Ricerche e Studi di Archeologia e Architettura Militare


Vai ai contenuti

Menu principale:


Teoria e pratica d’assedio. Vicende e conduzione dell’attacco a Torino nel 1706 - Seconda Parte

Pubblicazioni > Articoli e contributi > Età Moderna

da V. BARBERIS, D. DEL MONTE, R. SCONFIENZA (a cura di), L'armata reale di Francia all'assedio di Torino del 1706, Atti della giornata di studi, 2 dicembre 2006, presso l'Istituto Quintino Sella di Torino, "Annales Sabaudiae. Quaderni dell'Associazione per la Valorizzazione della Storia e Tradizione del Vecchio Piemonte", 3, 2006, numero monografico, pp. 89-172

Roberto Sconfienza

TEORIA E PRATICA D'ASSEDIO
VICENDE E CONDUZIONE DELL'ATTACCO A TORINO NEL 1706
- SECONDA PARTE -

ILLUSTRAZIONI

IndietroPlayAvanti

Il testo segue dalla pagina:
Teoria e pratica d'assedio. Vicende e conduzione dell'attacco a Torino nel 1706 - Prima Parte


TESTO - 2a PARTE


La terza parallela


Durante la notte fra il 19 e il 20 giugno 1706 dalla seconda parallela furono aperti in avanti sui prolungamenti degli assi capitali del San Maurizio, della mezzaluna del soccorso e del Beato Amedeo tre approcci «à crochets», secondo la regola che il Vauban stabiliva di seguire fin dalla fase di «ouverture de la tranchée»[91]. Ben presto iniziò anche il fuoco dalle batterie di cannoni e mortai davanti al centro della seconda parallela (B4, B5 e M2), ma fu necessario interrompere l’approccio verso la mezzaluna per sgombrare il campo di tiro. Sebbene i difensori avessero tentato due sortite nelle notti fra il 20 e il 22 giugno sull’estrema destra dell’attacco, i Francesi erano giunti il 23 a 80 passi dal saliente del Beato Amedeo e dalla freccia dell’opera a corno[92], mentre ad est della ridotta R6 fu aperto un tratto di trincea per preparare l’installazione di una nuova batteria (B6)[93], destinata al tiro «à ricochet», e per demolire l’artiglieria dei difensori, prendendo d’infilata il cammino coperto e la faccia destra della controguardia del Beato Amedeo, ma anche, se possibile, battere a rovescio la faccia destra della controguardia del San Maurizio. Alle spalle della nuova batteria fu poi realizzata in appoggio, durante la notte fra il 24 e il 25 giugno, un’altra ridotta (R7)[94].

§ Règles e batterie à ricochet

Si sono già illustrati precedentemente i fini e il funzionamento del tiro a ricochet, nonché il valore che dava il Vauban a questo impiego dell’artiglieria, tanto da intendere come tali tutte le batterie di cannoni d’assedio fino all’impianto di quelle di breccia sul cammino coperto.
Si può sottolineare ancora l’insistenza del maresciallo sulla necessità di utilizzare pratica e buon senso durante l’attuazione di questi tiri, tenendo presente che ogni posizione scelta per una batteria a ricochet avrebbe richiesto una sua specifica calibratura del tiro, un utilizzo vario e particolare dei cunei da mira, per regolare ogni volta il giusto alzo della bocca da fuoco, tenendo presente che la palla a ricochet, per smontare le batterie nemiche sulle piazze dei bastioni o delle opere avanzate, doveva saltare i parapetti alla quota dei fascinoni che i difensori sovrapponevano ad essi come riparo a piena altezza. Altrettanto importante per un esito efficace era l’impiego della giusta quantità di polvere, per cui il Vauban, nella Planche IV del Traité, dava le misure varianti di capacità da porre in relazione alle libre del cannone in uso. Quanto alla punteria si poteva tenere presente una proporzione di base per cui su una distanza di 350 tese (m. 680 ca.) fra il pezzo e l’obiettivo, coincidente con il bordo del parapetto delle fortificazioni avversarie, la verticale da quest’ultimo alla retta in bolla, che rappresentava geometricamente la distanza suddetta, doveva misurare 15 tese (m. 30 ca.). Individuato l’alzo corretto la batteria a ricochet, composta da 5 a 10 cannoni, doveva continuare a tirare ad intervalli regolari con costanza e inesorabilmente, così da impedire nel migliore dei casi la frequentazione delle opere battute e il riassetto dei pezzi smontati[95].

§ Il bombardamento di San Giovanni

Durante la prosecuzione dei lavori per la terza parallela, giunti agli ultimi giorni di giugno, il comando francese prese un’altra decisione di grave portata, confacente alla visione complessiva che il La Feuillade aveva della guerra ossidionale e del caso specifico dell’assedio di Torino. L’ampio fronte di batterie antistanti la seconda parallela (da B1 a B5 e M 2) fu predisposto per attuare un grande bombardamento nel giorno di San Giovanni, patrono di Torino, il 24 giugno 1706. 60 cannoni da 24 libre, 3 da 12, 3 da 8 e 34 mortai costituivano l’ammontare delle bocche da fuoco e il vanto del d’Houville, il quale per l’occasione scrisse al ministro Chamillart dicendo che
[…] M. de la Feuillade a bien voulu me laisser maître de ne tirer ces batteries que toutes à-la-fois: c’est la plus belle ligne de feu que j’aie encore établie. Il n’y a pas une seule de ces batteries dont on ne doive attendre un très-grand effet, de la manière dont je suis convenu avec les ingénieurs de les placer; et j’ai tout lieu d’espérer que, travaillant ensemble de bonne intelligence comme nous sommes, le roi sera bien servi […][96]
Ci si stava dunque preparando ad un bombardamento «à la Cohorn», così tanto desiderato dal La Feuillade fin dal 1705 e altrettanto osteggiato dal Vauban[97], che non avrebbe forse contestato il posizionamento di queste batterie, ma sicuramente l’uso che se ne voleva fare. Quando il 24 giugno l’artiglieria francese iniziò a tuonare tutta insieme, alla presenza del La Feuillade, tornato apposta a Torino dal Piemonte occidentale e dal confronto con il duca di Savoia, gli ingegneri e gli artiglieri ebbero modo di constatare subito che la ragione stava dalla parte del vecchio maresciallo di Vauban. Infatti le controguardie aggiunte davanti ai bastioni, ma anche la presenza di un secondo cammino coperto, avanzato nella campagna rispetto al primo, coprivano la cittadella con un defilamento eccellente; i cannoni francesi anche ad alzo minimo non riuscivano a colpire le fortificazioni, ma i proiettili, saltavano i parapetti, lasciandoli quasi intatti, e andavano a colpire piuttosto l’abitato urbano o gli edifici della cittadella, senza mai aprire il minimo accenno di brecce. L’effetto era ovviamente tale perché i cannoni, secondo il metodo del Coehoorn, sparavano a carica piena, quando forse utilizzati a ricochet, pur non trovandosi in una posizione ottimale per infilare i cammini delle fortificazioni con tiri a carica ridotta, avrebbero potuto fare maggiori danni sulle piazze delle opere permanenti. Non solo, ma a mezzogiorno la concentrazione del fuoco di controbatteria su una postazione francese mise fuori combattimento sei dei suoi dieci pezzi[98].
Eppure il comandante francese era convinto del buon esito del bombardamento e che ben presto la sua superiorità di fuoco, sebbene i difensori ne avessero dimostrato una quasi pari, avrebbe avuto ragione della controbatteria. Rimanendo in attesa del Vallière, il La Feuillade aveva intenzione di dare inizio all’attacco di mina, ma nel frattempo il grande bombardamento doveva proseguire[99].
Così avvenne fino alla fine del mese, quando il marchese di Chamarande, preposto alla direzione dell’assedio in assenza di La Feuillade, decise di interrompere il bombardamento, constatando «qu’il n’est pas possible de ruiner entièrement les défenses des bastions, que les contregardes couvrent»[100] e confermando, se ancora ci fossero dei dubbi, che l’idea originaria era proprio quella di infrangere le difese della cittadella «à la Cohorn». Piuttosto sembrava opportuno tornare a seguire le règles, sicché l’ufficiale aggiungeva nella sua lettera a Chamillart:
[…] j’ai pris le parti de deminuer notre feu de canon et de songer à avancer nos travaux, que je compte protéger particulièrement par nos bombes, par une grande quantité de pierres et par des batteries à ricochet qui voient de revers les chemins couverts […][101],
perché, secondo Chamarande, non era possibile prendere Torino se non «par la sape et par la mine»[102]. I migliori effetti a partire dal 28 giugno si ebbero grazie all’intensificazione del tiro dei mortai di M2 e dall’inizio del tiro a ricochet della batteria B6 sulla destra dell’attacco.

§ L’avanzamento della terza parallela e le règles

L’avanzamento della trincea non si era arrestato e fin dalla notte fra il 24 e il 25 giugno fu aperta la terza parallela, partendo dall’approccio sulla capitale del San Maurizio alla distanza dalla punta del medesimo di circa 450-460 metri. La direzione delle sapes della terza parallela fu dupplice verso la destra del poligono e verso la balza di Valdocco, mentre venivano costantemente portati in avanti i crochets dei tre attacchi alla cittadella. La notte fra il 26 e il 27 giugno fu quella in cui venne praticamente completato il tratto della terza parallela dall’approccio alla mezzaluna del soccorso a quello dell’opera a corno, comprendendo anche l’attacco al San Maurizio. I lavori procedevano con costanza, ma solo di notte e anche lentamente a causa del fuoco piemontese, preciso e illuminato dai «feux d’artifice». Gli approcci proseguivano la loro avanzata verso le fortificazioni, nel centro regolarmente a zig-zag, verso il Beato Amedeo con trincea raddoppiata a rami paralleli e in direzione della freccia dell’opera a corno, nonostante le sortite dei difensori. Alla fine del mese, nella notte fra 30 giugno e 1 luglio, venne aperto il tratto di terza parallela sull’avantglacis, ossia il secondo spalto avanzato, fra la mezzaluna del soccorso e il Beato Amedeo. I lavori di completamento della parallela lungo tutto il suo sviluppo durarono fino al 7 e 8 di luglio, sempre sotto il fuoco della piazza, mentre iniziavano i lavori di preparazione per le nuove batterie[103].
A proposito della terza parallela il Vauban ne indicava l’inizio mentre veniva ultimata la seconda e la garde de la tranchée avanzava per prendere posto in quest’ultima, lasciando nella prima soltanto la riserva[104]. La «troisième ligne» doveva assumere un andamento meno curvo delle precedenti, poiché si avvicinava maggiormente allo spalto e occoreva evitare i tiri d’infilata dalle opere estreme; bisognava inoltre aprire la parallela in avanti rispetto alla «seconde ligne» di circa 120 tese (m. 235 ca.), al massimo 140-145 (m. 270-280 ca.). Il Vauban aggiunge però che
[…] si la Garnison est forte et entreprenante, et que le Batteries à Ricochet ne puissent être employées, il faut s’approcher jusqu’à portée de la Grenade, c’est-à-dire à 13 ou 14 toises près des Angles saillans [del cammino coperto, scil., …][105]
Quindi, se normalmente la distanza dai salienti del cammino coperto poteva anche risultare di 20 tese (m. 40 ca.), nel caso di una resistenza intensa bisognava aprire la terza parallela a circa 25-27 metri dallo stesso punto di riferimento.
A Torino la distanza prescritta rispetto alla seconda parallela fu abbastanza rispettata raggiungendo i 300 metri circa davanti alla mezzaluna del soccorso, ma soltanto 190 dalla parte dell’attacco al San Maurizio. In questo settore fu necessario ridurre di circa un terzo le distanze per poter collegare la parallela all’approccio sull’opera a corno, che ancora una volta, per le ragioni già illustrate a proposito della seconda parallela, determinava un’asimmetria sul piano dell’attacco al poligono della cittadella, per quanto il crochet d’approccio al San Maurizio procedesse spedito, ignorando lo sviluppo della terza parallela.
Le discrepanze maggiori con le distanze regolamentate dal Traité si hanno piuttosto per lo spazio di terreno esistente fra la terza parallela e i salienti del cammino coperto, a fronte per altro di una resistenza determinata, come ipotizzava nel peggiore dei casi il Vauban. Infatti, ben lungi dai 25-27 metri teorizzati, la trincea distava dal saliente del cammino coperto della mezzaluna 185 metri circa e addirittura 395 dalla parte del San Maurizio. Bisogna comunque dire che la posizione della terza parallela soffriva per forza dell’arretramento dell’intero sistema di trincee, causato, come s’è detto precedentemente, dalla collocazione troppo indietro della controvallazione; in più va presa in considerazione l’esistenza del secondo cammino coperto che raddoppiava le distanze dal corpo di piazza e rispetto al quale comunque la terza parallela si trovava a circa 50 metri sull’attacco alla mezzaluna del soccorso e a 250 su quello del San Maurizio.
In sostanza la terza parallela davanti a Torino si trovava più o meno nella posizione della seconda parallela delle règles. Il fatto portava con sé delle conseguenze importanti sulla conduzione dell’assedio e sul dilatamento dei tempi, poiché la norma codificata considerava la terza parallela come un grande magazzino di materiali e forze per la preparazione dell’attacco al cammino coperto. Per tale motivo essa doveva essere perfezionata al meglio, con cura maggiore rispetto alle precedenti trincee, dotandola di robusto terrepieno ed agevole banchina di tiro, ma il suo eccessivo arretramento impedì a Torino tale utilizzo e determinò la necessità di aprire, come si vedrà oltre, una «demi-places-d’armes» dalla parte del San Maurizio, per riportare in pari la terza parallela davanti al poligono della cittadella, e una quarta parallela dopo la conquista del secondo cammino coperto.

§ Le batterie della terza parallela

Nonostante l’opinione negativa del marchese di Chamarande in merito al bombardamento «à la Cohorn», il primo luglio furono rialzate le piazze delle batterie della seconda parallela per riuscire a correggere l’alzo dei cannoni a misura dei parapetti delle controguardie e dei bastioni. I quotidiani effetti positivi del ricochet all’estrema destra dell’attacco indussero gli ingegneri ad aggiungere sul prolungamento della trincea che serviva la B6 una seconda batteria a ricochet (B7)[106] e una terza dello stesso tipo (B8) all’estremità destra dell’ultima parallela[107], nella notte fra il 3 e il 4 luglio.
La risistemazione delle piazze permise alle batterie della seconda parallela di ricominciare il bombardamento frontale, sempre intorno al 4 luglio, ma a ritmo rallentato rispetto al mese di giugno, mentre non cessava mai l’azione delle batterie a bomba e a ricochet. In una lettera del 5 luglio al ministro Chamillart, il marchese di Chamarande mosse un’ennesima critica al bombardamento dalla seconda parallela, inutile duello fra artiglierie d’assedio e di piazza, costosissimo quanto a consumo di polvere. L’ufficiale aggiungeva delle considerazioni sui tempi prolungati e sulle difficoltà nella conduzione della terza parallela, facendo notare che
[…] leur canon [dei Piemontesi, scil.] nous empêche absolument de travailler de jour à la sape, et nous a fait abandonner le travail toutes le fois qu’on y a mis des sapeurs; le nôtre ne pouvant dorénavant nous servir de front, et n’en pouvant tirer d’usage dans la suite qu’en prenant des revers. Ce siége ne ressemble point à tous ceux que j’ai vus, et nous sommes bien hereux que la garnison n’ait pas montré plus de vigueur […][108]
Non a caso dunque la notte stessa che precedette la stesura della lettera si erano iniziati i lavori per l’impianto di una nuova batteria di mortai (M3), all’estremità destra dell’attacco presso gli approcci dalla seconda alla terza parallela, e fra il 7 e l’8 luglio comparvero ben altri tre apprestamenti simili (M4, M5 e M6) all’estremità sinistra della seconda parallela sul bordo della balza di Valdocco, lungo la stessa trincea dietro alle batterie B1 e M2 e davanti al saliente della mezzaluna del soccorso.
Giova ricordare che i buoni risultati del tiro a ricochet, sebbene i pezzi utilizzati secondo tale pratica fossero minori rispetto a quelli delle batterie frontali, furono apprezzati anche dai difensori, quando decisero di utilizzare a partire dall’inizio di luglio una batteria del genere dalle fortificazioni di Valdocco che riusciva ad infilare gli attacchi all’opera a corno, fortunatamente per i Francesi, solo di giorno, poiché i pezzi venivano ritirati nelle ore notturne per sicurezza all’interno delle opere permanenti.

§ I primi attacchi sotterranei

Il comando francese predispose fin dall’inizio dell’assedio l’attacco sotterraneo, contando fra i contingenti impiegati due compagnie di minatori, comandati dai signori Fracard e Delorme[109]. È lo stesso La Feuillade, chiedendo a Chamillart l’invio del signor di Vallière, a darci la notizia che fra il 25 e il 26 giugno si procedette all’apertura della prima mina, partendo dall’approccio diretto sul Beato Amedeo a 25 tese (m. 49 ca.) dall’avanspalto[110].
Il Vauban dedica alle mine un’ampia sezione del Traité, affrontando innanzitutto lo studio della polvere pirica e degli effetti fisici da essa sviluppati in relazione alle strutture fortificate sotto attacco ipogeo. Lasciamo alla lettura diretta dell’opera dell’ingegnere la disamina dei diversi tipi di mina in relazione alla loro dislocazione al di sotto delle opere murarie, nonché la minuta descrizione delle successive attività da svolgere per l’apertura della mina e la sua conduzione verso gli obiettivi stabiliti[111]. È tuttavia importante segnalare una norma preliminare che il maresciallo stabiliva, ovvero che
L’attachement du Mineur se fait au milieu des faces, ou bien au tiers, à le prendre du côté des Angles flanquez des Bastions, Demi-Lunes, et autres Ouvrages équivalens […] mais l’on s’attache l’ordinaire à la partie qui est le plus en état et la plus commode. L’Attachement du Mineur doit toûjours être précedé de l’occupation du Chemin-couvert, et de l’établissement des Batteries nécessaires sur le même Chemin- couvert […][112]
Il Vauban dunque fissava l’impiego delle mine nella parte finale dell’attacco, davanti al corpo di piazza, dopo la conquista del cammino coperto e per aprire le brecce.
A Torino l’apertura delle gallerie fin dalla fase di avvicinamento, durante i lavori di sviluppo della terza parallela e alla distanza di 50 metri dall’avanspalto, vale a dire a 280-300 metri dal corpo di piazza e dalle opere sporgenti, può soltanto essere spiegato con la precauzione di individuare le contromine piemontesi. Nonostante il Pallavicini, ancora nel 1705, minimizzasse la portata delle difese sotterranee di Torino, parlando solo di «rameaux qui sortent dans la campagne, aux angles saillans et rentrans [del cammino coperto, scil.], pour la construction des mines»[113], il Vauban, nell’inverno fra il 1705 e il 1706, ammoniva chi volesse intraprendere l’assedio di Torino dalla parte della cittadella a valutare bene il fatto che non solo il cammino coperto della medesima era armato di opere ipogee e di «rameaux qui se poussent avant sous le glacis», ma che pure le opere del corpo di piazza, quali mezzelune e bastioni, erano tutte controminate[114]. Dal momento che tali considerazioni erano contenute in una lettera inviata a Chamillart, il quale esplicitamente ricordava al genero, già ad assedio intrapreso, che «les plus grandes difficultés que vous trouverez seront par les mines»[115], è probabile che il La Feuillade, e accanto a lui lo stato maggiore dell’armata d’assedio, compresi gli ingegneri, sospettasse un pericolo sotterraneo imprevisto, dato che le trasformazioni alle fortificazioni della piazza, rispetto al 1705, erano innegabili. D’altro canto non è un caso che, confidando molto nel bombardamento alla Coehoorn del 24 giugno e valorizzandone gli effetti, il La Feuillade insistesse comunque per l’invio a Torino del Vallière, massimo esperto di guerra sotterranea in seno all’Armée Royale[116].
Sta di fatto dunque che all’inizio di luglio l’avanzamento della mina davanti al Beato Amedeo procedeva lentamente, mentre il primo giorno del mese si era aperta una seconda galleria nell’approccio alla freccia dell’opera a corno, che fu fatta esplodere il 4 luglio, temendo la contromina nemica, a 10 tese (m. 20 ca.) dalla palizzata, senza causare danni ai difensori. Lo stesso avvenne nella notte fra 5 e 6 luglio davanti al Beato Amedeo e anche qui la mina non provocò danni, né vantaggi ai Francesi[117]. I lavori di scavo ripresero da entrambi i crateri delle esplosioni, ma iniziava a diffondersi l’impressione che le contromine potessero rappresentare un ostacolo di notevole entità[118].
Il 6 luglio 1706 arrivò al campo francese il signor di Vallière con una terza compagnia di cinquanta minatori e si decise di intensificare l’azione ipogea. L’esperto ufficiale decise di aprire lungo le linee capitali dei bastioni e della mezzaluna due gallerie parallele e di far esplodere un fornello ogni 10-12 tese (m. 20-23 ca.), per bonificare il terreno e permettere l’avanzamento della trincea in sicurezza. La procedura era rallentata dal terreno franoso e di conseguenza si dilatavano anche i tempi d’avanzamento degli approcci[119].

§ Preparazione e attacco alle frecce

L’8 luglio giunse a Torino il duca di Orléans, mentre continuavano i soliti grandi bombaramenti di mortai e ricochet, che fecero una buona impressione all’illustre ospite, venuto in Pianura Padana a sostituire il duca di Vendôme. Durante l’ispezione ai lavori d’assedio e la ricognizione al comprensorio dell’investimento l’Orléans fu impressionato dalla posizione tanto vantaggiosa del monte dei Cappuccini, accarezzando l’idea di cambiare il fronte d’attacco, che tuttavia abbandonò rendendosi conto delle difficoltà di un’azione simile ad assedio avanzato[120].
In una lettera del 10 luglio al ministro Chamillart lo stesso duca d’Orléans dà notizia dei preparativi per attaccare il secondo cammino coperto, «On a poussé, de la dernière parallele, quattre demi-sapes sur les angles sailans des quatre contre-gardes [frecce, scil.] de l’avant-chemin couvert»[121]. Infatti, nella notte fra l’8 e il 9 luglio, gli assedianti avevano aperto un crochet dalla porzione centro-settentrionale della terza parallela in direzione della freccia di Porta Susa, in posizione avanzata e poco più a sud rispetto alla mezzaluna antistante il bastione Reale e quello di Sant’Avventore. Contemporaneamente si fece avanzare l’approccio sulla freccia del bastione di San Maurizio e si aprì un nuovo crochet sulla destra della linea capitale del Beato Amedeo, sempre in direzione della freccia. Entrambi gli attacchi, dalla notte successiva, furono accompagnati dall’apertura delle mine, mentre proseguivano incessanti i bombardamenti di mortai, petrieri e ricochet, i cui danni tuttavia erano prontamente riparati da squadre attivissime di operai, organizzate dal comando sabaudo.
Per meglio preparare e sostenere il futuro attacco, gli ingegneri francesi fecero apprestare durante la notte fra il 9 e il 10 luglio una batteria di mortai (M7)[122] sulla destra dell’approccio al Beato Amedeo e nei pressi un’ulteriore batteria di cannoni (B9)[123], che battesse la faccia sinistra della mezzaluna di soccorso.
L’11 luglio il duca d’Orléans convocò un consiglio di guerra prima di partire alla volta del fronte orientale e rilevare il comando dell’armata di Lombardia. In tale occasione si decise di concentrare, da quel momento in avanti, il maggior sforzo sulla cittadella e preoccuparsi del settore nord dell’attacco soltanto per neutralizzare l’esposizione del fianco sinistro lungo l’approccio del San Maurizio. Il duca d’Orléans infatti pensava riguardo all’opera a corno che «quand on en serait le maître, il serait fort douteux qu’on pût former par-là une attaque qui abrégeât les choses», e dunque, volgendosi soprattutto alla cittadella, si poteva sperare di prendere Torino entro il 15 settembre[124].
Nonostante un furioso bombardamento fra l’11 e il 12 luglio da parte dell’artiglieria di piazza, che, dotatasi di sei grandi petrieri, quella notte non volle far risparmio di polvere, il comando francese, tornato sotto la direzione del marchese di Chamarande, dopo la partenza del La Feuillade alla volta di Saluzzo, decise per la notte del 12 sul 13 l’assalto alla freccia dell’opera a corno, che iniziò con una mina assediante sotto la palizzata, per aprire la via, e si concluse però con la sola occupazione del saliente della strada coperta[125]. La notte successiva un secondo attacco ebbe esito più felice e permise l’occupazione dell’opera e il suo collegamento con gli approcci retrostanti. Contemporaneamente sul resto del fronte della terza parallela tutti gli attacchi furono portati in avanti e brillarono due fornelli francesi davanti alla freccia del Beato Amedeo, senza però individuare le contromine avversarie, mentre i Piemontesi fecero saltare la testata terminale della capitale bassa della mezzaluna del soccorso, non provocando comunque gravi danni ai Francesi.
Le difficoltà d’avanzamento continuavano comunque a turbare i vertici francesi e ancora una volta il marchese di Chamarande diede voce a tali stati d’animo, scrivendo al ministro che
[…] M. le maréchal de Vauban aurait ici bien de la besogne; à plus forte raison nos ingénieurs en doivent-ils sentir le poids, n’ayant ni ses connaissances ni son autorité, pour faire servir avec toute la vivacité qu’il faudrait. Cette place est parfaitement bonne; elle paraît munie audelà de tout ce qu’on peut immaginer […] Il n’est pas possible de songer à aucun coup de main qu’on n’ait auparavant fait jouer les mines sous les chemins coverts et sous les ouvrages. Sans l’appréhension des mines, on serait en état de se loger sur le chemin couvert de la place […] Cet art de cheminer sous terre est peu connu de tous nos ingénieurs; il demande du temps, avec quelque habilité qu’on l’exerce […][126],
nonostante la presenza e la perizia del Vallière.
Intanto anche gli artiglieri, nei luoghi stabiliti dagli ingegneri, procedevano all’impianto di nuove batterie, in particolare a sostegno dell’attacco all’opera a corno, il primo obiettivo da raggiungere per poter conquistare in relativa sicurezza le frecce della cittadella. Fra il 14 e il 15 luglio fu predisposta innanzittutto una batteria (B10)[127] alla testata della prima parallela presso la balza di Valdocco, appena a sinistra della ridotta R1, per colpire il ricochet piemontese che disturbava le trincee d’approccio all’opera a corno. Nella nottata successiva, mentre dalla gola della freccia conquistata si aprivano le nuove sapes in avanti, all’estremità nord della terza parallela furono installate una batteria di cannoni (B11)[128], una di mortai (M8) alla sinistra della prima e una seconda di mortai (M9), di poco arretrata, per battere l’opera a corno e coprire le trincee[129].
Dalla parte della cittadella nella notte fra il 15 e il 16 luglio si spinse una «demi-place-d’armes» dall’attacco al San Maurizio, verso quello alla freccia di Porta Susa, in costante avanzamento, per raccordare le due opere, mentre lungo il tratto della terza parallela fra mezzaluna del soccorso e San Maurizio fu aperta una derivazione per installare una nuova batteria (B12)[130] e tirare sulla faccia destra della mezzaluna. Infine venne ancora aggiunta una batteria davanti all’opera a corno (B13)[131], accanto a quella realizzata poco prima.
Il 18 luglio il duca di La Feuillade tornò al campo di Torino, mentre la sera prima l’esplosione di una mina francese sulla capitale del San Maurizio per l’ennesima volta non portò risultati. Quello stesso giorno, quando iniziarono a manifestarsi gli esiti benefici del tiro dalla batteria B10 contro i ricochet piemontesi di Valdocco, il La Feuillade scriveva al suocero manifestando la sua delusione per la lunghezza dei tempi d’avanzamento con le mine, senza tuttavia disperare del buon esito dell’assedio, sebbene fosse giunta notizia che l’esercito di soccorso del principe Eugenio aveva passato l’Adige; in definitiva egli contava di poter attaccare le frecce entro quattro giorni[132].
Mentre cominciava ad essere più evidente la situazione di disaccordo fra ingegneri, artiglieri e minatori, tanto che ne era giunta voce allo Chamillart, il quale ne faceva menzione a sua volta al marchese di Chamarande, pregandolo di mettere in guardia il La Feuillade[133], nella notte fra il 18 e il 19 luglio fu aperta un’altra «demi-parallele» per collegare l’attacco alla freccia del San Maurizio con quello davanti alla mezzaluna del soccorso[134], cosa che avvenne due notti dopo fra il 20 e il 21, mentre le mine procedevano sulle capitali del Beato Amedeo e della mezzaluna. La batteria B10 fece definitivamente tacere il ricochet avversario di Valdocco e furono installate fra il 19 e il 20 due nuove batterie di mortai (M10 e M11) nel tratto già aperto della semiparallela dalla parte della mezzaluna. Infine il La Feuillade fece ripristinare due vecchie batterie centrali della seconda parallela, rialzandone ancora le piazze, per battere frontalmente le opere permanenti.
È opportuno far notare che la semiparallela realizzata fra il 18 e il 21 luglio era una trincea che andava a colmare quel lungo disavanzo di spazio che la terza parallela era stata costretta a creare dovendo raccordare gli approcci al poligono della cittadella con l’attacco dell’opera a corno. La localizzazione della semiparallela era strettamente legata alle posizioni raggiunte dai crochet diretti sulla mezzaluna del soccorso e sul San Maurizio e non aveva le caratteristiche delle «demi-places-d’armes» di cui parla il Vauban nel suo Traité[135]. Essa praticamente portava la terza parallela di fronte al San Maurizio in pari con i suoi tratti davanti alla mezzaluna di soccorso e al Beato Amedeo, superando di gran lunga le 40-50 tese (m. 80-100 ca.) che, secondo le règles, dovevano separarla dalla seconda parallela.
Il 21 luglio, dal primo mattino, iniziò un poderoso bombardamento da tutte le batterie installate nei giorni precedenti, tanto in direzione delle frecce del secondo cammino coperto, quanto in direzione dei bastioni, dell’opera a corno e di Valdocco, per preparare l’assalto. Dopo l’intensificazione del tiro dei mortai per tutta la serata del 21, a mezzanotte l’esplosione di due fornelli, presso la mezzaluna e il Beato Amedeo, costituì il segnale d’attacco: le tre frecce furono contemporaneamente prese d’assalto e conquistate, disattivando le fogate predisposte dai difensori. L’appoggio delle batterie della terza parallela, che iniziarono un intenso fuoco di copertura, permise ai Francesi di sistemarsi nelle opere conquistate e di respingere alle prime ore del mattino del 22 luglio i tentativi di contrattacco[136].

La quarta parallela


La conquista delle tre frecce della cittadella determinò l’abbandono del secondo cammino coperto da parte dei difensori, lasciando ai Francesi il terreno libero. Tuttavia, pur trattandosi di un successo, l’azione richiedeva l’impiego di altro tempo per assumere il controllo di tutto l’avanspalto, dal San Maurizio al Beato Amedeo, collegando i tre capisaldi conquistati con una trincea, che richiedeva l’avanzamento à la sape, notevole cautela e la bonifica del terreno dalle mine, praticamente come se si dovesse coronare un cammino coperto, quando quello di fronte al corpo di piazza si trovava ancora a poco meno di 100 metri più avanti e doveva essere conquistato.
In questa occasione gli ingegneri francesi a Torino seguirono le istruzioni del Vauban, che contemplavano la possibilità di realizzare una quarta parallela quando ci si trovasse nella necessità di conquistare il cammino coperto «de vive force». Se non si era riusciti ad avanzare la terza parallela «à la portée de la Grenade», cioè a 13-14 tese (m. 25-27 ca.) dal cammino coperto, come nel caso di Torino, si poteva
[…] bien en faire une Quatrième; afin de n’avoir pas de longues marches à faire pour joindre l’Ennemi, et toûjours la faire large et spacieuse, afin qu’on s’y puisse manier aisement, et qu’elle puisse contenir beaucoup de monde, et une grande quantité de Matériaux sur ses revers […][137],
mentre tutti i battaglioni dovevano spostarsi nella terza parallela e si potevano allestire «l’hôpital de la tranchée» e il «petit parc» nella prima parallela.
Le notevoli prove del fuoco di controbatteria, le frequenti sortite e la minaccia delle contromine avevano ormai dimostrato al comando francese che la resistenza era determinata e che la conquista del cammino coperto doveva essere preparata con cura e al riparo.

§ Apertura e conduzione della quarta parallela

La notte fra il 23 e il 24 luglio, dopo due giorni di preparazione, vide l’apertura simmetrica di due sapes al piede dello spalto, partendo dalla freccia della mezzaluna del soccorso. Per avanzare in sicurezza vennero praticati dei pozzi di sondaggio nelle caponiere alla gola delle frecce, alla ricerca delle gallerie capitali piemontesi, e un pozzo ogni 15 tese (m. 29-30 ca.) lungo il percorso d’avanzamento della parallela, per intercettare eventuali contromine e aprire in ciascuno di essi un ramo di galleria in direzione della piazza. La precauzione non era obsoleta, infatti nella notte precedente i difensori avevano fatto saltare un fornello al saliente dello spalto del Beato Amedeo, senza provocare danni, ma dimostrando concretamente che si era entrati in piena area d’azione del sistema di contromina[138].
A tal proposito è opportuno ricordare che proprio al 23 luglio è datata quella famosa lettera che il Vauban scrisse da Dunkerque al ministro Chamillart, nella quale il maresciallo parlò per l’ultima volta dell’assedio di Torino, dissimulando in modo eufemistico il suo disappunto, ma aggiungendo:
[…] Faites-moi, s’il vous plaît, l’honneur de me croire une fois pour toutes: on ne prendra point Turin par où on l’attaque […] La chicane des mines vous mènera jusqu’à la fin du monde, et ne vous sera bonne qu’à faire enterrer tout vif ce que vous avez de meilleur parmi vos troupes; car les ennemis étant les premiers postés, n’ont qu’à vous attendre: il est sûr que tous les avantages des mines sont pour eux. Je conviens qu’il y a beaucoup d’ignorance parmi les ingénieurs et les mineurs de ce pays-là; on ne peut guère mieux les connaître que moi: mais la grande faute du siége vient du mauvais et obstiné choix des attaques, qui ne devaient jamais être par là […][139]
Mentre nella notte fra il 24 e il 25 luglio gli assedianti aprivano una nuova sape verso l’opera a corno e due rami della quarta parallela in direzione della mezzaluna, partendo dal Beato Amedeo e dal San Maurizio, il bombardamento continuo dalla terza parallela proseguiva e aveva ormai come obiettivi le controguardie e le opere permanenti, tanto che nella stessa notte il generale Daun fece ritirare dal cammino coperto la fanteria e l’artiglieria, preoccupandosi anche di far elevare delle palizzate al piede delle controguardie e attraverso il fossato della mezzaluna e del corpo di piazza.
D’altro canto gli ingegneri francesi entro la fine del mese, contestualmente all’avanzamento della parallela, si preoccuparono di aumentare ancora la capacità di tiro, ampliando fra il 26 e il 27 la batteria (B14)[140] posta alla testata del crochet diretto sul San Maurizio e all’estrema sinistra della semiparallela. Impiantarono poi due nuove batterie (B15 e B16)[141], simmetriche alla mezzaluna, nella notte fra il 27 e il 28, che entrarono in azione subito il giorno dopo, e rimisero in funzione quattro vecchie batterie della seconda parallela, il cui tiro continuava però ad essere inefficace, poiché saltava ancora i parapetti[142].
Sebbene l’opera a corno avesse cessato il tiro e l’avanzata verso il suo cammino coperto ne fosse agevolato, il fuoco della cittadella, nella notte fra il 28 e il 29 luglio, fu intenso, ma non impedì ai soldati francesi di completare la quarta parallela fra il bastione di San Maurizio e la mezzaluna del soccorso, mentre il tratto fra la medesima e il Beato Amedeo fu ultimato nella notte fra il 30 e il 31, completo di banchine di tiro, quando già si stavano impostando quattro approcci per attaccare il cammino coperto[143].

§ Preparazione dell’assalto al cammino coperto

La «chicane des mines» durante questi ultimi giorni di luglio fu causa di discussioni nell’ambito dei comandi francesi in merito alle scelte da compiersi per attaccare il cammino coperto.
In una lettera del 28 luglio diretta al ministro Chamillart l’ingegnere Lozières d’Astier criticava apertamente il procedimento dei minatori, e quindi del Vallière, di cui purtroppo non abbiamo documenti editi, poiché l’avanzamento ipogeo preventivo a quello in superficie dilatava troppo i tempi, com’era accaduto per l’avanspalto: egli temeva che il procedimento dei minatori avrebbe portato alla conquista del cammino coperto addirittura entro un mese. Il Lozières riteneva che sarebbe stato meglio prendere d’assalto il cammino coperto e, trinceratisi in esso, dare avvio alla ricerca delle mine tramite i pozzi, argomentando la sua proposta con la considerazione che causava meno vittime l’esplosione di una mina rispetto ad una notte di trincea à la sape, preceduta dallo scavo dei sondaggi. L’assunto dell’ingegnere era lo stesso del Vauban, poiché egli riteneva che non si sarebbe mai potuta evitare una
[…] partie des mines des ennemis, eux ayant l’avantage d’un grand nombre de galleries maçonneées, au moyen desquelles ils nous écoutent et marchent à nous avec tout l’avantage possible; et quand ils nous ont découverts et donné le camouflet, ils nous reculent pour plusieurs jours, et ces manoeuvres alongent considerablement le siége[144]
Un intervento possibile per neutralizzare il sistema di contromina fu quello proposto dal generale di Gévaudan, messo in atto fra il 28 luglio e il 3 agosto, ovvero l’allagamento delle gallerie tramite derivazioni condotte dai canali presso la Porporata ai grandi pozzi di aereazione delle gallerie capitali, aperti nella gola delle frecce conquistate. Uno di questi apprestamenti era stato individuato dallo stesso Lozières d’Astier il 22 luglio[145], dopo l’assalto nella freccia della mezzaluna del soccorso, e ivi furono dirette le acque delle derivazioni, nella speranza di disattivare i fornelli delle contromine.
Infine anche il Tardiff si espresse a favore dell’assalto al cammino coperto, senza l’avanzamento ipogeo, appena dopo la conclusione della quarta parallela, riproponendo le stesse argomentazioni di Lozières d’Astier e sostenendo che l’insediamento migliore doveva essere all’interno del cammino, dove il pericolo delle mine era presumibilmente minore[146].
Evidentemente il La Feuillade prestò attenzione alle diverse opinioni e la necessità di risparmiare tempo lo indusse a decidere per l’attacco. L’attività iniziò con intensità febbrile e nella sola notte fra l’1 e il 2 agosto 1706 furono portati in avanti i quattro approcci impostati la notte prima e vennero insediate due nuove batterie di mortai nella quarta parallela (M12 e M13), per assicurare una massiccia copertura al futuro assalto[147]. Il 2 l’avanzata delle mine portò alla conquista della testata della capitale alta del San Maurizio, mentre i difensori fecero saltare il pozzo di sondaggio nella caponiera della freccia della mezzaluna. Infine nello stesso giorno il La Feuillade spostò sedici battaglioni di fanteria sulla riva destra del Po per dare inizio alla chiusura completa della collina torinese.
A questo proposito è opportuno notare che l’occupazione delle alture alla destra del Po, conclusasi entro il 4 agosto[148], impose la realizzazione di un lungo trinceramento a redan di circonvallazione, che, intrapreso all’inizio del mese e completato il 9 agosto, chiudeva un’ampia area al centro della quale si trovavano le fortificazioni sabaude comprese fra la Villa della Regina e il monte dei Cappuccini. La finalità di tale ligne era soltanto quella di blocco e interdizione degli accessi collinari e perifluviali che conducevano alla Porta di Po e che permisero per tutto il tempo trascorso dall’inizio dell’assedio di rifornire più o meno agevolmente la città con polvere e provianda varia. Va da sé che il completamento dell’investimento soltanto all’inizio d’agosto, sicuramente contro le règles e nello specifico ben diversamente da quanto proponeva il Vauban nel suo progetto d’assedio alla capitale sabauda, aveva favorito la difesa della cittadella a tutto scapito degli assedianti, ma ora causava anche uno spostamento di forze, comunque considerevole, dal contingente impegnato nelle trincee e ormai piuttosto provato. Dunque, senza impegnarsi in una valutazione sulla correttezza o meno dell’impiego di una buona quantità di forze da parte del La Feuillade nell’inseguimento del duca Vittorio Amedeo II, è indubbio che le stesse forze ora impiegate a Torino, dalla cittadella alla collina, non potevano più far recuperare il tempo e le risorse perse a causa di un investimento incompleto.
Prima di attaccare il cammino coperto della cittadella, si decise di tentare quello dell’opera a corno per neutralizzare, se possibile, le reazioni dei difensori sul fianco sinistro. La notte fra il 2 e il 3 agosto i Francesi assaltarono il cammino coperto dell’opera a corno riuscendo a conquistarlo e ad insediarvisi, nonostante il grande fuoco dei difensori, e completarono anche rapidamente il coronamento[149].
Dalla parte della cittadella entro il 5 agosto i quattro approcci sullo spalto vennero portati alla distanza utile per lanciare l’assalto, mentre si continuava comunque a procedere con i pozzi di sondaggio, il cui numero era giunto ad undici, tre nelle caponiere alla gola delle frecce, otto lungo la quarta parallela e altri quattro da fare nella stessa trincea fra la mezzaluna del soccorso e il Beato Amedeo. Il lavoro dei minatori diede comunque i suoi frutti, infatti essi riuscirono ad intercettare la capitale bassa del Beato Amedeo e a disattivare le mine, ma vennero fermati nell’avanzata lungo la galleria, durante la notte fra il 3 e il 4 agosto, da uno sbarramento barricato dai difensori. Nella stessa notte infine gli artiglieri spostarono tutti i mortai dall’attacco della freccia di Porta Susa alla quarta parallela.
Il morale presso il comando francese non era tuttavia alto, poiché la disarmonia fra artiglieri, minatori e ingegneri si manifestava in modo più evidente. Il marchese di Chamarande fa menzione di una memoria che il Vallière aveva redatto per chiedere altro tempo e quantità notevoli di polvere e che lo stesso Chamarande aveva deciso di non inviare neppure a Chamillart, dimostrando chiaramente di aver sposato l’opinione manifestata da Lozières d’Astier in merito alla lentezza delle mine e all’attacco al cammino coperto. Come Chamarande, tutti inoltre confidavano nella buona riuscita dell’allagamento delle gallerie, ma ciò non bastava a rasserenare il clima di quei giorni, di cui diede un’efficace rappresentazione il Lozières in una lettera indirizzata a Chamillart. Nello stesso documento compare per la prima volta un riferimento esplicito all’incapacità del Tardiff di far fronte alle incombenze di un assedio simile, tanto da causare non solo un sentimento di sfiducia generalizzato nei suoi confronti e in primis fra gli ingegneri, ma anche da costringere con la sua latitanza il La Feuillade a prendere personalmente il comando della trincea, esponendosi molto al fuoco nemico. Ma poi in difesa della sua categoria l’ingegnere presentava delle accuse esplicite ai suoi «chefs», corrispondenti non solo al Tardiff, ma evidentemente anche al Vallière e al d’Houville, che avevano convinto il La Feuillade a temere le mine fin dall’avanzamento attraverso l’avanspalto e soprattutto avevano fatto un pessimo uso dell’artiglieria; infatti
[…] Nos batteries, très-mal placées, que j’ai vues telles quand on les a commencées, nous ont aussi retardé: on pouvait, en les bien disposant, après avoir ruiné trois jours durant les défenses, les faire tirer à ricochet, et sûrement elles auraient empêché le rétablissement des parapets, sans nous empêcher de cheminer en avant […][150]
Ecco dunque che, dopo mesi passati a cercare soluzioni per attaccare Torino nel modo più veloce possibile e settimane spese davanti alla cittadella intestardendosi con i bombardamenti «à la Cohorn», lo sviluppo degli eventi e le riflessioni di un ingegnere subalterno diedero ragione al Vauban e al suo metodo d’assedio, per cui l’esclusivo uso di mortai e ricochet permetteva di avanzare con costanza e rapidità verso il corpo di piazza. La perdita di tempo fu fatale al momento in cui, come si vedrà oltre, le previsioni dello stesso Vauban, espresse nella lettera del 23 luglio da Dunkerque, si avverarono e le batterie di breccia sul cammino coperto furono preda delle contromine, sconcertando probabilmente anche il Lozières.

Dalla conquista del cammino coperto all’assalto generale, 5 agosto - 25 agosto 1706


La notte fra il 4 e il 5 agosto trascorse sotto una pioggia di bombe e proiettili diretti sulle difese della cittadella, in modo da preparare l’assalto al cammino coperto che era stato fissato al giorno successivo e preparato dall’ingegnere Tardiff, dopo averne fatto proposta al La Feuillade[151].

L’assalto al cammino coperto


Nelle ultime ore del 5 agosto, a prima notte, cinque colpi di cannone diedero il segnale d’attacco e venti compagnie di granatieri, al comando del marchese di Chamarande, assaltarono la palizzata del cammino coperto della cittadella, dirigendosi sui tre salienti antistanti la mezzaluna del soccorso e le controguardie dei bastioni. Essi riuscirono ad attestarsi, ma, dovendo far fronte ad un contrattacco degli assediati, alla fine poterono conservare soltanto la posizione sui due salienti estremi, cedendo quello della mezzaluna.
Il La Feuillade dette notizia del successo due giorni dopo al ministro Chamillart, manifestando la speranza di prendere Torino entro la fine del mese, tanto più che l’investimento era ormai completato anche dalla collina; il generale riferiva di 300 caduti nell’azione, senza specificare che dopo quell’assalto il numero degli ingegneri, già praticamente dimezzato, si era ridotto a sedici effettivi[152].

§ Règles e attacco al cammino coperto di Torino

Il marchese di Vauban premetteva alla normativa per la conquista del cammino coperto la distinzione fra la possibilità di prenderlo «de vive force» oppure «par industrie», solo comunque se le trincee d’approccio fossero giunte circa a metà dello spalto[153].
La prima opzione, non adottata a Torino evidentemente a causa dei tempi e della posizione delle batterie, richiedeva la concentrazione del tiro dei ricochet su tutto lo sviluppo del cammino coperto, per allontanare uomini e mezzi e squassare le palizzate, e l’elevazione dei «cavaliers de tranchée» per colpire da una posizione più elevata le postazioni dei difensori meglio situate[154]. Dopo aver così fiaccato la resistenza spettava ai grandi distaccamenti di fanteria, collocati in attesa nella terza parallela o nella quarta, qualora fosse stata realizzata, avanzare negli approcci, condotti ora in linea retta fino al parapetto del cammino coperto, e prenderne possesso iniziando a trincerarsi progressivamente.
La seconda possibilità era quella di prendere d’assalto il cammino coperto, un’«action, qui est toujours très-violente» e che, costando molto sangue, il Vauban preferiva evitare il più possibile, ritenendo migliore l’altro metodo.
Naturalmente a Torino, sempre in ragione del risparmio di quel tempo che si era perso durante le fasi precedenti dell’assedio, anche per stessa ammissione degli ingegneri, si decise l’assalto d’impeto e le cose andarono grosso modo come prescriveva il Traité, dalla fase di preparazione accurata di uomini e materiali nella parallela retrostante gli approcci, al momento del segnale d’attacco dato dai colpi di cannone, non prima di una buona preparazione d’artiglieria, come avvenne nella notte fra 4 e 5 agosto. La consistente perdita di ingegneri si verificò probabilmente al momento in cui essi dovettero coordinare, sui parapetti e oltre le palizzate le squadre di «travailleurs», la cui protezione era soltanto costituita dai fascinoni o sacchi di lana, che ciascuno di essi portava con sé, trovandosi così ad iniziare i lavori di «logement» praticamente allo scoperto. I trentasei mortai francesi e i venti pezzi a ricochet, entrati in azione per coprire i contingenti che avevano occupato il cammino, agirono pertanto secondo le regole, così come quando continuarono a tirare sulle opere permanenti, agevolando la conservazione dei due salienti davanti alle controguardie.
Sia che si scegliesse l’occupazione graduale sia che si preferisse l’assalto, la conquista del cammino coperto non era tale fin quando non ne fosse stato completato il coronamento, ma, poiché questa operazione richiedeva giorni, preliminarmente era necessario consolidare i punti conquistati, che dovevano sempre corrispondere ad angoli salienti. Così avvenne a Torino, dove tuttavia le difficoltà furono aggravate dalla necessità di occupare ancora il saliente davanti alla mezzaluna, mentre si procedeva pure, come da norma del Traité, in direzione delle piazze d’armi rientranti del cammino coperto, situate rispettivamente nei tratti fra il bastione di San Maurizio e la mezzaluna e fra la medesima e il Beato Amedeo, attaccando per giunta le traverse e i cofani posti dai difensori a taglio del cammino. Il Vauban raccomandava per queste fasi la copertura costante dei ricochet, non solo diretti sui settori di cammino coperto ancora in mano ai difensori, ma anche sulle opere del corpo di piazza, che comunque potevano danneggiare seriamente le opere d’attacco, se lasciate libere d’agire.

Il coronamento del cammino coperto


L’occupazione completa del cammino coperto, consistente nel coronamento dello stesso con una trincea che ne seguiva l’andamento in pianta, durò a lungo, dal 6 al 24 agosto, dilatando ancora e fuori misura i tempi dell’assedio. L’avanzamento delle sapes risultava di circa 2 o 3 tese (m. 4-6 ca.) al giorno, sempre sotto copertura delle batterie di mortai, impiantate all’altezza della quarta parallela, mentre l’artiglieria si dedicava all’apprestamento delle batterie di breccia e al trasporto dei cannoni ormai davanti alle opere permanenti. Altra operazione importante che iniziava a questo punto dell’assedio, era lo scavo in galleria delle discese al fossato, aprendo i cammini al piede dello spalto e dirigendoli verso il muro di controscarpa, che, una volta abbattuto in corrispondenza, avrebbe aperto la via alla fanteria per condurre l’assalto generale alla cittadella. È da rilevare infine che, subito dopo l’azione della notte fra il 5 e il 6 agosto, il morale degli assedianti era risalito e ne è testimone il Lozières d’Astier, che ora giudicava l’assedio in «assez bon train» e confidava di poter allontanare dai pensieri di tutti la preoccupazione delle mine, grazie al loro allagamento e ai provvedimenti necessari, raccomandando cioè di
[…] abandonner tous les puits dans la parallèle du glacis […] et les placer à 4 toises de la palisade, encore mieux dans le chemin couvert. J’espère que nous rendrons par-là leurs galleries inutiles. Si nous faisons diligence, et que chacun fasse ce qu’il doit, nous mettrons ce siége en état de finir […][155]

§ Règles e batterie di breccia a Torino

La fase di coronamento, che Vauban considerava la chiave di volta dell’assedio, era il banco di prova per il buon funzionamento della cooperazione fra artiglieri e ingegneri, in quanto l’intera attività di trinceramento del cammino coperto serviva a creare il contesto protetto per l’impianto delle batterie di breccia, quelle che materialmente dovevano determinare il collasso delle difese permanenti e portare alla capitolazione della piazza.
La notte fra il 6 e il 7 agosto iniziarono i lavori delle batterie; ne furono collocate due simmmetriche alla mezzaluna del soccorso (B17 e B18)[156] per tirare sulle sue facce, fu ampliata la batteria B14, all’estremità nord della semiparallela, che già nella stessa notte iniziò a bombardare la mezzaluna fra il bastione di San Maurizio e quello di Madama. Sempre fra il 6 e il 7 all’estremità destra del coronamento fu allestita un’altra batteria (B19)[157], che tirava sulla mezzaluna fra il Beato Amedeo e il San Lazzaro, mentre nella nottata successiva fu la volta dell’impianto delle batterie prossime al saliente del cammino coperto della mezzaluna di soccorso (B20 e B21), destinate a tirare sui musoni sinistro e destro rispettivamente del bastione Beato Amedeo e del San Maurizio, coperti dalle loro controguardie.
Riguardo alle batterie di breccia le règles del Vauban, come già s’è detto nella parte introduttiva, prescrivevano l’ordine di elevazione. Le prime che dovevano essere apprestate, appena dopo aver assaltato il cammino coperto, erano batterie destinate a colpire le facce della mezzaluna, fino all’apertura del varco e ancora per renderlo praticabile il meglio possibile, ovvero approfondendolo di 8 o 10 piedi (m. 2,70-3,30 ca.); queste batterie, dopo aver determinato il collasso della punta della mezzaluna, potevano tirare al tratto di cortina fra i due bastioni, prossimo alla congiunzione con il fianco.
La prima norma a Torino fu ottemperata con le batterie B17 e B18, ma anche quella successiva, con la B20 e la B21, che stabiliva di impiantare subito dopo le batterie davanti alle facce dei bastioni per aprirne le murature al piede dello spiccato e poi a salire fino al parapetto.
Venivano in seguito piazzate le batterie per tirare sui fianchi dei bastioni presso i tratti di cammino coperto opposti ad essi; in vista del successo di questi tiri era fondamentale l’appoggio dei ricochet, per altro raccomandato dal Vauban durante tutta la fase di cannoneggiamento di breccia, infatti le traiettorie di tiro delle batterie dei fianchi erano grosso modo le stesse di quelle a ricochet, che potevano coprire l’azione delle prime durante la demolizione delle murature dall’emergenza dello spiccato al cordone.
A Torino la difficoltà maggiore per battere i bastioni era data dalle controguardie, tanto che la B20 e la B21 potevano soltanto colpire i musoni del San Maurizio e del Beato Amedeo, né era possibile stabilire le batterie del terzo tipo, poiché la faccia destra della controguardia del San Maurizio copriva il fianco destro del Beato Amedeo e viceversa la faccia sinistra della controguardia di quest’ultmo copriva il fianco sinistro del San Maurizio.
Ultime nell’ordine d’elevazione erano le batterie apprestate sulle piazze d’armi rientranti, che dovevano battere la cortina mediana fra i bastioni e anche a Torino furono realizzate alla fine del coronamento del cammino coperto, dopo che appunto le piazze rientranti vennero conquistate[158].
In merito alla buona riuscita del bombardamento di breccia il Vauban dava poi delle prescrizioni che riguardavano il comportamento degli artiglieri, in ragione di quella preminenza dell’ingegnere incaricato dell’assedio rispetto agli altri vertici di comando, che egli sosteneva da decenni e reputava che fosse il primo segreto della buona riuscita di un’impresa ossidionale. Innanzitutto era fondamentale il calcolo della polvere e poi l’aggiustamento del tiro da mantenere quando si fosse trovata la traiettoria esatta, variando solo la quantità di polvere ogni volta che di essa si cambiava il barile, a causa di una probabile differenza di qualità. Le raccomandazioni maggiori riguardavano poi la realizzazione delle batterie e delle cannoniere, ovvero fare le piattaforme su cui posizionare i cannoni «completes, solides, et non pliantes», ma anche e soprattutto
[…] avoir égard à trois choses:
La première, à l’Epaulement, qu’il faut faire fort près du bord du Parapet;
La second, à bien ouvrir les Embrasures;
Et le troisieme, à les bien dégorger, et leur donner une grande pente du derriere au devant, pour les mettres en état de plonger jusqu’au bas du revêtement, où l’on peut faire brèche
[159]
Durante la prima metà d’agosto continuò anche il tiro dalle batterie della seconda parallela, senza ottenere migliori risultati rispetto alle settimane precedenti, così come non cessarono mai i bombardamenti di mortai e petrieri. Nella notte fra l’11 e il 12 agosto fu ancora impiantata una batteria (B22)[160] presso l’estremità destra del saliente del Beato Amedeo, per tirare sul fianco destro della mezzaluna di soccorso, quando contestualmente si dava inizio allo spostamento dei cannoni nelle batterie del coronamento dagli attacchi dell’opera a corno e della freccia di Porta Susa. Il trasporto di tutti i pezzi in batteria durò qualche giorno e intanto gli artiglieri provvedevano al completamento delle embrasures, la cui apertura è documentata dal conte Daun, che dalla cittadella seguiva passo a passo i progressi francesi[161].
I primi cannoni pronti a sparare aprirono il fuoco il 14 agosto contro il San Maurizio dalla batteria B21, ma già in quella data, proprio riguardo alla costruzione delle batterie, erano riprese le polemiche per la lentezza dei lavori, fatto che sembrava ormai un male endemico nelle file degli assedianti. L’intendente d’armata Desgrigny, scrivendo allo Chamillart, denunciava la «mésinteligence» fra minatori e ingegneri, a noi ormai ben nota, e fra gli stessi e il duca di La Feuillade, che viene giudicato in un florilegio d’elogi un buon generale, oberato di responsabilità, ma purtroppo incapace di mantenere stabilmente una decisione, come nel caso di condurre soltanto l’attacco alla cittadella e non anche al fronte di Porta Susa[162]. Ma certamente sono caratteristiche del momento le due lettere scritte sempre il 14 agosto e sempre all’indirizzo del ministro della guerra dal Tardiff e dal d’Houville, nelle quali il primo accusa di lentezza gli artiglieri, che non hanno ancora completato le batterie dopo sette giorni, mentre il secondo storna l’attenzione dal lavoro delle batterie su quello delle discese al fossato, «l’ouvrage le plus pressé», che egli spera proceda rapidamente senza che gli ingegneri perdano altro tempo[163].
Lo spostamento e la sistemazione dei cannoni nelle batterie continuò fino al 17 agosto, ma finalmente nella notte sul 18 i lavori furono completati e al mattino successivo iniziò un poderoso fuoco di breccia da sedici pezzi distribuiti nelle batterie B17, B18, B20 e B21[164]. Il bombardamento proseguì nonostante il tiro di controbatteria durante la notte fra il 18 e il 19, ma ben presto fu evidente un errore di costruzione degli epaulements, le cui feritoie risultavano troppo basse e impedivano che il tiro dei cannoni superasse l’altezza del cordone delle opere permanenti, lasciando intatti i parapetti. Di questa difficoltà ulteriore, che il Vauban segnalava esortando a costruire bene le batterie del cammino coperto, riferì allo Chamillart il Tardiff in una lettera del 24 agosto[165], ma già nei giorni precedenti fu il La Feuillade a intervenire rimproverando aspramente il d’Houville e, quando quest’ultimo fu colpito a morte, il 20 agosto, il comandante francese non spese per l’artigliere parole lusinghiere o pietose, anzi data la situazione riteneva per lui e «pour le service du roi» una consolazione che d’Houville si fosse tolto di mezzo[166]. Il comando passò al signor di Chantelou, stimato da La Feuillade, che morì d’un colpo apoplettico il 29 agosto, lasciando così la direzione dell’artiglieria al giovane signor di Saint Perrier[167].
È noto pertanto che nei giorni fra il 19 e il 23 gli artiglieri lavorarono per rimediare agli errori di costruzione, risistemando le embrasures e alzando la coda delle piattaforme, nonché al ripristino della batteria B22 sull’estrema destra, fatta saltare dai Piemontesi nella notte fra il 15 e il 16 agosto[168]. Infine nella notte fra il 22 e il 23 agosto vennero iniziate le ultime due batterie (B23 e B24)[169] nelle piazze d’armi rientranti del cammino coperto, conquistate fra il 19 e il 20 dello stesso mese.

§ Avanzamento in superficie e avanzamento ipogeo

Mentre dunque i cannoni battevano ormai i muri delle opere permanenti e i Piemontesi da parte loro, pur scarseggiando di polvere nera, riuscivano ad attuare il fuoco di controbatteria, l’avanzamento della trincea di coronamento era piuttosto lento. Fra il 6 e il 7 agosto e il 9 e il 10 vennero ancora aperti due approcci paralleli in direzione dell’opera a corno e della freccia di Porta Susa, ma il vero problema era la conquista del saliente del cammino coperto antistante la mezzaluna, mentre già si stavano realizzando le batterie di breccia, e l’occupazione delle piazze d’armi rientranti.
Le prime discese ai fossati delle controguardie furono aperte nella notte fra il 12 e il 13 agosto, mentre il 15, dopo il fallimento di un attacco alla freccia di Porta Susa il giorno precedente, fu ultimato il coronamento fra la mezzaluna del soccorso e il Beato Amedeo. I lavori ipogei si svolgevano contemporaneamente a quelli di superficie e fin dalla notte fra il 6 e il 7 agosto si fecero avanzare tre mine dai pozzi aperti all’inizio del mese nelle caponiere delle frecce, per intercettare le gallerie capitali, e sulla sinistra una quarta in direzione della freccia di Porta Susa. Il 7 i minatori francesi forzarono la barricata della capitale bassa del Beato Amedeo, la cui testata era già in mano loro dalla notte del 3 sul 4, ma furono fermati poco oltre; stessa situazione si verificò la notte successiva, quando gli assedianti riuscirono a penetrare nella capitale bassa della mezzaluna di soccorso, conquistarne la testata e tentarne l’occupazione in avanti[170].
La prosecuzione dell’allagamento delle contromine dal pozzo scoperto da Lozières d’Astier induce a pensare con lo svolgimento delle azioni suddette, che l’obiettivo principale dei minatori francesi fosse ora di occupare le contromine, non tanto per assicurarsi una via d’accesso alle opere permanenti, ma soprattutto per averne un controllo tale da riuscire a disattivare i fornelli carichi ed evitare il rischio di impiantare le batterie di breccia su un terreno troppo insidioso.
Il 14 agosto, quando la mina francese riuscì ad intercettare la capitale alta della mezzaluna di soccorso e un primo fornello piemontese fermò l’avanzata, aprendo un cratere dal quale partì un secondo tentativo di attacco, si verificò un fatto che probabilmente ingannò gli assedianti. Infatti, per impedire l’avanzata nella capitale, dopo che i corpi dei caduti avevano permesso ai successivi assalitori di barricarsi e stabilire una testa di ponte, i Piemontesi dettero fuoco a due fornelli poco carichi che, pur arrestando l’avanzata degli assedianti, fecero poco effetto in superficie e indussero a pensare che il motivo principale fosse la compromissione delle polveri a causa dell’allagamento. Considerando inoltre che il signor di Vallière aveva solo più a disposizione cento minatori, dalle tre compagnie originarie, si prese la decisione di seguire le gallerie capitali intercettate e di cessare la ricerca delle contromine con pozzi o gallerie gradienti nel sottosuolo.
La notte fra il 19 e il 20, mentre venivano prese le piazze rientranti e il coronamento del cammino coperto era quasi completato, i minatori rinnovarono un attacco nella capitale alta della mezzaluna di soccorso e condussero una derivazione dalla bealera Meana al pozzo della freccia davanti al San Maurizio per allagare i fornelli di quel comprensorio di contromine[171]. In quella data dunque i tre sistemi ipogei delle opere attaccate erano tutti interessati da azioni più o meno offensive da parte dei minatori francesi, che, consapevoli della difficoltà di attaccare due livelli sovrapposti, avevano forse anche inteso l’assenza di una galleria di collegamento fra le tre capitali, quale fu poi realizzata effettivamente nel 1709[172]. Tuttavia l’esplosione della mina che nella notte fra il 14 e il 15 agosto rovesciò la batteria B22, davanti alla controguardia del Beato Amedeo, insinuò delle giuste preoccupazioni fra gli ingegneri, protagonisti di una corsa contro il tempo nel tentativo di disattivare i fornelli già apprestati, mentre i Piemontesi ne aprivano quattro nuovi proprio sotto le batterie di breccia del centro[173]. Testimone di questa inquietudine è dinuovo Lozières d’Astier, che il 21 agosto scriveva al ministro Chamillart lamentando la spaventosa lentezza dei lavori, «quinze jours à nous établir sur le chemin couvert», ma soprattutto che vi era stato
[…] tous le temps de chercher leurs mines au chemin couvert de la demi-lune; cependant il n’y a aucun mineur qui travaille pour cela, ce qui fait que je ne doute nullement qu’ils ne fassent notre canon, ayant leur galleries dessous […][174]

Il primo rovescio alla vigilia dell’assalto generale


Il profetico Lozières non tardò due giorni a confermare il suo ruolo di Cassandra, quando nella notte fra il 23 e il 24 agosto 1706, mentre proseguivano incessanti i bombardamenti, la buona notizia della conquista definitiva del saliente del cammino coperto davanti alla mezzaluna di soccorso venne improvvisamente funestata da tre grandi esplosioni al di sotto delle quattro batterie di breccia, posizionate davanti alla stessa opera[175]. Dei sedici cannoni che battevano i bastioni e la mezzaluna dal 18 agosto ne rimasero integri soltanto tre, appartenenti alle batterie poste sulla sinistra.
Tanto fu il successo della pazienza e determinazione dei difensori, impegnati in un lavoro febbrile da una settimana sotto costante bombardamento, quanto lo sconcerto fra le file francesi e la consapevolezza del grave danno. Si sarebbero moltiplicati dinuovo all’infinito i tempi di ripristino delle batterie, di recupero dei cannoni rovesciati e dei loro affusti, mentre il momento dell’apertura delle brecce e dell’impiego delle fanterie francesi nella conquista dell’ultimo diaframma prima di essere padroni di Torino veniva rimandato ad un futuro imprecisato. Da questo momento in avanti l’esito felice dell’impresa per l’armata di Francia veniva compromesso proprio in relazione alla gara di tempo, che disperatamente i difensori tentavano di sostenere in attesa dei contingenti di soccorso e non a caso, quanto meno fra i documenti francesi editi, non vi è nemmeno uno scritto che riferisca di questo disastro dell’artiglieria d’assedio[176].
Dopo aver radunato le forze nella giornata successiva, la notte fra il 24 e il 25 agosto fu impegnata immediatamente nei lavori di ripristino e nell’apertura di altri due passaggi ipogei per discendere nel fossato. Gli assedianti riuscirono a riposizionare in batteria un cannone, che con gli altri tre rimasti incolumi riprese seduta stante il tiro in breccia, ma pronti i Piemontesi sfruttarono il quarto fornello, rimasto inesploso dalla notte precedente, per far tacere il bombardamento. Un’altra esplosione, probabilmente ancor più inaspettata delle precedenti, rovesciò due dei quattro cannoni della batteria ancora operante, portando al minimo livello il morale dei Francesi. Le discussioni e le accuse reciproche quindi fra i vertici di comando si moltiplicarono, fermo restando che o l’imperizia o la premura, o entrambe insieme, continuavano a governare la realizzazione dei lavori delle batterie, soprattutto per quanto concerne le embrasures, ancora troppo basse, o mal finite sul colmo, e causa di errori nelle traiettorie di tiro.
Pur dovendo far fronte a queste numerose difficoltà, legate ad un’approssimazione che era certamente un’intemperanza nei confronti delle règles e della scrupolosità del loro codificatore, il bombardamento, limitato ai soli due pezzi rimasti in batteria, con quanto di danno si era prodotto dal 18 agosto, determinò nella notte fra il 25 e il 26 il crollo del saliente della mezzaluna di soccorso. A questo punto il duca di La Feuillade, pressato dai tempi, decise l’assalto generale e diede al Tardiff l’incarico di progettarne lo svolgimento.

Gli assalti generali e il fallimento dell’assedio, 26 agosto - 7 settembre 1706


La condicio sine qua non era possibile prendere d’assalto le opere permanenti di una piazza sotto assedio, secondo le prescrizioni del Vauban, era quella che le brecce aperte dall’artiglieria attraverso le murature fossero grandi e praticabili. L’ampiezza pertanto era valutata dalla demolizione della punta a scendere verso le spalle dell’opera, fosse essa un bastione o una mezzaluna o altro, poiché di norma il tiro in breccia doveva seguire la medesima direzione, così come fecero a Torino le batterie puntate contro la mezzaluna del soccorso. Inoltre la brecia non era considerata adatta all’assalto finché la terra del ramparo non si fosse rovesciata attraverso le murature demolite[177].

Il primo assalto generale


Nella notte fra il 26 e il 27 agosto 1706, a partire dalle ore 20,30 di sera, il La Feuillade lanciò la sua fanteria all’assalto della mezzaluna del soccorso e delle due controguardie vicine. Nonostante il notevole impegno dei soldati francesi e la conquista temporanea delle tre opere, entro la mattinata del 27 agosto l’attacco fu respinto.

§ Règles e assalti alle brecce

Prima di seguire lo sviluppo degli eventi a Torino, è opportuno considerare le indicazioni fornite dal Vauban per l’azione di conquista delle opere permanenti, a partire appunto dalla «demi-lune».
Innanzitutto, riguardo alle discese nel fossato, di cui s’è fatta menzione precedentemente in più occasioni, parlando dei lavori svolti contestualmente al coronamento del cammino coperto torinese, il maresciallo distingueva fra il caso dei fossati allagati, di maggior impegno e non pertinente a questa sede, e il caso dei fossati asciutti, come quelli della capitale sabauda. Premesso che la realizzazione di una simile discesa consisteva nello scavo di una galleria gradiente verso il basso fino alla quota del fondo del fossato a partire da un determinato punto alle spalle del coronamento del cammino coperto, l’istruzione del Vauban prevedeva la distinzione ulteriore per la scelta dell’apertura in base all’interro del fossato stesso. Infatti per grandi profondità, fra i 18 e i 30 piedi (m. 6-10 ca.), come nel caso di Torino con fossati profondi in media 7-8 metri dal piano di campagna, la discesa doveva essere iniziata a metà circa dell’area dello spalto e condotta in obliquo al piede dell’elevato del muro di controscarpa, ovviamente dalla parte contro terra. Nel caso di profondità dai 12 ai 15 piedi (m. 4-5 ca.) era sufficiente tagliare dal parapetto del cammino coperto giù fino al piede della controscarpa. La galleria, come le mine, veniva armata con travi portanti e assi di copertura, che contenessero il terreno, e il diaframma di controscarpa poteva essere abbattuto a piccone o con l’esplosivo.
Mentre procedeva lo scavo delle discese, i ricochet, i mortai e i petrieri dovevano intensificare il bombardamento per indurre i difensori a sloggiare l’opera attaccata e contemporaneamente il tiro in breccia doveva essere diretto al piede dell’elevato dei muri per far crollare le più ampie porzioni di paramento. In seguito al collasso dei muri le batterie di breccia tiravano all’altezza dei parapetti per far scivolare verso il basso la terra del ramparo e creare lungo il cono di deiezione la rampa per l’assalto, avendo cura di battere i contrafforti che, immorsando le facce nel terrapieno, riuscivano a contenere il materiale e ne impedivano lo scivolamento verso il piano del fossato.
Il passaggio del fossato, secondo l’istruzione del Vauban, doveva essere fatto in sicurezza, mentre si svolgevano le altre operazioni descritte, e quindi, dopo aver aperto il diaframma di controscarpa al termine della discesa dal cammino coperto, bisognava avanzare «à la sape» fino al piede della rampa di breccia, che nel frattempo andava formandosi o era già pronta, se si decideva di attraversare il fossato a tiro ultimato.
Mantenendo comunque sempre vivo il fuoco di copertura dei ricochet e dei mortai, sulle opere limitrofe, l’assalto alla breccia dell’opera scelta come obiettivo doveva iniziare con l’intervento di due o tre «sapeurs» che, appoggiati da cinque o sei compagnie di granatieri, scalavano la rampa di breccia per raggiungere la sommità, da lì iniziavano un lavoro di preparazione dei ripari nei punti di contatto fra il ramparo e la demolizione dei muri e scendevano poi verso il basso regolarizzando la superficie della rampa con l’aiuto di altri due o tre zappatori. Dopo un’ulteriore fase di bombardamento concentrato sulla piazza dell’opera in questione, in modo da garantire l’abbandono da parte dei difensori, che avrebbero potuto dar fuoco alle mine prima di ritirarsi, gli zappatori e i granatieri guadagnavano la sommità della rampa e iniziavano ad aprire una sape semicircolare che tenesse tutta l’ampiezza della piazza dell’opera e dalla quale dovevano partire tre approcci, due paralleli alle facce e ai fianchi e uno sull’asse capitale, per completare l’attacco conquistando la gola. Nel frattempo la rampa e le trincee erano progressivamente occupate dalla fanteria e in seguito all’abbandono della gola da parte dei difensori l’opera poteva considerarsi conquistata[178].
Si evince chiaramente dal testo del Traité che il Vauban rifiutava sostanzialmente gli assalti d’impeto e soprattutto che l’apertura della breccia e la formazione della rampa servivano per riprodurre nella porzione di fortificazione nemica compresa fra il cammino coperto, il fossato e la prima opera permanente le stesse condizioni di sicurezza e di procedura che erano state adottate per tutte le precedenti fasi dell’assedio. Egli prescriveva infine di condurre le operazioni di giorno per non incorrere in situazioni confuse dal buio e pericolose a diretto contatto con i difensori.

§ L’assalto a Torino

Nonostante le istruzioni precise del Vauban, conseguenti come s’è detto precedentemente ai cattivi risultati degli assalti che lo stesso maresciallo aveva potuto constatare negli anni trascorsi sui campi di battaglia[179], a Torino il comando francese, pressato evidentemente dalla carenza di tempo e dall’esigenza di ottenere risultati concreti, preferì la via dell’attacco d’impeto notturno, che si concluse in un fallimento. La ricca bibliografia sull’assedio di Torino descrive con dovizia di particolari l’episodio del primo assalto generale[180], ma un resoconto sintetico, che omette la descrizione delle prime fasi dell’assalto e dei sanguinosi combattimenti sulla breccia e sulla piazza della mezzaluna di soccorso, è fornito dal La Feuillade stesso, che riferiva al ministro Chamillart:
Nous nous sommes logés cette nuit sur les contre-gardes, et nous avons eu le malheur d’être chassés de la demi-lune, après en avoir été les maîtres pendant quatre heures, parce que le logement en avait été mal fait […] nous avons perdu 250 hommes tués ou blessés […] Je suis fort affligé de rouvrir ma lettre pour vous donner la mauvaise nouvelle que les ennemis ont repris les contre-gardes, ou pour mieux dire, les capitaines des grenadiers, voyant qu’ils venaient pour les attaquer, se sont retirés dans le chemin couvert sans en avoir d’ordre […] J’arrivai trop tard pour y remedier, et je ne jugeai pas à propos de les faire réattaquer, M. le duc d’Orléans devant arriver demain, de qui je receverai les ordres […][181]
Sappiamo inoltre da una lettera del maresciallo di campo de Mauroy che la sistemazione sulla mezzaluna non poté essere ben assicurata, «mal fait», a causa del terribile fuoco proveniente dal ridotto centrale dell’opera e dai due bastioni, per cui perse la vita anche l’ingegnere Bertram, responsabile dell’attacco all’opera; quindi, in seguito alla morte di parecchi uomini al lavoro, gli assalitori cedettero abbandonando la posizione conquistata. Furono infine gli ingegneri a convincere il La Feuillade di non tentare un secondo assalto alla mezzaluna, pensando di poter mantenere il controllo delle controguardie[182].
La realtà era tuttavia evidente: il solo crollo della punta della mezzaluna non costituiva una breccia sufficientemente ampia per pensare di intervenire così presto, senza la stabilizzazione almeno di un «nid-de-pied» davanti alla rampa. Non solo era una situazione estremamente sfavorevole per un assalto d’impeto e per far sì che l’insediamento si stabilizzasse con sicurezza, nonostante il fuoco limitrofo dei difensori, ma erano anche insufficienti le condizioni generali per affrontare un attacco secondo le règles succitate, sebbene l’artiglieria assediante, con ricochet, bombe e pietre, avesse servito secondo il La Feuillade «au-delà de l’imagination».

Il secondo assalto generale


Riguardo al grave rovescio del primo assalto, costituente il secondo momento chiave sulla via del fallimento dell’assedio, dopo la grande esplosione delle batterie di breccia, il marchese di Chamarande puntava il dito sulle deficienze degli ingegneri, che erano stati comunque decimati e quelli ancora attivi erano ridotti a pochissime unità; con scandalo egli notava il lungo stazionamento di ormai venticique giorni sul cammino coperto, senza essere riusciti a mettere in breccia l’intero poligono d’attacco[183].

§ La preparazione

La voce del generale francese era una delle molte fra la levata di querele successive al 27 agosto, mentre procedevano i lavori ossidionali, durante la stessa notte dell’assalto, e furono completate le due batterie delle piazze d’armi rientranti che iniziarono immediatamente a tirare in breccia sulla cortina mediana fra i due bastioni. Infine, nelle ore di tregua intercorse fra la fine dell’attacco alla mezzaluna e la riconquista delle controguardie, gli assediati riuscirono a far saltare in aria per la seconda volta la batteria B22, antistante al Beato Amedeo, rovesciando i due cannoni che battevano la faccia sinistra della mezzaluna.
Il 28 agosto 1706 giunse al campo francese il duca d’Orléans, seguito il giorno successivo dall’armata di Lombardia. Il giovane principe di sangue e il suo accompagnatore, il maresciallo Ferdinand de Marsin, furono testimoni oculari del clima di sfiducia diffuso fra i membri del comando dell’armata e fra i soldati stessi. Il duca, scrivendo a Luigi XIV il 30 agosto[184], notava i modesti progressi fatti dopo la conquista del camino coperto e soprattutto l’esiguità del numero di cannoni che ancora tiravano in breccia, a fronte di un grave dilagare della diserzione nelle file della fanteria. Tuttavia l’Orléans voleva sdrammatizzare pensando che fosse difficile portare soccorso a Torino, ormai totalmente chiusa dall’investimento, e ancor più di lui il Marsin, che confidava nella buona qualità delle truppe francesi per difendere la circonvallazione, qualora un’armata di soccorso avesse tentato di forzare il blocco. Inoltre il maresciallo, forse cercando di dissimulare l’imbarazzo dell’incolmabile dilatazione dei tempi d’assedio, giustificava il Tardiff, dicendo che egli lo conosceva da lungo tempo, «ayant servi sous moi», e che
[…] est bon et brave homme; mais il n’est pas suffisant pour une telle entreprise, et il est bien plus chargé qu’il ne peut porter, sans compter qu’il n’y a pas d’union entre lui et les ingénieurs qui doivent servir sous lui […][185]
Pur dovendo procedere fra difficoltà materiali e morali, gli assedianti si dettero da fare nel ripristino delle batterie, riuscendo fra il 29 e il 30 agosto a ricollocare altri quattro cannoni e ad aprire una breccia nel bastione di San Maurizio, mentre venivano scavate nuove discese ai fossati e ampliate quelle già esistenti, in modo da permettere ad una quantità maggiore di uomini di raggiungere in tempo minore gli obiettivi del secondo assalto generale che si andava preparando[186].
È in questa prospettiva che deve essere collocato anche il famoso attacco alla capitale alta della mezzaluna del soccorso, nella notte fra il 29 eil 30 agosto, in occasione del quale si tentò la conquista dell’accesso alla galleria dal fossato e si consumò il sacrificio del minatore piemontese Pietro Micca, preceduto per altro dalla morte di numerosi difensori colti di sorpresa dagli assedianti. Era pertanto interesse di questi ultimi riuscire ad assumere il controllo della galleria capitale e la comunicazione con il sistema inferiore per assicurare il terreno dell’assalto e bonificarlo dalle mine, contestualmente al fatto che, per quanto fosse modesto, il tiro in breccia era riuscito ad allargare le aperture nei muri della mezzaluna al punto che i grandi roghi, accesi nei fossati per ordine del Daun e per impedire l’avvicinamento alle brecce, non erano più sufficienti allo scopo[187].
Il La Feuillade, facendo conto sulle truppe fresche portate a Torino dal duca d’Orléans, aveva infatti stabilito di scatenare il secondo assalto generale il 31 agosto, consapevole che ormai l’ampiezza della breccia sul saliente della mezzaluna e l’estinzione dei roghi potevano far sperare in un esito più felice rispetto a quello del primo assalto. Ancora una volta fu incaricato il Tardiff per la pianificazione dell’attacco.

§ L’assalto

Nella notte precedente l’assalto i difensori accesero un ennesimo rogo di fascine ai piedi delle brecce, ma essi stessi erano consapevoli della sua scarsa utilità. Alle ore 14.00 circa del 31 agosto, seguendo in parte le règles, tre contingenti di venti granatieri l’uno alla guida di un ingegnere approcciarono la breccia della mezzaluna e gli accessi alle due controguardie per aprire la strada alla fanteria, che di lì a poco fu dinuovo lanciata in un assalto d’impeto contro le opere nemiche. La ripetizione diurna dello stesso schema del primo assalto generale, sebbene fossero migliori le condizioni delle brecce, non dette ragione alla fretta del La Feuillade, desideroso di recuperare tempo e terreno, dopo il fallimento del 27 agosto, tanto che già alle 17.00 il duca d’Orléans riferiva al re la gravità dell’ennesimo insuccesso. Le compagnie di granatieri della fanteria francese, bombardate da ben ventiquattro cannoni sabaudi dal corpo di piazza della cittadella, erano riuscite a conquistare «la demi-lune et les contre-gardes avec toute la valeur possible, mais elles n’ont pu s’y maintenir, faute de communications»[188].
Era proprio questo il grave errore insito nella conduzione degli assalti d’impeto in concomitanza ad una resistenza determinata: la difficoltà quasi insormontabile di riuscire a stabilire delle teste di ponte sulle opere attaccate ben collegate alle retrovie. Per questo motivo il Vauban consigliava l’avanzamento à la sape anche sulle brecce e sulle piazze delle opere attaccate e per la stessa ragione a Torino fallirono sia il primo sia il secondo assalto generale. Come dunque si dimostrò inutile e avida di tempo prezioso l’idea del bombardamento alla Coehoorn, così l’ostinazione impaziente di assaltare d’impeto le opere esterne determinò la compromissione dell’assedio, costringendo l’armata francese a rimanere inchiodata davanti alla cittadella fino all’arrivo del principe Eugenio. Paradossalmente le tanto aborrite reglès del Vauban, il cui costo in tempi sembrava inaccettabile, si erano rivelate puntualmente di più rapida attuazione che gli espedienti «moderni», propugnati dai generali dell’armata gallispana d’Italia, il cui fallimento inficiava assolutamente la riuscita dell’impresa, come percepiva l’Orlèans, quando scrivendo nello stesso giorno anche a Chamillart sentenziava che «Cette nouvelle disgrace va nous jeter dans de grandes extrémités, si nous ne les prévenons pas par quelque parti prompt»[189].
Riguardo al secondo assalto ha lasciato anche una memoria scritta l’ingegnere Lozières d’Astier, che diresse l’attacco alla mezzaluna di soccorso «encore plus impraticable que la première fois». È questo ufficiale ad informarci del terribile fuoco d’artiglieria diretto dalla cittadella sui granatieri francesi del reggimento Piémont e di un’unità irlandese non specificata, che occuparono la piazza della mezzaluna. Egli con i «travailleurs» per circa mezz’ora si industriò per rendere praticabile la rampa di breccia, secondo quanto prescriveva la regola del Vauban, ma ben inteso non sotto il fuoco nemico. Dunque, a causa dell’assenza di un solido approccio alla breccia, quando i granatieri cedettero e tornarono a ripararsi dietro la sommità della rampa, ormai privi di tutti gli ufficiali, il maresciallo di campo del giorno, il cavaliere di Maulévrier, non poté far altro che tentare di resistere ancora per poco su quella posizione e poi prendere la decisione di ripiegare verso il coronamento del cammino coperto. Lozières, incaricato di informare il La Feuillade del fallimento dell’attacco, fu inviato da quest’ultimo al contingente sulla controguardia del Beato Amedeo, che dopo un’altra mezz’ora, contemporaneamente a quello della controguardia del San Maurizio, fu costretto a ritirarsi. Infine l’ingegnere nella stessa lettera al ministro Chamillart descriveva la furia di La Feuillade
[…] pénétré de douleur par deux pertes assez considérables causées par la pure faute de M. Tardif, le gronda beaucoup et lui reproche tous ses manquemens, et en même temps lui ordonna de ne plus se mêler du siége […][190]
Il maresciallo Marsin nello stesso giorno rincarò la dose, affermando che le opere esterne non erano ancora assolutamente in condizione di essere attaccate e che
[…] l’imbécillité des ingénieurs qui conduisent ce siége, ne pouvant seconder la bonne volonté et le zèle ardent de M. le duc de La Feuillade, les oblige d’avoir recours à la valeur des troupes pour suppléer à leur ignorance par des attaques prématurées […][191]
La responsabilità del fallimento venne dunque attribuita tutta al Tardiff, che da parte sua, sempre scrivendo al ministro, si difese facendo intendere che La Feuillade aveva voluto attaccare comunque prematuramente, essendo ancora troppo anguste le brecce e scarsi i contingenti dei granatieri per tenere le posizioni prese sulla mezzaluna e sulle controguardie. D’altro canto c’erano anche le responsabilità dell’artiglieria, che già nelle settimane precedenti avevano contrapposto ingegneri e artiglieri, poiché spettava ai cannoni, «quoiqu’il eût tiré long-temps», aprire delle brecce ben praticabili e ampie. Su questa linea, a sua completa discolpa, il Tardiff, che voleva sottolineare la buona collocazione delle batterie da lui scelta, aggiungeva:
[…] Je suis extrêmement mortifié, Monseigneur, de ce que cela [l’attacco, scil.] n’ait pas réussi; mais nous avons été si peu aidés de notre canon, qui a laissé les defenses presque entières, que cela a beaucoup contribué à la perte de ces ouvrages, auxquels il faut de nécessité aller pied à pied en assurant nos batteries contre les fourneaux: elles devaient, placées comme elles sont, mettre presque toute la courtine en brèche, ainsi que la moitié des faces des bastions, du côté de l’epaule, ce qui devrait suffire pour nous mettre en état de finir cette grande entreprise[192]
È significativo però che il Tardiff non faccia il minimo cenno alla funzione di copertura delle controguardie, che impedirono di bombardare le facce dei bastioni dalle batterie del cammino coperto e furono proprio loro a costringere il tiro «du côté de l’epaule». La cosa è tanto più singolare quanto più si rammenta che l’inventore delle controguardie fu Blaise François conte di Pagan, l’ingegnere militare francese, appartenente alla generazione precedente quella del Vauban, che per primo teorizzò le funzioni sistematiche di copertura e di interazione con il corpo di piazza delle opere esterne[193].

Epilogo


Il contrattacco piemontese in occasione del secondo assalto si concluse con l’esplosione di uno dei due fornelli del sistema di contromina del Beato Amedeo, apprestati sotto la batteria B24 della piazza d’armi rientrante fra il bastione e la mezzaluna. L’esito fortunato della mina fu accompagnato da una sortita che sconvolse gli apprestamenti della batteria ancora rimasti integri, dando così il colpo di grazia al morale degli assedianti per quella giornata tanto funesta.
L’ultima settimana d’assedio, quando ancora i Francesi non credevano pienamente alla possibilità che l’armata di soccorso giungesse a Torino, fu spesa nella prosecuzione determinata, nonostante la delusione iniziale, dei lavori di riparazione delle batterie e di ripristino del tiro in breccia. Furono aperte due ulteriori discese al fossato dal coronamento del camino coperto, mentre non tacquero mai i cannoni a ricochet, né i mortai a bomba e i petrieri, contemporaneamente ad un quasi totale silenzio della controbatteria piemontese, ormai giunta all’esaurimento della polvere diponibile. Anche i minatori proseguirono le loro attività, scavando i pozzi alla ricerca delle contromine, e soprattutto prepararono i fornelli per far saltare definitivamente il saliente della mezzaluna di soccorso[194].
Nella notte fra l’1 e il 2 settembre venne allestita ancora una grande batteria di mortai e petrieri (M14)[195], l’ultima, davanti alla faccia sinistra della controguardia del San Maurizio e nella notte successiva furono rimessi in condizione di aprire il fuoco altri cinque cannoni delle batterie di breccia. Entro il 5 settembre riuscirono dinuovo a tirare in breccia ben quattordici cannoni, tanto che la faccia sinistra della mezzaluna di soccorso fu completamente abbattuta, nonostante una seconda esplosione sotto la batteria B24 della piazza d’armi rientrante di destra.
Tanto si fece che il buon umore tornò a diffondersi fra le file degli assedianti e ancora il giorno 5 alcuni reparti di fanteria si avventurarono nei fossati per riconoscere le brecce e tentare un attacco, che tuttavia fu interrotto al momento in cui i difensori iniziarono a reagire, evidentemente a causa degli effetti ancora sensibili delle perdite riportate durante i due assalti generali[196]. La cosa comunque non stravolse le buone speranze che a poco a poco si rinnovavano fra gli ufficiali e i soldati francesi impegnati nelle trincee, anche perché, mentre il contingente del duca d’Orléans cercava velocemente di colmare i vuoti lasciati nella circonvallazione fra la Dora e la Stura, dove si decise il destino dell’assedio, lungo la faccia sinistra del bastione di San Maurizio la breccia già aperta raggiunse dimensioni praticabili e la controbatteria tacque definitivamente il 6 settembre per l’esaurimento totale delle scorte di polvere.
Nonostante tutti gli sforzi compiuti, la gara di tempo con i difensori e con l’armata di soccorso, giunta a Nizza Monferrato il 29 agosto e ormai da sette giorni in manovra intorno a Torino, era persa. Il La Feuillade, comprendendo evidentemente che ormai il fronte piemontese della cittadella stava collassando, scelse il partito di continuare ad impegnare i suoi uomini, durante la giornata del 7 settembre 1706, nella quotidiana attività di bombardamento, pur tentando di sostenere con la cavalleria e quanto rimaneva del reggimento di Normandia l’altro contingente impegnato sulla circonvallazione a combattere l’armata del principe Eugenio.
Lo studio della battaglia di Torino e la valutazione delle scelte dei comandanti francesi in quell’occasione non è pertinente a questa sede e si rimanda alle pagine di questo volume dedicate alla materia. Basta pertanto concludere che, quando la conquista tanto sofferta della cittadella era a portata di mano e la sua difesa ormai praticamente impossibile, il duca di La Feuillade vide improvvisamente fuggire dalle trincee i suoi soldati, travolti dalla rotta di quelli dell’Orléans che cercavano scampo in direzione di Pinerolo e Susa sui cammini di Francia.

Considerazioni conclusive


Nell’ampia bibliografia dedicata all’assedio di Torino, passata e recente, recuperabile in gran parte nelle note del presente contributo e nella bibliografia del volume, sono frequenti le valutazioni e i giudizi in merito alle scelte strategiche e militari del duca di La Feuillade e dell’intero comando francese, nonché le considerazioni sul peso assunto dalle personalità dei militari protagonisti dell’assedio. A questo genere di cosiderazioni rimandiamo in toto là dove esse siano supportate da documentazioni e riflessioni credibili, allineandoci nella fattispecie al vecchio giudizio formulato dal Mengin, che individuava la principale ragione umana del fallimento francese nell’incapacità dei generali di controllare l’impazienza dei risultati e di conciliare tali esigenze con i tempi canonici d’assedio richiesti dagli ingegneri[197].
Il Mengin nelle stesse pagine affrontava invece il problema secondo il punto di vista che a noi maggiormente interessa in questa sede, ovvero la valutazione delle scelte che hanno compromesso l’esito felice dell’impresa dal punto di vista tecnico ossidionale e che furono poi in definitiva le ragioni del fallimento sul campo. Lo stesso autore, e noi con lui, in quest’ordine di considerazioni segnala subito che il vizio originario fu nella scelta del punto d’attacco. Ci lusinga pertanto rilevare la recente opinione dell’Ostwald che concorda con la prospettiva del Mengin e con la nostra, qui sostenuta, in merito a questo punto chiave della strategia ossidionale francese, allorché fu ribadita la voluta e pervicace misconoscenza del metodo e delle raccomandazioni del maresciallo di Vauban, per seguire le chimere dell’attacco «à la Cohorn»[198]. In merito al tema dell’attacco all’olandese segnaliamo infine le considerazioni che paiono allineate alle nostre nel contributo di Emilie d’Orgeix, in questo stesso volume, là dove si affronta il commento e la valutazione della portata storica del giornale d’assedio del Tardiff.
La menzione di Ostwald ci permette di prendere in considerazione un quesito che deriva dalle osservazioni dello studioso statunitense stesso. Egli, in chiusura del suo studio sulla poliorcetica durante la successione di Spagna, si chiede come mai gli assedi attuati nei Paesi Bassi fra il 1708 e il 1712 abbiano avuto successo essendo condotti praticamente tutti, dall’una parte e dall’altra, secondo il paradigma della forza bruta e dell’assalto d’impeto, contro le règles del sistema di Vauban. La risposta sta nell’individuazione dell’intero conflitto come chiave di volta di un’epoca che, pur conservando la tecnica dell’avanzamento vaubaniano in trincee parallele e crochet, poté superare l’impasse della dilatazione dei tempi delle campagne militari, prolungate dalle pratiche ossidionali, grazie all’impiego di risorse materiali, economiche e umane, da bruciare rapidamente in bombardamenti e assalti generali, ma agevolmente recuperabili e rimpiazzabili da una popolazione ampia e produttiva per la Francia e dai capitali mercantili e preindustriali per l’Olanda e la Gran Bretagna[199]. Noi d’altro canto, a fronte del fatto che, per esempio quanto ad impiego d’artiglieria, l’assedio di Torino vide il massimo sforzo francese di tutte le guerre di Luigi XIV, ci chiediamo le ragioni per cui l’applicazione dello stesso sistema d’attacco, che ebbe successo sul fronte fiammingo, abbia segnato invece il fallimento di La Feuillade e dell’Armée Royale a Torino.
Considerando che l’Ostwald individua le ragioni dei successi nei Paesi Bassi nell’ambito di tre ordini di varianti, ovvero il modo di condurre le trincee d’approccio, la superiorità di fuoco del parco d’assedio e l’organizzazione logistica dell’assediante, nonché la capacità di supporto del suo organismo statale, pare che sia questo lo stesso contesto di analisi a cui ricondurre le fila conclusive dell’assedio di Torino.
Sembra chiaro immediatamente che il tema della logistica, affrontato nel contributo di Giovanni Cerino Badone e Gian Carlo Boeri in questo stesso volume, sia importante, ma non essenziale grazie al fatto che, pur fra numerose difficoltà, i Gallispani poterono sempre tenere aperte le loro vie di rifornimento, sebbene la lunga caccia del La Feuillade al duca di Savoia trovi anche delle buone ragioni nella necessità di controllare la campagna piemontese e tagliare eventuali vie di rifornimento alleato, stornando tuttavia dall’investimento di Torino quei contingenti necessari fin dall’inizio al blocco completo della piazza. Quanto alla conduzione della trincea, nonché alla scelta dell’attacco, e alla superiorità di fuoco ci sembra di capire che in tali variabili si debbano includere le ragioni più evidenti del fallimento francese e che sia possibile recuperarne i caratteri salienti durante le fasi dell’assedio.
Innanzitutto, anche se il progetto del Vauban fosse stato di più difficile attuazione rispetto a quanto egli stesso prevedeva, l’opzione dell’attacco alla cittadella si rivelò effettivamente fallimentare, soprattutto nel 1706, in seguito ai lavori di ristrutturazione compiuti nell’anno precedente. L’azzardo di un assedio-lampo nel 1705, così come voleva il Vendôme, poteva forse comprendere l’attacco alla cittadella, ma sicuramente l’anno successivo, quando si presentò nello stesso settore per iniziare le operazioni ossidionali, l’armata del La Feuillade si vide costretta ad ampliare per forza l’area d’approccio dal poligono della cittadella all’opera a corno, dovendo coprire il fianco sinistro dell’attacco principale e non potendo per giunta mai piazzare dei ricochet all’estrema sinistra, facili vittime delle difese di Valdocco e della stessa opera a corno.
Contestualmente ad una scelta del punto d’attacco, se non infelice, difficile da gestire con il numero di uomini a disposizione, il comando francese fu costretto a concentrare tutti gli sforzi davanti alla cittadella, senza contare lo storno dei contingenti che il La Feuillade dovette utilizzare per contrastare Vittorio Amedeo II dalla metà di giugno. Non si poté così completare concretamente l’investimento della piazza chiudendo la collina sulla destra del Po, senza attaccarne le fortificazioni, ma realizzando una semplice circonvallazione, come si fece poi effettivamente molto in ritardo all’inizio d’agosto, in seguito al ritorno definitivo del La Feuillade al campo francese e all’arrivo del duca d’Orléans.
Passando poi alle fasi successive dell’assedio emerge l’eccessiva distanza della controvallazione dalla piazzaforte assediata, che costrinse ad aprire una prima trincea di avanzamento all’altezza della Porporata e determinò di conseguenza un arretramento delle prime tre parallele, così che ciascuna di esse veniva a trovarsi circa alla distanza dalla piazza di quella che secondo le règles del Vauban la doveva precedere nell’ordine d’apertura. Di conseguenza fu necessario scavare la demi-place-d’armes per recuperare le distanze squilibrate del tratto della terza parallela davanti al bastione di San Maurizio, rispetto a quelle dei tratti davanti alle altre opere, e si dovette realizzare una quarta parallela prima di attaccare e coronare il cammino coperto. I ritardi dei tempi, aggravati dalla ricerca delle mine durante i lavori della terza parallela, si moltiplicarono quasi in progressione geometrica, influendo anche sul rinvio dei momenti in cui dovevano essere piazzate le batterie di copertura per gli avanzamenti.
In merito alla collocazione e all’utilizzo delle batterie d’artiglieria, la convinzione di condurre un assedio alla Coehoorn e in definitiva di non seguire le prescrizioni di quello alla Vauban, non solo influì pesantemente sulla discutibile scelta del fronte d’attacco, ma fu la ragione per cui a lungo ci si intestardì a bombardare massicciamente e in direzione frontale le difese della cittadella, perfettamente defilate da due spalti e dalle controguardie, senza riportare alcun risultato positivo, in tutta contraddizione con gli effetti che si sperava di ottenere, alla maniera per esempio del Coehoorn a Namur nel 1695 o del Lapara a Verrua e Chivasso nel 1705. Buoni risultati ebbero invece i bombardamenti di mortai e petrieri, nonché i ricochet, secondo l’istruzione tradizionale e consolidata dall’esperienza di Vauban.
In seguito alla conquista del camino coperto iniziarono a gravare sulla situazione le perdite fra gli ingegneri e soprattutto fra i minatori, infatti nel momento in cui era necessario sia cercare le contromine dei difensori sia intercettare e conquistare le gallerie capitali, il Vallière fu costretto a scegliere e optò per la seconda attività, sperando evidentemente di poter raggiungere dall’interno le mine cariche e disattivarle, dopo aver conquistato i rami principali del sistema di difesa ipogeo. Alla fine tale azione non fu possibile, nonostante lo stratagemma dell’allagamento, e i funesti risultati si videro nella notte fra il 23 e il 24 agosto, quando i Piemontesi riuscirono a far saltare in aria quasi tutte le batterie di breccia fino ad allora allestite.
Riguardo alle batterie di breccia, oltre a notare, come faceva allora il Lozières d’Astier, la grande quantità di tempo spesa per la loro realizzazione e per il coronamento del cammino coperto, emerge immediatamente l’imperizia nell’allestimento delle embrasures, a tutta onta delle raccomandazioni del Vauban e del Saint Rémy, tanto più grave quanto più si prende in considerazione la difficoltà di riuscire a tirare in breccia con successo sulle facce dei due bastioni, coperti dalle controguardie, pur anche obbedendo con scrupolo alle règles del Traité.
Sembra quindi, in definitiva, che le grandi polemiche e i disaccordi fra i vertici delle «armi colte» e di questi con il La Feuillade, che il Vauban indicava in assoluto quali principali ragioni di insuccesso accanto alla discordia fra l’ingegnere in capo e il generale comandante, nel caso di Torino siano stati innanzitutto effetto di tutte le contingenze negative, volute dal divenire degli eventi e in primis dalla scelta infelice del fronte d’attacco, ma anche immediatamente causa di nuovi errori e scoordinamenti nella conduzione delle operazioni.
Infine non si può negare valore al fallimento dei due assalti generali nell’ambito della vicenda complessivamente sfavorevole all’Armée Royale. L’esito negativo di questi due tentativi di conquista d’impeto delle opere assediate non solo abbattè il morale dei soldati del Re Sole, già molto provati dalla durata dei tempi di trincea e dalle mine, ma costò assai caro in termini di vite umane e di materiali o mezzi impiegati. Tuttavia la ragione del fallimento va dinuovo individuata nella decisione originaria di condurre un assedio «contre les règles», là dove accanto ai grandi bombardamenti la moda di imitare il Coehoorn e la fretta di ottenere risultati fece sì che si lanciasse la fanteria di Francia nei fossati della cittadella a far da bersaglio al tiro incrociato dei difensori o a tentare di attestarsi sulle opere esterne sotto una pioggia di fuoco proveniente dal corpo di piazza.
Il marchese di Vauban morì il 30 marzo 1707, qualche mese dopo la fine dell’assedio di Torino, senza più proferire verbo in merito all’evento dopo la sua lettera al ministro Chamillart del 23 luglio 1706, divenuta famosa per le considerazioni profetiche. Il mancato rispetto delle règles nella conduzione dell’assedio di Torino rimane una pregiudiziale pesante sulla valutazione storica dell’evento e dei suoi esiti. E dunque, per quanto la storia non si faccia con i «se», è suggestivo, dando sfogo alla fantasia, pensare ai possibili sviluppi della stessa impresa sotto la direzione del vecchio maresciallo, così come egli aveva chiesto al ministro Chamillart nelle Réflexions della sua lettera del 16 gennaio 1706, avanzando con modestia la propria disponibilità:
[…] je pourrais encore satisfaire bien que mal aux fatigues d’un siége ou deux, si j’étais servi des choses necessaires et que l’on eût des troupes comme du passé […] Je dois encore ajouter que je me suis défait de tout mon équipage de guerre, il y a quattre ou cinq mois, après l’avoir gardé depuis le commencement de cette guerre jusque-là. Après tout cela, si c’est une nécessité absolue que je marche, je le ferai au préjudice de tout ce que l’on pourra dire et de tout ce qui pourra en arriver; le roi me tenant lieu de toutes choses, après Dieu, j’exécuterai toujours ce qu’il lui plaira m’ordonner, quand je saurais même y perdre la vie, et il peut compter que la très-sensible reconnaissance que j’ai de toutes ses bontés ne s’épuisera jamais […][200]

Appendice


Le nuove fortificazioni di Torino


È interessante segnalare l’esistenza di una memoria, risalente già probabilmente ai primi mesi del 1706 e pubblicato in Pelet-de Vault 1845, pp. 634-635, che illustra quanto dei lavori svolti a Torino per rinforzare la piazzaforte fosse noto al comando francese. Riportiamo il testo integrale così da poter mettere a confronto l’effettiva scarsità e confusione di notizie a disposizione del La Feuillade rispetto alla situazione reale illustrata di seguito.

État des redoutes qui ont été nouvellement construites autour de Turin

Hors de la porte Palais, aux ouvrages du Pallone, il y a deux Redoutes.
Devant le bastion, vers le long du jardin de son altesse royale, il y a cinq redoutes qui correspondent toutes de l’une à l’autre avec celles du Pallone.
Hors la porte du Pô, le long du Pô, il y en a deux.
Hors la porte Neuve, le long du Pô et du Valentin, il y a quatre redoutes.
Hors de la porte Susinne, devant le bastion de la Consola, il y a trois redoutes, dont la plus considérable est casematée et a deux chemins pour les sorties.
Autour de la citadelle, du côté de la cassine que l’on appelle la Porporata, il y a deux redoutes.
Du côté de la Crocetta il y en a aussi deux.
Chacune de ces quatre redoutes qui sont autour de la citadelle est accompagnée d’une espèce de demi-lune ou fer à cheval avec sa retraite à couvert ; tout l’ouvrage que l’on a fait pour couvrir la citadelle est miné, et la contrescarpe est aussi minée et garnie tiut au long d’une forte palissade.

Retranchement du faubourg du Pô

Cet ouvrage consiste en un simple retranchement, des fascinades en forme d’un bon parapet avec son fossé palissadé; il tient depuis le Pô, du côté de Chivas, enfermant les Capucins jusqu’au Pô du côté de Moncaglieri.
A la droite des Capucins, il y a deux redoutes sur un monticule qui ont leur retraite de l’un à l’autre, et toutes deux aux Capucins; ces deux redoutes sont plus élevées que les Capucins.
Il y a une quinzaine de jours que l’on a commencé à tirer une ligne depuis les deux redoutes qui sont le long du Pô du côté de Chivas, qui tend à un fortin nouvellement construit sur la plus haute pointe de la montagne de Turin, de sorte que cette ligne renferme tous les ouvrages du faubourg du Pô.
On fait encore une redoute le long du Pô auprès de l’eglise de Saint-Bénévent, qui est dans la ligne susdite, et cette église servira comme d’une espèce de fortin.
Fra il 1705 e il 1706 furono eseguiti cospicui lavori di irrobustimento del fronte occidentale della piazza, comprendenti sia la cittadella sia il lato di Porta Susa, su progettazione di Antonio Bertola.
Le mezzelune innanzitutto vennero dotate di ridotto interno, separato dal parapetto e cammino perimetrali da un piccolo fossato; si elevarono tre controguardie in terra, con fronte rivestito in fascinoni, davanti ai tre bastioni esterni della cittadella, San Lazzaro, Beato Amedeo e San Maurizio; fu di conseguenza ampliato il fossato davanti alle controguardie e aggiunti i corrispondenti tratti di cammino coperto davanti ad esse, pur conservando l’antico fossato fra bastioni e controguardie; venne elevato inoltre davanti al primo spalto, «glacis» per i Francesi, un secondo cammino coperto, protetto verso la campagna da un avanspalto o «avantglacis» e dotato di frecce in corrispondenza degli assi capitali delle mezzelune e dei bastioni-controguardie; infine la porzione sporgente della cittadella con i tre bastioni suddetti fu separata dal corpo di piazza più interno, al quale appartenevano il maschio e i bastioni del Duca e di Madama, da un fossato e un fronte a tenaglia detto «Tagliata Reale», per tentare un’estrema difesa qualora fosse caduto il corpo sporgente.
Dalla parte di Porta Susa la fortificazione urbana fu ampliata rispetto alla linea ancora parallela alle mura romane con un avancorpo, che, partendo a ridosso del fossato fra i bastioni San Maurizio e Madama della cittadella, raggiungeva il bastione dell’angolo nord-ovest della cinta urbana, detto della Consolata, ed era armato con il bastione Reale e quello di Sant’Avventore. L’asse capitale di quest’ultimo costituì pressappoco la generatrice geometrica di un’opera a corno posta a protezione dell’angolo nord-ovest delle nuove fortificazioni e dotata di freccia davanti al mezzo bastione occidentale; il cammino coperto della cittadella fu pertanto esteso a partire dalla controguardia del bastione San Maurizio a tutto il fronte occidentale, davanti alla nuova mezzaluna dei bastioni Reale e Sant’Avventore, per avvolgere l’opera a corno ed allacciarsi al vecchio cammino coperto davanti al bastione della Consolata. Furono infine aggiunte una freccia davanti alla mezzaluna suddetta e una linea fortificata con tre ridotte quadrate detta di Valdocco, che si dirigeva dal mezzo bastione di nord-ovest dell’opera a corno giù fino alla balza di Dora.
Quanto alle difese sotterranee, entro la primavera del 1706 furono realizzati i sistemi di contromina, su due livelli di gallerie, al «niveau de l’eau» e a quello del piano dei fossati, dei tre bastioni sporgenti della cittadella e delle due mezzelune comprese fra questi, del fronte ovest di Porta Susa e opera a corno, del bastione della Consolata sul fronte di Dora, non controminato se non presso le opere esterne dei bastioni di San Carlo e Sant’Antonio, e infine di tutto il fronte di Porta Nuova dalla cittadella fino alle ridotte del Valentino. La galleria magistrale che correva sotto il cammino coperto della cittadella fu invece aperta dopo l’assedio entro il 1709.
La fortificazione della collina in ultimo cingeva le alture dominanti l’attuale piazza della Gran Madre, dove sorgeva il borgo di Po, anch’esso cinto da opere difensive; il sistema collinare partiva dalla riva destra del Po ai piedi di Villa della Regina, culminava a monte di questa con il forte Airasca e scendeva fino al forte del monte dei Cappuccini, per raggiungere di nuovo la riva destra del Po a monte, comprendendo anche le ridotte Boncompagno, Milanesio e Giaglione[201].

Il testo prosegue alla pagina:
Teoria e pratica d'assedio. Vicende e conduzione dell'attacco a Torino nel 1706 - Terza Parte


Note


[91] Sulla terza parallela Anonimo 1706c, pp. 35-60; Solaro 1708, pp. 47-93; de Quincy 1726, pp. 103-120. In merito ai crochets vedasi Vauban 1737, p. 83, in cui sono presentate tutte le tipologie di trincea utilizzabili a seconda dei casi. Vedere inoltre Vauban 1737, Planche XII; Faucherre-Prost 1992, p. 21.
[92] Daun, 23-6-1706.
[93] B6, da sei pezzi a ricochet del 23-24 giugno. Sui ricochet francesi a Torino anche Hakbrett 1706, pp. 420-421; sulla frequenza e il numero delle sortite della guarnigione Hakbrett 1706, pp. 425-429.
[94] R7, ridotta quadrata.
[95] Vauban 1737, pp. 72-75; Planche IV, X, XXX; Faucherre-Prost 1992, pp. 14-15. La variazione della proporzione per l’alzo del ricochet è ben esemplificata dal confronto fra la Planche XXX dell’edizione del Traité del 1737 e la tavola titolata Profil d’un Ricochet […], appartenente al manoscritto della Direction du Génie e pubblicata in Faucherre-Prost 1992, p. 20; nella seconda è illustrata la proporzione da noi citata, 15 tese di altezza su 350 di lunghezza, mentre la prima rappresenta un caso variante di 20 tese, ovvero un’altezza aumentata a 35 tese per una distanza raccorciata a 150 tese. In particolare sul valore d’efficienza dei ricochet Ostwald 2007, pp. 64-67.
[96] d’Houville, 23-6-1706, p. 206.
[97] supra note 17, 36, 37, 38.
[98] È il Solaro a informarci con precisione che il fuoco francese a causa delle opere esterne non riusciva a colpire le mura e i proiettili passavano radenti i parapetti (Solaro 1708, p. 55). A questo proposito è opportuno ricordare il magistrale impiego delle batterie d’assedio ad Ath nel 1697, dove Vauban utilizzò praticamente solo tiri a ricochet secondo un criterio diametralmente opposto a quello del bombardamento di San Giovanni. Sull’assedio di Ath Pujo 1991, pp. 217-218; Klein 2003, p. 114; Mary 2007, p. 158; Ostwald 2007, pp. 21-45.
[99] La Feuillade, 25-6-1706. Si parla del bombardamento anche in Daun, 25-6-1706, in Anonimo 1706a, pp. 32-34; Anonimo 1706b, pp. 557-558; Anonimo 1706c, pp. 38-40; Hakbrett 1706, pp. 418-419; Soleri 1706, pp. 132-134; Solaro 1708, pp. 55-59; de Quincy 1726, pp. 106-107.
[100] Chamarande, 30-6-1706, p. 207.
[101] Chamarande, 30-6-1706, p. 207. Il Solaro dà puntualmente notizia il primo luglio del rallentamento dei bombardamenti (Solaro 1708, pp. 67-69) e il de Quincy conferma le decisioni di Chamarande, che a causa dello scarso effetto dei bombardamenti potenziò alla fine del mese i ricochet e fece rallentare il tiro a carica pienna (de Quincy 1726, pp. 109-110). La linea scelta da Chamarande fu quella che portò alla riconquista francese di Le Quesnoy nel 1712, dove il Villars con soltanto sessanta cannoni da 24 libbre usati in ricochet ebbe ragione del centinaio di 24 e 36 libbre in dotazione alla guarnigione alleata (Ostwald 2007, pp. 269-271).
[102] Per dare l’idea dell’entità dei bombardamenti «à la Cohorn» e dei costi elevatissimi, inversamente proporzionali ai risultati, basta considerare che per quattro giorni, fra il 26 e il 29 giugno, furono consumati dall’artiglieria francese 115760 rubbi di polvere, 13705 palle da 24 libbre, 400 da 16, 800 da 12, 2841 bombe da 12 pollici e 395 da 9 per i mortai (État-consommations 1706).
[103] Danno notizia di questi progressi anche Daun, 28-6-1706; Daun, 29-6-1706; Daun, 3-7-1706; Daun, 11-7-1706; Anonimo 1706c, pp. 41-60 passim; Solaro 1708, pp. 47-93.
[104] Vauban 1737, pp. 52-54.
[105] Vauban 1737, p. 53. Unico caso in cui Vauban decise di evitare la realizzazione della terza parallela fu l’assedio di Ath nel 1697 in ragione dell’efficace conduzione delle operazioni precedenti e il raggiungimento rapido delle distanze a portata del cammino coperto per prenderne possesso (Ostwald 2007, p. 32).
[106] B7, da sei pezzi.
[107] B8, da sette pezzi a ricochet.
[108] Chamarande, 5-7-1706, p. 214.
[109] Chamarande, 5-7-1706, p. 214.
[110] La Feuillade, 25-6-1706, p. 206. Anche il Daun riferisce in merito ai primi movimenti dei minatori francesi in una lettera del 28 giugno (Daun, 28-6-1706) e del proseguimento dei lavori in successive missive (Daun, 3-7-1706; Daun, 13-7-1706; Daun, 11-7-1706; Daun, 16-7-1706); vedere inoltre Anonimo 1706b, pp. 559-563; Anonimo 1706c, p. 43; Solaro 1708, pp. 75-79; de Quincy 1726, pp. 112-116.
[111] Vauban 1737, pp. 111-139; Faucherre-Prost 1992, pp. 26-29. Una recente ed esauriente descrizione della guerra di mina nel XVIII secolo è reperibile in Cerino Badone 2000, mentre un’altrettanto recente analisi delle tecniche costruttive e dell’avanzamento ipogeo delle mine si trova in Bevilacqua-Zannoni 2006, pp. 15-50.
[112] Vauban 1737, p. 127. Sul tema delle mine negli studi di Vauban Pernot 1995.
[113] Pallavicini, 4-10-1705, p. 191.
[114] Vauban, 16-1-1706, p. 193.
[115] Chamillart 19-6-1706, p. 204.
[116] La Feuillade, 25-6-1706, p. 207. La speranza che i bombardamenti potessero neutralizzare le mine e velocizzare comunque le operazioni manifestò anche ai comandi alleati la sua portata illusoria nel 1709 durante l’assedio di Tornai, occasione nella quale, pur conquistando la piazza, gli assedianti furono parecchio danneggiati dalle contromine francesi e tuttavia lo stato maggiore alleato dimostrò la solita intolleranza per i ritardi, per quanto oggettivi, accusando gli ingegneri di incapacità pratica e mancanza di professionalità. Forse le cautele, anche a scapito della rapidità, adottate dall’ingegnere Valory e dal Villars all’assedio della piazza controminata di Bouchain nel 1712, erano parzialmente giustificate dalla memoria degli eventi torinesi di sei anni prima. Sugli assedi citati Ostwald 2007, pp. 178, 232-233, 248-249, 300-301.
[117] Esplosioni dal 4 al 6 luglio di cui si riferisce in Daun, 3-7-1706 e in Anonimo 1706c, pp. 46-48.
[118] Come testimonia lo stesso Chamarande nella lettera del 5 luglio, in attesa impaziente di poter far saltare la mina dalla parte del Beato Amedeo:
[…] Notre grand objet maintenant doit être de combattre leurs mines et de cheminer sous terre; ce qui est attaché depuis le 25 au matin, et qui ne peut me répondre encore du temps qu’il lui faudra pour faire jouer sa mine […]
(Chamarande, 5-7-1706, p. 214).
[119] Testimone di queste attività è ancora una volta il marchese di Chamarande, che conferma l’insicurezza del comando francese a far avanzare le trincee senza sondare il sottosuolo e riferisce sulla dilatazione eccessiva dei tempi, di cui si era anche accorto il duca d’Orléans (Chamarande, 10-7-1706, p. 217). Quest’ultimo durante il suo soggiorno al campo di Torino ebbe modo di ribadire la portata delle difficoltà dei lavori sotterranei e della loro lunga durata (Orléans, 10-7-1706, p. 218).
[120] Chamarande, 10-7-1706, p. 216; Orléans, 10-7-1706, pp. 204-205; Pelet-de Vault 1845, p. 203. È possibile ipotizzare che il duca di Orléans fosse stato influenzato dall’opinione del Vauban, infatti il ministro Chamillart, in una lettera al La Feuillade del 6 luglio, informa il genero che il maresciallo continua ad essere assai critico e che scommette la testa se mai con tali metodi si riuscisse a prendere Torino; lo stesso ministro fa notare al La Feuillade che, anziché impegnare parte dei suoi uomini a Cherasco e ad Asti, avrebbe potuto prendere i Cappuccini così da placare le voci ostili e dice esplicitamente che «quelques-uns ont parlé à M. le duc d’Orléans pour changer l’attaque et faire celle de Capucins» (Chamillart, 6-7-1706).
[121] Orléans, 10-7-1706, p. 217.
[122] M7, batteria da 5 mortai.
[123] B9, batteria da 14 cannoni.
[124] Orléans, 10-7-1706, p. 218.
[125] Si ha notizia dell’assalto in Daun, 13-7-1706; Anonimo 1706a, pp. 48-49; Anonimo 1706b, p. 561; Anonimo 1706c, pp. 48, 53-54; Hakbrett 1706, pp. 429-431; Soleri 1706, pp. 146-147; Solaro 1708, pp. 83-85; de Quincy 1726, p. 116.
[126] Chamarande, 14-7-1706, p. 221.
[127] B10, batteria da 5 canoni.
[128] B11, batteria da 9 cannoni.
[129] M8 e M9, da 10 mortai.
[130] B12, batteria da 14 cannoni.
[131] B13, batteria da 3 cannoni. Sulle batterie francesi puntate verso l’opera a corno vedere inoltre Hakbrett 1706, p. 421
[132] La Feuillade, 18-7-1706.
[133] Chamilart, 19-7-1706.
[134] Attività avvistata e puntualmente registrata dal Solaro nel suo diario (Solaro 1708, pp. 91-93); vedere anche Anonimo 1706c, pp. 58-59 e de Quincy 1726, pp. 118-119.
[135] Vauban 1737, pp. 56-57, in cui si spiega che le semiparallele originate da rami dei crochet servivano fra una parallela e l’altra per creare ripari a contingenti di fanteria in attesa di prender posto nelle trincee maggiori.
[136] L’attacco è descritto in una lettera indirizzata dall’ingegnere Lozières d’Astier al ministro Chamillart (Lozières d’Astier, 24-7-1706, p. 223). Si hanno notizie dell’evento anche in Daun, 22-7-1706; Anonimo 1706a, pp. 55-58; Anonimo 1706b, pp. 563-564; Anonimo 1706c, p. 60; Hakbrett 1706, p. 431; Soleri 1706, p. 151; Solaro 1708, pp. 93-95; de Quincy 1726, pp. 119-120.
[137] Vauban 1737, p. 54.
[138] Una trattazione sulla conduzione delle mine francesi e delle contromine piemontesi, con la descrizione diacronica degli eventi dalla fine di luglio alla fine di agosto, si trova in Anonimo 1706c, pp. 61-86 passim e Hakbrett 1706, pp. 439-441, mentre in Solaro 1708, p. 63 è descritto l’assetto precedente delle contromine sotto l’avanspalto nel mese di giugno trascorso.
[139] Vauban, 23-7-1706, p. 220. Testimonianza effettiva dell’attività di ascolto, utilissima per i difensori, è fornita in Solaro 1708, pp. 63-65, che documenta la presenza di minatori e granatieri, preposti all’uopo fin dal mese di giugno, nei rami di contromina sotto l’avanspalto. Più in generale è possibile ricordare che Vauban provò personalmente il confronto con una piazzaforte controminata nel 1693 all’assedio di Charleroi, quando capì toccando con mano che la superiorità dei sistemi di contromina era assoluta, se essi erano già stati predisposti prima dell’assedio, e che gli stessi non erano affatto danneggiati dai bombardamenti, come illusoriamente sperava La Feuillade (supra nota 116); non si poteva far altro che rallentare i tempi avanzando à la sape e cercando di raggiungere il sistema di difesa ipogea con i proprii minatori (Ostwald 2007, p.247).
[140] B14, batteria da 9 cannoni. È presente anche in Anonimo, 26-7-1706 una serie di notizie relative all’avanzamento dei lavori della quarta parallela e delle batterie in questi giorni finali di luglio. Vedere inoltre Anonimo 1706c, pp. 61-65; Hakbrett 1706, p. 419; Solaro 1708, pp. 95-103; de Quincy 1726, p. 117-124.
[141] B15, batteria da 7 cannoni contro la faccia destra della mezzaluna di soccorso. B16, da 10 cannoni contro la faccia sinistra della stessa opera.
[142] Lozières d’Astier, 28-7-1706, p. 226, in cui si ribadisce la necessità di rialzare di almeno 3 piedi (m. 1 ca.) le piattaforme di tali batterie.
[143] Notizie sul completamento della quarta parallela e dell’avanzamento verso l’opera a corno sono anche documentate in Anonimo, 30-7-1706, e in Solaro 1708, pp. 102-103.
[144] Lozières d’Astier, 28-7-1706, p. 226. Opinione anche ribadita in Lozières d’Astier, 4-8-1706, pp. 232-233. Su Paul François d’Astier signore di Lozières-d’Astier si veda Blanchard 1981, p. 22. La posizione e le considerazioni dell’ingegnere francese trovano riscontro nel testo del Solaro, che fin dall’inizio di luglio notava quanto fossero dannosi i tiri dei petrieri dalla piazza sulle sapes francesi e quanto fosse efficace il tiro di moschetteria, capace di mietere numerose vittime ogni notte fra i soldati assedianti (Solaro 1708, p. 69). Ci si può dunque immaginare lo stato di prostrazione della fanteria francese sottoposta a tale tormento ormai da molte settimane, tenendo presente che nel diario del Solaro si ripetono assai spesso i richiami all’impiego frequente della controbatteria e dei bombardamenti dalla cittadella, nonostante la necessità di risparmiare la polvere da sparo. Tali condizioni snervanti della trincea sono evidentemente le motivazioni per cui un ingegnere come Lozières d’Astier preferisca l’assalto in via definitiva, sconfessando nel caso specifico le prescrizioni del grande maestro e adducendo per motivazione un calcolo di risparmio di vite analogo a quello dei comandanti alleati, che durante i grandi assedi di Fiandra, fra 1708 e 1711, consideravano preferibile la cospicua perdita di uomini in un vigoroso assalto piuttosto che la medesima nell’avanzamento in trincea (Ostwald 2007, pp. 242-243). Su Michel Pingard de Joinville si veda Blanchard 1981, p. 386. Gli altri ingegneri nominati da Lozières d’Astier non compaiono in Blanchard 1981.
[145] Lozières d’Astier, 24-7-1706, pp. 223-224. Vedere anche Anonimo 1706b, p. 565; Anonimo 1706c, p. 64.
[146] Tardif, 31-7-1706.
[147] M12 e M13, due batterie di mortai per un totale di 40 pezzi. Nelle lettere del Daun si ha notizia dei lavori di avanzamento sullo spalto (Daun, 1-8-1706; Daun, 2-8-1706; Daun, 3-8-1706).
[148] Chamarande, 4-8-1706, p. 230; Daun, 4-8-1706. Inoltre Anonimo 1706a, pp. 62-63; Anonimo 1706b, pp. 565-566; Anonimo 1706c, p. 66; Hakbrett 1706, pp. 421-422; Soleri 1706, p. 156; Solaro 1708, pp. 105-107; de Quincy 1726, pp. 114-115.
[149] Daun, 3-8-1706; Anonimo 1706a, pp. 65-66; Anonimo 1706b, p. 566; Anonimo 1706c, p. 66; Hakbrett 1706, pp. 431-433; Soleri 1706, p. 156; Solaro 1708, p. 105; de Quincy 1726, p. 114.
[150] Lozières d’Astier, 4-8-1706, pp. 232-233. La difesa di categoria è preziosissima per la ricostruzione storica, al momento in cui il Lozières lamenta le perdite ed elenca alcuni caduti e feriti fra brigadieri e sotto-brigadieri:
[…] Le sieur de Joinville, brigadier, tué; le sieur de Sérette, n’ayant qu’un bras, et, l’os fêlé de l’autre, passe en Frane; le sieur de Mus est passé en France, malade; le sieur de Montliben, blessé, va repasser en France […] le sieur Lengrune, blessé; nous ne restons que 3 brigadiers; 2 sous-brigadiers tués, et plusieurs autres: en sorte que de 48, il en reste 25 en état de servir […]
(Lozières d’Astier, 4-8-1706, p. 233)
Altra fonte importante è l’elenco del La Blottière, pubblicato nel contributo di Emilie d’Orgeix (nota 1 e figura 1) della presente pubblicazione.
[151] Su questa fase dell’assedio Anonimo 1706a, pp. 66-86; Anonimo 1706b, pp. 566-572; Anonimo 1706c, pp. 65-78; Hakbrett 1706, pp. 433-442; Soleri 1706, pp. 156-161; Solaro 1708, pp. 109-129; de Quincy 1726, pp. 125-135; de Saluces 1818, pp. 195-200; Mengin 1832, pp. 70-88; Pelet-de Vault 1845, p. 261; Mayerhofer-Komers 1882, pp. 220-222; Viriglio 1930, p. 69; Cognasso 1974, pp. 305-306; Trabucco 1978, pp. 129-136; Ilari-Boeri-Paoletti 1996, pp. 363-364; Paoletti 2001, p. 299; Symcox 2002, pp. 765-766; Amoretti-Menietti 2005, pp. 110-120; Galvano 2005, pp. 140-142; Gariglio 2005, pp. 84-89; Bocca 2006, pp. 109-110; Fiorentin 2006, pp. 152-156; Garoglio 2007, pp. 104-117.
[152] La Feuillade, 6-8-1706. Il numero degli ingegneri rimasti in servizio è citato in Lozières d’Astier, 7-8-1706, p. 236. Sull’alto tributo di sangue pagato dagli ingegneri militari di qualunque armata negli assalti ai cammini coperti durante la successione di Spagna si veda Ostwald 2007, pp. 137-146. Altre descrizioni dell’attacco a Torino si hanno in Anonimo, 6-8-1706 e Daun 5-8-1706, ma anche in Anonimo 1706a, pp. 67-68; Anonimo 1706b, pp. 566-567; Anonimo 1706c, pp. 67-68; Hakbrett 1706, pp. 433-442; Soleri 1706, pp. 156-157; Solaro 1708, pp. 107-111; de Quincy 1726, pp. 125-127.
[153] Sulla «prise du chemin-couvert» si veda Vauban 1737, pp. 85-93. In Ostwald 2007, pp. 240-252 si affronta il tema dell’assalto al cammino coperto, ricordando innanzitutto che per Vauban rappresentava il momento cruciale dell’assedio e seguendo poi completamente tutti gli assedi fiamminghi della Guerra di Successione Spagnola per individuare la totalità dei comportamenti opposti alle règles di Vauban e favorevoli all’assalto d’impeto, come a Torino, secondo l’istruzione del Coehoorn.
[154] I cavalieri di trincea erano delle elevazioni in terra, sostenute da successive quote di gabbioni e con fronte scarpata, collocate presso gli approcci a 13-14 tese (m. 25-27 ca.) dallo spalto, là dove, a contatto con la palizzata, ciascuna trincea si allargava parallelamente al cammino per circa 7-8 tese (m. 14-16 ca.); sulla cima di ogni cavaliere veniva poi apprestato un parapetto con banchina e fascinoni, come per i trinceramenti ordinari. Essi davano il dominio del cammino coperto e il fuoco che partiva da tali posizioni costringeva i difensori, non più protetti dal defilamento dello spalto, a cedere e ritirarsi. Su questi apprestamenti vedere Vauban 1737, pp. 89-90; Faucherre-Prost 1992, pp. 22-23; Ostwald 2007, pp. 62-64.
[155] Lozières d’Astier, 7-8-1706, pp. 236-237.
[156] B17 e B18, batterie di breccia da 4 canoni ciascuna.
[157] B19, batteria di breccia da 6 pezzi.
[158] Sulle «batteries du chemin-couvert» vedere Vauban 1737, pp. 75-79, 93-94; Faucherre-Prost 1992, p. 8. Sul loro impiego durante la successione di Spagna Ostwald 2007, pp. 271-278, 293-295.
[159] Vauban 1737, pp. 93-94.
[160] B22, batteria di breccia da due cannoni.
[161] Daun, 8-8-1706; Daun, 9-8-1706; Daun, 13-8-1706a; Daun, 1-8-1706b; Daun, 14-8-1706a; Daun, 14-8-1706b; Hakbrett 1706, p. 419. Inoltre è descritta con dovizia di particolari e grande attenzione l’attività di costruzione delle batterie di breccia, contestualmente a quella di avanzamento del coronamento e alla lotta sotterranea, in Anonimo 1706c, pp. 68-75; Solaro 1708, pp. 111-123; de Quincy 1726, pp. 128-135.
[162] Desgrigny, 14-8-1706, in cui, facendo riferimento al blocco della collina, l’autore sembra biasimare l’azione tardiva e in sostanza dà ragione al progetto d’assedio del Vauban.
[163] d’Houville, 14-8-1706; Tardif, 14-8-1706.
[164] L’evento è puntualmente registrato in Solaro 1708, pp. 123-125 e in de Quincy 1726, pp. 132-133.
[165] Tardif, 24-8-1706. Sul problema della conciliazione fra le pianificazioni degli ingegneri e l’effettiva perizia degli artiglieri o la loro tendenza all’autonomia si veda Ostwald 2007, pp. 159-166.
[166] La Feuillade, 21-8-1706. La notizia della morte di d’Houville si trova anche in Marsin, 30-8-1706, p. 251.
[167] Marsin, 30-8-1706, p. 251.
[168] Evento di cui si ha notizia in Anonimo 1706c, p. 72 e in Daun, 17-8-1706, dove si riferisce anche riguardo all’avanzamento della costruzione delle batterie di breccia.
[169] B23 e B24, batteria di breccia da 6 cannoni ciascuna.
[170] Notizie in Daun, 7-8-1706 e in Anonimo 1706c, p. 69.
[171] Solaro 1708, p. 125.
[172] infra Appendice - Le nuove fortificazioni di Torino.
[173] Solaro 1708, pp. 125, 127.
[174] Lozières d’Astier, 21-8-1706, p. 246. È significativo che anche il Solaro noti quanto sarebbe stato facile per i Francesi sventare l’attacco ipogeo scavando dei pozzi verticali nelle piazze d’armi occupate del cammino coperto, tanto più che potevano anche contare sulle informazioni di recenti disertori della guarnigione (Solaro 1708, p. 125).
[175] Il 23 agosto il Daun riferiva sul completamento dei lavori di coronamento e del vigoroso tiro di breccia, ma non ancora riguardo all’attacco ipogeo dei difensori (Daun, 23-8-1706).
[176] Hanno invece descritto l’evento Anonimo 1706a, pp. 85-86 e Anonimo 1706b, p. 572, che però lo datano al 25 agosto 1706; seguono inoltre Anonimo 1706c, pp. 76-77; Hakbrett 1706, p. 441; Solaro 1708, pp. 127-128; de Quincy 1726, pp. 135-136.
[177] Vauban 1737, p. 96. Su quest’ultima fase dell’assedio si vedano Anonimo 1706a, pp. 87-106; Anonimo 1706b, pp. 573-582; Anonimo 1706c, pp. 78-89; Hakbrett 1706, pp. 442-462; Soleri 1706, pp. 154-168; Solaro 1708, pp. 129-141; de Quincy 1726, pp. 136-138, 154-159; de Saluces 1818, pp. 200-207; Mengin 1832, pp. 88-104; Pelet-de Vault 1845, pp. 261-279; Mayerhofer-Komers 1882, pp. 222-230; Viriglio 1930, pp. 70-85; Cognasso 1974, pp. 306-311; Trabucco 1978, pp. 136-147; Ilari-Boeri-Paoletti 1996, pp. 364-372; Paoletti 2001, pp. 299-305; Symcox 2002, pp. 766-771; Amoretti-Menietti 2005, pp. 120-133; Galvano 2005, pp. 142-163, 184-195, 215-227; Gariglio 2005, pp. 89-96; Bocca 2006, pp. 110-118; Fiorentin 2006, pp. 156-179; Garoglio 2007, pp. 117-127.
[178] Vauban 1737, pp. 94-100; Faucherre-Prost 1992, pp. 24-25.
[179] supra note 6 e 7.
[180] supra nota 177.
[181] La Feuillade, 27-8-1706, pp. 247-248. Riferisce anche dell’assalto generale il Daun, secondo il quale le brecce erano tuttavia praticabili e aggiunge notizie sulla riconquista delle controguardie (Daun, 27-8-1706; Daun, 28-8-1706). Su questo episodio si vedano inoltre Anonimo 1706a, pp. 87-89; Anonimo 1706b, pp. 573-575; Anonimo 1706c, pp. 78-81; Hakbrett 1706, pp. 442-446; Soleri 1706, pp. 161-162; Solaro 1708, pp. 129-131; de Quincy 1726, pp. 136-138. Una testimonianza importante, segnalata anche in Ostwald 2007, p. 298, è quella contenuta in de Sandras 1728, pp. 106-107, nella quale l’autore presente ai fatti critica la scelta di un attacco prematuro, non solo perché l’artiglieria non aveva ancora rovinato il ridotto interno della mezzaluna di soccorso, ma anche perché il signor di Vallière aveva chiesto altri otto giorni di tempo per far saltare con le mine tale ridotto, invece
[…] ce terme parut trop long à l’impatience de notre General qui pretendoit entrer dans Turin avant ce temps; ainsi il continua à faire tuer bien du monde qui furent sacrifiez à son peu d’experience […]
[182] de Mauroy, 28-8-1706. Dà notizia della morte dell’ingegnere Bertram nell’attacco alla mezzaluna anche La Feuillade, 27-8-1706, p. 247.
[183] Chamarande, 30-8-1706.
[184] Orléans, 30-8-1706.
[185] Marsin, 30-8-1706, p. 251.
[186] La preparazione di un secondo attacco il 31 agosto è chiaramente esplicitata dal maresciallo di Marsin, sempre nella lettera del 30 agosto, quando informa il ministro Chamillart che il giorno dopo saranno al campo le compagnie granatiere dei ventidue battaglioni portati dalla Lombardia e che
[…] l’on compte de s’en servir demain pour l’attaque de la demi-lune et des contre-gardes; l’infanterie du siége, qui est fort fatiguée et fort affablie, ayant besoin d’être soulagée, le vingt-deux bataillons y seront demain […]
(Marsin, 30-8-1706, p. 267)
[187] Il Daun riferisce dei lavori di riparazione delle batterie francesi e che il
[…] feu que j’ay fait faire avec du bois et des goudrons pendant deux jours et trois nuits dans les fossés des contregardes et de la demy lune les a empeché de s’avancer, et meme on leur a brulé les galleries de la contregarde jusques dans le fossé […]
(Daun, 30-8-1706, p. 111)
Anche in Hakbrett 1706, p. 446 sono spiegati i motivi difensivi per cui furono accesi i grandi roghi nei fossati
[…] Monsieur le général [il conte Daun, scil.] crut que le moyen plus sur de se garantir d’une nouvelle surprise, était de faire un grand feu, autour de nos ouvrages, tant pour consumer les corps morts, dont les fossés étaient moitié pleins, que pour rendre les avenues de nos ouvrages inacessibles par le moyen de ce feu […]
Questa funzione dei roghi nel fossato, eminentemente profilattica per rinnovabili attacchi nemici, è confermata durante tutti i giorni seguenti fino alla fine del mese anche in Solaro 1708, pp. 131-133. Infine in de Quincy 1726, p. 138, a conferma di quanto detto, si legge
[…] La nuit du 27 au 28 les assiegés craignant qu’on n’attaquât ces pieces [le controguardie e la mezzaluna di soccorso, scil.] pendant la nuit, jetterent dans le fossé contre les breches une grande quantité de fagots et de gros bois, ausquels ils mirent le feu […]
Si parla infine dei fuochi, sempre in tali termini, anche in Anonimo 1706c, p. 83.
[188] Orléans, 31-8-1706a, p. 252. Altri racconti dell’assalto e del suo sviluppo sono in Daun, 31-8-1706; Anonimo 1706a, pp. 94-97; Anonimo 1706b, pp. 576-577; Anonimo 1706c, pp. 84-86; Hakbrett 1706, pp. 447-450; Soleri 1706, pp. 162-164; Solaro 1708, pp. 133-135; de Quincy 1726, pp. 156-157.
[189] Orléans, 31-8-1706b, p. 253.
[190] Lozières d’Astier, 1-9-1706, p. 256.
[191] Marsin, 31-8-1706, p. 271.
[192] Tardif, 1-9-1706, p. 255. L’ingegnere scrisse poi nel settembre del 1706 una sua memoria sulla conduzione dell’assedio, di grande importanza e il cui studio e commento è stato condotto da Emilie d’Orgeix e pubblicato nel suo contributo in questa stesso testo; ad esso si rimanda dunque per l’approfondimento del punto di vista dell’ingegnere e la rilettura critica delle sue posizioni. Notiamo a margine che il caso del povero Tardiff, fatto bersaglio delle critiche di tutto lo stato maggiore in ragione di un fallimento che tale fu a causa delle condizioni sfavorevoli d’assalto non certamente determinate da lui solo, ma di cui erano responsabili i «chefs» da la Feuillade alla direzione dell’artiglieria, è certamente riconducibileal contesto ampiamente descritto in Ostwald 2007, pp. 146-158, 180-206 e pertinente all’orizzonte dei contrasti fra il comando d’assedio e gli ingegneri in subordine. A conferma di ciò ricordiamo che all’assedio alleato di Aire-sur-la Lys del 1710 e ai due francesi di Marchiennes e Friburgo, fra il 1712 e il 1713, gli assalti generali ai cammini coperti fallirono proprio in ragione di una cattiva preparazione e per aver trascurato la disapprovazione degli ingegneri (Ostwald 2007, pp. 206-207).
[193] Duffy 1979, pp. 135-139; Fara 1989, pp. 185-186 con bibliografia; Faucherre 1991, pp. 35-38.
[194] Testimoniano questi ultimi lavori francesi, condotti di buona lena e rinnovato impegno, nonché l’apertura gigantesca delle brecce nella mezzaluna del soccorso e nel bastione di San Maurizio, Anonimo 1706b, pp. 577-582; Anonimo 1706c, pp. 86-89; Solaro 1708, pp. 137-141; de Quincy 1726, pp. 157-159.
[195] M 14 batteria di mortai, segnalata in Solaro 1708, p. 137.
[196] Anonimo 1706b, pp. 579-580; Anonimo 1706c, p. 87; Solaro 1708, p. 139.
[197] Megin 1832, pp.1-5.
[198] Ostwald 2007, pp. 228, 285-287. A questo proposito è interessante segnalare che il medesimo autore ricorda che una disputa analoga a quella del 1705-1706 aveva già contrapposto nel 1688 il Vauban, non ancora maresciallo di Francia, al padre di La Feuillade, insignito invece già del prestigioso grado militare, a proposito dell’assedio di Philipsbourg, dov’era presente anche il futuro comandante francese a Torino alla sola età di quindici anni (Ostwald 2007, p. 228 nota 41; Boeri-Cerino Badone nella presente pubblicazione nella biografia di Louis d’Aubusson de La Feuillade). Ci coglie quasi l’impressione che l’ostinazione del duca di La Feuillade comportasse anche una componente di carattere personale, non volendo assoggettarsi ai consigli e ai metodi del vecchio rivale di suo padre, per quanto non sia possibile spingersi su questo difficile terreno delle valutazioni emotive in assenza di una documentazione storica precisa che veicoli gli stati d’animo dei soggetti in esame.
[199] Ostwald 2007, pp. 253-308.
[200] Vauban, 16-1-1706, pp.198-199. D’altro canto nel gennaio del 1706 anche Chamillart, sebbene in maniera accomodante e un po’ adulatoria, rispondeva a Vauban che
[…] Il serait à désirer par toutes sortes de raisons pour le bien du service du Roi que vous eussiez vingt ans de moins et que Sa Majesté eût 15000 hommes de plus à vous donner pour l’entreprise de Turin […]
(Chamillart, 18-1-1706, p. 570)
[201] In merito alle realizzazioni difensive, protagoniste dell’assedio del 1706, vedere i seguenti lavori, dotati i più recenti di bibliografia pregressa: Hakbrett 1706, pp. 391-394; Solaro 1708, p. 23; de Quincy 1726, pp. 90-95; Magni 1910; Magni 1911; Magni 1913; Viriglio 1930, pp. 8-9, 15-17; Griglié 1968; Gribaudi Rossi 1975; Ilari-Boeri-Paoletti 1996, pp. 348-350-; Gariglio 1997, pp. 253-291; Benzio 1998, pp. 95-171; Symcox 2002, pp. 749-750; Amoretti-Menietti 2005, pp. 23-37, 69-70; Bonardi Tomesani 2005, p. 466; Gariglio 2005, pp. 32-36, 169-180; Amoretti-Menietti 2006; Bocca 2006, pp. 17-34; Bevilacqua-Petitti-Zannoni 2006, pp. 100-104; Bevilacqua-Zannoni 2006, pp. 53-183; Bocca 2006, pp. 94-95; Fiorentin 2006, pp. 124-127, 130-136; Bevilacqua-Zannoni 2007.

Home | Presentazione | L'autore | Pubblicazioni | BAR International | Link | Contatti | Mappa del sito


Torna ai contenuti | Torna al menu