Ricerche e Studi di Archeologia e Architettura Militare


Vai ai contenuti

Menu principale:


Torino in età augustea. Problematiche storiche e archeologiche

Pubblicazioni > Articoli e contributi > Età Classica e Medievale


da "Bollettino della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti", 2000 (2002), pp. 49-75

Roberto Sconfienza

TORINO IN ETÀ AUGUSTEA
PROBLEMATICHE STORICHE E ARCHEOLOGICHE


ILLUSTRAZIONI

Visualizza a pieno schermoIndietroPlayAvanti


TESTO


Premessa


L’abbondante e aggiornatissima letteratura scientifica sulla storia e l’archeologia di Torino romana, ha permesso di scegliere alcune fra le numerose problematiche riguardanti l’argomento e in particolare inerenti il periodo dei primi anni di vita della colonia augustea.
Le discussioni a livello storico sulla fondazione della colonia hanno come sfondo la vicenda della conquista romana dell’Italia settentrionale e la strategia padana di Augusto, che inserisce le città della Regio XI nel grande panorama del mondo delle province occidentali, come propaggine ultima dell’Italia romana.
L’impianto urbano della colonia, per quanto noto, offre spunti di riflessione per l’inquadramento in un periodo particolare, com’è quello fra la fine del I sec. a.C. e l’inizio del I sec. d.C., nella storia dell’urbanistica greca e romana, anche in relazione al tema dell’architettura militare.
Infine, i ritrovamenti degli scavi urbani più recenti, alla luce di documenti scultorei da tempo presenti nel repertorio taurinense, permettono di muovere i primi passi nella definizione del tenore di vita e del livello di adesione ai programmi augustei da parte della cittadinanza della colonia.

Il contesto storico


La romanizzazione del Nord Ovest


La fondazione della colonia Iulia Augusta Taurinorum rappresenta uno degli ultimi atti della romanizzazione delle regioni ai piedi delle Alpi[1].
E’ noto che la conquista dell’Italia settentrionale iniziò da Oriente con la fondazione della colonia latina di Ariminum nel 268 a.C.[2], collegata poi direttamente a Roma con la Via Flaminia. Nell’ultimo quarto del II sec. a.C., l’espansione romana conseguì due importanti traguardi con l’occupazione di Mediolanum, capitale della Gallia Insubre[3], e lo stabilimento di una base a Genua nel cuore del golfo ligure[4], ma subì una forte battuta d’arresto durante la Seconda Guerra Punica, negli anni fra il 218 a.C. e il 202 a.C., quando la maggior parte delle genti celtiche e liguri si schierarono dalla parte di Cartagine, nella speranza di arrestare l’avanzata romana.
Prima della venuta di Annibale furono già fondate le colonie latine di Placentia[5] e Cremona[6], e, subito dopo la fine della guerra, l’espansione riprese seguendo due direzioni convergenti da Est verso Ovest, nella Pianura Padana, e da Sud verso Nord-Ovest, dall’Etruria alla Liguria. Sorsero così Bononia, colonia latina (189 a.C.)[7], Mutina e Parma, colonie romane (183 a.C.)[8], nella pianura del Po, e la colonia romana di Luna, nel 177 a.C.[9], al confine fra l’Etruria e la Liguria, dopo il progresso dell’espanione fino a Vada Sabatia, nel 180 a.C. .
Nello stesso periodo il dominio nel Veneto fu rinsaldato e allacciato con le vie commerciali del Nord e marittime dell’Est grazie alla fondazione di Aquileia (181 a.C.)[10], ma è circa alla metà del secolo che si compie l’isolamento del Nord-Ovest e delle regioni a Nord del Po pedemontane, quando l’apertura della Via Postumia (148 a.C.), da Genua ad Aquileia, crea con la più antica Via Aemilia (187 a.C.), fra Ariminum e Placentia, passando per Bononia, una linea di confine che associa l’ostacolo naturale del fiume alla strada, una sorta di prototipo di quelli che saranno i limites imperiali sul Reno e sul Danubio.
Partendo da questa linea, ebbe inizio l’avanzata all’interno del Piemonte con la romanizzazione di centri importanti quali Libarna[11], sulla Via Postumia, Industria, presso Bodingomagus sul Po, Potentia e Pollentia, sul Tanaro, e le fondazioni di Dertona nel 120 a.C.[12], colonia latina collegata dalla Via Postumia con Genua e Cremona, ed Eporedia, nel 100 a.C., colonia romana fra i territori dei Taurini e dei Salassi[13]. Completa il quadro l’apertura della Via Aemilia Scauri, nel 109 a.C., che allacciava Pisa a Savona passando per Dertona.
Esauritosi l’episodio dell’invasione dei Cimbri e dei Teutoni, battuti da Mario a Vercelli nel 101 a.C., all’inizio del I sec. a.C. le vicende della guerra sociale non interessarono l’Italia settentrionale, ma influirono notevolmente per la soluzione di quella che viene definita la “causa Transpadanorum”; i Transpadani, che non godevano i diritti e i vantaggi giuridici delle cittadinanze romana o latina, vivevano per la maggior parte nei centri romanizzati, legati all’Urbe da vincoli federali, secondo una spontanea propensione e condivisione della romanità. La loro estraneità alla guerra sociale fu premiata con la concessione dello Ius Latinum ai territori della Cisalpina e della Transpadana, con la promulgazione della Lex Pompeia, fatta votare dal console Pompeo Strabone nell’89 a.C.[14]; in seguito, durante la dittatura di Silla la Cisalpina fu trasformata in provincia romana, della quale Cesare divenne governatore nel 59 a.C., con giurisdizione dalla linea Arno-Rubicone fino alle Alpi.
A partire dal 49 a.C., Cesare dette l’avvio alla trasformazione dei vari centri urbani del Nord in municipia, e al processo di integrazione della nuova provincia nell’Italia romana, avendo personalmente sperimentato il valore strategico che essa rivestiva nelle mani di un qualunque imperator in armi[15].
Il processo di municipalizzazione delle comunità cisalpine avanzò durante il periodo intercorso fra le spartizioni triumvirali dal 42 a.C., dopo la battaglia di Filippi, e il 31 a.C., anno della battaglia di Azio.
La pacificazione delle Alpi era in stato di avanzamento, al momento in cui Augusto estese la cittadinanza romana a tutta l’Italia e Agrippa procedette con la formazione delle regioni: il Piemonte fu diviso in due parti, assegnando i territori a Nord del Po alla Regio XI Transpadana e quelli a Sud alla Regio IX Liguria[16]. Augusto aveva, infatti, capito il valore fondamentale del controllo dei passi alpini occidentali per collegare le regioni italiane con le provincie dell’Europa centro-settentrionale, tanto più che la fondazione nel 43 a.C. della colonia triumvirale di Lugdunum, alla confluenza del Rodano e della Saônne[17], creava un polo di attrazione nella Narbonese importante quanto lo era Aquileia nell’Italia Nord-orientale. E’ per questa ragione che le primissime operazioni militari alpine furono condotte contro i Salassi in Valle d’Aosta e portarono alla fondazione di Augusta Praetoria[18], garante del controllo del Piccolo e Gran San Bernardo, l’Alpis Graia e il Summus Poeninus, vie alternative a quella tradizionale del Monginevro per scendere su Lione[19].
E’ chiaro che il centro destinato a sorgere nel cuore del terrazzo pedemontano, attraversato dal primo corso di pianura del Po, allora navigabile[20], assunse un ruolo di primaria importanza nell’ambito della rete di collegamenti che si estendeva dall’alto Adriatico fino alla Narbonese e che prevedeva nel suo sviluppo orizzontale una quantità di possibili percorsi sia verso Nord sia verso Sud (fig. 1).
Questa posizione strategica al centro fra i nodi distributivi di Lugdunum e Aquileia spettò alla colonia Iulia Augusta Taurinorum, e l’ultimo atto del programma di controllo territoriale, compiuto fra il 9 e l’8 a.C. con la stipula del foedus fra Roma e il Re Cozio, garante del transito sicuro attraverso il Monginevro, Mons Matrona, conferma in ultima analisi anche il valore di piazzaforte di retrofronte davanti alle Alpi, sentite di fatto nel mondo romano come un’area non del tutto controllabile[21].

La fondazione della colonia


Il valore strategico della colonia augustea non viene certo meno, qualunque sia la posizione della critica storica in relazione al problema della doppia fondazione e della datazione agli anni precedenti o successivi al 25 a.C.[22].
Prima di entrare in medias res, ricordiamo che in età augustea il territorio piemontese, sottoposto ad una forte rivalutazione agraria, fu arricchito di una terza nuova fondazione Augusta Bagiennorum[23], all’incrocio fra le vie che univano Pedo ad Alba Pompeia e Augusta Taurinorum a Vada Sabatia, esiti anch’esse di un ricco programma di ristrutturazione e ampliamento della viabilità regionale[24]. Fu ridedotta la colonia di Dertona e numerosi furono i centri pedemontani che si svilupparono come stazioni doganali della Quadragesima Galliarum, fra cui San Dalmazzo di Tenda, Piasco, Pedone, Drubiaglio di Avigliana, Carema.
In conseguenza alla presenza della denominazione Iulia Augusta su alcuni documenti epigrafici torinesi[25] la critica del passato, guidata dal Promis e composta dalla maggior parte degli studiosi locali[26], riteneva che la colonia fosse stata dedotta in un primo tempo da Cesare, per cui portava l’appellativo di Iulia, e poi rifondata da Ottaviano, dopo il 27 a.C., anno in cui egli assunse il titolo di Augustus, subito mutuato per la nuova città. Prove ulteriori addotte erano la variazione di tecnica costruttiva del tratto delle mura urbiche di Sud-Ovest, giudicate più antiche di quelle augustee di Est e Nord, e la presenza di due diverse centuriazioni dell’agro urbano a Nord e a Sud-Est della città, le cosiddette limitationes di Caselle e di Torino.
Gli studi più recenti sulla centuriazione del circondario torinese hanno chiarito la recenziorità della limitatio di Torino rispetto a quella di Caselle e il suo legame stretto con la colonia augustea, condividendo essa l’orientamento del cardo maximus NNE-SSW[27].
Sta di fatto che la centuriazione di Caselle documenta un intervento di gestione territoriale precedente, ma ci sentiamo di condividere in pieno le opinioni della recente critica che nega l’esistenza di una fondazione cesariana, per il fatto che l’assetto urbanistico della colonia augustea è assolutamente unitario, compiuto in se stesso[28], e non dà segni di integrazione di preesistenze, ma soprattutto perché finora gli scavi urbani non hanno prodotto contesti anteriori all’età di Augusto e in particolare riferibili alla metà del I sec. a.C.[29]. D’altro canto le ipotesi sulla doppia fondazione non sono nemmeno corroborate da fonti letterarie antiche, le quali tacciono riguardo all’evento storico.
E’ certamente convincente l’ipotesi portata avanti dalla Cresci Marrone, già a partire dal 1988, e condivisa recentemente dal Roda[30], per cui la centuriazione di Caselle deve essere ricondotta al periodo della concessione delle municipalità, a partire dal 49 a.C., che interessò evidentemente anche la comunità dei Taurini e motivò la prima fase di organizzazione territoriale, a partire dalla riva destra dell’Orco, e una originaria strutturazione civica in epoca triumvirale, fra il 42 e il 31 a.C., che ebbe più un aspetto costituzionale sinecistico che urbano coloniale[31]. A tal proposito non si vorrebbe dimenticare la questione, nella quale non ci si addentra, della localizzazione di Taurasia, la città dei Taurini che le fonti dicono aver subito l’attacco e il saccheggio cartaginese del 218 a.C.; la problematica è tuttora aperta, ma è verosimile che la comunità dei Taurini abbia ricevuto lo statuto di municipium e che l’insediamento sia stato il riferimento civico per la prima limitatio territoriale.
La fondazione della colonia augustea giunge pertanto in un contesto topografico definito, ma ne stravolge l’assetto, in quanto fatto nuovo e autonomo da vincoli con il passato. A questo punto appare assai suggestiva e pregna di significati simbolici, che ci immergono pienamente nelle coordinate in cui si muove il linguaggio augusteo e la celebrazione del nuovo ordine imperiale post-aziaco, l’ipotesi formulata dal prof. Manino, riguardo ai motivi che spiegano la variazione di orientamento della seconda centuriazione di Augusta Taurinorum, e, in ultima analisi della colonia stessa[32]. Se, infatti, il tracciato del cardo maximus, inclina secundum coelum, intercettando il percorso del Sole nel solstizio d’inverno, quando la stella entra nel Capricorno, ritroviamo concretizzato sul terreno, in forma di codificazione urbanistica per una colonia che porta il nome di Augusta, uno dei simboli più diffusi, rilevati dallo Zanker, come espressioni del consenso imperiale, nel periodo fra la battaglia di Azio e il 27 a.C.[33].
Questa notazione ci porta a riferire dell’ultimo problema inerente la fondazione, che è quello della data oscillante fra il 27 e il 25 a.C. .
Negli ultimi anni sono emerse due proposte principali; la Cresci Marrone propone una datazione successiva al 25 a.C., anno di nascita della colonia di Augusta Praetoria, per il fatto che Strabone si sofferma a descrivere quest’ultima, ricordandone le vicende originarie, ma nulla dice di Augusta Taurinorum; ciò farebbe presumere che la colonia taurinense non esistesse ancora, quando Aulo Terenzio Varrone si insediò con i suoi 3000 veterani nella valle dei Salassi, ma che fu a pieno titolo denominata Augusta, nascendo dopo il 27 a.C.[34]. D’altro canto il Manino, tornando a riflettere sulla titolatura di Iulia Augusta, propone che la colonia sia stata fondata fra la fine del 28 a.C., con il nome di Iulia in onore di Ottaviano, e l’inizio del 27 a.C., anno in cui, dopo il 13 Gennaio, per celebrare il princeps, fu necessario aggiungere Augusta.
Al di là di una scelta definitiva, sembra opportuno notare che, comunque, il nome della colonia rappresenta un omaggio ad Augusto e una adesione piena al clima di rinnovamento post-aziaco e più in generale alle tendenze politiche della restitutio rei publicae fra il 27 e il 14 a.C. . Lo stesso nome, inoltre, e ciò vale anche per Aosta e Benevagienna, appare come una conferma, della consapevolezza che il governo augusteo aveva dell’importanza del territorio piemontese transpadano, immediatamente ai piedi delle Alpi e dei valichi, le cui strade vengono proprio ora ripristinate.
Certamente la scelta di una datazione successiva ad Aosta farebbe dedurre un procedimento di pacificazione della Transpadana occidentale che avrebbe mirato innanzitutto a garantire il controllo dei valichi e a creare, soltanto successivamente, un centro di pianura per il collegamento con la valle del Po.
La nascita di Augusta Taurinorum prima di Augusta Praetoria sarebbe al centro di un programma di organizzazione territoriale della pianura, come scalo terminale del Po, e centro della viabilità occidentale; costituirebbe la premessa fondamentale per l’inizio delle operazioni militari e diplomatiche sulle Alpi, finalizzate al controllo completo di tutti i valichi verso la Gallia Narbonese, conclusesi soltanto nell’8 a.C. con il foedus di Cozio.

L’urbanistica di Augusta Taurinorum


L’impianto urbano e il problema dell’urbanistica castrense


Sono frequentissime le descrizioni del sistema urbanistico di Augusta Taurinorum e le celebrazioni di quest’ultimo come esempio perfetto della città regolare romana[35] (fig. 2).
L’area edificata, 1 centuria, ovvero 200 iugeri circondati da mura, aveva forma pressoché quadrata (m. 720 × m. 669) ed era compresa fra le attuali vie Accademia delle Scienze, ad Est, Santa Teresa, a Sud, della Consolata e corso Siccardi, ad Ovest, e via Giulio, a Nord.
L’impianto si basava su due assi egemoni, ortogonali fra loro, cardo e decumanus maximi, che dividevano la città in quattro quadranti. Il cardo corrisponde all’asse che attualmente allinea via Porta Palatina e via San Tommaso, il decumanus, è conservato nell’asse di via Garibaldi, di conseguenza il primo risultava spostato verso Est all’interno dell’area murata e i due quadranti orientali erano più piccoli dei due occidentali. Ciascun quadrante, inoltre era diviso da cardini e decumani minori[36], ortogonali fra loro e allacciati agli assi egemoni, che limitavano isolati pressoché quadrati con lato di 2 actus. Una strada, la via singularis, correva intorno alle mura e raccordava all’interno della città tutte le testate degli assi viari. L’orientamento WSW-ENE del decumanus maximus seguiva il pendio naturale del terreno da Ovest verso Est, per agevolare il deflusso delle acque piovane e di scarico[37].
La continuità di vita ha impedito finora di stabilire con certezza l’ubicazione del foro principale, per quanto l’insistenza prolungata nel tempo degli edifici amministrativi nell’area compresa fra piazza delle Erbe e la piazza del Corpus Domini, faccia presumere che quella fosse l’area prescelta fin dalla fondazione della colonia, con l’occupazione predefinita di due isolati. D’altro canto tale ubicazione sarebbe limitata ad Est e a Sud rispettivamente dal cardo e dal decumanus maximi, e segnerebbe il punto in cui si incrociano, nel cuore della città, la via proveniente da oriente, e da Mediolanum, e quella che si dirige verso Ovest, verso il Mons Matrona e la Gallia Narbonese, a conferma della centralità di Augusta Taurinorum nel programa augusteo di integrazione fra le aree padane e quelle transalpine[38].
Sono poi del tutto ignote le ubicazioni delle aree sacre, anche se talvolta compare nella letteratura specifica la proposta di localizzare un Capitolium nell’attuale sito del Duomo di San Giovanni, per via dell’esistenza delle tre chiese medioevali affiancate precedenti la realizzazione della cattedrale urbana[39]. Il teatro è, invece, noto, in seguito agli scavi condotti all’inizio del secolo per la realizzazione dell’ala nuova di Palazzo Reale; occupava lo spazio di un isolato urbano, confinante con le mura, nel quadrante di Nord-Est ed era circondato da una recinzione rettangolare, come il teatro di Augusta Praetoria. La cavea semicircolare sostruita presentava, in una prima fase due ordini di seggi, e ad una seconda fase deve essere ricondotta la porticus post scaenam; l’edificio era dotato di due ingressi presso le parodoi e di un terzo voltato, diametrale all’orchestra e perpendicolare all’edificio scenico[40]. A proposito del teatro, è significativo sottolineare che la sua presenza, preventivata fin dalla fondazione, inserisce pienamente, anche da questo punto di vista, la colonia nei programmi della politica augustea del consenso imperiale, che come fa notare lo Zanker[41], si esercitava ad altissimo livello negli edifici di spettacolo, a partire dai contenuti del linguaggio decorativo per giungere fino alla distribuzione dei posti a sedere secondo le gerarchie magistraturali e sociali. Inoltre l’attribuzione dell’ampliamento di seconda fase alla munificenza di Donno, figlio di Cozio, richiama la diffusione delle pratiche evergetiche delle elites locali[42], a imitazione di quelle grandiose di Augusto a Roma, per quanto il Roda abbia rilevato, in ambito epigrafico, una certa parsimonia da parte dei ceti dirigenti taurinensi[43]
Tradizionalmente l’impianto urbanistico descritto viene associato alla forma topografica del castrum stativum illustrato da Igino e si ritiene che tale sia il modello al quale si riferisce strettamente e puntualmente la composizione urbana della colonia, presupponendo l’insistenza della stessa sul sito del precedente accampamento. In particolare è il disassamento del cardo maximus, rispetto al punto medio del decumanus, che viene portato come prova di stretto legame con il modello campale, ancor più chiaro ad Augusta Praetoria, dove si ritiene che il foro sorga esattamente dov’era l’accampamento di Terenzio Varrone e che i lati meridionale e occidentale di quest’ultimo abbiano imposto le direzioni degli assi egemoni[44].
Il Carducci chiarisce bene l’angolazione con cui si svolge la lettura dell’influsso del modello campale, che esplicherebbe egregiamente le ragioni tattiche, di nodo e di controllo territoriale, specifiche delle colonie di veterani; lo studioso rompe, tuttavia, quel processo quasi meccanicistico che interpretava la città castrense come traduzione in forma architettonica dell’accampamento, individuando la ragione della scelta di tale modello nell’effetto psicologico, esercitato, sia sugli abitanti delle località occupate, sia sugli stessi coloni, dall’imagine d’ordine e di disciplina, insito nel geometrismo dello schema militare[45].
Non abbiamo in buona sostanza prove concrete di un accampamento romano preliminare alla fondazione di Augusta Taurinorum[46]. D’altro canto, pare corretto far notare che tanto Torino, quanto Aosta, sorgono intorno alla metà degli anni ‘20 del I sec. a.C., quando sono appena iniziate le campagne di pacificazione delle Alpi, e, non solo l’aspetto psicologico, ma anche la funzionalità militare vera e propria di un impianto urbano elementare, che integra, con regolare cadenza, le componenti della viabilità e della difesa[47], sono oggetto di attualità, anche solo per poco tempo, ma verosimilmente presenti al momento della progettazione del piano urbanistico.
In questa prospettiva è decisamente condivisibile una lettura come quella del Torelli, che valorizza il carattere simbolico dell’apparente derivazione dell’impianto di Augusta Taurinorum dallo schema castrense[48].
Apparente appunto, perché, per una corretta definizione dell’urbanistica taurinense nello sviluppo storico di quella antica, non si può fare a meno di considerare il massiccio apporto della cultura ellenistica in Italia durante il III e il II sec. a.C. . A questo proposito il Sommella[49], chiarendo la dimensione storica della tradizionale distinzione fra colonie romane a schema castrense, con cardo e decumanus egemoni, e colonie latine, con impianti ortogonali per strigas, fortemente adeguate alla natura del suolo e definibili ippodamee, sostiene che il vero carattere romano sta nell’applicazione dei criteri divisionali agrari per la definizione sul terreno di impianti urbanistici, ispirati da competenze provenienti dal mondo ellenizzato; d’altro canto è stata sottolineata e ben illustrata dal Martin la caratteristica funzione centripeta, che accomuna la concezione originaria degli spazi pubblici nella città greca e in quella romana[50].
Nella Cisalpina, come dimostra il Denti[51], la cultura tardorepubblicana è fortemente influenzata da quella ellenistica, specialmente nel Nord-Est, dove abbiamo gli esempi degli impianti urbani di Brixia e Verona , in cui le definizioni urbanistiche, sempre ligie all’ortogonalità e alla preminenza degli assi egemoni, tengono conto delle valorizzazioni prospettiche di questi ultimi e dei punti d’interesse a cui essi conducono[52].
In Piemonte Augusta Taurinorum si colloca cronologicamente fra l’impianto di Eporedia (100 a.C.), nel quale si sono riconosciuti influssi ellenistici e centro italici[53], e l’assetto urbanistico augusteo di Augusta Bagiennorum (fig. 3), i cui due cardines maximi inquadrano il foro, come a Brixia, per una colonia a vocazione decisamente agraria e commerciale, in un distretto meno integrato nella rete di comunicazioni transalpine[54]. Non dimentichiamo, infine, che al di là delle Alpi, i territori della Narbonese erano da lungo tempo aperti agli influssi orientali tramite Massalia e la valle del Rodano[55].
In questo florilegio di reinterpretazioni occidentali degli influssi ellenistici, gli urbanisti di Augusta Taurinorum non possono essere stati insensibili, ma hanno riproposto un modello a forte connotazione regolare, per le motivazioni suddette, in cui il foro assume pienamente un carattere distributivo, non solo della viabilità urbana, ma anche di quella territoriale. La regolarità delle strade e la forma quadrata delle insulae, con qualche eccezione a rettangolo, richiamano comunque le componenti tipiche dell’urbanistica milesia[56] (figg. 4,5,6): il tutto assume, infine, un aspetto fortemente equilibrato ad opera del perimetro quadrangolare, tipico dei modelli castrensi, creando per l’ennesima volta un’immagine perfettamente consona allo spirito della restaurazione augustea, che pertanto è conscia, come tutte le manifestazioni architettoniche e artistiche di quest’epoca, delle esperienze culturali della tarda Repubblica e dell’Ellenismo.

Le fortificazioni


Con una frequenza pari a quella delle descrizioni dell’impianto urbano si rilevano le trattazioni inerenti la cinta fortificata di Augusta Taurinorum e le sue porte, ricondotte al periodo augusteo[57].
La strutturazione delle difese era strettamente legata alla composizione urbanistica, infatti le intersezioni fra il perimetro murato e le estremità del cardo e del decumanus maximi erano segnate dall’apertura delle quattro porte principali della città e le torri sorgevano, in corrispondenza di ogni asse viario minore, ad intervalli regolari lungo i tratti di cortina. Le porte erano definite Principalis Sinistra, a Nord l’attuale Palatina (fig. 7), Principalis Dextera, o Marmorea a Sud, Praetoria o Segusina, a Ovest, e Decumana o Eridania ad Est; la prima e la quarta erano dotate di arx, sviluppata verso l’interno della città, con cavaedium, e torri poligonali esterne, allineate a quelle delle cortine[58].
La tecnica costruttiva adottata è l’ormai diffusa e sperimentatissima fabbrica in coementa, con facciavista interna in opus mixtum, che alterna fasce in vittatum a corree di mattoni su due filari, ed esterna in opus latericium, che conferiva un effetto di elegante nitidezza all’elevato, per un’altezza ricostruita di circa m. 7,15[59]. Il coronamento delle torri, delle arces e dei cammini di ronda è stato generalmente ricostruito con merlatura quadrata.
La funzionalità difensiva di questo sistema fortificato era elevatissima: dal centro della città ogni punto della cinta era raggiungibile, e la presenza della via singularis, fra le mura e gli estremi isolati periferici, consentiva un collegamento rapido lungo tutto il fronte d’attacco e creava uno spazio vuoto, antistante l’abitato, utile per una resistenza ulteriore in caso di caduta di un tratto delle mura. E’ innegabile che la fondazione della colonia negli anni corrispondenti all’inizio della pacificazione di tutto l’arco alpino abbia motivato un’attenzione particolare all’aspetto difensivo dell’insediamento, ma è pienamente condivisibile la posizione attuale della critica che interpreta le mura di Augusta Taurinorum dando grande peso al loro valore deterrente e simbolico di immagine di civiltà urbana e di forza[60]; è come se, elevandosi dal terreno con le proprie mura, la città facesse sorgere il messaggio augusteo d’ordine e pacificazione insito nell’equilibrio dell’impianto urbano e nell’orientamento verso la costellazione del Capricorno.
Il motivo, per cui, dunque, sia tanto accurata la progettazione delle difese e la loro realizzazione tecnica, va cercato nella cultura fortificatoria dell’epoca, al fine di capire anche in questo caso quale posizione assumano le documentazioni taurinensi nella storia dell’architettura militare antica.
Certamente l’aspetto delle fronti turrite di Augusta Taurinorum richiama le note di Vitruvio (De Architectura I, V), che prescrive la realizzazione di mura dotate di torri aggettanti, per garantire un’azione di tiro avanzata e di fiancheggiamento rispetto alle cortine[61]. Ma è necessario ricordare che l’autore latino si forma in epoca tardo repubblicana, quando gli insegnamenti teorici e pratici dell’ingegneria militare ellenistica sono totalmente diffusi in tutto il bacino del Mediterraneo e in Italia[62]. Il mondo romano entra in contatto con questa tradizione fortificatoria fin dai tempi della Seconda Guerra Punica e delle conquiste in Oriente, ma non fa propria la concezione della guerra ellenistica eminentemente di natura ossidionale[63]. Cosicché l’esito ultimo delle elaborazioni romane è quello del fronte lineare e turrito, che semplifica notevolmente le complicate successioni di difese avanzate delle cinte urbane ellenistiche: è un processo di standardizzazione simile a quello rilevato in campo urbanistico e che risponde, inoltre, alle esigenze d’immagine suddette[64].
Ritroviamo così, anche nelle fortificazioni di Augusta Taurinorum, le tracce di un ammaestramento tecnico che, pur essendo di assoluta matrice romana, affonda le proprie radici nell’Ellenismo, per esempio nell’autonomia strutturale fra torri e cortine[65], nelle stesse porte a cavaedium, che, se esternamente svolgono la ben nota funzione di immagine augustea della maiestas urbis, rappresentano un’evoluzione dei tipi ellenistici di porta a tenaglia e a cortile[66] (fig. 8), nelle realizzazioni dei perimetri interni ottagoni delle torri, come quella della Consolata, ma quadrati esternamente per il rinforzo degli spigoli e la protezione dall’ariete[67]. La consapevolezza, inoltre, del valore che rivestono le fortificazioni in quanto zona autonoma della città, fruibile di per sé tramite la via singularis e raccordata agevolmente agli altri settori urbani, appare come un eco della qualificazione autonoma, assunta dalle aree difensive nella città ellenistica, in seno ai processi avanzati di zonizzazione; e, infine, i significati simbolici assunti dalle mura non sono alieni già alla propaganda di potere in età ellenistica, che presentava la città come luogo sicuro e munito[68].

I rinvenimenti


Le strutture abitative


Gli scavi più recenti, svolti nel centro storico di Torino, hanno portato alla luce resti di domus di età altoimperiale, riconducibili perciò alle prime fasi di vita della colonia, e riplasmate in periodi successivi durante il medio e il tardo impero.
Un intervento, condotto fra il 1992 e il 1993 nell’insula compresa entro via Sant’Agostino, due antichi assi viari, su cui insistono oggi via delle Orfane e via Santa Chiara, e piazza Emanuele Filiberto, ha portato alla luce resti di una domus con cortile a peristilio e ambienti pavimentati in cocciopesto, in opus scutulatum e a mosaico geometrico bianco su fondo nero, con emblemata figurati policromi[69]. Presso il decumanus maximus, nell’isolato compreso appunto fra via Garibaldi, via Corte d’Appello e via Bellezia, si sono ritrovati resti di una domus, con un ambiente ad ipocausto e piccoli corridoi di disimpegno, caratterizzata da una seconda fase, medio imperiale fino al IV sec. d.C., con pavimenti a mosaico e quartiere termale[70].
Sono ricondotti alla fine del I sec. d.C. i resti di una domus, con quartiere termale, nell’insula delimitata da via Basilica e via Conteverde[71], e ai sec. II-III d.C. quelli delle abitazioni in via Barbaroux[72].
Emerge da questa documentazione la presenza di planimetrie articolate su peristili, quartieri termali, ambienti decorati a mosaico, o con lastre in opus sectile, che parlerebbero a favore di un livello medio-alto del tenore di vita. Tuttavia, in assenza di una trattazione sistematica e unitaria dei ritrovamenti architettonici e del materiale ceramico e vario, non si è tuttora in grado di cogliere un corpus completo di relazioni fra i costumi quotidiani della popolazione della colonia e l’arte ufficiale imperiale, sintomo del livello di consenso presente nei centri periferici e provinciali[73]; sta di fatto che la presenza di una corporazione di marmorari, fin dai primi anni di vita della colonia, verosimilmente impegnata nella realizzazione dei pavimenti decorati delle abitazioni venute alla luce, corrobora l’ipotesi di un livello pregevole raggiunto dalle arti suntuarie, in particolare nel quadrante Nord-Ovest della città, presso il presunto foro[74].

I documenti figurativi


Integrano il quadro abbozzato dai documeti di edilizia residenziale i rinvenimenti di opere scultoree, emerse da scavi urbani fin dall’inizio del secolo.
Prima fra tutte deve essere ricordata la testa bronzea dell’Istituto Bancario San Paolo[75], che fu scoperta nel 1901, durante lavori di scavo in un cortile dell’isolato fra via Monte di Pietà, via Barbaroux, due antichi decumani, via Botero e via San Francesco d’Assisi, corrispondenti a due cardines. Al di là dei problemi di identificazione con Caligola, Druso Minore o Druso Maggiore, proposte dal Bendinelli, dal Carducci e dalla Mercando, e di quelli inerenti la cronologia, che oscilla dall’età augustea a quella claudia, è interessante il contesto del ritrovamento. La testa venne alla luce all’interno di un pozzo d’età romana con mattoni circolari per colonne, laterizzi e tegole, frammenti di intonaco rosso dipinto, di piastrelle in marmo policromo e di cornici in marmo, e soprattutto con un torso acefalo in marmo di Eros alato. Non è nota la natura del contesto archeologico del rinvenimento, tranne che la presenza di un lacerto di mosaico bianco e nero nell’area di scavo presso l’angolo fra via San Francesco e via Monte di Pietà; il settore, tuttavia, corrisponde ad un insula urbana non distante dal foro e i materiali rinvenuti con il bronzo illustrano un campionario proveniente da edifici domestici, similmente alle sitiazioni archeologiche indagate recentemente nella zona. E’ dunque suggestivo immaginare la statua, a cui apparteneva la testa del principe giulio-claudio, in una delle domus del quadrante Sud-occidentale, presso il confine con il decumanus maximus, insieme ad altri preziosi arredi, come l’Eros alato, a riprova del soddisfacente tenore di vita condotto almeno in quest’area della città e simbolo di consenso e lealismo nei confronti della casa imperiale da parte di esponenti dell’elite locale[76].
La parte più consistente della documentazione scultorea proviene dal quadrante Nord-orientale, fra l’area del teatro e la porta Decumana. Sono tutti rilievi con tematiche di argomento militare che, pur variando le opinioni in tema di datazione, legano comunque il linguaggio artistico ufficiale della colonia alla propaganda imperiale urbana.
E’ all’unanimità ricondotto ad età augustea, tranne che recentemente dalla Mercando[77], e ad una produzione di carattere aulico un rilievo frammentario in marmo lunense, scoperto presso la porta Decumana e raffigurante un soldato romano con la testa del suo cavallo, che il Taramelli propose come appartenente ad un possibile arco di Augusto, per altro mai identificato[78]. La Wataghin[79] data allo stesso periodo il rilievo di stile più corsivo che rappresenta un ufficiale con un suo gregario, là dove altri propongono il II o il III sec. d.C.[80]. Soltanto il Bendinelli[81] riconduceva all’età augustea, in un contesto di arco trionfale, il frammento di rilievo con quattro teste scoperte di militari, il primo dei quali è probabilmente un aquilifer, rappresentante una scena di adlocutio; attualmente la datazione comune è all’età traianea[82].
La serie prosegue con un rilievo raffigurante un trofeo d’armi su palo e prigioniero barbaro con le braccia legate dietro la schiena, presso la raffigurazione principale, ritenuto generalmente di epoca augustea[83] e le tanto discusse lastre con fregio di panoplie. Si tratta di cinque lastre con rappresentazioni assai fitte e curate nei particolari di armi romane e barbariche, provenienti dall’area del teatro e rinvenute prima del sec. XVIII, che furono interpretate dal Bendinelli come elementi di un fregio di arco onorario d’epoca flavia, da lui localizzato fuori dalla porta Praetoria[84]. Non esistono prove certe per tale attribuzione e tali rilievi sono oggi assegnati dalla Mercando ad un monumento funerario a dado, forse quello di Glitio Agricola, dell’inizio del II sec. d.C.[85], mentre la Wataghin, condividendo l’opinione del Mansuelli, nota la forte ascendenza urbana delle immagini ed un sostanziale legame con il linguaggio ufficiale augusteo e propone una datazione all’età tiberiana, a causa dello stile ad effetto coloristico marcato[86].
Chiudono la rassegna due rilievi funerari di notevole importanza, datati al I sec. d.C. e con chiare riprese delle tematiche figurative augustee. Il primo rilievo, rinvenuto nel 1925 fuori dalla porta Decumana[87], raffigura la lupa e i gemelli all’interno del lupercale, illustrato tramite rocce che richiamano le notazioni paesistiche d’età ellenistica; la scena è chiusa in una cornice a triangolo timpanico di ispirazione classica e sono decorati con due tritoni simmetrici gli spazi risultanti fra i bordi superiori della lastra e i rampanti del triangolo. Sul secondo rilievo è rappresentato lo stesso tema, con l’aggiunta del ficus ruminalis e la sostituzione dei tritoni con delfini[88]. Queste opere illustrano immediatamente e con chiarezza l’ingresso di tematiche ufficiali augustee, quali il delfino e il tritone, di ascendenza aziaca, o Romolo e Remo nel contesto iconografico del luperale[89], che provano il rapidissimo movimento di romanizzazione dell’area interessata dalla presenza della colonia[90]. Ma ancor più interessante è la dedica della seconda stele con lupa, detta infatti di Antistia Delphis, tesseraria lignaria, che, conservando la memoria di un’esponente d’origine greca di una corporazione di marmorari attivi ad Augusta Taurinorum, inserisce la colonia nel contesto artistico del Nord Italia dei primi anni dell’età imperiale, caratterizzato da una forte connotazione neoattica, e richiama i resti delle decorazioni pavimentali, scoperte negli scavi più recenti del centro storico.

Conclusione


In conclusione, alla luce di quanto si è rapidamente affrontato pare evidente che la colonia di Augusta Taurinorum rappresenti effettivamente un’inserzione perentoria della romanità nel contesto transpadano occidentale. Le caratteristiche simboliche dell’impianto urbano e delle fortificazioni si affiancano ai contenuti ispirati dai programmi augustei presenti nella pur non ricchissima documentazione scultorea; ma soprattutto il rinvenimento di caratteristiche peculiari della cultura urbanistica e figurativa augustea, quali i legami e le ascendenze con la tradizione ellenistica, provano l’autenticità dell’elemento romano insediato nella colonia. Tutto ciò non fa altro che confermare la posizione chiave assunta da Augusta Taurinorum, tappa ultima prima dei passi alpini, nell’ambito della ristrutturazione territoriale del settore Nord-occidentale dell’Italia augustea, in qualità di nodo viario fra l’Occidente continentale e le regioni del Nord-Est, affaciantesi sull’Adriatico e l’Oriente.

Abbreviazioni bibliografiche


Periodici


AC, Archeologia Classica.

Armi Antiche, Armi Antiche. Bollettino dell’Accademia di San Marciano. Torino.

Atti SPABA, Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti. Atti.

Atti Tecnica, Atti e Rassegna Tecnica. Società Ingegneri e Architetti in Torino.

Boll. SPABA, Bollettino della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti.

Boll. Subalpino, Bollettino Storico Bibliografico Subalpino.

NSc., Notizie degli scavi di Antichità.

Quad. Sopr., Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte.

Torino, Torino Rassegna/Rivista mensile della città.

Segusium, Segusium. Ricerche e Studi Valsusini.

Testi e pubblicazioni


Adam 1982,
Adam J. P., L’architecture militaire grecque, Paris 1982.

Adam 1990,
Adam J. P., L’arte di costruire presso i Romani, Milano 1990.

Amoretti 1967,
Amoretti G., Torino nel suo sviluppo dalla città romana alla piazzaforte militare settecentesca, in: “Armi Antiche” 1967, pp. 151-177.

Assandria 1915,
Assandria G., Lapide cristiana ed antichità romane rinvenute in Torino durante l’anno 1914, in: “NSc.” 1915, pp. 61-64.

Assandria-Vaschetta 1925,
Assandria G., Vaschetta G., Augusta Bagiennorum. Planimetria generale degli scavi con cenni illustrativi, in: “Atti SPABA” 1925, pp. 183-195.

Assessorato s.d.,
Assessorato per la cultura. Città di Torino IV Dipartimento, Torino dall’età romana al XX secolo, Torino s.d. Topolitografia Scaraviglio.

Baima Bollone 1994, Baima Bollone P. L., La scienza nel mondo degli spiriti. Capitolo 7. Gli oracoli. Delfi. La filosofia greca, Pitagora, Platone ed i neoplatonici. Etruschi e Romani. Apollonio, Torino 1994, pp. 123-143.

Balzanelli 1938
Balzanelli M., La città di Torino e le sue antiche fortificazioni, in: “Torino” 1938, pp. 41-48.

Barocelli 1925,
Barocelli P., Torino. Avanzi di un piccolo monumento con la figurazione della Lupa allattante e dei gemelli, in: “NSc.” 1925, pp. 97-98.

Barocelli 1927,
Barocelli P., Sepolcri d’età romana scoperti in Piemonte, in: “Boll. SPABA” 1927, pp. 86-90.

Barocelli 1933a, Barocelli P., Appunti sulle mura romane di cinta di Torino, in: “Atti SPABA” 1933, pp. 254-275.

Barocelli 1933b,
Barocelli P., Il Piemonte dalla capanna neolitica ai monumenti di Augusto, in: Biblioteca della Sociatà Storica Subalpina (a cura di), Studi su Torino e il Piemonte, Torino 1933, pp.51-105.

Bendinelli 1929,
Bendinelli G., Torino romana, Torino 1929.

Bendinelli 1933,
Bendinelli G., Un arco imperiale eretto in “Augusta Taurinorum” nel I secolo dopo Cristo, in: “Torino” 1933, pp. 3-20.

Bendinelli 1935, Bendinelli G., La porta palatina. Monumento capitale della romanità in Piemonte, in: “Torino” 1935, pp. 7-24.

Benedetto-Bonardi 1988,
Benedeto S. A., Bonardi M. T., Lo sviluppo urbano di Torino romana, in: Comba R. (a cura di), Paesaggi urbani dell’Italia Padana nei secoli VIII-XIV, Bologna 1988, pp. 123-151.

Betta 1930,
Betta P., Problemi storico-urbanistici della Città di Torino, in: “Torino” 1930, pp. 467-491.

Boffa 1975,
Boffa G., Lo sviluppo urbanistico di Torino, in: “Atti Tecnica” 1975, pp. 37-70.

Borasi-Cappa Bava 1968,
Borasi V., Cappa Bava L., “Centuriatio” e “castramentatio” nell’”Augusta Taurinorum”, in: Cavallari Murat A. (a cura di), Forma urbana e architettura nella Torino barocca (dalle premesse classiche alle conclusioni neoclassiche). Vol I, Torino 1968, pp. 301-318, pp. 331-339.

Carducci 1938,
Carducci C., Torino. Resti di costruzioni Romane, in: “NSc.” 1938, pp. 309-312.

Carducci 1952-53,
Carducci C., Notiziario delle scoperte e dei ritrovamenti archeologici del Piemonte, in: “Boll. SPABA” 1952-53, pp. 11-32.

Carducci 1959, Carducci C., L’architettura in Piemonte nell’Antichità, in: Atti del X Congresso di Storia dell’Architettura. Torino 1957, Roma 1959, pp. 151-186.

Carducci 1961, Carducci C., Aspetti della scultura romana in Piemonte (Contributo all’archeologia padana), in: Atti del VII Congresso internazionale di Archeologia Classica. Roma-Napoli 1958, Roma 1961, pp. 461-474.

Carducci 1966,
Carducci C., Torino (Augusta Taurinorum), in: Enciclopedia dell’Arte Antica VII (SAR-ZURV), Roma 1966, pp. 948-950.

Carducci 1968,
Carducci C., Arte romana in Piemonte, Torino 1968.

Carducci-Tomalino 1975,
Carducci L., Tomalino S., Porte Palatine, in: “Studi Piemontesi” IV, 1975, pp. 296-306.

Cassi Ramelli 1996,
Cassi Ramelli A., dalle caverne ai rifugi blindati, Milano 1964, riedizione Bari 1996.

Castagnoli 1944,
Castagnoli F., Le “formae” delle colonie romane e le miniature dei codici dei gromatici, in: “Atti della Reale Accademia d’Italia” vol. IV, 1944, pp. 83-119, in particolare: pp. 112-115.

Castagnoli 1956,
Castagnoli F., Ippodamo di Mileto e l’urbanistica a pianta ortogonale, Roma 1956.

Cavallari 1959,
Cavallari Murat A., Considerazioni sull’urbanistica in Piemonte dall’Antichità all’Ottocento, in: Atti del X Congresso di Storia dell’Architettura. Torino 1957, Roma 1959, pp. 39-61.

Cavallari 1961,
Cavallari Murat A., Breve storia dell’urbanistica in Piemonte, in: Famija Piemonteisa di Roma (a cura di), Storia del Piemonte, Torino 1961, pp. 929-945.

Cavallari 1968,
Cavallari Murat A., Architettura militare e forma urbana, in: Cavallari Murat A. (a cura di), Forma urbana e architettura nella Torino Barocca (dalle premesse classiche alle conclusioni neoclassiche), Vol I, Torino 1968, p. 877-905.

Chevallard-Frova 1972,
Chevallard C., Frova P., Cronaca di Torino. 2000 anni di date, avvenimenti e curiosità, Torino 1972, pp. 7-13.

Cibrario 1846,
Cibrario L., Storia di Torino. Volume Primo, Torino 1846.

Cognasso 1974,
Cognasso F., Storia di Torino, Milano 1974.

Colli 1959, Colli G., Storia di Torino, Torino 1959.

Comoli-Viglino 1984,
Comoli Mandracci V., Viglino Davico M. (a cura di), Assi rettori della composizione urbanistica e direttrici storiche di sviluppo, in: Politecnico di Torino, Dipartimento Casa-Città, Beni culturali e ambientali nel comune di Torino, Volume Primo, Torino 1984, pp. 61-96.

Corni 1997,
Corni F., Città romane del Piemonte. Realismo e utopia fra gli urbanisti militari, in: “Pagine del Piemonte” n. 2, 1997, pp. 72-77.

Cravero 1974,
Cravero D. G., Le origini di Torino nel pensiero e nell’opera di scrittori antichi e recenti, in: “Studi Piemontesi” III, 1974, pp. 287-292.

Crema 1959,
Crema L., L’architettura romana, Torino 1959 (Enciclopedia Classica, sez. III Archeologia e Storia dell’Arte Classica, Volume XII Archeologia, Arte Romana, a cura di P. E. Arias, Tomo I).

Cresci Marrone 1988,
Cresci Marrone G., Augusta Taurinorum: indizi di organizzazione municipale, in: Cresci Marrone G., Culasso Gastaldi E. (a cura di), Per pagos vicosque. Torino romana fra Orco e Stura, Padova 1988, pp. 231-232.

Cresci Marrone 1997,
Cresci Marrone G., La romanizzazione, in Sergi C. (a cura di), Storia di Torino (dalla Preistoria al Comune Medioevale), Torino 1997, pp. 135-155.

Culasso 1979,
Culasso Gastaldi E., Note su Torino preromana, in: “Boll. Subalpino” 1979, pp. 495-503.

Culasso 1988,
Culasso Gastaldi E., Romanizzazione subalpina fra persistenze e rinnovamento, in: Cresci Marrone G., Culasso Gastaldi E. (a cura di), Per pagos vicosque. Torino romana fra Orco e Stura, Padova 1988, pp. 219- 229.

d’Andrade 1899,
d’Andrade A., Torino. Scoperte epigrafiche avvenute presso l’antica cinta di Augusta Taurinorum, in: “NSc.” 1899, pp. 209-213.

d’Andrade 1902,
d’Andrade A., Torino. Resti dell’antica Augusta Taurinorum, scoperti in occasione dei lavori per la fognatura, in: “NSc.” 1902, pp. 277-280.

d’Andrade-Taramelli 1899,
d’Andrade A., Taramelli A., Relazione dell’ufficio regionale per la conservazione dei monumenti del Piemonte e della Liguria I, 1883-91, Torino 1899, pp. 7-22.

De Antonio 1928,
De Antonio C., Le fortificazioni di Torino e le condizioni militari della città ai tempi di Emanuele Filiberto, in: “Torino” 1928, pp. 491-503.

Denti 1991,
Denti M., I Romani a Nord del Po. Archeologia e cultuta in età repubblicana e augustea, Milano 1991.

Dragone 1964,
Dragone A., Torino, la zona archeologica col teatro romano e la Porta Palatina, in: “Cronache Economiche” 1964.

Ferrero 1894,
Ferrero E., Torino. Avanzi antichi scoperti nei lavori per la fognatura, in: “NSc.” 1894, pp. 397-398.

Ferrero 1899,
Ferrero E., Torino. Tombe antiche scoperte sulla sinistra della Stura, in: “NSc.” 1899, pp. 3-4.

Ferrero 1901,
Ferrero E., Torino. Scoperta di antichità romane entro la città, in: “NSc.” 1901, pp. 391-397.

Filippi 1981,
Filippi F., Palazzo Madama: intervento di scavo (1883-86), in: Cerri M. G., Biancolini Fea D., Pittarello L. (a cura di), Alfredo d’Andrade. Tutela e restauro. Torino Palazzo Reale, Palazzo Madama 27 giugno 27 settembre 1981, Firenze 1981, pp. 234-239.

Filippi 1982,
Filippi F., Risultati e significato di un intervento archeologico in Piazza Castello a Torino, in: Pettenatti S., Bordone R., Torino nel Basso Medioevo: castello, uomini, oggetti, Torino 1982, pp. 65-108.

Filippi 1983,
Filippi F., Torino. Isolato di Santo Stefano. Strutture d’età romana; Torino. Palazzo Accademia della Scienze, manica Schiapparelli. Cinta muraria di età romana, in: “Quad. Sopr.” 1983, p. 182-183.

Filippi 1990,
Filippi F., Le vestigia romane, in: Parodi A. (a cura di), Piemonte, Novara 1990, pp. 118-146.

Filippi 1991,
Filippi F., Palazzo Carignano di Torino. Nota preliminare sullo scavo (1985-1990) e appunti sull’archeologia della città, in: “Quad. Sopr.” 1991, pp. 13-41.

Filippi 1998,
Filippi F., L’edilizia residenziale urbana, in: Mercando L. (a cura di), Archeologia in Piemonte (età romana), Torino 1998, pp. 119-136.

Filippi- Morra 1988,
F. Filippi, Morra C., Sondaggi archeologici nel Palazzo dell’Accademia delle Scienze di Torino, sede del Museo Egizio, in: “Quad. Sopr.” 1988, pp. 111-142.

Filippi-Levati 1991,
Filippi F., Levati P., Torino., area di Palazzo Madama. Indagine di archeologia urbana, in: “Quad. Sopr.” 1991, pp. 200-201.

Filippi-Levati 1993,
Filippi F. Levati P., Torino, area di Palazzo Madama. Completamento dell’indagine di archeologia urbana, in: “Quad. Sopr.” 1993, pp. 287-290.

Filippi-Pejrani-Levati 1995,
Filippi F., Pejrani Baricco L., Levati P., Torino. Indagini nel centro storico, in: “Quad. Sopr.” 1995, pp. 358-364.

Filippi-Pejrani-Subbrizio 1993,
Filippi F, Pejrani L., Subbrizio M., Torino, via Basilica angolo via Conte Verde. Indagine archeologica, in: “Quad. Sopr.” 1993, pp. 291-293.

Filippi-Pejrani-Levati-Subbrizio 1994,
Filippi F., Pejrani L., Levati P., Subbrizio M., Torino interventi nel centro storico. 1.Isolato di San Giacomo. 2. Via Barbaroux n. 33. 3. Via Barbaroux n. 46 angolo via della Misericordia. 4. Via Cesare Battisti-Piazza Castello. 5. Via Basilica angolo via Conte Verde, in: “Quad. Sopr.” 1994, pp. 329-333.

Finocchi 1958,
Finocchi S., La ricerca topografica e urbanistica nel Piemonte Romano. Problemi-Metodologia, in: “Boll. SPABA” 1958, pp. 24-29.

Finocchi 1959,
Finocchi S., Problemi di topografia e urbanistica romana in Piemonte, in: Atti del X Congresso di Storia dell’Architettura. Torino 1957, Roma 1959, pp. 113-126.

Finocchi 1961,
Finocchi S., Origine dell’impianto urbanistico di Aosta, in: Atti del VII Congresso internazionale di Archeologia Classica. Roma-napoli 1958, Roma 1961, pp. 375-380.

Finocchi 1962-63,
Finocchi S., I nuovi scavi del teatro romano di Torino, in : “Boll. SPABA” 1962-63, pp. 142-149.

Finocchi 1963
Finocchi S., Impianti urbanistici di derivazione castrense, in: Atti del I Congresso internazionale di Archeologia dell’Italia Settentrionale. Torino 21-24 Giugno 1961, Torino 1963, pp. 93-99.

Finocchi 1965,
Finocchi S., L’urbanistica romana in Piemonte, in: Città di Bologna VI mostra biennale d’arte antica, Arte e civiltà romana nell’Italia Settentrionale dalla Repubblica alla Tetrarchia. Catalogo II, Bologna 1965, pp. 577-580.

Garlan 1974,
Garlan Y., Recherches de poliorcétique grecque, Paris 1974.

GAT 1996,
Gruppo Archeologico Torinese (a cura di), Guida archeologica di Torino, Torino 1996.

Gianeri 1973,
Gianeri E., Storia di Torino dalle origini ai nostri giorni. Volume primo, Torino 1973, pp. 9-50.

Grazzi 1981,
Grazzi R. R., Torino romana, Torino 1981.

Greco-Torelli 1983,
Greco E., Torelli M., Storia dell’urbanistica. Il mondo greco, Roma-Bari 1983.

Gribaudi 1933,
Gribaudi P., Lo sviluppo edilizio di Torino dall’epoca romana ai giorni nostri, Torino 1933.

Gros 1998,
Gros P., L’architecture romaine du debut du III siècle av. J.-C. à la fin du Haut-Empire. 1 Les monuments publics, Paris 1998.

Gros-Torelli 1994,
Gros P., Torelli M., Storia dell’Urbanistica. Il mondo romano, Bari 1994.

Guichonnet 1986,
Guichonnet P. (a cura di), Storia e civilizzazione delle Alpi. Capitolo terzo. Le Alpi sotto la dominazione romana, Milano 1986, pp. 100-135.

Inaudi 1976,
Inaudi G., Il problema della centuriazione e della dupplice deduzione coloniale di “Augusta Taurinorum”, in: “Boll. Subalpino” 74, 1976, pp. 381-398.

Lander 1984,
Lander J., Roman Stone Fortifications. Variation and Change from the First Century A.D. to the Fourth, Oxford 1984.

Leriche-Tréziny 1986,
Leriche P., Tréziny H. (a cura di), La fortification dans l’histoire du monde grec. Actes du Colloque International, La fortification et sa place dans l’histoire politique, culturelle et sociale du Monde Grec. Valbonne 1982, Paris 1986.

Levi 1934, Levi M. A.,
La campagna di Costantino nell’Italia Settentrionale, in: “Boll. Subalpino” 1934, pp. 1-10.

Levi 1961,
Levi M. A., Preistoria e storia romana, in: Famija Piemonteisa di Roma (a cura di), Storia del Piemonte, Torino 1961, pp. 33-72.

Lugli 1949,
Lugli G., Porte di città antiche ad ordini di archi sovrapposti, in: “AC” 1949, pp. 153-160.

Lugli 1959,
Lugli G., Osservazioni sulla topografia di Aosta antica, in: Atti del X Congresso di Storia dell’Architettura. Torino 1957, Roma 1959, pp. 187-197.

Luraschi 1981,
Luraschi G., La romanizzazione della Transpadana: questioni di metodo, in: “Studia et Documenta Historiae et Juris” 1981, pp. 337-346.

Luttwack 1993
Luttwack E., La grande strategia dell’Impero Romano. L’apparato militare come forza di dissuasione, Milano 1993.

Manasse-Massari-Rossignani 1982,
Manasse Cavalieri G., Massari G., Rossignani M. P., Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia. Guide archeologiche Laterza, Bari 1982, pp. 43-52.

Manino 1959,
Manino L., Di taluni problemi relativi alle fortificazioni delle città romane in Piemonte, in: Atti del X Congresso di Storia dell’Architettura. Torino 1957, Roma 1959, pp. 199-213.

Manino 1999,
Manino L., La fondazione di Augusta Taurinorum, in: Barra Bagnasco M., Conti M. C., Studi di Archeologia Classica dedicati a Giorgio Gullini per i quarant’anni d’insegnamento, Torino 1999, pp. 79-85.

Mansuelli 1962,
Mansuelli G. A., I Cisalpini, Firenze 1962.

Mansuelli 1970-71,
Mansuelli G. A., La romanizzazione dell’Italia Settentrionale”, in: “Atti del Centro Studi e Documentazione sull’Italia Romana” III, 1970-71, pp. 23-41.

Mansuelli 1971,
Mansuelli G. A., Urbanistica e architettura nella Cisalpina romana, Bruxelles 1971.

Mansuelli 1981,
Mansuelli G. A., Roma e il mondo romano. Dalla media repubblica al primo impero (II sec. a.C. - I sec. d.C.), Torino 1981.

Marianini 1938,
Marianini G. L., Torino nell’antichità classica, in: “Torino” 1938, pp. 32-38.

Martin 1974,
Martin R., L’urbanisme dans la Grèce antique, Paris 1974.

Martin 1984,
Martin R., La Grecia e il mondo greco dale origini all’età classica, Torino 1984.

Martin 1987a,
Martin R., Rôle des principes fonctionnels dans l’urbanisme de la Grèce antique, in: Martin R., Architecture et urbanisme, Roma 1987, pp. 89-117.

Martin 1987b,
Martin R., Agora et forum, in: Martin R., Architecture et urbanisme, Roma 1987, pp. 155-185.

Mercando 1989,
Mercando L., Museo di Antichità di Torino. Le collezioni, Torino 1989.

Mercando 1998,
Mercando L., Riflessioni sul linguaggio figurativo, in: Mercando L. (a cura di), Archeologia in Piemonte (età romana), Torino 1998, pp. 291-358.

Papotti 1998,
Papotti L., Strutture per spettacolo del Piemonte romano, in: Mercando L. (a cura di), Archeologia in Piemonte (età romana), Torino 1998, pp. 101-118.

Passanti 1966,
Passanti M., Lo sviluppo urbanistico di Torino dalla fondazione all’Unità d’Italia, Torino 1966.

Pejrani-Massa 1988,
Pejrani Baricco L., Massa G. A., Torino. Indagini nel fossato di Palazzo Madama, in: “Quad. Sopr.” 1988, pp. 231-233.

Pejrani-Subbrizio 1996,
Pejrani L., Subbrizio M., Torino, piazza Castello 51. Assistenza alla costruzione dei parcheggi interrati e intervento archeologico, in: “Quad. Sopr.” 1996, pp. 258-260.

Pollak 1989,
Pollak M. D., Torino da “castrum” a Capitale, in: De Seta C., Le Goff J., La città e le mura, Bari 1989, pp. 227-244.

Promis 1869,
Promis C., Storia dell’antica Torino, Julia Augusta Taurinorum, Torino 1869.

Promis 1883,
Promis C., Memoria inedita, pubbl. dal nipote Vincenzo, in: “NSc.” 1883, pp. 3-4.

Promis 1884,
Promis V., Torino, in: “NSc.” 1884, p. 35, p. 338.

Promis 1885,
Promis V., Torino; Torino. Nuovi avanzi delle mura romane, descritti dall’ispettore comm. V. Promis, in: “NSc.” 1885, p. 27, pp. 95-97.

Promis 1888,
Promis V., Torino. Nota dell’ispettore comm. Vincenzo Promis, in: “NSc.” 1888, p. 272.

Promis-Brayda 1888,
Promis V., Brayda R., Una contrada romana in Torino dagli scavi della diagonale di San Giovanni e altri avanzi venuti in luce negli ultimi tempi, in: “Atti SPABA” 1888, pp. 119-127.

Raviola 1988,
Raviola F., I problemi della centuriazione, in: Cresci Marrone G., Culasso Gastaldi E. (a cura di), Per pagos vicosque. Torino romana fra Orco e Stura, Padova 1988, pp. 169-183.

Richmond 1932,
Richmond I. A., Augustan Gates at Torino and Spello, in: “Papers of the British School at Rome” Vol. XII, 1932, pp. 52-62.

Rinaldi 1960-61,
Rinaldi C., Considerazioni archeologiche su una casa demolita in via Sant’Agostino, in: “Boll. SPABA” 1960-61, pp. 134-136.

Rivoira 1921,
Rivoira G. T., Architettura romana. Costruzione e statica nell’età imperiale, Milano 1921.

Roda-Wataghin 1997,
Roda S., Cantino Wataghin G., Torino romana, in: Sergi G. (a cura di), Storia di Torino (dalla Preistoria al Comune medioevale), Torino 1997, pp. 187-230.

Ronchetta 1984,
Ronchetta D., Dati di topografia antica quali premesse per un’archeologia urbana, in: Politecnico di Torino, Dipartimento Casa-Città, Beni culturali e ambientali nel comune di Torino, Volume Primo, Torino 1984, pp. 796-802.

Rondolino 1929,
Rondolino F., il “Praetorium” di Torino, in: “Atti SPABA” 1929, pp. 61-80.

Rondolino 1930,
Rondolino F., Storia di Torino antica (Dalla origine alla caduta dell’Impero), Torino 1930.

Rondolino 1932,
Rondolino F., Il castello di Torino, in: “Atti SPABA” 1932, pp. 1-56.

Rosi 1938,
Rosi G., Restauri alla Porta Palatina, in: “Torino” 1938, pp. 2-11.

Rossi-Gabotto 1914,
Rossi T., Gabotto F., Storia di Torino. Volume I (fino al 1280), Torino 1914.

Scaglione 1954,
Scaglione G. O., L’origine della città e del toro nell’arme di Torino, in: “Torino” 1954, pp. 3-8.

Schmiedt 1970,
Schmiedt G. (a cura di), Atlante aerofotografico delle sedi umane in Italia. Parte Seconda, Note introduttive, Firenze 1970.

Solero 1962,
Solero S., Torino scomparsa. Le Torri Palatine, in: “Epoche I. Cahiersdi storia e costume del Piemonte” 1962, pp. 136-137.

Sommella 1988,
Sommella P., Italia antica. L’urbanistica romana, Roma 1988.

Taramelli 1899,
Taramelli A., Note intorno ai frammenti d’iscrizione rinvenuti negli scavi del giardino Reale, nel marzo e nell’aprile del 1899, in: “NSc.” 1899, pp. 213-216.

Taramelli 1900,
Taramelli A., Torino. Resti dell’antico teatro romano di Augusta Taurinorum, in: “NSc.” 1900, pp. 3-6.

Taramelli 1901,
Taramelli A., Di un frammento di bassorilievo romano con rappresentanza militare scoperto in Torino. Memoria, Reale Accademia dei Lincei (anno CCXCVII 1901), Roma 1901.

Todros 1952,
Todros A., Sulla ricostruzione della zona delle torri palatine, in: “Torino” 1954, pp. 3-7.

Tomasinelli 1950,
Tomasinelli N., Il teatro romano di Torino, in: “Torino” 1950, pp. 24-26.

Torelli 1998,
Torelli M., Urbanistica e architettura nel Piemonte Romano, in: Mercando L. (a cura di), Archeologia in Piemonte (età romana), Torino 1998, pp. 29-48.

Trucco-Ampolo 1990,
Trucco F., Ampolo C., Antiche popolazioni del Piemonte protostorico. Pluralità di popoli nel Piemonte romano, in: Parodi A. (a cura di), Piemonte, Novara 1990, pp. 60-78.

Tzonis-Lefaivre 1989
Tzonis A., Lefaivre L., Il bastione come mentalità, in: De Seta C., Le Goff J., La città e le mura, Bari 1989, pp. 321-346.

Vacchetta 1917,
Vaccheta G., Altre antichità romane scoperte in Torino, in: “Atti SPABA” 1917, pp. 341-351.

Vaudano 1956,
Vaudano M., Torino e Annibale. Con rapidi cenni sulle origini della nostra città e sul suo sviluppo in epoca romana, in: “Torino” 1956, pp. 12-16.

Vaudano 1987,
Vaudano M., Torino romana, in: “Almanacco piemontese” 1987, pp. 27-34.

Viriglio 1911,
Viriglio A., Torino romana, in: “Touring Club Italiano. Rivista mensile” 1911, pp. 89-92.

Winter 1971
Winter F. E., Greek Fortifications, in: “Phoenix. Journal of Classical Association of Canada”, IX Suppl., Toronto 1971.

Zanda 1998,
Zanda E., Centuriazione e città, in: Mercando L. (a cura di), Archeologia in Piemonte (età romana), Torino 1998, pp. 49-66.

Zanker 1989,
Zanker P., Augusto e il potere delle immagini, Torino 1989.

Zannoni-Sconfienza 1995,
Zannoni F., Sconfienza R., Introduzione alla guerra d’assedio in età ellenistica, in: “Armi Antiche” 1995, pp. 41-74.

Illustrazioni


Fig. 1 Posizione centrale di Augusta Taurinorum fra i nodi di Aquileia e Lugdunum (da: Mansuelli 1981).
Fig. 2 Pianta di Augusta Taurinorum (da: Grazzi 1981).
Fig. 3 Pianta di Augusta Bagiennorum (da: Manasse-Massari-Rossignani 1982).
Fig. 4 Pianta di Mileto (da: Martin 1974).
Fig. 5 Pianta di Neapolis (da: Greco-Torelli 1983).
Fig. 6 Pianta di Laodicea sul mare (da: Leriche-Tréziny 1986).
Fig. 7 Porta Palatina a Torino: fronte interno con resti dell’arx.
Fig. 8 Porte a tenaglia, in alto: Stratos di Acarnania e Perge in Asia Minore; in basso: Mantinea nel Peloponneso e la porta romana di Frejus (da: Adam 1982).

Note


[1]Per questa sezione: Cibrario 1846, pp. 28-52; Promis 1869, pp. 74-107; Rossi-Gabotto 1914, pp. 1-18; Bendinelli 1929, pp. 1-16; Rondolino 1930, pp. 38-185; Levi 1934; Marianini 1938; Scaglione 1954; Vaudano 1956; Colli 1959, pp. 21-42; Levi 1961; Carducci 1966, pp. 948-949; Schmiedt 1970, pp. 91-95; Mansuelli 1970-71; Chevallard-Frova 1972, pp. 7-9; Gianeri 1973, pp. 9-50; Cognasso 1974, pp. 7-35; Cravero 1974; Culasso 1979; Grazzi 1981, pp. 9-15; Luraschi 1981; Manasse-Massari-Rossignani 1982, pp. 8-13, pp. 40-45, pp. 88-91; Guichonnet 1986, pp. 103-111; Filippi 1990, pp. 118-126; Denti 1991, pp. 31-53 passim; Trucco-Ampolo 1990; GAT 1996, pp. 9-30.
[2]Sommella 1988, pp. 214-216, figg. 61, 69-7; Gros-Torelli 1994, pp. 144-145.
[3]Colonia latina soltanto dall’89 a.C. (Sommella 1988, pp. 213-214, fig. 60).
[4]Trucco-Ampolo 1990, p. 70.
[5]Sommella 1988, p. 78; Gros-Torelli 1994, p. 145.
[6]Sommella 1988, pp. 76-77; Gros-Torelli 1994, p. 145, p. 147.
[7]Sommela 1988, p. 165, fig. 44; Gros-Torelli 1994, pp. 147-148.
[8]Sommella 1988, pp. 78-80, figg. 21, 22, 69-18; Gros-Torelli 1994, p. 145, p. 147.
[9]Sommella 1988, p. 219, figg. 63, 69-19; Gros-Torelli 1994, p. 148.
[10]Sommella 1988, pp. 216-217, figg. 62, 69-9; Gros-Torelli 1994, p. 148.
[11]Sommella 1988, p. 148, p. 183, fig. 71; Gros-Torelli 1994, p. 145.
[12]Sommella 1988, pp. 146-147.
[13]Come atto finale delle prime campagne contro i Salassi fra il 143 ed il 140 a.C. (Filippi 1990, p. 121).
[14]E’ il momento in cui inizia lo sviluppo di due importanti centri per le sperimentazioni urbanistiche in area cisalpina, quali Brixia e Verona, colonie latine da quell’anno (Mansuelli 1981, p. 26; Sommella 1988, pp. 136-139, figg. 39, 40; Gros-Torelli 1994, p. 145, p. 214, p. 156, p. 158, pp. 162-163, p. 222, p. 227).
[15]E’ questo il motivo per cui sia in età cesariana sia poi in età augustea sono poche le colonie dedotte in Italia settentrionale e sempre motivate da specifiche localizzazioni strategiche a sbocchi di valli o presso incroci viari. Cesare fondò così, per esempio, Ateste, Concordia, Comum, Julia Pola, Tergeste, Augusto la stessa Torino, Aosta, Augusta Bagiennorum e rifondò Brixia e Dertona.
[16]I Transpadani furono iscritti per la maggior parte alla tribù Stellatina, mentre i Liguri appartenevano alla tribù Pollia (Cresci Marrone 1997, p. 146).
[17]Mansuelli 1981, p. 114; Gros-Torelli 1994, p. 242, p. 248.
[18]Mansuelli 1981, pp. 114-115; Sommella 1988, pp.171-172, figg. 49, 50, 70; Gros-Torelli 1994, pp. 209-210, pp.213-214
[19]Fin dagli anni 35-33 a.C. Ottaviano aveva impegnato le sue legioni ad Est, dove i passi alpini erano più facilmente superabili, intervenendo fin sul Danubio e nella valle della Sava, affluente di quest’ultimo. Le operazioni militari successive al 25 a.C. furono dirette alla pacificazione delle Alpi centrali ed orientali, raggiunsero il culmine fra il 16 e il 14 a.C. e portarono alla conquista della Rezia e del Norico (Guichonnet 1986, pp. 108-110).
[20]E’ Plinio il Vecchio che ci informa sulla funzione di terminal fluviale propria di Augusta Taurinorum in pianura padana (Cresci Marrone 1997, p.143).
[21]E’ significativo notare a questo proposito che Roma si comporta con Cozio come fece in Oriente con gli stati satelliti fra le province d’Asia e di Siria e le regioni controllate dai Parti, facendo valere piuttosto il prorpio prestigio e nome che la vera e propria forza delle armi e seguendo una strategia egemonica che caratterizza tutta la politica giulio-claudia (Luttwack 1993, pp. 19-74, in particolare per la situazione in esame: p. 59, p. 73).
[22]supra nota n. 1; in più affrontano a fondo le problematiche della doppia fondazione, della doppia centuriazione e delle possibili datazioni oscillanti fra il 27 e il 25 a.C.: Inaudi 1976, pp. 393-398; Cresci Marrone 1988; Culasso 1988, pp. 221-223; Denti 1991, pp. 219-220; Cresci Marrone 1997, pp. 137-143; Roda-Wataghin 1997, pp. 192-195; Manino 1999.
[23]Asandria-Vaschetta 1925; Mansuelli 1981, p. 116; Sommella 1988, pp. 184-185, pp. 245-246, pp. 265-266, fig. 72; Gros-Torelli 1994, p. 215, p. 222, p. 227, p. 344.
[24]Ricordiamo la Via Iulia Augusta, fra Vada Sabatia e Arelate attraverso l’Alpis Summa di la Turbie, la via fra Augusta Taurinorum e Brigantium, attraverso il Mons Matrona, le vie dell’Alpis Graia e del Summus Poeninus. (Schmiedt 1970, p. 94; Denti 1991, pp. 228-232).
[25]Per altro, nota il Manino (1999, p. 81 nota n. 14) che esiste una sola epigrafe di età severide che porta la titolatura completa e sicura di Iuliia Augusta Taurinorum (CIL V 1877, n. 7047).
[26]Promis 1869, p. 70; in: Cresci Marrone 1997, pp. 137-139 sono riassunte le argomentazioni dei fautori della doppia fondazione, nonché quelle degli oppositori.
[27]L’Inaudi contesta in maniera massiccia le conclusioni tratte dagli studi topografici del Politecnico di Torino (Borasi-Cappa Bava 1968); tuttavia egli (Inaudi 1976, pp. 397-398) riteneva più antica la centuriazione di Torino, rispetto a quella di Caselle, che doveva segnare chiaramente la differenza fra i territori di Eporedia e della nuova colonia augustea. Seguono poi le ricerche del Raviola (1988) e della Culasso (1988), supra nota n. 22; vedere inoltre: Zanda 1998.
[28]La variazione di tecnica costruttiva in alcuni tratti delle mura non sembra una prova così cogente per individuare due fasi di deduzione coloniale, quando al massimo può indicare due momenti diversi dell’attività di edificazione o una variazione di procedure.
[29]Citiamo in ordine cronologico le documentazioni viste: Promis 1883; Promis 1888; Promis-Brayda 1888; Ferrero 1894; Ferrero 1899; d’Andrade 1899; Vacchetta 1917; Carducci 1938; Rinaldi 1960-61; Filippi 1983; Filippi-Morra 1988; Pejrani-Massa 1988; Filippi 1991; Filippi-Levati 1991; Filippi-Levati 1993; Filippi-Pejrani-Subbrizio 1993; Filippi-Pejrani-Levati-Subbrizio 1994; Filippi-Pejrani-Levati 1995; Pejrani-Subbrizio 1996; GAT 1996, pp. 75-81.
[30]supra nota n. 22; l’idea di un intervento triumvirale è già presente in Inaudi 1976, p. 395.
[31]Culasso 1988, p. 221; Cresci Marrone 1997, pp. 140-141. Ricordiamo che il Rondolino (1930, p. 155), unico fra gli studiosi locali, pensava ad un’unica fondazione augustea, e che a tale idea dava già valore il Mansuelli (1962, p. 134).
[32]Manino 1999, p. 81.
[33]Zanker 1989, pp. 89-108; Baima Bollone 1994, p. 132, in cui si ricordano le emissioni monetali di Cordova, nella Betica, su cui è rappresentato il Capricorno con globo e timone, le tamatiche natali, della vittoria aziaca e del dominio sull’ecumene, ben illustrate dallo Zanker.
[34]Cresci Marrone 1997, pp. 147-148.
[35]Promis 1869, pp. 182-193; d’Andrade 1902, pp. 278-280; Viriglio 1911; Rossi-Gabotto 1914, pp. 6-8; Assandria 1915, pp. 61-62; De Antonio 1928, p. 491; Bendinelli 1929, pp. 17-19, pp. 28-31; Betta 1930, pp. 471-475; Rondolino 1930, pp. 214-215, pp. 241-249, pp. 250-255; Barocelli 1933a, p. 255; Barocelli 1933b, pp. 95-96; Gribaudi 1933, pp. 3-5; Balzanelli 1938, p. 41; Finocchi 1958; Crema 1959, p. 154; Levi 1961, p. 63; Finocchi 1965, p. 579; Carducci 1966, p. 948; Passanti 1966, p. 12; Carducci 1968, p. 31; Schmiedt 1970, p. 109, p. 116; Mansuelli 1971, pp. 71-74; Boffa 1975, p. 37; Inaudi 1976, p. 389 e nota n. 29;Grazzi 1981, pp. 17-31; Mansuelli 1981, pp. 114-115; Manasse-Massari-Rossignani 1982, pp. 43-46; Comoli-Viglino 1984, p. 70, p. 72, p. 85; Ronchetta 1984; Vaudano 1987, pp. 28-29; Benedetto-Bonardi 1988; Sommella 1988, p. 148, pp. 150-151, p. 171, fig. 48; Pollak 1989, p. 229; Filippi 1990, p. 129; Denti 1991, pp. 220-222; Gros-Torelli 1994, p. 209, pp. 213-214, p. 254; GAT 1996, pp. 34-35; Corni 1997, p. 73; Roda-Wataghin 1997, pp. 222-223; Torelli 1998, pp. 37-38; Manino 1999, p. 81; Assessorato s.d., pp. 4-6.
[36]In totale sette decumai e otto cardini.
[37]A tal proposito ricordiamo che il sistema di drenaggio urbano della colonia è stato indagato e sostanzialmente ricostruito dal d’Andrade (1902, pp. 278-280), definendo una cloaca per ogni asse viario, con deflusso esterno in prossimità delle mura attraverso le stesse.
[38]Altri indizi a favore dell’ubicazione del foro in quest’area sono i frammenti di statua bronzea (gamba di cavaliere e gamba anteriore di cavallo), associati a due basi di statue equestri con iscrizione celebrativa di Glitio Agricola, rinvenute in scavi condotti all’interno del cortile del Palazzo di Città, fra il 1906 e il 1909, che misero in luce, oltretutto, resti di un grande edificio a probabile carattere pubblico (Grazzi 1981, pp. 18-19); sul foro di Augusta Taurinorum, inoltre: Bendinelli 1929, pp. 40-43; Rondolino 1930, pp. 250-255; Mansuelli 1971, p. 73, p. 89; Filippi 1990, p. 134; GAT 1996, p. 38; Roda-Wataghin 1997, p. 222; Assessorato s.d., p. 6.
[39]Bendinelli 1929, p. 45. Rilevano tuttavia il Grazzi (1981, p. 27) e la guida del GAT (1996, p. 41) l’inconsistenza dei dati per fare qualunque proposta, e non è neppure toccato il problema per esempio in Roda-Wataghin 1997 o in Torelli 1998. Un indizio può comunque essere rilevato, notando che la localizzazione, in età flavia, a Brixia del Capitolium presso il teatro, crea una contiguità fra i due edifici che potrebbe essere tale anche a Torino, considerando che una situazione analoga di associazione fra spazio religioso e civile è documentata ad Augusta Bagiennorum dal tempio contenuto nella porticus post scaenam del teatro (Filippi 1990, p. 135). Un rappoto prospettico, invece, fra Capitolium e teatro, tale comunque da collegare sempre in linea concettuale i due complessi, è il decumanus di Verona che costeggia il primo e punta sul secondo al di là dell’Adige (Gros-Torelli 1994, p. 222).
[40]Taramelli 1900; Bendinelli 1929, pp. 32-37; Tomasinelli 1950; Carducci 1959, pp. 175-176; Crema 1959, p. 197; Finocchi 1962-63; Dragone 1964; Carducci 1968, pp. 41-45, in cui si sottolinea la presenza all’interno predefinita del teatro a Torino e ad Aosta, rispetto alle posizioni di teatri e anfiteatri esterne o periferiche dei casi di Libarna, Augusta Bagiennorum, Susa, Eporedia; Grazzi 1981, pp. 33-38; Manasse-Massari-Rossignani 1982, pp. 46-47; Denti 1991, pp. 222-223; GAT 1996, pp. 39-41; Roda-Wataghin 1997, p. 223, pp. 229-230; Torelli 1998, p. 38, p. 45; Assessorato s.d., p. 9. La trattazione attualmente più approfondita sui teatri romani in Piemonte è in: Papotti 1998 (pp. 107-111 su Torino).
[41]Zanker 1989, pp. 343-346.
[42]Zanker 1989, pp. 335-343.
[43]Roda-Wataghin 1997, pp. 206-207.
[44]Sul legame con il modello castrense, oltre alla diffusione nell’opinione comune (supra nota n. 35), insistono particolarmente e segnalano i confronti con Aosta: Bendinelli 1929, p. 17; Rondolino 1930, pp. 214-215; Barocelli 1933a, p. 255; Barocelli 1933b, p. 95; Castagnoli 1956, pp. 85-88; Finocchi 1959, p. 115; Cavallari 1961, p. 43; Finocchi 1961, p. 377; Finocchi 1963, pp. 96-99, in cui si sostiene esplicitamente la coincidenza dei siti di foro e castrum; Finocchi 1965, pp. 579-580; Carducci 1968, pp. 30-31; Schmiedt 1970, p. 109, p. 116; Pollack 1989, p. 229. Lo Schmiedt (1970, pp. 107-108) presenta rapidamente una serie di situazioni che illustrano l’aplicazione prevalente del piano ad assi egemoni incrociati durante il III e il II sec. a.C. e corrispondono alle colonie principali, Ariminum, Placentia e Cremona, Bononia, Aquileia, dedotte nel Nord Italia lungo le vie consolari e sui nodi principali; nota per il I sec. a.C., introducendo il discorso su Torino, che anche Dertona sorse con tale schema all’incrocio della via Aemilia Scauri con la Postumia, che Ticinum (89 a.C.) presentava 70 isolati quadrati organizzati su schema castrense divisi per 7 fasce, così come Novum Comum (59 a.C.), con sviluppo però su area rettangolare. La Filippi (1990, p. 129) ricorda ancora l’impianto regolare, allineato con la via Postumia, di Libarna a perimetro quadrato.
[45]Carducci 1968, pp. 30-31. La posizione è sostenuta e ribadita anche dallo Zanker (1989. p. 351).
[46]Il Grazzi (1981, p. 31) e la Cresci (1997, p. 148), per esempio, tendono a ridimensionare fortemente questa derivazione da un ipotizzato accampamento.
[47]Due coppie di porte con arx alle estremità dei cardo e decumanus maximi, una torre in corrispondenza di ogni testata dei cardini e decumani minori: infra p. 13. Fa notare lo Schmiedt (1970, p. 116) che tale consequenzialità fra le parti potrebbe parlare a favore di un immediato innalzamento delle mura subito dopo il tracciamento dele strade.
[48]Torelli 1998, p. 37.
[49]Sommella 1988, pp. 227-235.
[50]In particolare l’agorà e il foro, mentre inizialmente sono aree risultanti dalla convergenza degli assi viari, in seguito si strutturano diversamente, dal punto di vista architettonico, per assolvere alle funzioni richieste dalla città greca e da quella romana, mantenendo, tuttavia, il carattere distributivo di fulcro organizzatore delle zone urbane (Martin 1987b; inoltre: Greco-Torelli 1983, p. 356).
[51]Denti 1991, pp. 17-30.
[52]A Brixia il cardo maximus è raddoppiato in due assi paralleli al foro, tagliato a metà dal decumanus, per inquadrare la prospettiva in quota del Capitolium, realizzato in età flavia (Schmiedt 1970, p. 110; Mansuelli 1981, p. 26; Sommella 1988, p. 120, pp. 137-139, p.155; Filippi 1990, p. 129; Gro-Torelli 1994, p. 156, p. 158, p. 222, p. 280); a Verona il decumanus prosegue attraverso il ponte sull’Adige per allacciare l’abitato alla zona del teatro che crea un fondale scenografico, di riminescenza prenestina o pergamena (Schmiedt 1970, pp. 110-111; Mansuelli 1981, p. 26; Sommella 1988, p. 120, p. 122, p. 155, pp. 136-137; Gros-Torelli 1994, p. 145, p. 158, p. 162, p. 222, p. 228).
[53]Nella preminenza dell’asse Est-Ovest, nella forma rettangolare degli isolati e nella strutturazione per quote, secundum naturam soli, dell’area a monte dell’asse principale (Finocchi 1965, pp. 577-578; Carducci 1968, pp. 29-30; Mansuelli 1981, p. 26; Filippi 1990, p. 126; Torelli 1998, pp. 32-34).
[54]Assandria-Vaschetta 1925; Finocchi 1965, p. 580; Mansuelli 1981, p. 116; Sommella 1988, p. 163, pp. 184-185, p. 193, pp. 245-246, p. 265; Filippi 1990, pp. 129-130; Gros-Torelli 1994, p. 222, p. 227, p. 344; Torelli 1998, p. 41.
[55]Il Mansuelli (1981, p. 114, p. 118, p. 126) ricorda per esempio le suggestioni pergamene nelle prospettive altimetriche di Lugdunum, la prospettiva scenografica del teatro di Vienna (Vienne) o l’impianto di Lugdunum Convenarum, già in Aquitania.
[56]Il modello standardizzato ad assi egemoni ed isolati quadrati, elaborato fra III e II sec. a.C. nel mondo romano (Sommella 1988, pp. 227-239; Gros-Torelli 1994, pp. 146-147; Torelli 1998, p. 37) risente certamente dei canoni milesi, che derivano direttamente dalle creazioni di Ippodamo: spazi per le agorai previsti come multipli nella composizione modulare degli isolati, scelta talvolta di più assi viari principali con percorsi ortogonali fra loro, suddivisione dei settori derivanti in stenopoi ortogonali e paralleli agli assi principali, presenza di stenopoi che dividono in rettangoli o quadrati più piccoli i tradizionali isolati rettangolari allungati degli impianti greci più antichi (Martin 1974, pp. 99-106, pp. 110-116, pp. 122-126; Greco-Torelli 1983, p. 236, pp. 238-241, p. 254, pp. 262-265, pp. 267-268, pp. 354-355; Martin 1984, p. 165, p. 170; Martin 1987a, pp. 96-100). Infine, le stesse funzioni dei fori, come raccordo nei centri cittadini di assi di percorrenza territoriale prolungati negli assi egemoni, potrebbero essere lette come reinterpretazioni colte della cerniera milesia, il punto di incontro e articolazione funzionale degli assi principali nell’agora (Greco-Torelli 1983, pp. 252-254; Martin 1987a , p. 98). Sulla diffusione dell’eredità ellenistica in Occidente, inoltre: Greco-Torelli 1983, pp. 362-367.
[57]Presentano trattazioni sistematiche, descrizioni o notizie di rinvenimenti di tratti di fortificazione: Promis 1869, pp. 164-181; Promis 1884; Promis 1885; Promis-Brayda 1888, pp. 123-124; d’Andrade 1899, p. 209; d’Andrade-Taramelli 1899, pp. 19-21;d’Andrade 1902, pp. 277-278; Rivoira 1921, p. 36, pp. 58-59; Bendinelli 1929, pp. 17-28; Rondolino 1930, pp. 215-228; Barocelli 1933a, pp. 255-27; Barocelli 1933b, pp. 96-98; Carducci 1938, p. 311; Carducci 1952-53, pp. 11-13; Carducci 1959, pp. 156-157; Crema 1959, p. 137 fig. 123; Finocchi 1959, p. 115; Manino 1959, pp. 204-209; Solero 1962; Amoretti 1967, pp. 156-157; Carducci 1968, pp. 32-34; Cavallari 1968, p. 877; Grazzi 1981, pp. 39-54; Filippi 1983; Filippi-Morra 1988, pp. 111-114, p. 116; Filippi 1990, pp. 130-132; Denti 1991, p. 220; Filippi-Pejrani-Levati-Subbrizio 1994, pp. 331-332; Filippi-Pejrani-Levati 1995, pp. 361-364; 1996, pp. 36-37; Corni 1997, pp. 73-75; Roda Wataghin 1997, pp. 221-222; Gros 1998, p. 40; Mercando 1998, p. 311; Torelli 1998, p. 40; Assessorato s.d., pp. 7-8.
[58]Sulle porte di Augusta Taurinorum, descrizioni e notizie di interventi archeologici: Promis 1869, pp. 194-217; d’Andrade-Taramelli 1899, pp. 8-11; Rivoira 1921, pp. 58-67; Barocelli 1927, p. 87; De Antonio 1928, p. 491; Rondolino 1929; Rondolino 1930, pp. 228-241; Richmond 1932; Rondolino 1932; Bendinelli 1935; Balzanelli 1938, p. 41; Rosi 1938; Lugli 1949, pp. 155-156; Todros 1952; Carducci 1959, pp. 159-161; Crema 1959, p. 217, pp. 220-224; Dragone 1964; Carducci 1966, pp. 948-949; Amoretti 1967, pp. 157-159; Carducci 1968, pp. 34-37, p. 112; Cavallari 1968, p. 878; Carducci-Tomalino 1975; Filippi 1981; Grazzi 1981, pp. 55-78; Filippi 1982, p. 68, nota n. 10; Manasse-Massari-Rossignani 1982, pp. 48-49; Pejrani-Massa 1988; Sommella 1988, p. 161; Denti 1991, p. 220; Filippi-Levati 1993, pp. 287-288; Cassi Ramelli 1996, pp. 57-58; GAT 1996, pp. 37-38; Gros 1998, p. 40; Mercando 1998, pp. 311-313; Torelli 1998, p. 40.
[59]Per le tecniche: Adam 1990, pp. 147-156, pp. 157-163. Lo Schmiedt (1970, pp. 95-98) illustra rapidamente lo sviluppo storico delle tecniche costruttive nell’ambito delle fortificazioni romane in Italia dalla prima espansione fino all’età imperiale.
[60]In generale per l’Italia augustea: Zanker 1989, pp. 348-350; per Torino: Roda-Wataghin 1997, p. 222; Mercando 1998, p. 311; Torelli 1998, p. 40. Già a partire dal Lugli (1949, pp. 156-160) si nota il forte valore esornativo delle facciate esterne delle arces, con l’uso dell’ordine applicato fra le due torri estreme della porta, a dispetto di un’effettiva funzionalità difensiva dell’opera.
[61]De Architectura I, V, 2: Item turres sunt proiciendae in exterriorem partem uti, cum ad murum hostis impetu velit adpropinquare, a turribus dextra ac sinistra lateribus apertis telis vulnerentur. Curandumque maxima videtur ut non facilis aditus sit ad oppugnandum murum, sed ita circumdandum ad loca praecipitia et excogitandum uti portarum itinera non sint directa sed sceva ... .
De Architectura I,V,4: “Intervalla autem turrium ita sunt facienda ut ne longius sit alia ab alia sagittae missionis, uti, si qua oppugnetur, tum a turribus, quae erunt dextra sinistra, scorpionibus reliquisque telorum missionibus hostes reiciantur ... .
[62]E’significatico notare che la cinta di Telesia (Sommella 1988, pp. 118-119; Gros 1998, p. 36) è l’unico esempio di realizzazione pratica del sistema a cortine semicircolari con mesopirgi in corrispondenza dei tratti salienti, teorizzata da Filone di Bisanzio fra III e II sec.a.C. (Mechaniké Syntaxis V, A, 39-44, 55-58, 84; Garlan 1974, p. 357). A proposito della teoria architettonico militare vitruviana: Tzonis-Lefaivre 1989, pp. 322-323, fig. 176; Cassi Ramelli 1996, pp. 56-57.
[63]La forza della macchina militare romana medio e tardo repubblicana sta nella legione e nelle pluralità dell’impiego campale, piuttosto che nei sistemi territoriali di piazzeforti (Zannoni-Sconfienza 1995, pp. 66-67).
[64]Illustrano i caratteri dell’architettura militare romana fra I sec. a.C. ed età Giulio-Claudia: Lugli 1959, pp. 188-189 (a proposito di Torino e Aosta); Lander 1984, pp. 5-11; Gros 1998, pp. 35-42. E’ bene notare, tuttavia, che, in assoluta conformità alla sua formazione di età tardo ellenistica, Vitruvio nega validità difensiva alle planimetrie quadrate, ma i percorsi murari devono essere sinuosi, per governare il nemico da più postazioni (De Architectura I, V, 2: ... Conlocanda autem oppida sunt non quadrata nec procurrentibus angulis, sed circuitionibus uti hostis ex pluribus locis conspiciatur. In quibus enim anguli procurrunt, difficiliter defenditur quod angulus magis hostem tuetur quam civem.)
[65]Segnalata dal Grazzi (1981, p. 53), provata dagli scavi in piazza Emanuele Filiberto (Filippi-Pejrani-Levati 1995, p. 362) e prescritta da Vitruvio (De Architectura I, V, 4), ma bagaglio antico delle conoscenze ellenistiche (Adam 1982, p. 58).
[66]Gros 1998, pp. 37-38; per le porte a tenaglia e a cortile: Winter 1971, pp. 205-233; Garlan 1974, pp. 196-198; Adam 1982, pp. 85-89, pp. 90-92.
[67]Garlan 1974, pp. 257-268; Adam 1962, pp. 58-60. In più le torri poligonali delle porte Palatine, in vista della medesima finalità, sono dotate di berma in corrispondenza degli angoli della fondazione quadrata.
[68]Greco-Torelli 1983, p. 355.
[69]Filippi-Pejrani-Levati-Subbrizio 1994, pp. 328-329; GAT 1996, p. 78; Filippi 1998, p. 125, p. 133.
[70]Filippi-Pejrani-Levati 1995, pp. 358-361; GAT 1996, p. 77; Filippi 1998, p. 133.
[71]Filippi-Pejrani-Subbrizio 1993; Filippi-Pejrani-Levati-Subbrizio 1994, pp. 332-333.
[72]Insulae comprese, la prima fra via Stampatori, via Santa Maria, via Monte di Pietà e via San Dalmazzo, la seconda fra le vie Barbaroux e San Dalmazzo, il decumanus maximus e le mura (Filippi-Pejrani-Levati-Subbrizio 1994, pp. 329-331).
[73]A questo proposito: Zanker 1989, pp. 281-309. Purtroppo la documentazione presentata dalla Dott.ssa Mercando (1998, pp.339-355), conservata al Museo d’Antichità di Torino e relativa al rapporto fra modelli colti ed arte popolare e ai committenti su tutto il territorio piemontese, è slegata dalla realtà archeologica di questi ultimi interventi di scavo.
[74]infra p. 20 e Roda-Wataghin 1997, p. 228
[75]Ferrero 1901; Bendinelli 1929, pp. 42-43; Carducci 1968, p. 72, p. 128; Grazzi 1981, p. 83; Mansuelli 1981, p. 261; Filippi 1990, p. 143; Mercando 1998, 314-315.
[76]Zanker 1989, pp. 281-283.
[77]Mercando 1998, p. 320, in cui si propone una datazione all’età traianea per confronto con i rilievi della Colonna Traiana.
[78]Taramelli 1901, p. 34; Bendinelli 1929, p. 50; Carducci 1968, pp. 72-73; Grazzi 1981, pp. 81-82; Mercando 1989, p. 29, in cui la datazione è al periodo augusteo; Filippi 1990, p. 143; Denti 1991, p. 223; Roda-Wataghin 1997, p. 224.
[79]Roda-Wataghin 1997, p. 224; inoltre: Carducci 1968, pp. 72-73; Grazzi 1981, p. 82; Mercando 1989, p. 29; Filippi 1990, p. 143.
[80]II sec. d.C.: Mercando 1998, pp. 320-321; III sec. d.C.: Bendinelli 1929, p. 50.
[81]Bendinelli 1929, p. 49. Il Taramelli (1901, pp. 44-45) parlava già di età traianea.
[82]Grazzi 1981, p. 81; Mercando 1989, p. 29; Roda-Wataghin 1997, p. 229. Il Mansuelli (1981, p. 259) propone l’epoca tiberiana e recentemente la Mercando (1998, p. 317) ha avanzato l’idea di una datazione all’età flavia per confronto con i rilievi della Cancelleria.
[83]d’Andrade-Taramelli 1899, p. 209; Taramelli 1901, pp. 45-46; Bendinelli 1929, p. 50; Carducci 1968, pp. 72-73; Mercando 1998, p. 323. L’opera fu ricondotta dal Bendinelli nel 1933 (Bendinelli 1933, pp. 9-10) al presunto arco cui dovevano riferirsi il rilievi con panoplie; è invece giudicata dalla Wataghin (Roda-Wataghin 1997, p. 224) un documento di propaganda ideologica in ambito privato di proporzioni modeste.
[84]Bendinelli 1933.
[85]Mercando 1998, p. 323
[86]Mansuelli 1981, pp. 257-259; Wataghin 1997, pp. 223-224. Il Grazzi (1981, pp. 80-81) li riconduce all’età flavia, mentre il Denti (1991, p. 223) pensa che siano augustei. Su questi rilievi inoltre: Taramelli 1901, pp. 43-44; Bendinelli 1929, pp. 50-51; Carducci 1968, pp. 72-73; Mercando 1989, pp. 29-31; Filippi 1990, p. 143.
[87]Barocelli 1925; Bendinelli 1929, pp. 56-57; Roda-Wataghin 1997, pp. 224-225; Mercando 1998, pp. 337-338.
[88]Roda-Wataghin 1997, p. 226; Mercando 1998, p. 338, che data l’opera ad età adrianea per i caratteri epigrafici.
[89]Zanker 1989, pp. 88-91, pp. 219-220. Il Bendinelli (1929, p. 57) pubblica inoltre due stele con iscrizione e coronamento superiore a timpano, in cui campeggia la gorgone, un tema classico per eccellenza con tutte le sue implicazioni apotropaiche, e con delfini negli eserghi estremi come la stele della lupa.
[90]Pensiamo al rinvenimento delle due lastre delle menadi di Avigliana, estrema documentazione del classicismo urbano sui confini con il regno di Cozio (Wataghin 1997, pp. 225-226).

Home | Presentazione | L'autore | Pubblicazioni | BAR International | Link | Contatti | Mappa del sito


Torna ai contenuti | Torna al menu