, / amanti della guerra, ed alle Cicladi, / poiché fanno la rotta sopra le acque / le sue navi superbe e su ogni mare / sui continenti e i fiumi risonanti / Tolemeo regna e intorno gli si affollano / cavalieri in gran numero e soldati che portano lo scudo, ricoperti di scintillante bronzo. E per ricchezza / può superare tutti gli altri re, / tanta ogni giorno gliene viene in casa / in abbondanza da ogni parte. I popoli / tranquillamente attendono al lavoro, / nessun nemico a piedi varca il Nilo, / popolato di mostri, per levare / il grido ostile nelle terre altrui; / dalla veloce nave sulla riva / nessuno salta armato di corazza / contro le mucche egizie a portar guerra, / un eroe tale, il biondo Tolemeo, / nelle vaste pianure ha la sua sede, / esperto nello scuotere la lancia. / A cuore ha soprattutto la custodia / dei beni di suo padre, come deve / un valente sovrano, ma egli stesso / accresce la ricchezza. Nella casa / ricca di beni l’oro non rimane / non impiegato, come la ricchezza /delle formiche sempre affaticate, / ma le dimore eccelse degli dèi / ne ricevono molto; egli vi manda, / con altri doni, sempre le primizie; / molto viene donato ai re valenti / e molto alle città, molto ai compagni / di insigni qualità. Non giunse mai / ai sacri agoni di Dioniso / un uomo / che sa intonare il melodioso canto / di cui non premiò l’arte con un dono / degno di lui. I profeti delle Muse / cantano il generoso Tolemeo […]
(trad. V. Gigante Lanzara)
[17] Sull’importanza della Siria e della Celesiria nel panorama politico del mondo d’età classica ed ellenistica e sulla loro amministrazione fra Lagidi e Seleucidi si veda Rossi 2008.
[18] La datazione della battaglia di Cos è comunque discussa, in quanto sulla scorta della bibliografia precedente i vari autori attribuiscono lo scontro ad eventi bellici diversi; per esempio il Green colloca la battaglia nel 261 a.C. durante la Guerra Cremonidea (Green 1990, p. 147), l’Arborio Mella sempre durante la stessa guerra, ma nel 258 a.C. (Arborio Mella 1976, p. 316), il Montagu nel 246 a.C. alla fine della Terza Guerra Siriaca (Montagu 2000, p. 117), il Musti nel 255 a.C. durante la Seconda Guerra Siriaca (Musti 2004, p. 523).

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