Ricerche e Studi di Archeologia e Architettura Militare


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Teoria e pratica d’assedio. Vicende e conduzione dell’attacco a Torino nel 1706 - Prima Parte

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da V. BARBERIS, D. DEL MONTE, R. SCONFIENZA (a cura di), L'armata reale di Francia all'assedio di Torino del 1706, Atti della giornata di studi, 2 dicembre 2006, presso l'Istituto Quintino Sella di Torino, "Annales Sabaudiae. Quaderni dell'Associazione per la Valorizzazione della Storia e Tradizione del Vecchio Piemonte", 3, 2006, numero monografico, pp. 89-172

Roberto Sconfienza

TEORIA E PRATICA D'ASSEDIO
VICENDE E CONDUZIONE DELL'ATTACCO A TORINO NEL 1706
- PRIMA PARTE -

ILLUSTRAZIONI

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N.B. L'elenco delle illustrazioni e la bibliografia dell'intero contributo sono trascritti nella terza parte del testo; le note sono divise in base alla divisione del testo nella prima e nella seconda parte

TESTO - 1a PARTE


Le moderne metodologie di indagine archeologica, applicate alla ricerca storica militare specialmente di ambiente anglosassone, hanno fruttato per l’Età Moderna lavori esemplari, primo fra tutti lo studio dell’assedio del castello di Limerick del 1642, pubblicato nel volume Anatomy of a Siege[1]. In quel caso fortunato gli archeologi hanno potuto indagare sia le opere fortificate sia quelle d’assedio e le tracce lasciate da queste ultime sul terreno circostante il castello. Purtroppo il caso dell’assedio di Torino, dal punto di vista archeologico, può essere collocato agli antipodi di quello di Limerick, infatti la continuità di vita della città, estesasi ampiamente nel corso dei tre secoli che ci separano dall’evento oltre la linea delle fortificazioni moderne, non solo ha determinato la cancellazione di ogni possibile traccia sul terreno delle opere ossidionali francesi, già per altro colmate e spianate nelle settimane successive alla battaglia del 7 settembre, ma ha determinato anche la distruzione di gran parte delle strutture difensive, facendo salvo soltanto il maschio della cittadella e il tratto di cinta bastionata presso il palazzo reale e le segreterie di stato. La città ha inoltre inglobato alcune delle antiche cascine periurbane che furono integrate nelle linee d’assedio francesi ed è stato possibile recuperare una parte consistente del sistema di contromine della cittadella in seguito ad indagini che hanno preso l’avvio nel 1958[2].
Lo studio della conduzione dell’assedio di Torino da parte francese, pertanto, non può che fondarsi su una sorta di «archeologia delle fonti», in assenza dei contesti archeologici reali, facendo riferimento all’ampia bibliografia relativa alle vicende e soprattutto sui documenti contemporanei editi dal Mengin, dal Pelet, dal Manno, nonché le relazioni del tempo più strettamente attinenti alle vicende militari, come il diario del conte Solaro della Margherita o la relazione del colonnello Hakbrett, tratta dal giornale del feldmaresciallo Daun, comandante della piazza assediata. L’aspirazione più intima del contributo tuttavia è quella di riuscire a confrontare le fasi dell’assedio reale con quelle della teoria ossidionale di fine XVII - inizio XVIII secolo, tentando di cogliere passo a passo le occasioni che tecnicamente hanno determinato le ragioni del fallimento francese, senza voler negare il valore storico dell’avveduta difesa della piazza, ma la cui disamina appartiene ad altra sede.
Il 13 maggio 1706, quando il duca di La Feuillade iniziò l’investimento della capitale del Ducato di Savoia, le armi di Francia avevano alle spalle una ricchissima ed illustre esperienza di guerra ossidionale, formatasi nei decenni precedenti contestualmente alla fama del più importante ingegnere militare di Luigi XIV, Sébastien Le Prestre marchese di Vauban (1633-1707)[3].

Vauban e il metodo d’assedio francese alla fine del XVII secolo


Il celebre maresciallo, che iniziò a calcare i campi di battaglia e d’assedio ai tempi della Fronda, fu il più convinto sostenitore della necessità di utilizzare nell’ambito delle operazioni ossidionali un criterio rigoroso, basato sull’applicazione di procedure ben precise e calcolate secondo una metodologia di spirito cartesiano[4]. Con il passare degli anni, fra il 1667 e il 1691, l’autorità del marchese di Vauban divenne indiscussa e grazie al sostegno del ministro Louvois e alla stima personale di Luigi XIV egli riuscì a conquistare un posto d’onore per la sua figura e per gli ingegneri nell’ambito dell’arte militare e dei contesti decisionali in materia di campagne e assedi.

Ragione e vite umane


L’assunto di partenza del marchese di Vauban, regolato dal rapporto esistente fra ogni azione militare e i suoi costi, consiste, soprendentemente per i tempi, nella volontà di risparmiare il massimo di vite umane possibili. Infatti il costo esagerato dei caduti fra ufficiali, ingegneri e soldati, lanciati all’assalto delle fortificazioni avversarie, come ebbe modo di constatare lo stesso Vauban in gioventù, nel 1657 al terribile assedio di Montmédy, determinava in ultima analisi lo spreco non solo di materiali e armi, ma anche di importanti risorse umane sulle quali il re e l’armata non avrebbero più potuto far conto in futuro. Tale principio è quindi il nucleo concettuale intorno al quale si sviluppano sia la Mémoire pour servir d’instruction sur la conduite des sièges, scritta fra il 1669 e il 1672 per rendere edotto rapidamente nella materia il ministro Louvois, sia il Traité de l’attaque des places, redatto nel 1704 per l’istruzione militare del duca di Borgogna e circolante, pur con segretezza, nell’ambito dell’Armée Royale durante gli anni della Guerra di Successione Spagnola e degli eventi di nostro interesse[5].
La scelta di un metodo razionale d’assedio poneva pertanto il Vauban in contrasto assoluto con quell’«impétuosité française», che contraddistinse la tradizione militare d’oltralpe durante l’Ancien Régime[6], e fece sì che spesso egli polemizzasse contro l’impiego dell’assalto d’impeto non sufficientemente preparato, tanto che a Maestricht nel 1673, in occasione del fallito attacco alla controscarpa dell’opera a corno da parte del prestigioso reggimento di Picardie, il Vauban nelle pagine del giornale d’assedio manifestò tutto il suo disappunto, scrivendo:
[…] Je ne sais si on doit appeler ostentation, vanité ou paresse, la facilité que nous avons de nous montrer mal à propos et de nous mettre à découvert sans nécessité hors de la tranchée, mais je sais bien que cette négligence, ou cette vanité comme on voudra l’appeler, a coûté plus de cent hommes pendant le siège qui se sont fait tuer ou blesser mal à propos et sans aucune raison; ceci est un péché originel dont les Français ne se corrigeront jamais si Dieu qui est tout puissant n’en réforme toute l’espèce […][7]
D’altro canto la pervicacia che dimostrava il maresciallo su questo tema è conseguente alla centralità che egli conferiva alla guerra d’assedio nell’ambito di tutte le operazioni militari. Infatti, già nella Mémoire egli affermava che «Le gain d’une bataille rend bien le vainqueur maistre de la campagne pour un temps mais non pas du pays s’il n’en prend les places»[8], poiché era ben consapevole del significato strategico che in Età Moderna aveva assunto la città rispetto al suo territorio e a quelli circostanti, ma anche conosceva la funzione organica che ogni piazzaforte rivestiva in relazione alle altre nell’economia difensiva di uno stato[9].
Il marchese di Vauban fu certamente un uomo d’azione, tuttavia in seno all’esperienza pratica andò alla ricerca di una teorizzazione dell’arte dell’assedio che si riassumesse in un metodo costituito da regole certe, ma sufficientemente generali e duttili da adattarsi ad ogni singolo caso, dall’«universale» al «particulare», per usare le espressioni che furono degli ingegneri militari del Rinascimento. Il complesso di norme e preparazioni codificate da Vauban non mirava a fornire una visione ideale e manualistica dell’assedio-tipo, ma all’efficienza pratica in campo, grazie alla quale si poteva ottenere la resa della piazzaforte nemica con il minimo sforzo e costo in vite umane e mezzi, ottenendo d’altro canto un conseguente risparmio di tempo nelle fasi conclusive. La razionalizzazione di questo corpus di conoscenze eminentemente empiriche si diresse su due principali filoni tematici: la definizione della figura dell’ingegnere militare e dei suoi ruoli nell’ambito di un corpo d’assedio e l’individuazione delle norme specifiche da seguire in concreto per conquistare una piazzaforte.

La figura dell’ingegnere militare


Il primo tema è importante tanto quanto il secondo, perché nell’ottica del Vauban il successo di un assedio risiedeva innanzitutto nella conoscenza precisa della piazza, basata sullo studio dei plans di cui era necessario disporre all’inizio delle operazioni, ma soprattutto sulla «reconaissance», ovvero la ricognizione in situ attuata dagli ingegneri prima di procedere con l’investimento. Queste azioni preliminari sono frutto di rigore e metodo e dimostrano fin dall’inizio che la conquista delle piazzeforti nemiche è un fatto di professionalità, derivante da uno studio assiduo nonché da una formazione matematica e geometrica, capace di conciliarsi al mestiere pratico, acquisito sul campo, e alla progettazione teorica dell’attacco sulla realtà del terreno di guerra. Ciò avviene perché l’arte dell’assedio obbedisce a quella stessa norma che il pragmatico Vauban considerava principale nell’architettura militare, ossia l’adeguamento della teoria fortificatoria e della progettazione geometrica alla natura del sito da difendere; siccome l’ingegnere che assedia deve impadronirsi di opere fortificate, non può egli stesso ignorare le norme alle quali si è assoggettato l’ingegnere che ha realizzato quelle medesime opere[10].
È in questa prospettiva che il Vauban insisteva sul primato dell’ingegnere in capo su tutti gli altri ufficiali dello stato maggiore del corpo d’assedio, soltanto in subordine al generale comandante, vedendo nella sua figura il grande coordinatore di tutte le azioni da svolgersi, fossero esse i lavori di scavo delle trincee, quelli di mina, o l’apprestamento delle batterie e la preparazione degli assalti.
Il coordinamento appena considerato si esplicava di nuovo nella capacità, che ogni ingegnere avrebbe dovuto avere, di conciliare la contingenza specifica del singolo assedio con le regole generali, le famose «règles» del metodo alla Vauban.

La procedura d’assedio e le sue regole


La razionalizzazione dell’attività ossidionale corrispondeva per il Vauban in una distinzione preliminare fra le fasi preparatorie teoriche e quelle dell’applicazione sul campo.

§ La preparazione teorica e contestuale

Innanzitutto dobbiamo ricordare che il maresciallo dava assoluta preminenza al coefficiente numerico del corpo d’assedio che in rapporto a quello della guarnigione in difesa della piazza doveva essere nettamente superiore, condicio sine qua non per il successo dell’azione. Nella Mémoire il Vauban sostenne che il rapporto difensore-assediante doveva essere di 1 a 10, in seguito nel Traité del 1704 ridusse alla proporzione di 1 a 6 o 7.
In secondo luogo, sia gli ingegneri sia i comandanti dei corpi d’assedio dovevano curare alcune circostanze e la loro attuazione prima di iniziare l’approccio alla piazzaforte; era necessario dare il via alle operazioni dopo aver raggiunto un contingente di uomini corrispondente al corretto rapporto assediante-difensore e ottenere il massimo delle informazioni possibili sugli effettivi e sulle disposizioni dei nemici all’interno e all’esterno della piazza, garantire la segretezza in merito alle proprie intenzioni di movimento e alle manovre di avvicinamento, operare prendendo in considerazione le condizioni climatiche nella stagione più favorevole, verificare lo stato dei magazzini d’appoggio per poter contare su una logistica efficiente e su approvvigionamenti costanti di munizioni da guerra e da bocca, assicurarsi una disponibilità finanziaria sicura di fondi destinati all’operazione dalla più generale contabilità di guerra.
Ricompare quindi il calcolo come fil rouge e strumento basilare per la corretta preparazione di un assedio; infatti tocca all’ingegnere, con le sue operazioni matematiche, la redazione dei preventivi di denaro, uomini, armi e mezzi di cui sopra, così da mettere a frutto la sua professionalità anche oltre l’ambito specifico della geometria applicata all’azione campale e all’architettura militare.
D’altro canto l’ingegnere impegnato in un assedio, secondo il Vauban, era sempre nella condizione di regolare le sue azioni sul calcolo. Il maresciallo individuò tre ordini di parametri numerici che dovevano essere tenuti sotto costante controllo dagli ingegneri di un’armata assediante e che si influenzavano reciprocamente in ragione delle loro varianti:
- le misure dimensionali delle opere fortificate da conquistare;
- la misura del tempo da impiegare nelle successive fasi di approccio e attacco;
- la misura della quantità di uomini da impiegare complessivamente e per ogni singola operazione.
In definitiva le realtà essenziali di un assedio, fortificazioni, tempo e uomini, erano interamente e costantemente tradotte in numeri, secondo una razionalizzazione matematica, che si estendeva poi al calcolo fondamentale della polvere nera necessaria per l’impiego delle artiglierie e delle mine. Tali computi erano facilitati dalle planches, frequenti nel Traité del 1704, che strutturate per tabelle mettevano in relazione le quantità specifiche di polvere alle dimensioni, note o presunte, delle opere da battere o far esplodere.
È opportuno comprendere d’altro canto che il costante riferimento alla realtà effettiva del contesto d’assedio individuava nello spirito vaubaniano il reale teatro d’azione della ragione e della persona, sicché la centralità del numero è da intendersi quale strumento per la preparazione e la conduzione efficiente di un assedio e non il suo fine. Si scopre così che l’ingegnere militare, calcolatore e razionale, secondo lo spirito del XVII secolo, vive tuttavia lontano dalle teorizzazioni algebriche e analitiche di Cartesio: anziché trasfigurare la realtà in numeri e calcoli, Vauban assoggetta i medesimi alla realtà con il suo «bon esprit» e li consegna all’ingegnere come il più efficace mezzo d’azione nella stessa.

§ Le fasi dell’assedio

La codificazione del metodo d’assedio alla Vauban è riconducibile a quattro fasi principali, successive una all’altra, da mettere in pratica secondo una rigorosa successione e in un tempo massimo fissato intorno a 48 giorni, in condizioni ordinarie.

1. Investimento della piazzaforte nemica e chiusura di ogni accesso ad essa, per evitare i soccorsi, con una linea trincerata di controvallazione, a circa 2400 metri dalla piazza, e una di circonvallazione a protezione del tergo dell’armata assediante.
In questa fase lo stato maggiore doveva assicurare i quartieri per soldati e animali, nonchè la disposizione del parco d’artiglieria, i magazzini delle munizioni e della provianda, secondo la programmazione originaria studiata per tempo dagli ingegneri militari, organizzare le guardie alle due linee con le ordinanze quotidiane dei reparti, comandare le corvées di ogni battaglione per la produzione dei fascinoni, dei gabbioni e dei sacchi di lana o terra.
Agli ingegneri toccava la progettazione e la realizzazione delle linee stesse e dei ponti sui corsi d’acqua vicini, per garantire la viabilità e la logistica. Essi inoltre dovevano dare avvio all’attività di ricognizione e progettazione dell’attacco, scegliendo il settore della fortificazione nemica che sembrava più vantaggioso; era questo il primo momento chiave per il successo dell’assedio, in cui la preparazione teorica dell’ingegnere doveva interagire con la sua esperienza pratica e con la capacità di leggere e capire la realtà territoriale ed edificata che si trovava davanti.
Infine sarebbe stato opportuno che operasse contestualmente al corpo d’assedio un’armata di guardia nella regione in cui sorgeva la piazzaforte, per intercettare la possibile marcia di un contingente nemico di soccorso.

2. Apertura della trincea per avanzare in sicurezza e al coperto verso la piazzaforte nemica. Nella Mémoire il Vauban diceva che la trincea d’assedio doveva «être tracée selon un plan réglé», ovvero era necessario che gli ingegneri avessero progettato l’intero sistema di trincee e che in base a turni specifici essi fossero presenti sul terreno durante i lavori per dirigere le squadre secondo la pianificazione originaria o per valutare le variazioni dovute all’applicazione concreta.
Grande preoccupazione di questa fase doveva essere la sicurezza di tutti gli uomini impegnati nelle opere d’approccio, cosicché non solo era necessario proteggere i parapetti delle trincee con fascinoni e sacchi di lana, ma bisognava anche aprire le testate delle trincee «à la sape», con squadre di quattro uomini che venivano rilevate in successione dopo due ore di lavoro e che operavano proteggendosi il fianco esposto con la collocazione dei gabbioni in asse al parapetto della trincea e la fronte con il «mantelet roulant», uno schermo in legno dotato di timone e ruote per il brandeggio in campo.
Durante la composizione della Mémoire il Vauban parlava soltanto di una pianificazione preventiva degli attacchi, ma nel 1673, un anno dopo l’inizio della Guerra d’Olanda e la conclusione del testo per il Louvois, davanti a Maestricht egli mise in pratica le sue riflessioni teoriche e le meditazioni sull’assedio di Candia del 1669, facendo aprire un’ampia trincea parallela alla controvallazione, collegata ad essa tramite approcci a «crochet», ossia a zig zag, in modo da poter radunare la maggior parte delle truppe al coperto, che avanzavano così verso la piazza «quasi en bataille»[11].
La realizzazione della prima parallela, a circa 600 metri dalla piazza, era seguita, secondo la norma codificata, dall’aperura di altre due trincee parallele, la seconda e la terza, rispettivamente a 350 metri dalla piazza e al piede dello spalto, man mano che gli approcci a crochet procedevano verso gli obiettivi lungo gli assi capitali dei bastioni o delle opere esterne che sorgevano nel settore prescelto per l’attacco.
L’avanzamento con le parallele, o «places d’armes», garantiva il raccordo completo fra i diversi attacchi, permetteva, come si è detto, l’avanzata della quasi totalità della fanteria assediante al coperto e grazie alla fortificazione delle testate tramite ridotte copriva i fianchi dell’attacco dalle sortite dei difensori.
Contemporaneamente alla realizzazione delle parallele e degli approcci venivano installate le batterie d’artiglieria, o lungo la fronte d’attacco delle parallele stesse o sulle cosiddette «demi-places d’armes», aperte perpendicolarmente ai rami d’approccio fra una parallela e l’altra.
Il Vauban prescriveva che le batterie operanti dalle parallele dovevano essere costituite o da mortai a bomba e petrieri, che egli col passare del tempo stimò sempre di più, dato l’effetto devastante del tiro parabolico per i contingenti in difesa sulle opere fortificate, o da cannoni che tiravano «à ricochet», cioè ad alzo massimo e carica non piena, in modo da conferire alla palla una velocità sufficiente per saltare i parapetti e rimbalzare sorda o nei fossati e cammini coperti o sulle piazze delle opere elevate, provocando gravi danni a uomini e cose. Il tiro a ricochet fu sperimentato dal Vauban per la prima volta all’assedio di Philippsbourg nel 1688 e perfezionato nel 1697 all’assedio di Ath[12].
Le funzioni specifiche delle batterie elevate presso le parallele erano essenzialmente due: la demolizione delle artiglierie di piazza e l’allontanamento dei difensori dal fronte attaccato. La costanza e la precisione del bombardamento dava all’armata assediante la possibilità di avanzare con le trincee in relativa sicurezza e avrebbe anche potuto in linea teorica impedire ai difensori di accedere alle opere fortificate per attuare il tiro di controbatteria.

3. Conquista e coronamento del cammino coperto. L’attacco al cammino coperto doveva essere condotto sempre con la preparazione d’artiglieria e possibilmente dopo aver realizzato presso la terza parallela i «cavaliers de tranchée», delle elevazioni in terra sempre in forma di trinceramento, sostenute da successive quote di gabbioni, che permettevano di dominare dall’alto il cammino coperto e di sloggiare dal medesimo i difensori con fucileria e granate. La direzione dell’attacco doveva essere generalmente dai salienti del cammino coperto verso le piazze d’armi rientranti.
Si trattava di una fase cruciale dell’assedio, poiché costituiva il momento in cui, ad attacco avvenuto, si realizzava una sorta di quarta parallela lungo il bordo della controscarpa del fossato, per proteggere il contingente d’assedio giunto ormai di fronte alle principali opere esterne e in definitiva al corpo di piazza.
L’importanza del coronamento tecnicamente consisteva nella sua funzione di opera preparatoria per l’installazione delle batterie di breccia e l’apertura in galleria delle discese al fossato. Queste ultime erano tagliate in obliquo a partire dal piede dello spalto e venivano aperte facendo saltare il tratto di controscarpa intercettato; con tali operazioni si apprestavano le vie in sicurezza per il transito delle fanterie al momento dell’assalto generale.
Quanto alle batterie di breccia, il Vauban stabilì l’ordine di elevazione; egli sosteneva la necessità di allestire prima quelle da quattro pezzi che tiravano in breccia sulla mezzaluna, poi a seguire quelle da sei o otto pezzi per battere le facce dei bastioni e infine le batterie da cinque-otto pezzi miranti ai fianchi dei bastioni con quelle realizzate sulle piazze d’armi rientranti del cammino coperto per bombardare le cortine.
Era fondamentale che tali batterie fossero piazzate a meno di 100 tese (m. 200 ca.) dagli obiettivi e che i cannoni sparassero a carica piena, dirigendo il tiro inizialmente verso il piede dell’elevato delle opere e, salendo progressivamente, tracciassero con i loro colpi un’ampia H fino al parapetto, cominciando dalle barre verticali, così da determinare simultaneamente il crollo dei paramenti e l’ampia apertura della breccia.

4. Apertura della breccia e assalto generale. L’ultima fase poteva segnare la fine dell’assedio già al momento dell’apertura delle brecce, allorquando il governatore della piazza ritenesse di non poter più opporre una resistenza efficace con la sua guarnigione ai contingenti d’assedio mandati all’assalto.
Il Vauban tuttavia pianificò anche la procedura dell’assalto alle brecce, sempre in vista di quell’assunto originario volto al maggior risparmio possibile di vite umane. L’azione doveva essere condotta in pieno giorno, per evitare l’aggravamento della confusione durante gli scontri sulle opere demolite, ma soprattutto, anche facendo ricorso ad un attraversamento del fossato «à la sape», bisognava preliminarmente stabilire il cosiddetto «nid-de-pied» al fondo di ogni breccia aperta, ovvero una sorta di testa di ponte da cui i reparti di granatieri, accompagnati dagli ingegneri scelti per l’azione, dovevano progressivamente occupare il terreno della breccia per assicurare in mano agli assedianti il colmo della stessa e permettere alla fanteria all’assalto di salire la rampa in relativa sicurezza.
Al momento in cui un’opera esterna o un bastione veniva conquistato ed era saldamente tenuto nelle mani degli assedianti era possibile che si giungesse alla «chamade» e alla resa della piazza per capitolazione, dopo le trattative fra il comandante del corpo d’assedio e il governatore. In raro caso contrario si doveva procedere sempre avanzando in sicurezza «à la sape», trincerandosi nell’opera conquistata e piazzandovi adeguatamente altre batterie da bombardamento e breccia, fino al momento in cui la pressione ormai sul corpo di piazza rendesse concretamente impossibile un’ulteriore difesa.

§ I tempi dell’assedio

In conclusione è opportuno sottolineare la grande importanza che il Vauban conferiva ai tempi stabiliti per condurre le operazioni d’assedio e al loro rispetto, al punto che è possibile ricostruire una tabella di marcia di questo genere:
- 9 giorni: investimento della piazza e realizzazione delle «lignes» di controvallazione e circonvallazione;
- 9 giorni: apertura della trincea, realizzazione delle tre parallele in successione con le batterie a ricochet e di mortai, approccio allo spalto;
- 4 giorni: conquista del cammino coperto;
- 4 giorni: allestimento delle batterie di breccia contro la mezzaluna e suo bombardamento, contestualmente alla preparazione delle mine sotto la medesima;
- 3 giorni: allestimento delle discese nel fossato della mezzaluna e attraversamento dello stesso, eventualmente «à la sape»;
- 3 giorni: assalto e conquista della mezzaluna e suo allestimento offensivo verso il corpo di piazza;
- 4 giorni: allestimento delle batterie di breccia contro i bastioni retrostanti la mezzaluna e loro bombardamento, contestualmente alla preparazione delle mine sotto i medesimi;
- 3 giorni: allestimento delle discese nel fossato dei bastioni e attraversamento dello stesso, eventualmente «à la sape»;
- 2 giorni: assalto e conquista della breccia o delle brecce aperte nei bastioni, stabilendosi saldamente sulle loro piazze;
- 2 giorni: capitolazione e resa della piazza.
Il totale dei giorni d’assedio previsti dal Vauban, come già detto sopra, ammontano dunque a 48, contando in essi una media di 4 giorni per possibili imprevisti nel corso delle operazioni o d’altro canto una resistenza più vigorosa del solito[13].

Le règles e «contre les règles»


A conclusione di questo breve excursus sulle procedure d’assedio messe a punto dal Vauban nel corso dei decenni passati al servizio del re di Francia è opportuno rivolgere l’attenzione ad una vexata quaestio che riguarda da vicino le vicende dell’assedio di Torino e può fare da liaison con lo sviluppo successivo del contributo, vale a dire la pratica dell’attacco «à la Cohorn».
Il barone Menno van Coehoorn (1641-1704), primo ingegnere militare di Guglielmo III d’Orange e rivale del Vauban sia in campo sia in prestigio, era fautore di un metodo d’assedio assai meno metodico e regolato rispetto a quello studiato dal collega francese. Innanzitutto il Coehoorn riteneva, come d’altra parte il suo antagonista, che il primo momento chiave di un assedio fosse la scelta del punto d’attacco, ma ben diversamente rispetto al Vauban egli credeva che tale punto dovesse essere uno dei più solidi della difesa avversaria o dei più ardui alla conquista, dove ovviamente gli assedianti, non aspettandosi un’azione nemica, avrebbero trascurato di più la sorveglianza. Il vantaggio della sorpresa sarebbe tuttavia venuto meno, se non fosse stato supportato da un’azione intensa e rapida dell’artiglieria d’assedio. Il Coehoorn riteneva pertanto di dover impiegare una grandissima quantità di bocche da fuoco per rovesciare sulle difese avversarie una pioggia di proietili e bombe capace di aprire in poco tempo delle ampie brecce nelle fortificazioni, pur sparando da distanze maggiori che i 200 metri previsti dal Vauban fra gli obiettivi e le batterie di breccia. Infine, ad onta dell’avanzamento coperto nelle trincee, l’olandese preferiva una soluzione più rapida, sempre in ragione del guadagno di tempo, ossia gli assalti generali a distanza con numerosi contingenti di fanteria per conquistare le ampie brecce, che necessariamente si presupponevano aperte dal massiccio bombardamento[14]. Durante la Guerra di Successione Spagnola tale indirizzo di pensiero fu dominante non solo presso l’ufficialità delle armate coalizzate di Olanda, Gran Bretagna e Austria, ma anche in seno ai vertici militari francesi, inaugurando così un periodo in cui la corsa al risparmio di tempo e alla pratica di più assedi in un’unica campagna diede il primato alla pioggia di bombe e al sacrificio di interi reggimenti sui cammini coperti rispetto all’efficienza vaubaniana, parsimoniosa di vite e polvere nera.
È comunque importante segnalare che in realtà il Coehoorn, anch’egli criticato agli assedi di Venlo, Roermond e Bonn, fra 1702 e 1703, per procedere troppo lentamente e preoccuparsi del risparmio di uomini, era fautore di una minuziosa e lunga preparazione ossidionale, proprio avendo come obiettivo la capacità di sviluppare una potenza di fuoco straordinaria, che avrebbe permesso in seguito al bombardamento e all’assalto di recuperare il tempo perduto nelle fasi iniziali.
Un esempio fortunato del sistema d’attacco alla Coehoorn è rappresentato dal secondo assedio di Namur del 1695, che fece seguito alla conquista francese della città nel 1692 ad opera del Vauban. Quest’ultimo si impegnò a ristrutturare le fortificazioni urbane, della cittadella di Terra Nova e del forte William, aggiungendo una corona di frecce collegate da un cammino coperto tutto intorno al complesso difensivo. Nel 1695, dopo aver preso la città secondo il metodo d’assedio tradizionale, l’armata di Guglielmo III d’Orange si apprestava ad assediare la cittadella, separata da Namur dall’ultimo tratto del corso della Sambre alla confluenza nella Mosa. Il 20 agosto il Coehoorn decise di bombardare dalla città i fronti della cittadella e del forte William a strapiombo sulla Sambre, prendendo completamente di sorpresa il maresciallo di Boufflers, governatore della piazza, che si attendeva un attacco dal fronte principale della cittadella, dove tre anni prima aveva agito il Vauban. Il 30 agosto, dopo dieci giorni di trincea, gli Alleati lanciarono un poderoso assalto generale da tutti gli approcci aperti in direzione della cittadella e costrinsero effettivamente il Boufflers a capitolare il primo settembre[15].
Vauban individuò le ragioni della resa di Boufflers nella spossatezza della guarnigione, impegnata a lungo nella difesa della città di Namur, ma anche nel fattore psicologico legato al disorientamento e al latente senso di panico diffusosi fra i soldati francesi in seguito al poderoso bombardamento e all’apetura delle brecce. Tuttavia il maresciallo francese, più che insistere sul tema del bombardamento, disapprovava e contestava con veemenza la conduzione fuori copertura dei grandi assalti generali. Questo era il punto che rendeva incommensurabile l’abisso esistente fra il metodo d’attacco alla Vauban e quello alla Coehoorn, per il fatto che simili scelte d’azione contraddicevano l’assunto oiginario dell’ingegnere francese in merito al risparmio maggiore possibile di vite umane e mezzi.
Alla luce di quanto detto, risulta chiara la motivazione per cui il Vauban considerasse il metodo del Coehoorn, un «non-metodo», prodotto ai suoi occhi dalla fretta e in definitiva dal sovvertimento dei criteri razionali di efficienza. Questa opinione fu esposta dal maresciallo in una lettera, scritta l’11 settembre 1705, al duca di La Feuillade, uno dei tanti militari francesi fautori del massiccio impiego di forze rapido e risolutivo e della conduzione degli assedi «à la Cohorn», o, come si diceva allora in palese polemica con il Vauban, «contre les règles», quando l’armata francese che occupava il Piemonte al comando dello stesso duca, si stava apprestando ad assediare Torino[16]. Dopo aver esortato il La Feuillade ad investire la capitale sabauda con un blocco totale e a conquistare dapprima la città, non subito la cittadella, il Vauban affermava di non essere
[…] nullement d’avis que vous attaquiez à la Cohorn; cette méthode, qui n’est pas une, n’est bonne que contre des bicoques comme Venlo, Ruremonde, la citadelle de Liége et Bonn, toutes places plus mauvaises les unes que les autres, et dont pas une n’était en état de tenir huit jours contre des attaques réglées: il n’en serait pas de même de la citadelle de Turin, dont les défenses étant solides, bien apreuvées et bien flanquées, ne se raseraient pas facilement à les battre de 300 toises comme Cohorn. Il n’y aurait pas réussi, s’il y avait eu fossé qui vaille à ces places; il n’en serait pas de même de la citadelle de Turin, qui a un bon fossé, et qui, supposeé les défenses battues six jours durant, voire dix, ne serait pour cela désarmée au point que les parapets ne fissent encore assez de masse pour couvrir, du moin à demi-corps, ceux qui soutiendraient un assaut […][17]

L’investimento della piazza di Torino, 13 maggio - 1 giugno 1706


Nel mese di maggio del 1706 il generale Luigi Francesco d’Aubusson duca di La Feuillade diede inizio alle operazioni di avvicinamento alla capitale sabauda, radunando il giorno 7 a Montanaro, presso il torrente Orco, e a Susa i due maggiori contingenti dell’armata francese d’assedio provenienti dai quartieri invernali della stessa Susa, di Ivrea, Chivasso, Casale e Pavia[18].

Avvicinamento alla piazza


Il contingente francese di Susa, al comando del generale di Gévaudan, venne suddiviso ulteriormente in due parti, sei battaglioni e dieci squadroni di scorta ai convogli di artiglieria e provianda e tredici battaglioni sparsi nella pianura pedemontana per detenerne il controllo, ma destinati poi a Torino al momento dell’apertura della trincea. Nel frattempo il La Feuillade avanzò a partire dal 9 maggio con un ampio schieramento nella pianura del basso Canavese, raggiungendo Lombardore sulla destra e San Benigno sulla sinistra, dopo aver superato il Malone. L’avanzata procedette poi il 10 con l’arrivo a Nole Canavese, presso Ciriè, e, gettati i ponti sulla Stura di Lanzo, l’11 i Francesi giunsero a Robassomero. Il giorno successivo, presso Druento, l’avanguardia di Gévaudan con un convoglio d’artiglieria raggiunse l’armata di La Feuillade e il 13 maggio l’intero contingente si diresse su Torino, provenendo da nord-ovest. Gévaudan si fermò a Pianezza e il resto del corpo d’assedio andò ad occupare le stesse posizioni tenute nel settembre del 1705, ovvero lungo la sponda sinistra della Dora Riparia da Lucento al Parco Vecchio[19].
Scorrendo le pagine iniziali del Traité vaubaniano, dedicate ai preliminari dell’investimento, emerge il concetto fondamentale della dissimulazione delle proprie intenzioni e degli obiettivi reali. Il maresciallo parlava di un avvicinamento prudente, utilizzando piccoli contingenti per occupare tutte le principali vie d’accesso alla piazza e definendo intorno alla medesima un cerchio con l’intera armata, che saggiando il terreno di notte doveva stringere la morsa avanzando con prudenza e utilizzando parte della cavalleria a copertura del tergo[20].
Nel caso in esame è abbastanza comprensibile che il La Feuillade non si sia preoccupato più di tanto della segretezza o della dissimulazione dei suoi piani, essendo palese per tutti i belligeranti che il rinvio dell’assedio di Torino nell’autunno del 1705 avrebbe condotto alla ripresa della stessa azione nella primavera successiva, sebbene prima di prendere i quartieri d’inverno i Francesi avessero fallito il tentativo di conquistare Asti. D’altro canto la resa di Nizza al duca di Berwick, il 5 gennaio 1706, forniva una copertura relativa per la minaccia di soccorsi alleati dalla riviera ligure attraverso il Piemonte sud-occidentale, mentre l’avanzata su Torino da Susa e dal Canavese permetteva di chiudere gli accessi principali alla città, fermo restando che il corso del Po era totalmente controllato dai Gallispani e la pianura pedemontana da Mondovì a Susa era cinta dai territori delfinali francesi e dalla Savoia occupata[21]. L’unico lato della capitale sabauda che sfuggiva al controllo francese era quello orientale delle colline sulla destra del Po, che rappresentò, come vedremo, il vero punto critico dell’investimento.
Quanto alla raccomandazione del Vauban di prevedere un’armata di sorveglianza, operante in parallelo con quella d’assedio, è opportuno ricordare che, pur non essendovene una specifica in Piemonte, vi era quella del duca di Vendôme nella Pianura Padana orientale, la quale, in seguito alla vittoriosa battaglia di Calcinato del 19 aprile 1706, era riuscita a ricacciare nella valle dell’Adige gli Imperiali e a chiudere in tal modo l’unica via di soccorso da est per gli Stati del Duca di Savoia[22].

Ricognizione e scelta dell’attacco


Dal momento in cui l’armata giungeva di fronte alla piazza e si dava inizio ai lavori di controvallazione, secondo l’istruzione del Vauban, doveva anche iniziare l’attività di «reconnaissance» da parte dei generali e degli ingegneri, per verificare autopticamente sul terreno le indicazioni fornite dalle carte e dai rilievi, raccolti in fase di preparazione preliminare dell’assedio, e scegliere a ragion veduta il settore migliore verso il quale condurre gli approcci e l’attacco.

§ Le règles per la scelta dell’attacco

Il Vauban dedica parecchie pagine alla fase di ricognizione. La norma indicava con minuzia le situazioni sfavorevoli paradigmatiche da evitare, quali la presenza di un fronte emergente dal piano di campagna e ben scarpato, un settore delle fortificazioni urbane munite lungo il corso di un fiume e una porzione dell’area circostante la piazza invasa da terreno paludoso. Egli aggiunge inoltre tutte le variabili di informazioni che un ingegnere deve recuperare in seguito alla ricognizione, per poi decidere il punto dell’attacco e presentare il «plan» allo stato maggiore, ovvero il computo delle opere esterne da conquistare prima di arrivare al corpo di piazza, il genere di rivestimento bastionato e la natura regolare o meno dello schema in pianta delle difese, il numero dei cammini coperti e degli spalti, delle palizzate, dei fossati e avanfossi asciutti o allagati, la presenza di sistemi di contromina e la natura geofisica del terreno per scavare trincee e gallerie[23].
A Torino sembra che nulla di tutto ciò sia accaduto, mentre a partire dal 13 maggio gli assedianti iniziavano a tracciare la controvallazione fra il Po e la Dora davanti al fronte settentrionale delle mura urbane. In quello stesso giorno il La Feuillade scrisse una lettera al ministro Chamillart dalla quale si intende chiaramente la decisione di portare l’attacco principale contro il fronte della cittadella; il generale infatti, dopo aver riferito sull’inizio dei lavori fra il Po e la Dora, aggiungeva:
Je vais prendre la même position que j’avais prise l’année passée, tant depuis la Doire au bas Pô qu’au haut Pô; je ferai faire nos lignes avec tout le soin et toute la diligence possible; je passerai ensuite le Pô avec un corps très-considérable. Il n’est pas impossible que, malgré tous les discours qu’on tient, et quoique nous ne soyons pas maîtres de la hauteur des Capucins sur laquelle il y a beaucoup de nouveaux retranchemens, M. le duc de Savoie se trouve assez honnête pour être obligé de quitter Turin […][24]

§ Opinioni e discussioni sulla scelta dell’attacco: Vauban

La questione spinosa della scelta del punto d’attacco era già stata affrontata e sviscerata, con «tous les discours» cui allude sopra il generale francese, nel settembre del 1705, in occasione del primo tentativo di assedio a Torino, e durante l’inverno successivo.
La bibliografia in materia e i documenti editi permettono di ricostruire puntualmente le diverse opinioni e anche l’iter del comportamento contraddittorio del La Feuillade, indeciso sull’intraprendere o meno l’impresa in ragione del numero di uomini a disposizione, della stagione e del metodo d’assedio[25]. Le discussioni si articolavano su due possibili scelte d’attacco: quella proposta dal Vauban e quella sostenuta dal Vendôme e dal La Feuillade.
L’ormai anziano maresciallo scrisse nell’estate del 1705 una memoria approfondita contenente il progetto per l’assedio di Torino, facendo riferimento innanzitutto alla conoscenza diretta della piazza che egli aveva maturato in seguito al lungo soggiorno del 1670 presso la corte del duca Carlo Emanuele II[26]. Premettendo che Vittorio Amedeo II, forte di 12000-15000 uomini, sarebbe uscito dalla sua capitale assediata, per contrastare all’esterno i Francesi, e che era necessario avere il controllo delle piazze di Montmélian, Nizza e Pinerolo prima di iniziare qualunque azione su Torino, il Vauban prescriveva la costituzione di un corpo d’assedio non inferiore a 40000-42000 uomini con un parco di 140 cannoni[27], tutti raccolti insieme alle munizioni da bocca e da fuoco all’interno della fascia protetta da controvallazione e circonvallazione. Queste ultime dovevano essere realizzate con grande cura e con fossati allagati, prendendo l’acqua dalle numerose rogge della campagna periurbana, contestualmente alla costruzione dei ponti raddoppiati sul Po, sia a monte sia a valle della città, e sulla Dora. Per assicurare un investimento efficace e un blocco completo di Torino, le lignes dovevano estendersi tutto intorno alla piazza, compresa la collina sulla destra del Po, che costituiva nel progetto vaubaniano il primo obiettivo da conquistare; in particolare
[…] il faudra […] attaquer à même temps le fort des Capucins, et, sitôt qu’on l’aura pris, examiner la quantité de canon qu’il pourra contenir et l’y faire monter, observant qu’il doit être de 24 livres de balle, de 16 et de 12 au moins. Comme c’est un excellent cavalier qui, une fois pris et bien employé, doit faire beaucoup de mal à la place, il ne faut pas douter que les ennemis ne fassent tout ce qu’ils pourront pour le rendre inutile, soit par le mines ou par le bombarder. C’est pourquoi, sitôt qu’on en sera maître, il faudra bien le visiter haut et bas et tout autour, pour voir s’il n’y aura rien, et en même temps placer des mortiers dans le bas environ […] pour tirer deux fois autant de bombes dans les maisons de la ville qu’ils en tireront aux Capucins […][28]
Il controllo della collina e del monte dei Cappuccini avrebbe permesso dunque l’apprestamento di batterie a ricochet e a bomba per prendere a rovescio le difese urbane, mentre si doveva procedere alla fortificazione delle teste di ponte sui fiumi e alla produzione di fascinoni e gabbioni, utilizzando a turno tutto il contingente di cavalleria e fanteria non impiegato nella guardia alle lignes.
Si giungeva così al momento della scelta del fronte d’attacco e in merito il Vauban individuava tre possibili opzioni: la cittadella, il fronte urbano dalla parte del Valentino e quello di Dora. Mentre la scelta del Valentino è liquidata rapidamente a causa della riduzione di spazio per gli attacchi nell’area ristretta lungo il Po, dovendosi allontanare il più possibile dal raggio d’azione di sud-ovest della cittadella ed essendo difficile prendere d’infilata a rovescio i bastioni urbani occidentali dal monte dei Cappuccini, l’idea di attaccare la cittadella è analizzata con dovizia di particolari, ma comunque bocciata. Il Vauban spiega infatti che il fronte ovest costringe ad aprire due approcci, uno sulla cittadella e uno sull’opera a corno, antistante il nuovo avancorpo della Porta di Susa[29], così da imporre l’attacco ad un solo bastione della cittadella e permettere la concentrazione dell’intera guarnigione nella sua difesa, tenendo conto che quel fronte è munito di buoni fossati rivestiti, di mezzelune «doubles», con ridotto interno, e di un esteso sistema di contromine[30]. In sostanza l’attacco alla cittadella avrebbe contraddetto i principi essenziali di efficienza e di risparmio di vite e tempo cari al Vauban, non solo perché le trincee potevano essere prese di mira dalla sua artiglieria e da quella della cinta urbana, ma anche e soprattutto per il fatto che l’intera città era in grado di rifornire la cittadella e supportarne lo sforzo
[…] et rejetterait par conséquent toutes les incommdités d’un grand siége sur les assiégeans: ce qui me persuade avec raison que n’est pas là la bonne attaque[31]
L’attacco migliore dunque, secondo il Vauban, era quello dal fronte di Dora, alla «fourche» definita dalla confluenza del medesimo fiume nel Po, conducendo le trincee verso Torino nello spazio compreso fra i due corsi d’acqua ed usando gli stessi come circonvallazioni naturali. D’altro canto il maresciallo notava che la portata della Dora e del Po si sarebbe ridotta in estate, nei mesi di luglio e agosto, rispetto alla primavera e al disgelo, in modo da non rischiare l’allagamento delle trincee, ma soprattutto il maggiore vantaggio dell’attacco dal fronte di Dora era quello di poter posizionare le batterie a ricochet sia sulla sinistra del Po sia sulla destra lungo le colline e battere da posizioni sicure e dominanti i bastioni urbani, contestualmente al tiro a rovescio attuato dal monte dei Cappuccini. La possibilità di impiegare soltanto otto battaglioni, quattro all’interno dell’area delimitata dai fiumi e due rispettivamente sulla destra del Po e sulla sinistra della Dora, rappresentava l’ulteriore vantaggio di questo attacco, che avrebbe ottenuto come risultato la rapida resa della città, per poter iniziare subito dopo l’assedio della cittadella. Il maresciallo non faceva menzione comunque dell’opportunità di attuare un assalto generale alle mura urbane, ritenendolo evidentemente non necessario, se fosse stata efficace l’azione dell’artiglieria, collocata così come egli aveva stabilito. «La ville une fois rendue, la règle veut qu’on resserre la citadelle au terme de son esplanade, qui sera celui de sa contrevallation du côté de la ville»[32], dopo di che, assicuratosi il controllo dei quartieri presso la Porta di Susa e verso la Porta Nuova, il Vauban consigliava di occupare i bastioni della cinta urbana prossimi alla cittadella, per piazzarvi le batterie e iniziare gli approcci. La soluzione migliore sembrava quella di condurre l’attacco «par dehors», ovvero non sulla piazza d’armi antistante la porta reale della cittadella, ma lungo i fossati di raccordo con la cinta urbana, così da evitare che la difesa fosse costretta a tirare in direzione della città per colpire gli assedianti. Sta di fatto che il Vauban, dando per assunto il principio del risparmio di vite umane, fossero esse di militari o civili, lascia nel progetto il giudizio agli ingegneri che avrebbero comandato in situ la scelta del punto d’attacco migliore alla cittadella[33].
Gli studi pregressi sull’assedio di Torino raccolgono altri piani d’attacco attribuiti agli ingegneri Lapara de Fieux, Salmon, Bertram e all’artigliere d’Houville; gli ultimi due, per nota di cronaca, finirono i loro giorni davanti alla capitale sabauda durante la fase finale dell’assedio. La totalità delle opinioni espresse era a favore di un attacco rivolto prima alla collina e al monte dei Cappuccini, poi alla città e infine alla cittadella, allineandosi più o meno all’opinione del Vauban[34].

§ Opinioni e discussioni sulla scelta dell’attacco: Vendôme e La Feuillade

Ad onta delle proposte degli esperti di guerra d’assedio il duca di Vendôme, comandante dell’armata gallispana d’Italia nel 1705, e il La Feuillade avevano tutt’altra opinione.
Sembra innanzitutto che il Vendôme, pur non esplicitando ancora a Luigi XIV la sua intenzione di attaccare Torino «contre les règles», dimostrasse la volontà di agire tempestivamente, facendo conto sulla netta superiorità francese rispetto all’armata di Vittorio Amedeo II, ormai ridotta secondo lui a contingenti di milizia paesana; il duca si espresse infatti in tal modo allorché dovette rispondere ad una memoria del 2 giugno 1705, inviatagli dalla corte e riguardante le difficoltà previste per l’assedio di Torino, nella quale si dava per assodato l’investimento completo della piazza secondo le regole[35].
Allineata alla posizione del Vendôme era l’idea generale che il La Feuillade si era fatto dell’attacco da condurre a Torino, prima ancora di giungere a ridosso della città, come testimoniano le sue stesse parole, indirizzate al ministro Chamillart in una lettera dell’11 agosto 1705:
Il serait difficile, avec 35000 hommes, de circonvaller Turin; cette précaution serait même inutile, M. de Savoie n’ayant que 4000 hommes d’infanterie et sans espérance d’avoir secours. Si vous me donnez 80 pièces de canon et 40 gros mortiers que je ferai tirer avant d’ouvrir la tranchée et que je ferai servir à la hollandaise, je réponds de prendre cette place après avoir mûrement déterminé l’endroit de l’attaque: mais je prétends, s’il vous plait, que vous donniez vos ordres pour que les miens soient exécutés régulièrement par les ingénieurs et les artilleurs […][36]
Il generale francese diceva esplicitamente che aveva intenzione di bombardare la città «à la hollandaise», prima di aprire la trincea, cioè impiegando l’artiglieria concentrata tutta insieme secondo il metodo del Coehoorn, e, come il Vendôme, negava, in maniera ancora delicata, la possibilità di investire e bloccare completamente Torino, adducendo come motivo la scarsità di uomini. Per queste ragioni il La Feuillade rifiutò fin dall’inizio il piano d’assedio del Vauban, in merito al quale diceva che «S’il fallait faire tout ce qu’il propose, je n’en répondrais point pour le dernier de février», ritenendo di poter prendere Torino «le premier jour de l’an»[37].
È probabile che il La Feuillade fosse rimasto positivamente impressionato dall’efficacia e dalla rapidità dei bombardamenti massicci, avendone constatato personalmente gli effetti nel luglio del 1705 a Chivasso, piazza sulla quale il Lapara fece rovesciare una pioggia di 40000 proiettili d’ogni tipo, devastando fortificazioni e abitato[38]. D’altro canto l’idea di intraprendere un’altra difficoltosa azione di investimento del sistema difensivo collinare di Torino, così com’era accaduto nel 1704 a Verrua e nel 1705 a Chivasso, con notevoli perdite di uomini e mezzi induceva i generali francesi, primo fra tutti il Vendôme, a guardare con sospetto e propensione al rifiuto ogni piano d’assedio che prevedesse ancora lunghe azioni militari sulle colline lungo la destra del Po[39].

§ Scelte d’attacco nel 1705

Giungiamo così al momento in cui l’armata francese, nel settembre del 1705[40], si presentò per la prima volta davanti a Torino e il La Feuillade rese esplicito il suo piano d’assedio, che prevedeva sia il bombardamento «à la Cohorn» sia la scelta della cittadella quale obiettivo dell’attacco principale, escludendo l’investimento completo della piazza e tanto meno la conquista preliminare dei Cappuccini e della città. Le motivazioni di tale decisione sono espresse dallo stesso generale in una lettera del 3 settembre 1705 a Chamillart, che vale la pena citare almeno nei luoghi più significativi;
[…] Je ne connais, après avoir réfléchi jour et nuit, de possibilité à prendre Turin avec le peu de troupes que j’ai, qu’en attaquant la citadelle avec 80 pièces de gros canon, 20 de petit, en cas qu’on s’en puisse servir utilement, et 45 mortiers que nous avons. Quand cela tirera tout ensemble, à la façon de M. de Cohorn, je ne veux que six fois vingt-quattre heures pour ruiner toutes les défenses: cela fait, la difficulté de prendre la citadelle de Turin ne consiste que dans les contre-mines. Ordonnez à M. de Vallière, qui est le plus habile homme que nous ayons pour les mines, de se rendre incessamment ici. M. le duc de Savoie a une trop faible et trop mauvaise garnison pour oser faire des sorties. A l’égard des assauts qu’il pourra soutenir quand la brèche sera faite, les bastions de la citadelle sont trop petits pour y pouvoir faire de bons retranchemens: si elle était emportée d’assaut, la ville de Turin serait au pillage, ce que je ne crois pas qu’il veuille hasarder […][41]
Il programma del La Feuillade, di bombardare pesantemente la città per sei giorni e di risolvere il problema delle contromine facendo esclusivamente affidamento sulle capacità del signor di Vallière, venne contestata dal Vauban nelle lettere inviate a Chamillart e allo stesso La Feuillade il 13 settembre e già precedentemente citate[42]. Vale comunque la pena di ricordare che il maresciallo, dopo aver ribadito con profusione di considerazioni e consigli i contenuti del suo progetto d’assedio e le critiche al metodo del Coehoorn, aggiungeva nelle conclusioni:
[…] Sur-tout n’imitez pas la manière d’attaquer de Cohorn; elle vous tromperait: les siéges de Barcelone et de Verrue ne sont pas des siéges à imiter; il a fallu des miracles pour se rendre maître de ces places, après bien du temps et avoir souffert de grandes pertes […],
alludendo chiaramente alle scelte infelici del Vendôme in occasione dell’assedio di Verrua, durato troppo a lungo e costato esageratamente in vite umane, proprio per esser stato condotto «contre les règles»[43].
Per completare il quadro delle opinioni sulla scelta del punto d’attacco giova ancora segnalare che in quel mese di settembre del 1705 anche il Vendôme palesò le sue idee, esortando innanzitutto La Feuillade con due missive ad aprire la trincea davanti alla cittadella, poiché quell’attacco era «la meilleure et la plus sensée» e il tempo scarso e prezioso[44]. Sempre nella lettera del 22 settembre il Vendôme consigliava il La Feuillade di non ascoltare nessuno e di seguire la sua buona volontà, ma scrivendo a Luigi XIV il primo ottobre 1705 esplicitò che quel «personne» corrispondeva in primis al Vauban, il quale, secondo lui, non comprendeva che il buono o il cattivo investimento di una piazza passava in secondo piano quando essa rappresentava l’ultimo ed esiguo baluardo di resistenza per un nemico che, nella contingenza del 1705, non poteva più ricevere alcun soccorso, essendo stato battuto il principe Eugenio a Cassano d’Adda, il 17 agosto[45]. D’altra parte, secondo il duca,
[…] si Sa Majesté avait consulté M. de Vauban, nous n’aurions ni Verrue ni Chivas. Cependant, quoique cela ait été entrepris contre les règles, ces deux places n’en ont pas moin été prises, et je réponds sur ma tête que Turin le sera aussi, si Votre Majesté veut bien ordonner à M. de La Feuillade d’en faire le siége […][46]
In tal modo il Vendôme rispondeva apertamente all’allusione del Vauban relativa a Verrua nella lettera del 13 settembre indirizzata a La Feuillade, ribadendo però che la necessità maggiore era vincere la corsa contro il tempo e cogliere il momento favorevole durante lo scorcio della campagna del 1705, poiché egli vedeva «avec un regret mortel et à n’en pouvoir douter, que si Votre Majesté manque à présent l’occasion de prendre Turin, elle ne la retrouvera jamais»[47]. Il Vendôme si offriva dunque di comandare l’armata di Piemonte, senza i rinforzi dalla Provenza, e di assumersi l’onere della direzione dell’assedio, chiosando con quelle parole famose che hanno il sapore di una «rodomontade» del Grand Siècle, con cui dichiarava «que Votre Majesté me fasse couper le cou si je ne prends Turin contre les règles»[48].

Definizione dell’investimento: la controvallazione


Il duca di La Feuillade aveva quindi già deciso di attaccare la cittadella di Torino prima di avvicinarsi alla città, confortato nelle sue posizioni dall’opinione del conte Pallavicini, un ufficiale piemontese, agli ordini del maresciallo di Villeroy, allora in servizio presso l’armata francese delle Fiandre che scrisse al La Feuillade, per esortazione dei suoi superiori, nell’ottobre del 1705, quando ancora il generale francese tergiversava sulla decisione se intraprendere o meno l’assedio[49].

§ Il piano del Lapara e l’investimento

Il Lapara nell’ottobre del 1705, più volte esortato a pianificare l’assedio di Torino, sebbene continuasse a ritenere, come aveva esposto nel 1703, che l’attacco alla cittadella non fosse conveniente, aveva inteso d’altro canto la volontà del La Feuillade, sostenuta dall’autorevole appoggio del Vendôme; tuttavia egli proponeva di mantenere del suo vecchio piano l’attacco alla città, verosimilmente dall’angolo di nord-ovest del fronte di Dora, contestualmente a quello della cittadella, in modo da avvolgere con due approcci l’intero fronte ovest e far breccia contemporaneamente nelle fortificazioni urbane e nel baluardo più forte[50].
Dato che non era pienamente concorde con il Lapara, caduto la sera del 15 aprile 1706 davanti a Barcellona, e riteneva eccessivo l’impegno esteso a tutto il fronte occidentale, il La Feuillade continuava a puntare soltanto sulla cittadella, quale obiettivo principale[51], e già il 14 maggio furono impostati tre ponti per il passaggio della Dora, uno presso Lucento e gli altri due verso Pianezza[52]. Procedevano intanto i lavori della controvallazione nord sulla sinistra della Dora tramite la realizzazione di una linea trincerata, dotata di ridotte quadrate a distanze più o meno regolari con un vertice rivolto verso la piazza. L’andamento della ligne, che partiva dal Parco Vecchio e giungeva in prossimità della Dora presso la cascina Scaravella, seguiva la natura del terreno pianeggiante fra il suddetto fiume e la Stura, intercettando le diverse strade suburbane che conducevano alle cascine dei dintorni di Torino[53].

§ Règles e controvallazione

La realizzazione della controvallazione seguiva le norme prescritte dal Vauban. Le azioni principali erano l’occupazione di siti vantaggiosi secondo la natura del suolo e non dominati da posizioni equivalenti per i difensori, la distanza fuori dal tiro del cannone della piazza assediata, la delimitazione del terreno strettamente necessario alla sicurezza del campo. Lo schema più semplice della ligne era quello cosiddetto «à redans», ovvero a frecce, opere ad angolo sempre acuto, rivolto verso la piazza, e agganciate presso le estremità ai tratti orizzontali del trinceramento; i redan dovevano essere distanziati, in piano e in condizioni ottimali, a 120 tese (m. 234 ca.[54]) da una punta all’altra, con un margine di variazione di 10 o 12 tese (m. 19-23 ca.), e le loro dimensioni, considerandoli alla distanza di 90 o 100 tese, potevano variare fra le 18, 20 o 25 tese (m. 35, 39, 49 ca.) di lato. Davanti al trinceramento à redans veniva scavato un fossato, dal quale si estraeva il materiale per elevare l’opera campale; le sue dimensioni variavano generalmente fra i 15, 16 o 18 piedi (m. 5, 5,20 o 5,85 ca.) di larghezza a livello del piano di campagna per 6 o 7 piedi (m. 1,90 o 2,30 ca.) di profondità, tuttavia esistevano anche ampiezze più ridotte, secondo un tabellario di misure corrispondenti.
Il Vauban prevedeva un tempo fra gli otto e i dieci giorni per la realizzazione delle controvallazioni e l’assetto del parco d’assedio, prima dell’apertura della trincea; egli raccomandava l’impiego di tutti gli ingegneri, equamente suddivisi lungo lo sviluppo delle lignes, affinché curassero il buon andamento dei lavori e in particolare la realizzazione della scarpatura dell’elevato dei trinceramenti, procedendo all’edificazione per orizzonti di mezzo piede alla volta, ben battuti, su uno spessore dai 2 ai 3 piedi (m. 0,65, 1 ca.). Infine il perfezionamento delle lignes riguardava la parte interna con il taglio delle banchine di tiro, la realizzazione dei rivestimenti generalmente in legno e la sistemazione dei fascinoni sul colmo dei parapetti, in coppie affiancate e sormontate da un terzo[55].
La controvallazione nord a Torino fu completata all’inizio di giugno, ma fra il 20 e il 21 maggio gran parte dell’armata francese aveva già passato la Dora, grazie ai ponti di Pianezza e ad un secondo ponte realizzato accanto a quello di Lucento. Pur dovendo far fronte alla resistenza sabauda, attuata con sortite appoggiate dall’artiglieria, nella notte fra il 22 e il 23 maggio i Francesi dettero inizio ai lavori per realizzare la controvallazione di sud-ovest dalla Dora al corso del Po a monte di Torino. Sempre contrastati dai Piemontesi, gli assedianti procedettero di buona lena e, nonostante un cannoneggiamento avversario, proveniente il 24 maggio da una batteria sulla destra del Po presso la vigna di Madama Reale, essi riuscirono il giorno successivo a chiudere quei 500 metri che mancavano per ultimare la controvallazione e raggiungere il fiume.
Le dimensioni delle lignes realizzate a Torino nel 1706 corrispon-devano a quelle del «quatrieme profil» del Vauban, ovvero
Largeur du Fossé à l’ouverture : 12.0 Pieds-Pouces
Largeur du même sur le fond : 4.0 Pieds-Pouces
Sa profondeur : 6.0 Pieds-Pouces
Contenu solide de son excavation par toises courantes : 8.0 Pieds-Cubes
Le tems nécessaire à ces façon : 4 jours
[56]
Dopo dodici giorni dall’avvicinamento alla città, quindi grosso modo entro i termini canonici prescritti dal Vauban, il La Feuillade era riuscito a chiudere l’investimento di Torino da tutti i lati tranne quello orientale della collina, che non venne fin dall’inizio considerato alla stregua dell’area di pianura, sebbene in una lettera del 15 gennaio 1706 il generale avesse manifestato al ministro Chamillart l’intenzione di chiudere anche la collina con la circonvallazione e «un gros corps» di truppa. Evidentemente al momento buono il La Feuillade ritenne di non avere uomini a sufficienza, vista la portata dell’attacco dalla parte della cittadella[57].

Lavori di completamento e preliminari per la trincea


A partire dal 26 maggio l’armata d’assedio fu impegnata negli interventi di completamento delle lignes, mentre una parte dei suoi uomini fu destinata nella notte fra lo stesso giorno e il seguente ad aprire una trincea parallela alla controvallazione a circa 500-600 tese (m. 900-1000 ca.) dalla cittadella, avente come centro e punto di riferimento la cascina Porporata, attualmente demolita, ma individuata nella porzione urbana compresa fra via Frejus e corso Vittorio Emanuele II; essa fu fortificata e scelta per contenere il parco d’artiglieria e i magazzini del materiale d’assedio, trovandosi esattamente sul cammino di Francia e quasi in asse con la mezzaluna del Soccorso[58].
Il 27 maggio gli assediati, vedendo i lavori svolti nella notte appena trascorsa, non ebbero più alcun dubbio che l’obiettivo dell’attacco principale sarebbe stato il corpo sporgente della cittadella, tanto da pensare che si trattasse dell’apertura formale della trincea[59].

§ Trasformazione delle cascine periurbane

Il completamento definitivo dei lavori di controvallazione proseguì negli ultimi giorni di maggio con la trasformazione in centri fortificati di tutte le cascine periurbane torinesi che si trovavano lungo il percorso delle lignes, secondo l’abitudine di sfruttare ai fini ossidionali le preesistenze edificate all’interno dell’area d’investimento[60]. S’è detto della Porporata e della sua funzione di centro logistico; immedia-tamente collegata ad essa per funzioni e fisicamente dalla strada di Francia alla distanza di poco più d’un chilometro e mezzo era la chiesa di Pozzo Strada, attualmente ricostruita in via Bardonecchia e trasformata allora dai Francesi nel deposito principale delle polveri. Spostandosi verso sud-ovest rispetto alla strada di Francia il La Feuillade stabilì il proprio comando presso la cascina Olivero in prossimità della circonvallazione, attualmente fra via Arbe e via Tirreno. Poco più a nord in direzione della controvallazione venne occupato il Ritiro degli Esercizi Spirituali per insediarvi l’ospedale militare.
La ligne che fronteggiava la piazza dall’alto corso del Po fino alla Dora a differenza di quella fra Dora e Stura presentava una successione di redan a distanze più o meno regolari intervallati da cascine e ville rustiche, inglobate nel percorso del trinceramento; a destra della Porporata, verso sud, erano interessate la cascina Lutino Gariglio e la Giusiana, a poca distanza dall’ospedale del Ritiro, la Grangia e la Martiniana, centri di smistamento della provianda e dei panifici, oggi non più esistenti, e il castello del Drosso all’estremità orientale presso il Sangone; a sinistra, verso nord-ovest la controvallazione si attestava presso la bealera Meana alla cascina Anselmetti, oggi scomparsa, e poco più ad ovest, appoggiandosi alla cascina Calcaterra, proseguiva oltre la bealera fino alla sponda destra della Dora. Alle spalle di questo breve tratto di trinceramento sorgevano i due ponti a cavallo del fiume, protetti dalle postazioni del castello di Lucento e il corso stesso della Dora faceva da raccordo con la controvallazione nord, seguendo un’ampia ansa, con la convessità verso est, fino all’area delle cascine Scaravella, oggi distrutta, Sacristia e Palasotto del marchese di San Tommaso, all’incrocio fra via Sospello e via Casteldelfino.
La controvallazione nord inglobava anch’essa alcune cascine, la Benso, la Bruné e la Gioia, in via Refrancore poco prima del Parco Vecchio, mentre altre limitrofe si trovavano in retrovia e furono occupate con funzione di magazzini e ricoveri; la più importante di queste, ancor oggi esistente in via Ala di Stura, era la Fossata, che fu fortificata e individuata come magazzino principale della controvallazione nord.
Infine è opportuno ricordare che anche la trincea parallela alla controvallazione e diramata a nord e a sud della Porporata comprendeva altri edifici rurali:
La droite qui traversait les cassines Demorra, Bianca, et Martinet était dressée vers l’ouvrage à corne; celle de la gauche qui passait par les cassines Ponte et Machiolo, allait finir vers le bastion Béat-Amédée […][61]

§ La circonvallazione

Contemporaneamente ai lavori di controvallazione furono completati quelli di circonvallazione, sempre entro la fine di maggio o i primi giorni di giugno, soltanto però nel settore sud fra la Dora e l’alto corso del Po. La circonvallazione fra la Dora, a partire dal castello di Lucento, e la Stura fu elevata rapidamente e sommariamente poco tempo prima della battaglia di Torino, quando già l’armata di soccorso stava dirigendosi verso Venaria e le posizioni da cui il principe Eugenio lanciò l’attacco del 7 settembre 1706. La circonvallazione sud aveva un primo tratto fra la Dora e la bealera Meana, ravvicinato e parallelo alla controvallazione e si attestava a meridione in prossimità della villa del Gibellino, ancor oggi esistente nei pressi di corso Appio Claudio. La roggia Meana, per la distanza circa di un chilometro svolgeva funzione di circonvallazione in direzione ovest, dopo di che il trinceramento, seguendo un andamento ad anse, con qualche redan isolato, per adeguarsi alla natura del terreno, convergeva in direzione sud-est verso la testata della controvallazione a ridosso della riva sinistra del Po[62].
Infine i Francesi deviarono il corso della bealera Meana davanti alla controvallazione per allagare i prati della depressione di Valdocco e assicurare la sinistra dell’area d’attacco.

Dall’apertura della trincea alla conquista del cammino coperto, 2 giugno - 5 agosto 1706


Dopo aver condotto a termine i preliminari, il 2 giugno 1706, il duca di La Feuillade consegnò all’ingegnere in capo Rémy Tardiff la direzione dei lavori d’assedio. Quest’ultimo, che aveva combattuto a Verrua e fu destinato a sostituire il Lapara, aveva al suo comando quarantotto ingegneri e, come secondi, il primo sostituto Villars Lugein e accanto Lozières d’Astier. È opportuno rilevare che a proposito di queste scelte di comando, fin dall’inizio del mese di maggio, il ministro Chamillart dimostrava qualche perplessità:
[…] j’y ajoute le peu de capacité des ingénieurs: Lapara, qui était le meilleur, vient d’être tué devant Barcellone; vous n’avez que Tardif, dont je ne connais pas les talens; par ce que j’en ouï dire, il me semble que son expérience n’est pas assez consommée pour un siége de cette importance. J’ai prié le roi de faire passer Villars-Lugein pour servir en second: il ne peut se rendre auprès de vous qu’après la prise de Barcelone […][63]
La notte fra il 2 e il 3 giugno gli assedianti fissarono «l’ouverture de la tranchée»[64].

La prima parallela


La procedura per aprire la prima trincea venne definita dal Vauban nel Traité secondo una serie di operazioni, da svolgersi come al solito seguendo l’ordine prestabilito.

§ Règles e prima parallela

La prima norma consisteva nella definizione dei luoghi in cui iniziare i lavori. In seguito alla «reconnaissance» e all’individuazione delle opere da conquistare, gli ingegneri dovevano segnare i prolungamenti delle linee capitali, prendendo per punti fissi i vertici delle opere stesse e dei loro cammini coperti. La distanza fra il cammino coperto e il luogo in cui si doveva aprire la trincea poteva essere calcolato con metodi trigonometrici o geometrici empirici, comunque era fondamentale tracciare tale linea lungo la quale dovevano svilupparsi la progressione quotidiana degli attacchi. Spettava poi agli ingegneri, istruiti dal loro superiore, il «Directeur du siège», posizionare i punti sul terreno con i picchetti e tracciare i prolungamenti delle linee capitali. I luoghi in cui si stabiliva così l’apertura della trincea dovevano essere protetti da corpi di guardia fino al momento in cui non fossero iniziati gli scavi.
L’avvicinamento ai punti deputati avveniva generalmente di notte con il contingente destinato all’azione, detto «Garde», schierato «en bataille» e con i granatieri in testa, mentre ogni soldato e ogni «travailleur», militare o civile che fosse, doveva portare con sé un fascinone. In prossimità del punto d’apertura l’ingegnere brigadiere, comandante per la giornata, disponeva nei diversi punti le brigate di ingegneri, secondo il piano d’attacco, e contemporaneamente i «Bataillons de la Tranchée», che componevano la garde, si andavano a disporre a destra e a sinistra dell’«Ouverture», posando a terra i fascinoni. In seguito all’arretramento della garde gli ingegneri, guidati dal brigadiere, disponevano gli operai, che, dopo aver raccolto le fascine lasciate dai soldati, avrebbero iniziato a lavorare soltanto ricevendo l’ordine e rimanendo in silenzio. Il comando era assunto dai «Sous-Brigadier», perché il loro superiore doveva occuparsi del tracciamento della trincea davanti alla testa d’apertura, sugli allineamenti delle capitali. Questo genere d’avanzamento, ancora fuori dall’area di tiro della piazza, era detto «à la fascine», poiché i fascinoni, o «saucissons», prima di essere posti in opera sui parapetti della trincea, servivano come unica protezione in aperta campagna. L’approccio procedeva a zig-zag, tentando di tracciare segmenti paralleli alle facce delle opere da conquistare e gettando la terra, asportata per realizzare i cammini, sempre dalla parte della piazza assediata, in modo da abbozzare fin dall’inizio il nucleo dei trinceramenti e proteggere le squadre di lavoranti che man mano erano impiegate nell’avanzamento e sistemazione dell’opera.
L’obiettivo della prima notte di trincea consisteva nel raggiungimento della distanza adeguata dalla piazza per aprire la prima parallela, avanzando di concerto con entrambe gli attacchi che il Vauban teorizzava lungo le capitali dei due bastioni scelti come fronte. Era auspicabile che si iniziasse nella stessa notte l’apertura della parallela, le cui estremità ancora deboli dovevano essere presidiate dalla garde; il resto degli uomini poteva già ripararsi occupando quanto era stato realizzato fino ad allora. Durante la giornata gli operai che avevano lavorato di notte venivano rilevati da quelli del turno diurno, lungo tutto il tracciamento della parallela, così che ogni squadra lavorasse contestualmente alle altre, e si procedeva fino al completamento della prima parallela. Il Vauban auspicava che entro il terzo giorno di trincea gli approcci raggiungessero la distanza per aprire la seconda parallela, mentre veniva perfezionata la prima e in essa prendevano posizione i battaglioni di trincea comandati per i turni di guardia[65].

§ La prima parallela davanti a Torino

Il procedimento adottato a Torino è analogo a quello stabilito dal Vauban, tranne per il fatto che l’apertura della prima parallela avvenne immediatamente, senza approcci lungo le capitali dei bastioni San Maurizio e Beato Amedeo, alla distanza di 490 metri (250 tese ca.) dal secondo cammino coperto, superando di circa 230 metri la misura di 600 stabilita dal Vauban, se si considera in più lo spazio di 340 metri circa, esistente fra il secondo cammino coperto e il corpo di piazza[66]. Vennero impiegati 3000 operai e la garde era costituita da 15 compagnie di granatieri, 10 battaglioni di fanteria e 800 cavalieri[67].
Quando fu completata, nella notte fra il 6 e il 7 giugno, la trincea raggiunse una lunghezza di poco maggiore ai due chilometri dalla balza di Valdocco fino quasi ad intercettare la strada per Pinerolo, a sud-ovest della Crocetta. Si procedette «à la fascine» e probabilmente, stando alle règles, il suo fossato doveva essere profondo 3 piedi (m. 1 ca.) e il trinceramento, largo 12-15 piedi (m. 3,90-4,90 ca.), fu completato con banchina di tiro e fascinoni sul sommo del parapetto. L’andamento della trincea era subrettilineo a differenza di quanto prescriveva il Vauban, che voleva parallele ad arco di cerchio per collegare tutti gli attacchi. Nel caso di Torino la distanza maggiore dalla piazza rispetto a quanto era stabilito dalla norma può essere una ragione di questa tendenza a rettificare la prima parallela, ma probabilmente conta anche il fatto che la stessa trincea fu intesa come una sorta di raddoppiamento avanzato di un tratto di controvallazione, da cui far partire gli attacchi veri e proprii sulle capitali e capace di impegnare un ampio fronte dal bastione Beato Amedeo all’opera a corno. D’altro canto l’attacco al fronte della cittadella costringeva ad estendere le trincee sulla sinistra fino alla balza di Dora in direzione di Valdocco per impegnare anche il settore di Porta Susa, benché il La Feuillade, come s’è detto precedentemente, volesse soltanto concentrarsi sulla cittadella. Fin dall’inizio evidentemente sembrava inopportuno lasciare scoperta tutta la sinistra dell’attacco alle sortite dalla porta urbana e dall’opera a corno, al punto da dover considerare la possibilità di attaccare anche questo settore del fronte occidentale.
Infine la testata sinistra della parallela fu fortificata con una ridotta (R1)[68], avanzata rispetto al centro e in asse con la Porporata fu elevata una seconda ridotta (R2)[69] e l’estremità destra venne attestata presso la cascina Maciola, fortificata a dovere; tale settore fu ulteriormente munito con una terza ridotta (R3)[70], nella notte fra il 6 e il 7 giugno, in posizione avanzata rispetto alla cascina. Anche la realizzazione di queste opere seguì le prescrizioni di sicurezza del Traité contro le sortite della guarnigione nemica e gli schemi standard della raffigurazione delle parallele nelle «planches», in cui compaiono generalmente agli estremi delle trincee le ridotte quadrate[71].

§ L’impianto delle batterie di mortai

La notte fra il 4 e il 5 giugno, oltre a realizzare una trincea di collegamento fra circonvallazione e controvallazione sulla destra dell’attacco per meglio proteggere il settore dalle sortite, fu apprestata al centro della parallela la prima batteria di mortai (M1)[72].
Nel Traité esiste un capitolo specifico dedicato alle «batteries à bombes», in cui si prescrive di posizionare tali opere, come si fece generalmente a Torino, fra la prima e la seconda parallela, a destra o a sinistra delle trincee d’approccio e sufficientemente distanti da non disturbare i lavori di scavo e avanzamento. La struttura della batteria era composta da un parapetto ampio, detto «epaulement», come quelli per le batterie di cannoni, ma senza le «embrasures», e da una piazza in cui venivano posizionati i pezzi, possibilmente abbassata di 2 o 3 piedi (m. 0,65-1 ca.) rispetto al piano di campagna.
Ogni mortaio veniva posto in batteria su una piattaforma lignea costituita da otto travi parallele fra loro, lunghe 9-10 piedi (m. 2,90-3,25 ca.), giuntate con picchetti conficcati nel terreno, fra una trave e l’altra; la posa in opera delle travi doveva essere fatta in modo che la parte posteriore della piattaforma fosse sollevata di 8-9 pollici (m. 0,20-0,25 ca.) rispetto all’anteriore, mentre lo spazio fra una trave e l’altra era colmato di terra ben compattata, prima di sistemare la superficie di assi disposti ortogonalmente alle travi e contigui fra loro. Il piano d’appoggio della piattaforma non doveva essere fissato con chiodi, ma con picchetti disposti lungo il perimetro per agevolare e velocizzare lo smontaggio, quando la batteria veniva spostata. Ogni piattaforma infine era distanziata dalle altre di 15-16 piedi (m. 4,90-5,20 ca.) e di 9-10 piedi (m. 2,90-3,25 ca.) dal parapetto; la polveriera era collocata abbastanza lontano dalla batteria, presso la sua gola, in una sede ricavata in negativo nel terreno per garantire una maggiore protezione.
Il Vauban spiegava in merito alle batterie di mortai che
[…] Si on les place bien la première fois, il ne sera plus nécessaire de les changer: c’est pourquoi il faudra les approcher du moins autant que les Batteries à Ricochet […][73],
per il fatto che egli riteneva efficace l’impiego delle granate fin dall’inizio dell’assedio, con un tiro costante dalla distanza delle prime parallele, mentre a distanza ravvicinata, fra la terza parallela e il piede dello spalto, nonché sugli angoli salienti e rientranti del cammino coperto, giudicava più appropriato l’utilizzo dei mortai petrieri. Nel primo caso infatti era necessario sfruttare l’effetto dirompente delle granate per demolire le batterie degli assediati, nel secondo il lancio delle pietre provocava una pioggia terribile sulle teste dei soldati preposti alla difesa delle opere, quando ormai le distanze si erano ridotte a quelle del tiro di fucile[74].

La seconda parallela


Nella notte fra il 7 e l’8 giugno, dopo la destinazione di 9 battaglioni a guardia della trincea, i Francesi aprirono due approcci in avanti rispetto alla prima parallela e simmetrici alla batteria di mortai, che aveva iniziato a bombardare il fronte della cittadella. La notte successiva le testate dei due approcci, giunte a circa 600 metri dalla piazza, furono collegate da un tratto di trincea orizzontale, costituente la porzione centrale della seconda parallela, che venne aperto «à la sape» a causa della reazione dei difensori dal secondo cammino coperto. Da questo momento in avanti gli ingegneri decisero di abbandonare l’avanzata «à la fascine», trovandosi ormai sotto il tiro degli avamposti.

§ Règles e avanzamento à la sape

Il procedimento «à la sape» è illustrato nel Traité del Vauban, che subito chiarisce
Nous entendons par la sape, la tête d’une Tranchée poussée pied-à-pied, qui va jour et nuit également. Quoiqu’elle avance peu en apparence, elle fait beaucoup de chemin en effet, parce qu’elle marche toûjours […][75]
La «tête de la sape» era realizzata dal primo soldato della squadra di quattro, che operava all’apertura della trincea, posizionando dalla parte della piazza il primo gabbione per proteggersi il fianco; la terra asportata dalla prima porzione di scavo veniva gettata nel gabbione, che si stabilizzava ed era pronto a sostenere sulla sommità i fascinoni di protezione, composti a coppie sormontate da un terzo elemento. Gli altri tre soldati entravano in azione man mano che si procedeva in avanti allargando ciascuno lo spazio della trincea aperto dal compagno antistante e turnandosi al lavoro presso la testa di zappa. Ad opera avviata, quando anche le singole squadre turnavano ogni due ore, la trincea risultava delimitata all’interno da una successione di gabbioni contigui, culminati dai fascinoni, e all’esterno, sul lato di fronte alle opere attaccate, appariva un terrapieno scarpato prodotto dal getto al di fuori della trincea, davanti e a contatto dei gabbioni, del materiale scavato. La trincea finita doveva misurare 3 piedi (m. 0,98-1 ca.) sia in ampiezza sia in profondità, così da ottenere la cubatura necessaria di terra per riempire i gabbioni e realizzare il terrapieno[76].

§ La seconda parallela davanti a Torino

In merito alla seconda parallela il Vauban stabiliva le stesse dimensioni della prima parallela; dava anch’egli come norma il passaggio «à la sape» in ragione della sicurezza e stabiliva il momento di apertura al terzo giorno di trincea, quando a Torino si era già in ritardo di circa 72 ore[77]. Per il momento una differenza di tre giorni sulla tabella di marcia delle règles non può apparire rilevante, né lo fu allora, tuttavia, se si considera che tutte le operazioni svolte fino a questo momento erano al di fuori del tiro della piazza, è opportuno rilevare una certa tendenza embrionale alla lentezza che si manifestò in modo ben più evidente nelle settimane successive. Inoltre la seconda parallela di Torino venne aperta circa alla distanza dalla piazza che il Vauban prescriveva per la prima, mentre la seconda doveva trovarsi più avanti di 120-150 tese (m. 235-290 ca.). Ciò conferma la sostanziale funzione di raddoppiamento avanzato della controvallazione assunto dalla prima parallela e in generale sembra di poter dedurre che la collocazione delle lignes fu definita troppo indietro rispetto al fronte d’attacco, con il conseguente disagio di dover coprire un’area d’investimento esageratamente ampia e la dilatazione dei tempi[78].

§ L’impianto delle batterie di cannoni

Dopo aver aperto una comunicazione dal centro della seconda parallela con la prima, nella notte fra il 10 e l’11 giugno si dette inizio ai lavori per la costruzione delle prime batterie di cannoni. Esse furono realizzate a 70 tese (m. 136 ca.) in avanti rispetto alla seconda parallela, due prossime al prolungamento della capitale del bastione di San Maurizio (B1 e B3)[79] e una più a destra, ma disassata a nord rispetto alla capitale del Beato Amedeo (B2)[80]. Pur dovendo far fronte ad azioni di disturbo piemontesi l’11 e la notte fra il 12 e il 13, le batterie furono finite entro il 16 giugno, mentre le estremità destra e sinistra della seconda parallela furono avanzate e fortificate rispettivamente con due nuove ridotte (R4-R5)[81].

§ Règles e batterie d’assedio

La costruzione di una batteria di cannoni venne illustrata sia nel Traité del Vauban sia nelle Memoires del Saint Rémy. Il Vauban affrontava la materia nell’ambito delle attività ossidionali e in relazione ai tempi delle altre realizzazioni, curando una visione d’insieme, secondo il punto di vista degli ingegneri, ma dimostrando un’elevata conoscenza della pratica campale e delle caratteristiche tecniche e balistiche dei pezzi[82]. Il Saint Rémy manifestava un’attenzione, più specifica degli artiglieri, alla buona realizzazione delle parti dell’opera e delle fasi d’assemblaggio per poter operare in un dispositivo funzionante nel miglior modo possibile, tanto da enumerare con cura le incombenze e le attività specifiche degli ufficiali e dei cannonieri destinati alla batteria[83].
In ogni caso la norma per realizzare le batterie prevedeva l’impiego di due giorni e una notte o due notti e un giorno e stabiliva che il loro piano di calpestio coincidesse con quello di campagna o, ancor meglio, fosse rilevato di 5 o 6 piedi (m. 1,60-1,95 ca.). Componenti fondamentali erano i parapetti, «que l’Artillerie appelle Epaulemens»; elevati sulla fronte delle batterie, erano realizzati con il terreno che veniva scavato davanti alle sedi prescelte, posto in opera per strati ben battuti e alternato a orizzonti di fascinoni, che servivano anche a foderare le facciaviste interna ed esterna. Il corpo dell’epaulement doveva raggiungere 3 tese (m. 6 ca.) di spessore e 7 piedi (m. 2,30 ca.) d’altezza, ma era traforato dalle «embrasures», ossia le feritoie a forma strombata per il tiro dei cannoni, con la luce interna ampia 2,5 o 3 piedi (m. 0,80-1 ca.) e esterna 8-9 piedi (m. 2,60-2,90 ca.); l’embrasure inoltre era blindata, internamente foderata con un cordone di fascinoni e dotata di sportelli per chiudere la luce, quando il cannone veniva ritirato all’interno della batteria. Il tratto pieno di epaulement, compreso fra una feritoia e l’altra, era definito «merlon», di forma trapezia in pianta, la cui ampiezza media era di 18 piedi (m. 5,80 ca.).
Ogni postazione di cannone inoltre doveva avere un «fronteau de mire»[84] e naturalmente la piattaforma lignea su cui veniva posizionato il pezzo. Quest’ultima era costituita da cinque grandi travi fissate al terreno con picchetti lignei e disposte a trapezio, per attestare la base minore contro il bordo interno dell’embrasure; come nelle piattaforme da mortai il piano era realizzato in tavole disposte ortogonalmente alle travi, dopo aver colmato di terra compattata gli spazzi fra le medesime, rispettando le misure di 7 piedi (m. 2,30 ca) alla base minore e 18-20 piedi (m. 5,85-6,50 ca.) in lunghezza. La testata della piattaforma a contatto con l’epaulement era infine armata con un robusto trave di legno a sezione quadrata, detto «heurtoir», contro il quale venivano spinte le ruote del cannone, quando esso entrava in azione, per evitare il contatto con la fondazione del parapetto. Ogni batteria era dotata di polveriera capace di una cinquantina di barili di polvere, interrata dietro la gola e collegata ad essa con trincee alla distanza di 50-100 passi, sebbene fossero previste delle riserve minori, una ogni due feritoie, immediatamente fuori dall’area di rinculo dei cannoni.

§ Le batterie della seconda parallela

Il momento d’impianto delle batterie era segnato dal Vauban al terzo giorno di trincea per quelle della prima parallela, termine rispettato a Torino dalla prima batteria di mortai (M1), mentre si indicava il sesto giorno per l’apprestamento delle batterie della seconda parallela. In questo caso ebbe ripercussione il ritardo accumulato nell’avanzamento della trincea davanti alla cittadella, così da iniziare la costruzione delle batterie per i cannoni fra l’ottavo e il nono giorno. Poiché le funzioni delle batterie della prima e seconda parallela, come già si è detto nella parte introduttiva, consistevano rispettivamente nel colpire i cannoni della piazza e sloggiare i difensori dalle fortificazioni, la scelta del sito in cui impiantare tali apprestamenti, studiato con cura dagli ingegneri, doveva coincidere con l’incontro fra il percorso della parallela e le linee di prolungamento delle facce dei bastioni. Nel caso delle batterie finora viste è opportuno notare che solo quella alla destra dell’attacco (B2) era posizionata sul prolungamento della faccia sinistra del Beato Amedeo, mentre le altre due, sulla sinistra (B1 e B3), deviavano a nord rispetto al prolungamento della faccia destra del San Maurizio[85].
Diversamente fu diretta la scelta per il sito di altre due batterie da dieci cannoni l’una, collocate in avanti rispetto al centro della seconda parallela, a partire dalla notte fra il 13 e il 14 giugno, sui prolungamenti della faccia destra del San Maurizio (B4) e della faccia sinistra del Beato Amedeo (B5)[86]. Per intensificare l’effetto devastante di tanti cannoni, gli ingegneri francesi, nella stessa notte, dettero il via alla realizzazione di una seconda batteria di mortai (M2) nel tratto di terreno compreso fra le nuove batterie di cannoni e la prima impiantata sulla sinistra dell’attacco[87]. Quando i mortai furono tutti in posizione, la batteria a bombe della prima parallela fu soppressa e la nuova iniziò il bombardamento nella notte fra il 18 e il 19 giugno. Il procedimento dei lavori per ultimare tutte le batterie e la seconda parallela avanzava, mentre dal 16 giugno iniziò il tiro «à boulets rouges» dalla batteria all’estrema sinistra dell’attacco (B3)[88]; furono inoltre completate altre ridotte quadrate (R4 e R6) a difesa dell’estrema destra e della batteria relativa, dove fu conclusa la seconda parallela, e all’estrema sinistra quasi in asse con la mezzaluna di Porta Susa (R5)[89].

§ L’attacco dell’opera a corno

Nella notte fra il 17 e il 18 giugno a partire dalla sinistra della seconda parallela, giunta ormai balza di Valdocco, fu avanzato l’approccio per l’attacco all’opera a corno. Quest’azione, che può segnare il termine dei lavori per la seconda parallela, merita di essere presa in considerazione, poiché il programma del La Feuillade di concentrare l’attacco soltanto sulla cittadella fu definitivamente modificato all’atto pratico, quando con gli ingegneri dovette constatare l’esposizione di tutto il fianco sinistro dell’intraprendendo attacco al San Maurizio al fuoco e alle sortite dall’opera a corno e dalla freccia antistante il cammino coperto del bastione Reale. È suggestivo pensare che il Tardiff, avendo forse copia del progetto del Lapara, abbia potuto illustrare al La Feuillade tale situazione e si sia presa la decisione di evitare un attacco completo dell’angolo nord-ovest delle fortificazioni urbane, ma almeno di impegnare per sicurezza il mezzo bastione occidentale dell’opera a corno. Dunque la scelta del fronte della cittadella, a un mese di distanza dall’inizio dell’assedio, causava avanzando il raddoppiamento circa dell’area d’attacco e, per giunta, la correttezza della scelta secondo le règles di un poligono costituito dai due bastioni di San Maurizio e Beato Amedeo metteva per assurdo gli assedianti nella condizione erronea di aprire un terzo attacco, tuttavia necessario, ma paragonabile per effetti negativi di dispersione di forze a quelli simulati o staccati che il Vauban condannava[90].

Il testo prosegue alla pagina:
Teoria e pratica d'assedio. Vicende e conduzione dell'attacco a Torino nel 1706 - Seconda Parte


Note


[1] Wiggins 2001.
[2] Ricerche confluite e ampliate in Bevilacqua-Zannoni 2006 e Bevilacqua-Zannoni 2007. Si segnala inoltre una recentissima ricerca di georeferenzizzione delle opere d’assedio e difesa della piazza di Torino nel 1706 sulla cartografia tecnica regionale, i cui risultati sono presentati in Anibaldi Ranco 2007 e Mazzoglio-Anibaldi Ranco 2007 e giungono ormai dopo quasi un secolo a completare ed attualizzare i lavori del Magni (Magni 1910, Magni 1911, Magni 1913).
[3] Una rapida e completa rassegna degli assedi condotti dal Vauban alla fine del XVII secolo, durante la guerra della Lega d’Augusta si trova in Chandler 2004, pp. 142-147. Sulla carriera ossidionale del Vauban, equivalente in pratica alla storia degli assedi dell’armata reale dalla metà del XVII secolo al 1703, anno in cui l’ingegnere concluse la sua carriera con il fortunato assedio di Vieux-Brisach, in soli 13 giorni di trincea, vedere la bibliografia infra della nota 4, in particolare i volumi Blanchard 1996 e Virol 2003.
[4] Riguardo agli argomenti trattati in questo paragrafo, relativi alla pratica d’assedio nel XVII secolo e al metodo del Vauban si indicano i seguenti riferimenti bibliografici: Faucherre 1991, pp. 40-46; Pujo 1991, pp. 35-58 passim; Faucherre-Prost 1992, pp. 41-75; Herman 1992, pp. 45-58; Chandler 1994, pp. 234-282; Chandler 1995, pp. 81-86; Cassi Ramelli 1996, pp. 400-405; Pernot 1996; Duffy 1996a, pp. 109-200; Blanchard 1996 pp. 163-185; Rorive 1998, pp. 31-35, 57-59; Sanger 2000; Chagniot 2001, pp. 142-143, 298-299; Bocca Ghiglione-Salamon 2002, pp. 43-51; Klein 2003; Meusnier 2003; Virol 2003 pp. 69-121; Chandler 2004, pp. 139-159; Childs 2004, pp. 137-151; Jörgensen e A. 2005, pp. 171-209; Barde 2006, pp. 20-21, 45-51, 145-154; Barros-Salat-Sarmant 2006, pp. 43-73; Griffith-Dennis 2006, pp. 32-38; Mary 2007, pp. 72, 81-85; Monsaingeon 2007, pp. 7-17; Ostwald 2007, pp. 8-19, 46-90, 125-172; Virol 2007, pp. 23-34. Si integrano le indicazioni bibliografiche precedenti con i seguenti studi inerenti o tangenti la stessa materia: Allent 1815; Augoyat 1860-1863; Flandin 1873; Michel 1879; Lecomte 1904; de Rochas d’Aiglun 1910; Halévy 1923; Sauliol 1924; Atkinson 1934; Vauban 1934; Lazard 1934; Blomfield 1938; Toudouze 1954; de Vibraye 1957; Philippineau 1959; Rebelliau 1962; Parent-Verroust 1971; Fels 1975; Guerlac 1980;/1986 Chagniot 1982; Parent 1982; Bornecque 1984; Bragard 1988; Jacquet-Ladrier 1988; ; Lynn 1989; Hebbert-Rothrock 1989; Picon 1989; Pujo 1991; Rapaille 1991; Actes-Mons 1992; Arnold-Bragard-Dulieu 1992; Trotter 1993; Vérin 1993; Auger 1994; Decker 1996; Virol 2000; Wenzler 2000.
[5] Le due opere corrispondono a Mémoire 1669-1672 e Vauban 1737; riguardo alla prima è lo stesso Vauban che dà notizie a Louvois nel 1672 sul procedimento terminale dei lavori (Vauban, 9-2-1672). Il secondo trattato, sebbene compilato nel 1704, fu pubblicato postumo per la prima volta all’Aia dal tipografo Pierre de Hondt nel 1737. In merito all’analisi storica delle due opere vedere Blanchard 1996 pp. 164-175, 387-391 e Virol 2003 pp. 80-92, ma anche Halévy 1923, pp. 28-29, 134-137; Pujo 1991, pp. 57, 270-273; Faucherre-Prost 1992; Klein 2003, p. 30; Barros-Salat-Sarmant 2006, pp. 59-66; Mary 2007, pp. 189-192; Monsaingeon 2007, pp. 14-15; Ostwald 2007, pp. 49-50, 82-83.
[6] Duffy 1987, pp. 19-21.
[7] Il testo tratto dal giornale dell’assedio di Maestricht è citato in Pujo 1991, p. 68 e Blanchard 1996, p. 183 e pubblicato interamente nel secondo tomo di de Rochas d’Aiglun 1910. A conferma della convinzione di Vauban in merito al risparmio di vite umane è qui possibile ricordare la sua proposta, sostenuta dallo stesso Luigi XIV, di condurre l’assalto generale a Valenciennes nel 1677 di giorno, se proprio si optava per quella soluzione, per evitare la drammatica confusione notturna che complicava ulteriormente gli assalti d’impeto. Dopo aver subito due giorni e due notti di bombardamento, il mattino del 18 marzo la guarnigione spagnola lasciò le posizioni sugli spalti non ritenendo quelle ore deputate ad un assalto, quando invece i Francesi attaccarono in forze costringendo ben presto la piazzaforte a battere la chamade (Pujo 1991, pp. 89-90; Barros-Salat-Sarmant 2006, pp. 55-56).
[8] Mémoire 1669-1672, p. 2 in Blanchard 1996, p. 165 e nota n. 9, p. 568.
[9] Tale competenza è quella che sta infatti alla base della formulazione del concetto di «Pré Carré», che lo stesso marchese di Vauban elaborò in vista della difesa dei confini del regno di Francia. In relazione al tema vedere Fierro Domenech 1986; Simoncini 1987, pp. 114-118; Pujo 1991, pp. 59-70, 83; Blanchard 1992; Rocolle 1993; Blanchard 1996, pp. 197-211; Bois 1996, pp. 2-13; Rorive 1998, pp. 36-40; Chagniot 2001, pp. 80-81; Klein 2003, pp. 23-24; Virol 2003, pp. 93-130; Griffith-Dennis 2006, pp. 12-20; Barros-Salat-Sarmant 2006, pp. 75-107; Mary 2007, pp. 75, 97-99, 109-115; Monsaingeon 2007, p. 9; Virol 2007, pp. 14-23.
[10] Sul tema dell’adeguamento delle fortificazioni alla natura del sito nel pensiero di Vauban vedere Faucherre 1991, pp. 56-58; Blanchard 1996, pp. 387-396; Klein 2003, pp. 61-62; Virol 2003, pp. 49-61; Les pierres de Vauban 2007, pp. 125-137; Monsaingeon 2007, p. 14.
[11] Vauban stesso giudicò l’assedio di Maestricht la chiave di volta nell’arte e nell’istruzione ossidionale; scriveva infatti al Louvois nel 1687
[…] Nos tranchées ne craignent point les sorties et l’ennemi n’en saurait jamais faire qu’à sa confusion tant que nous suivrons les règles établies depuis le siège de Maëstricht en çà
(Vauban, 21-12-1687, p. 95)
Sull’assedio di Maestricht Halévy 1923, pp. 30-31; Pujo 1991, pp. 66-68; Blanchard 1996, pp. 181-185; Klein 2003, pp. 28-29; Childs 2004, pp. 144-145; Barde 2006, p. 156; Barros-Salat-Sarmant 2006, pp. 50-51; Mary 2007, pp. 90-91; Ostwald 2007, pp. 61-62. Bisogna comunque segnalare che il primo utilizzo di trincee parallele fu sperimentato con successo dall’armata reale del marescialo Abraham de Fabert nel 1654, durante le guerre della Fronda, a Stenay, dove il giovane Vauban, allora ingegnere volontario fu ferito in modo abbastanza grave al nono giorno d’assedio (Bourelly 1879-1881, Tome II, pp. 38-47; Blanchard 1996, p. 84; Chaignot 2001, p. 289). È opportuno ricordare infine che l’assedio turco della fortezza veneziana di Candia nell’isola di Creta, di cui era governatore Francesco Morosini, durò dal 1667 al 1669 e fu considerato all’epoca un esempio notevole di conduzione della trincea e di guerra da mina; in particolare la partecipazione di un corpo di 8000 soldati francesi, guidati dal duca di Navailles, permise agli studiosi contemporanei europei di poliorcetica il reperimento di notizie di prima mano dai resoconti dei reduci inerenti i sitemi d’attacco degli Ottomani e i provvedimenti adottati per tentare di resistere (Borgatti 1928-1931, pp. 1194-196; Fracard 1970; Duffy 1979, pp. 197, 210-219; Panetta 1984, pp. 62-70, 71- 87 passim, 88-93 ; Fara 1989, p. 14; Maffeo 1996, pp. 77-78; Childs 2004, pp. 126, 144; Ostwald 2007, pp. 58-59).
[12] L’impiego di granate lanciate da mortai era consolidato nella pratica d’assedio francese almeno dal 1634, quando fu introdotto tale genere di bombardamento all’assedio di Bitche (Fulaine 1997, pp. 105-112, 320-321; Chagniot 2001, p. 289). Sul tema della balistica e delle bombe da mortaio nel XVII secolo inoltre vedere Hall 1952 e Blay 1985. Sul tiro dei mortai e dei ricochet infra note 74 e 95 e Pujo 1991, pp. 61-62, 150; sull’assedio di Ath infra nota 98, mentre per quello Philippsbourg si vedano Halévy 1923, p. 70; Pujo 1991, pp. 148-149; Klein 2003, pp. 71-73; Barde 2006, p. 163; Mary 2007, pp. 144-145; Ostwald 2007, pp. 64, 139
[13] Vauban 1737, pp. 6-110 passim. Una prima tavola dei tempi d’assedio fu redatto dal Vauban in Mémoire 1669-1672. Si vedano sul tema Duffy 1996a, pp. 129-131; Faucherre-Prost 1992, p. 53; Ostwald 2007, p. 201 e nota 79.
[14] Sull’assedio secondo il metodo del Coehoorn Herman 1992, pp. 59-61; Chandler 1994, pp. 278-281; Blanchard 1996, pp. 510-511; Duffy 1996a, pp. 202-214; Rorive 1998, pp. 54-59; Virol 2003, pp. 90-91; Chandler 2004, pp. 139-159; Childs 2004, pp. 140-142, 148, 214; Ostwald 2007, pp. 114-116, 235-240. Sul bombardamento «à la hollandaise», la sua centralità nell’assedio alla Coehoorn e l’uso che ne fu fatto come argomento di critica a Vauban si veda Ostwald 2007, pp. 278-287. Esempi di grandi bombardamenti sulle piazze di Fiandra e del Pré Carré fra 1706 e 1712 sono reperibili in Ostwald 2007, pp. 263-266.
[15] Halévy 1923, pp. 104-105; Baurin 1991; Duffy 1996a, pp. 208-214; Ostwald 2007, pp. 242-243.
[16] . Sulla contestazione del Coehoorn da parte di Vauban si veda innanzitutto d’Orgeix 2007, p. 111. Nella recente pubblicazione Barros-Salat-Sarmant 2006, fra le pagine 66 e 73, si affronta il tema del «poliorcète contesté», toccando il problema della subordinazione permanente dell’ingegnere direttore d’assedio agli ufficiali dello stato maggiore, ma illustrando soprattutto la manifesta opposizione da parte dei generali francesi al metodo d’assedio alla Vauban, in favore di quello alla Coehoorn, dopo il biennio 1694-1695 e la caduta di Huy e Namur. La stessa tematica è affrontata con ampio e dovizioso sviluppo, basato sulla più esauriente collezione di dati oggi a disposizione nei capitoli 6 e 7 di Ostwald 2007 (pp. 173-252). Lo studioso statunitense affronta esattamente il tema della contestazione delle règles come criterio di lettura e interpretazione storica della guerra ossidionale durante la successione di Spagna, momento epocale in cui lo spirito d’efficienza vaubaniano si scontrò e fu soppiantato da quello di violenza e forza brutale, sposato dai quadri di comando alleati durante le campagne dei Paesi Bassi fra il 1706 e il 1711 e dal 1712 da parte del maresciallo di Villars.
[17] Vauban, 13-9-1705b, p. 170. Tali opinioni in maniera più sintetica erano state esposte dal maresciallo al ministro Chamillart, suocero del La Feuillade, alludendo anche alle scelte comunque infelici dello stato maggiore francese in Pianura Padana, durante gli assedi di Verrua e Chivasso (infra nota 39); scriveva infatti il Vauban in una seconda lettera del 13 settembre 1705, indirizzata al ministro, che
[…] notamment s’il [La Feuillade, scil.] imite la méthode de Cohorn, qui peut lui faire consommer ses poudres en huit jours, perdre le tiers de son infanterie dans une action ou deux, et manquer la place. L’expérience que nous avons des siéges de ce pay-là ne prouve pas que la méthode en soit bonne; le plus sûr est de s’en tenir au regles, dont la même expérience a tant de fois prouvé la certitude, qu’il n’y a plus moyen d’en douter […]
(Vauban, 13-9-1705a, p. 168)
In particolare per gli assedi di Venlo, Ruremonde, Liegi e Bonn Chandler 1994, p. 280; Black 1996, p. 91; Barros-Salat-Sarmant 2006, pp. 71-73; Ostwald 2007, pp. 106-107, 49-50, 173-252 passim.
[18] Sulla fase di investimento Anonimo 1706a, pp. 1-8; Anonimo 1706b, pp. 545-551; Anonimo 1706c, pp. 17-25; Hakbrett 1706, pp. 400-409; Soleri 1706, pp. 133-136; Solaro 1708, pp. 19-27; de Quincy 1726, pp. 89-95; de Saluces 1818, pp. 176-180; Mengin 1832, pp. 18-22; Pelet-de Vault 1845, pp. 166-172; Mayerhofer-Komers 1882, pp. 126-136; Viriglio 1930, pp. 1-7, 10-14, 23-26; Cognasso 1974, pp. 300-301; Trabucco 1978, pp. 105-107; Ilari-Boeri-Paoletti 1996, pp. 350-351; Paoletti 2001, p. 298; Symcox 2002, pp. 757-759; Amoretti-Menietti 2005, pp. 78-82; Galvano 2005, pp. 36-50; Gariglio 2005, pp. 51-56; Bocca 2006, pp. 103-105; Fiorentin 2006, pp. 136-142; Garoglio 2007, pp. 71-85.
[19] In Pelet-de Vault 1845, pp. 631-632 sono presentati l’État des Troupes qui composerent l’Armée de Piemont e i Postes et Garnisons de l’Armée de Piemont. Risultano agli ordini del La Feuillade 35 battaglioni di fanteria e 50 squadroni di cavalleria, mentre al comando del Gévaudan 21 battaglioni di fanteria e 10 squadroni di cavalleria per un totale di 56 battaglioni e 60 squadroni; si veda anche Mayerhofer-Komers 1882 pp. 459-460. D’altro canto in de Quincy 1726, p. 90 sono indicati 68 battaglioni e 80 squadroni, cifre che, unità più unità meno, si allineano a quelle citate nella maggior parte delle fonti di parte piemontese. Per gli effettivi reali dell’armata d’assedio, che attualmente la critica storica attesta, vedere il contributo di Gian Carlo Boeri e Giovanni Cerino Badone in questo stesso volume.
[20] Vauban 1737, pp. 6-9.
[21] Il 17 dicembre 1706 si era arresa anche la fortezza di Montmélian, bloccata ormai da due anni. Sugli eventi di Nizza e Montmélian Ilari-Boeri-Paoletti 1996, pp. 335-336, 341-342; de Candido 2006.
[22] Vauban 1737, pp. 2-3; per le vicende nella Padania Orientale Ilari-Boeri-Paoletti 1996, pp. 346-348.
[23] Vauban 1737, pp. 9, 21-29. Si veda in particolare la relazione fra preparazione ed efficienza di un assedio in Ostwald 2007, pp. 67-74.
[24] La Feuillade, 13-5-1706, pp. 201-202.
[25] Si vedano i seguenti testi, molti dei quali corredati di bibliografia pregressa: de Sandras 1728, pp. 99-102; Mengin 1832, pp. 6-17, 142-147; Pelet-de Vault 1842, pp. 177-207; Rechberger von Rechkron 1881, pp. 216-227; Halévy 1923, pp. 140-143, 146-150; Trabucco 1978, pp. 101-104; Pujo 1991, pp. 278, 280-282; Paoletti 2001, pp. 297-298; Amoretti 2002, pp. 221-225; Symcox 2002, pp. 751-755, 757; Amoretti-Menietti 2005, pp. 67-69; Gariglio 2005, pp. 24-32; Bocca 2006, pp. 91-94; Fiorentin 2006, pp. 127-130.
[26] Projet-Vauban 1705. In merito al soggiorno dell’ingegnere a Torino Pujo 1991, pp. 51-53 e Blanchard 1996, p. 147.
[27] 60 battaglioni da 500 uomini di fanteria, 10000-12000 cavalieri, 80 cannoni da 24 libre, 30 da 16 libre, 15 da 12 libre e 15 da 8 libre (Projet-Vauban 1705, pp. 151-152). Il Vauban segnalava l’importanza del controllo di Nizza e Montmélian in una lettera del 28 aprile 1705, notando che un assedio di Torino in quell’anno era impossibile non potendosi radunare le artiglierie necessarie (Vauban, 28-4-1705); si vedano inoltre Vauban, 15-11-1705 e Vauban, 8-1-1706.
[28] Projet-Vauban 1705, pp. 152-153.
[29] Per tutte le notizie sulle fortificazioni realizzate a Torino fra il 1705 e il 1706 si veda infra Appendice - Le nuove fortificazioni di Torino.
[30] Nel Traité del 1704 il Vauban, riflettendo sul numero degli attacchi da aprire nel punto scelto, nega innanzitutto valore ai falsi attacchi, perché il nemico si accorge spesso della loro natura di simulazione e costano mezzi e tempo; prescrive poi di non condurre mai attacchi separati, per il fatto che essi risultano più deboli e difficili da servire. I migliori e i più facili sono
[…] les attaques doubles, qui sont liées; parce qu’elles peuvent s’entre-secourir. Elles sont plus aisées à servir, elles se concertent mieux, et plus aisement, pour tout ce qu’elles entreprennent, et ne laissent pas de faire diversion des forces de la Garnison […]
L’unica ragione buona per condurre un attacco singolo è data dall’estrema ristrettezza di un fronte d’attacco che ne impedisca due, ma si tratta di casi «extraordinaires et forcez» (Vauban 1737, p. 30).
[31] Projet-Vauban 1705, p. 154.
[32] Projet-Vauban 1705, p. 155.
[33] Il ministro Chamillart dette notizia al Vauban che Luigi XIV aveva apprezzato il suo progetto d’assedio e che sperava sinceramente nella buona disposizione del La Feuillade a seguire i consigli del vecchio maresciallo (Chamillart, 16-9-1705).
[34] Il Lapara, già nel dicembre del 1703, pensava ad un attacco ai Cappuccini e poi più esteso lungo tutto il fronte di Dora; il Bertram, «chef de brigade» a Torino durante l’assedio, elaborò, così come il Salmon nel 1706, un piano del tutto analogo a quello del Vauban con la previsione di un assalto generale alla città dal fronte di Dora (Mengin 1832, pp. 157-159). Per il piano di Lapara infra nota 50; per quelo di Bertram si rinvia al contributo di Emilie d’Orgeix, su questo volume completo di citazioni dal testo e collocazione dell’originale; inoltre su Jean Charles Bertram si veda Blanchard 1981, pp. 64-65. Il d’Houville, concordemente agli altri, dava la priorità alla conquista della collina e della città, ma riteneva migliore l’attacco a quest’ultima dal fronte del Valentino (Mémoire-d’Houville 1705).
[35] Mémoire-Turin 1705 e per la risposta del Vendôme si veda Reponse-Vendôme 1705.
[36] La Feuillade, 11-8-1705, pp. 160-161.
[37] La Feuillade, 20-8-1705, p. 163.
[38] Bosso 2005, pp. 103-146. Il Lapara de Fieux era un estimatore dei bombardamenti «à la hollandaise» e riteneva che avessero grande efficacia, come d’altro canto dimostrò già all’assedio di Verrua dal febbraio del 1705 (Verrua 2004, pp. 134-151). Considerando evidentemente il confronto con i bombardamenti attuati dal Coehoorn e dagli Alleati fra il 1702 e il 1703 su Venlo, Roermond, Liegi, Bonn Huy, le piazze del nord che lo stesso Vuban definì «bicoques» (supra nota 17), è possibile che il Lapara scelse tale liena d’azione davanti a Chiasso non considerando tale piazze migliore rispetto a quelle suddette (Ostwald 2007, pp. 260-262). L’ingegnere inoltre preferiva la velocizzazione dei tempi e l’impiego degli assalti, attirandosi le critiche del Vauban, a causa del costo troppo elevato in vite umane. Su Louis de Lapara signore di Fieux Augoyat 1839 e in particolare pp. 90-95, 104-105, 113; Blanchard 1981, pp. 423-424; Bocca Ghiglione-Salamon 2002, pp. 27-40; Verrua 2004, p. 98.
[39] Sugli assedi di Verrua e Chivasso e le vicende degli attacchi ai sistemi difensivi collinari di Carbignano e Castagneto, oltre a Verrua 2004 e Bosso 2005, vedere anche Trabucco 1978, pp. 91-100; Ilari-Boeri-Paoletti 1996, pp. 332-334, 336-339; Signorelli 1997; Signorelli 2000; Ogliaro 1999, pp. 173-270; Bocca Ghiglione-Salamon 2002; Gariglio 2005, pp. 22-24; 124-127; Bocca 2006, pp. 86-90; Fiorentin 2006, pp. 106-118; nonché i contributi di più autori in Borasi-Vaj-Spegis 2007, pp. 83-377.
[40] Sul primo tentativo di assedio a Torino nel 1705 vedere Mengin 1832, pp. 142-147; Pelet-de Vault 1842, pp. 180-206; Rechberger von Rechkron 1881, pp. 216-227; Ilari-Boeri-Paoletti 1996, pp. 339-342; Symcox 2002, pp. 751-755.
[41] La Feuillade, 3-9-1705, pp. 166.
[42] supra nota 17.
[43] Vauban, 13-9-1705b, p. 173. Notiamo a margine che il Vauban in una lettera di cinque mesi prima manifestava le sue riserve anche sulla preparazione dei giovani ingegneri dell’armata di Vendôme; infatti
[…] ceux [gli ingegneri, scil.] qui savaient le plus sont morts, et ceux qui nous restent en ce pays-là ne sont que de jeunes gens qui ne savaient qu’aller devant eux et se faire tuer. Cela ne paraît que trop par la conduite qu’ils ont tenue aux sièges de Verceil, d’Yuré et de Verrue, qui ne devaient pas avoir duré la moitié tant qu’ils ont fait, si ceux qui en ont conduit les attaques avaient eté bien habiles
(Vauban, 6-9-1705, p. 308)
[44] Vendôme, 20-9-1705 e Vendôme, 22-9-1705.
[45] Ilari-Boeri-Paoletti 1996, pp. 339-341.
[46] Vendôme, 1-10-1705, pp. 181-182.
[47] Vendôme, 1-10-1705, p. 182.
[48] supra nota 47.
[49] Il La Feuillade ribadì ancora la sua intenzione, di attaccare Torino dalla parte della cittadella nel mese di maggio, in una lettera scritta da Casale al ministro Chamillart, il 25 febbraio 1706 (La Feuillade, 25-2-1706), dopo che il Vauban, in gennaio, aveva indirizzato allo stesso ministro un’ulteriore missiva per ribadire la necessità di seguire il suo progetto d’assedio originario, offrendosi in prima persona per la direzione e stimando che
[…] en moins de trois semaines on sera maître de la montagne; que dans douze ou quinze jours après on pourra être établi devant Turin; que dans quinze ou seize la ville capitulera, et qu’un mois après la citadelle en fera autant. Tout ce temps irait donc à quelque quatre-vingt-dix jours, ce qui n’arriverait pas en quatre mois en attaquant la citadelle, avec beaucoup de perte et bien plus d’apparence de la manquer que de la prendre […]
(Vauban, 16-1-1706, p. 197)
Quest’ultimo intervento del Vauban si apre con la critica alle proposte e alle valutazioni del Pallavicini, che, escludendo tutti gli attacchi alla collina e ai fronti di Porta Nuova, di Porta Susa e di Dora, raccomandava l’attacco alla cittadella in ragione delle dimensioni ridotte dei bastioni, controguardie e mezzelune, della loro cattiva opera muraria ed eccessiva altezza fuori terra; la dimensione ridotta del poligono sporgente della cittadella, secondo il Pallavicini, avrebbe permesso ai Francesi un attacco ampio e agevole, mentre ai difensori avrebbe impedito di schierare completamente la loro artiglieria, tuttavia, anche in ragione del sistema di contromine, non bisognava prevedere che i Piemontesi si limitassero ad una difesa disimpegnata o simbolica. In definitiva il conte riteneva che il vantaggio assoluto di attaccare soltanto la cittadella consistesse nel
[…] réduire votre ennemi à défendre par un petit front ce que vous attaquez par un grand, et l’accabler de feu pendant qu’il est resserré dans un petit espace de terrein où les bombes le vont, dès le second jour, mettre hors d’etat d’agir […],
(Pallavicini, 4-10-1705, p. 192)
dimostrando ovviamente di assumere la stessa prospettiva dei bombarmenti «à la hollandaise» e dell’attacco «à la Cohorn» presa da La Feuillade.
[50] Tale è la ricostruzione del piano d’attacco del 1705 elaborato dall’ingegnere e sintetizzato dall’Augoyat, che fa riferimento ad una lettera del 6 ottobre 1705, scritta dal Lapara al ministro Chamillart, nella quale compaiono le proposte suddette (Augoyat 1839, p. 107). È importante far notare che il piano d’attacco del 1703 non fu mai pubblicato ed è solo segnalato in Mengin 1832, p. 158, mentre nello stesso testo a p. 12 si riferisce del cambiamento d’opinione dell’ingegnere nel 1705. Nel contributo di Emilie d’Orgeix, presente in questa pubblicazione e al quale si rimanda di seguito, è magistralmente illustrato e commentato il piano d’attacco del 1703 con l’indicazione del titolo della memoria e luogo di conservazione.
[51] Testimoniano quanto detto e l’appoggio del Vendôme, le parole che il La Feuillade scrive al ministro Chamillart sempre nella lettera del 25 febbraio 1706:
A l’egard de l’attaque, je n’en connais d’autre possible, à mon sens, que celle de la citadelle par l’endroit que j’ai marqué à M. de Vendôme, et qu’il a toujours approuvé sans jamais s’en departir; le front de celle de M. de Lapara serait d’une trop grande étendue […] En attaquant la citadelle et la ville en même temps, les ennemis auront un feu de canon égal au nôtre, et nous ferons une très-grande consommation de poudre inutilement […] Il est certain que n’embrassant que le polygone de la citadelle qui sort dans la campagne, nous l’écraserions avec une artillerie supérieure du triple à celle qui pourrait nous être opposée; et c’est le canon, quoi qu’on puisse dire, qui prend les places […]
(La Feuillade, 25-2-1706, p. 609)
Si noti infine la convinzione permanente del valore connesso all’efficacia del bombardamento.
[52] Questa è una delle prime norme che segnala il Vauban, quando si intraprenda l’assedio di una piazza nel cui territorio i fiumi si frappongono alla dinamica delle retrovie, fra quartieri e attacchi (Vauban 1737, p. 10).
[53] Le numerose riproduzioni della planimetria di Torino nel 1706 e dei lavori d’assedio francesi, reperibili nella bibliografia più recente, come per esempio le belle tavole di Gariglio 2005, hanno tutte per archetipo le tavole di Mengin 1832, che furono evidentemente realizzate sulla cartografia a disposizione presso gli Archivi Nazionali francesi e gli Archives de la Guerre di Vincennes, come per esempio infra fig. 3.
[54] La tesa, ovvero la «toise», era una misura lineare equivalente a 6 «pieds-du-roi». 1 pied-du-roi corrisponde a cm. 32,484 ed era l’unità base delle misure di lunghezza della Francia prerivoluzionaria; la tesa è quindi pari a m. 1,949, circa 2 metri. Infine una misura lineare d’uso frequente in architettura militare, arte ossidionale e tecnologia oplologica era il pollice, o «pouce», equivalente a cm. 2,707. Per le corrispondenze con il sistema metrico decimale e le informazioni sulle misure di lunghezza in Francia durante l’Ancien Régime vedere Pujo 1991, p. 11 e Virol 2003, p. 409, nonché la pagina internet: http://fr.wikipedia.org/wiki/Toise.
[55] Vauban 1737, pp. 10-17, Planche I, III, IV, XXXIII; Faucherre-Prost 1992, pp. 9, 11, 13, 14-15.
[56] Vauban 1737, p. 13. Le misure di ampiezza e profondità del fossato, da cui derivano le altre, sono riportate in La Feuillade, 30-5-1706, p. 169 e in Mengin 1832, p. 21. Vedere inoltre Vauban 1737, Planche II; Faucherre-Prost 1992, p. 12.
[57] La Feuillade, 15-1-1706, p. 599.
[58] Spiega il Vauban che
Pendant qu’on travaille aux Lignes et aux préparatifs de la Tranchée, l’Artillerie de son côté travaille à former son Parc et son Magazin à poudre; à monter les Piéces sur les Affuts; à préparer les Plates-formes du Canon et des Mortiers; à les separer; à ranger les Bombes, Boulets, Grenades et les Outils; à radouber ce qui en a besoin; à faire des Portieres et Fronteaux de mire […],
(Vauban 1737, p. 18)
mentre ci si occupava anche della produzione delle blindature e di tutti gli attrezzi da trincea.
[59] Solaro 1708, p. 27; Mengin 1832, p. 22. In La Feuillade, 30-5-1706 sono illustrati i lavori di avanzamento fino alla Porporata e la programmazione per l’apertura della trincea fra il 2 e il 3 giugno.
[60] Sulle cascine comprese nelle linee francesi e interessate dalla battaglia del 7 settembre 1706 vedere Grossi 1791; Gribaudi Rossi 1970; Fenoglio 1977, pp. 267-278; Amoretti-Menietti 1708, pp. 204-205; Gariglio 2005, pp.40-44; Massara 2007.
[61] Hakbrett 1706, pp. 402-403, ma anche Solaro 1708, p. 27. Si fa notare che per l’ufficiale svizzero (Schafroth 1995, pp. 42, 45), il quale guardava la progressione dei lavori francesi da Torino, la «droite» è in direzione nord e la «gauche» verso sud.
[62] Riguardo alle circonvallazioni nel Traité del Vauban è presente una tavola con la tipologia dimensionale (Vauban 1737, Planche XXXIII; Faucherre-Prost 1992, p. 10). Si può ipotizzare che a Torino siano state adottate misure inferiori o pari al «premier profil» o al «deuxieme profil», con fossato ampio 16 piedi (m. 5,20 ca.) e profondo 8 (m. 2,60), in conformità alle dimensioni del «quatrieme profil» scelto per la controvallazione (supra nota 56).
[63] Chamillart, 3-5-1706, p. 201. È pubblicata inoltre una lettera scritta dal Vauban al Tardiff, che chiedeva informazioni e consigli avendo trovato a Torino una situazione piuttosto diversa rispetto ai «plans» del maresciallo, risalenti probabilmente agli anni ’70 del XVII secolo. Il Vauban comunque consigliava:
[…] prenez garde à vous munir et à demander ici des copies des projets généraux qui ont été faits là-dessus, car il n’y en a guère où je n’aie travaillé. Il faudra, s’il vous plaît, les suivre positivement et avoir un petit commerce avec moi sur cela […]
(Vauban, 12-5-1706, p. 575)
Su Rémy Tardiff si vedano le notizie storiche nel contributo di Emilie d’Orgeix presente in questo volume, per Lozières d’Astier infra nota 144 e infine per Louis Joseph de Plaibault signore di Villars-Lugein si rimanda a Blanchard 1981, p. 598.
[64] In merito a questa fase dell’assedio si vedano Anonimo 1706a, pp. 8-66; Anonimo 1706b, pp. 552-566; Anonimo 1706c, pp. 26-68; Hakbrett 1706, pp. 410-433; Soleri 1706, pp. 136-156; Solaro 1708, p. 29-109; de Quincy 1726, pp. 95-125; de Saluces 1818, pp. 180-195; Mengin 1832, pp. 22-70; Pelet-de Vault 1845, pp. 173-261; Mayerhofer-Komers 1882, pp. 136-220; Viriglio 1930, pp. 27-31, 35, 46-47, 59-60, 68-69; Cognasso 1974, pp. 301-305; Trabucco 1978, pp. 109-126; Ilari-Boeri-Paoletti 1996, pp. 351-363; Paoletti 2001, pp. 298-299; Symcox 2002, pp. 759-765; Amoretti-Menietti 2005, pp. 83-110; Galvano 2005, pp. 67-111; Gariglio 2005, pp. 56-84; Bevilacqua-Petitti-Zannoni 2006, pp. 104-107; Bocca 2006, pp. 105-109; Fiorentin 2006, pp. 142-152; Garoglio 2007, pp. 85-104.
[65] Vauban 1737, pp. 36-44, 50-52, Planche VIII; Faucherre-Prost 1992, p. 17. Indichiamo per un approfondimento sul tema delle parallele Ostwald 2007, pp. 53-62, 254-257.
[66] Si informa preliminarmente che d’ora in avanti tutte le misure relative alle dimensioni delle opere d’assedio e alle distanze fra le medesime e le fortificazioni della città e cittadella sono state dedotte dalla cartografia in scala edita nella bibliografia citata supra nella nota 64.
[67] Sui lavori della prima parallela e delle sue batterie Anonimo 1706c, pp. 26-28; Solaro 1708, pp. 29-35; de Quincy 1726, pp. 95-97.
[68] R1, che sulla pianta del Magni corrisponde ad una sorta di ripiegamento curvo, con diverticoli ulteriori compresi nella concavità. Le opere d’assedio, quali ridotte e batterie sono state definite con lettera e numero, per distinguerne la natura: R = ridotte, B = batterie di cannoni, M = batterie di mortai e petrieri. Si informa fin d’ora che ogni volta in cui si segnala un’opera con tali sigle si rimanda infra alle figg. 20, 21, 22, 27.
[69] R2, di forma quadrata.
[70] R3, di forma quadrata.
[71] Vauban 1737, pp. 57-66; Planche VI; Faucherre-Prost 1992, p. 7.
[72] M1, da 12 pezzi, che iniziò a tirare sulla cittadella l’8 giugno (Anonimo 1706c, p. 28; Solaro 1708, p. 37). Sulle batterie di mortai francesi a Torino vedere anche Hakbrett 1706, pp. 419-420.
[73] Vauban 1737, p. 80.
[74] Il maresciallo precisava che i mortai a bomba dovevano avere il diametro di 12-13 pollici, mentre i petrieri da 16-18 (Vauban 1737, p.81); su mortai e petrieri dell’armata francese di questo periodo veder inoltre il più esaustivo Saint Rémy 1697, pp. 214-248. In merito alla realizzazione delle batterie di mortai Vauban 1737, pp. 79-82; Planche X; Faucherre-Prost 1992, p. 19. Inoltre è opportuno ricordare che anche il Saint Rémy dà notizie sulle batterie di mortai e sulle loro misure, precisando con minuzia lo spessore dei travi e delle assi a seconda del tipo di bocca da fuoco che si aveva intenzione di impiegare; in particolare informa che la larghezza di otto travi parallele doveva mantenersi entro i 6 piedi (m. 1,90-2 ca.; Saint Rémy 1697, pp. 249-250). Infine sull’impiego e sulle tipologie dell’artiglieria parabolica durante la Guerra di Successione Spagnola si veda Ostwald 2007, pp. 287-290.
[75] Vauban 1737, p. 45.
[76] Vauban 1737, pp. 45-50; Planche VII; Faucherre-Prost 1992, p. 16.
[77] Vauban 1737, pp. 44, 52.
[78] Sulla seconda parallela e le sue batterie Anonimo 1706c, pp. 29-35; Solaro 1708, pp. 35-47; de Quincy 1726, pp. 97-103.
[79] B1, da 20 cannoni da 24 libre, e B3 da 6 cannoni a palla arroventata. Ricordiamo fin d’ora che secondo il più recente studio sull’artiglieria dell’Armée Royale il parco d’assedio di Torino con un centinaio di cannoni da 24 libbre rappresentò il massimo sforzo compiuto dal corpo durante il regno di Luigi XIV (Naulet 2002, pp. 223-225; Ostwald 2007, p. 285). Infine sull’artiglieria francese durante l’Ancien Régime Susane 1874a; Picard 1906; Naulet 2002.
[80] B2 da 20 cannoni da 24 libre.
[81] R4 e R5, ridotte quadrate.
82] Vauban 1737, pp. 69-78; Planche IX; Faucherre-Prost 1992, p. 18. Rimandiamo ad Ostwald 2007, pp. 257-295 per la disamina Il testo prosegue alla pagina:
Teoria e pratica d'assedio. Vicende e conduzione dell'attacco a Torino nel 1706 - Seconda Partedegli impieghi dell’artiglieria secondo le règles di Vauban e le scelte fatte durante gli assedi della Guerra di Successione Spagnola da entrambe le parti.
[83] Saint Rémy 1697, pp. 198-201.
[84] Ossia una tavoletta di legno, a prova di moschetto come gli sportelli, sagomata all’interno con un semicerchio e una tacca diametrale da posizionare sul cannone per prendere la mira (Vauban 1737, Planche IV; Faucherre-Prost 1992, pp. 14-15).
[85] Sulla scelta delle localizzazioni della batterie vedere Vauban 1737, pp. 69-71.
[86] B4, da 10 cannoni nella porzione settentrionale nel centro della parallela, B5, anch’essa da 10 pezzi nella porzione più a sud.
[87] M 2 da 24 pezzi.
[88] B3 da 6 cannoni di cui riferiscono anche Daun, 25-6-1706, p. 550; Anonimo 1706c, p. 33; Hakbrett 1706, p. 413; Solaro 1708, p. 43. Sul tiro a palle arroventate in contesti ossidionali e la pratica dei bombardamenti urbani durante la successione di Spagna si veda Ostwald 2007, pp. 290-293.
[89] R4 e R6 dell’11 e del 14 giugno, R5 del 12 giugno.
[90] Vauban 1737, p. 30.

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